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Mons. Perego: fermare la strage degli innocenti
Roma - Fermare la strage degli innocenti, no ad una Europa che sempre più si incammina sulla strada di Erode. Mons. Gian Carlo Perego, presidente della Fondazione Migrantes, guarda con preoccupazione ai dati diffusi dall’Unicef che denunciano la morte di 289 bambini nel Mediterraneo in soli sei mesi e, in una intervista all’Adnkronos, parla anche della missione che oggi porterà la premier Meloni a Tunisi con la presidente della Commissione europea e il premier olandese per parlare col presidente Saied: “Spero che gli interessi economici non siano superiori all’attenzione per i volti e le storie di migranti che stanno attraversando il Mediterraneo”. Partendo dai dati Unicef che parlano di 289 bimbi morti nel Mediterraneo in 6 mesi mons. Perego evidenzia che “questo dato ha due valenze: chi si mette in cammino ha anche il volto del minore, di chi viene accompagnato dalle madri verso una realtà che possa dare un futuro oltre che salvezza. Dall’altra, questa strage degli innocenti , dimostra come ci sia una indifferenza di fronte a questo volto migratorio che è il volto del minore che dovrebbe essere più tutelato e invece viene rifiutato anche nelle nostre democrazie. Tutto questo ci deve fare riflettere se sia giusto proseguire con la politica del muro e del respingimento”. Che attendersi dalla missione a Tunisi nella quale si cercherà l’accordo sul tema dei migranti? “Spero - l’auspicio del presidente della Migrantes e della Commissione Cei per le Migrazioni - che non sia un terzo accordo come quello della Turchia e della Libia, che non riconosca i diritti di chi fugge e arriva in Tunisia per andare verso l’Europa e che ha bisogno di protezione internazionale. Spero che gli interessi economici non siano superiori all’attenzione per i volti e le storie di migranti che stanno attraversando il Mediterraneo. Spero che la solidarietà e la giustizia siano più importanti del profitto e del guadagno”. Mons. Perego è reduce da un viaggio a Lampedusa nel decennale della visita del Papa: “Porto con me l’immagine della celebrazione della messa richiesta dai 1.400 ragazzi presenti nel campo profughi: l'immagine del futuro dell’Europa che non può ignorare questi volti, i loro segni di tortura, anche sulle gambe per le sigarette spente, le loro ferite al volto, la voglia e il desiderio di costruire il futuro in un contesto diverso. Uno spaccato di giovani che contraddice lo spaccato di un’Europa vecchia che non si accorge che la sua rigenerazione passa attraverso l’accoglienza, non il rifiuto”.
Unicef: 289 i bambini morti nel Mediterraneo nel 2023
Mons. Baturi ai Giovani del Mediterraneo: “contribuite a fare del nostro mare un crocevia di pace e armonia”
Vangelo Migrante: Domenica 16 luglio – Vangelo Mt 13, 1-23
Parlamento europeo: salvataggio vite in mare: sì alle navi delle Ong, organizzare una missione europea, no a finanziamenti a Paesi terzi se non collaborano
Bruxelles - Gli eurodeputati chiedono ai Paesi Ue e all’agenzia Frontex “di fornire una capacità sufficiente in termini di navi, attrezzature e personale dedicato alle operazioni di ricerca e soccorso e un approccio più proattivo e coordinato per salvare efficacemente le vite in mare”. La risoluzione non legislativa approvata per alzata di mano ieri a Strasburgo dal Parlamento europeo, sollecita inoltre gli Stati membri a “utilizzare appieno le navi gestite dalle Ong” e chiede una “missione di ricerca e soccorso globale dell’Ue”, messa in campo dalle autorità degli Stati membri e da Frontex. Nella risoluzione si condanna inoltre “il contrabbando e il traffico criminale” e si ribadisce che “percorsi sicuri e legali, in particolare attraverso il reinsediamento, sono il modo migliore per evitare le vittime in mare”. Nel testo anche la richiesta alla Commissione di presentare proposte per “condizionare i finanziamenti ai Paesi terzi alla cooperazione nella gestione dei flussi migratori e nella lotta contro i trafficanti di esseri umani e i contrabbandieri di migranti”. La Commissione dovrà fornire informazioni complete al Parlamento “su tutti i tipi di sostegno che l’Ue e i suoi Stati membri forniscono alle guardie di frontiera e costiere dei Paesi terzi, tra cui Libia, Turchia, Egitto, Tunisia e Marocco”, oltre che valutare le accuse di gravi violazioni dei diritti fondamentali da parte della guardia costiera libica, onde “porre fine a tale cooperazione se tali violazioni sono provate”.

Genova: “Estate allegri” anche per le famiglie immigrate
Scuola, sanità e promozione sociale: 72 nuovi progetti della Chiesa in Italia
Naufragio in mare: cinque dispersi (c’è una bimba)
Roma - Nuova ed ennesima tragedia del mare. Fra i numerosi arrivi registrati in questi ultimi giorni a Lampedusa c’è anche la testimonianza di un naufragio di cui in realtà si sa poco o nulla. Sarebbe avvenuto la notte scorsa fra le coste tunisine e quelle maltesi. E ci sarebbero vittime secondo quanto testimoniato dai superstiti, alcuni dei quali soccorsi e trasferiti sull’isola. Si tratta di quattordici migranti tratti in salvo e trasbordati da un peschereccio tunisino sulla nave della Guardia costiera Dattilo. Il gruppo, che sarebbe partito dalla Tunisia a bordo di un barchino poi ribaltatosi, é stato successivamente trasferito sulla motovedetta Cp305 che é arrivata nella notte al molo Favarolo di Lampedusa. Fra i soccorsi un uomo della Sierra Leone con una donna e un bambino e un nigeriano che ha riferito che la moglie e la figlioletta sono dispersi. Tratti in salvo pure una donna incinta della Sierra Leone accompagnata da un connazionale, e un’altra donna in stato di gravidanza del Camerun, con un uomo e quattro bambini. Una donna del Benin é stata, invece, soccorsa e portata a bordo dalla stessa motovedetta dal motopesca Hassil Salah. I 14 sopravvissuti raccontano che il naufraggio sarebbe avvenuto al confine fra le acque tunisine e quelle Sar maltesi: hanno parlato di una barca che si è all’improvviso inabissata. Complessivamente vi sarebbero 5 dispersi. tra cui una donna e una bambina appunto. Né i soccorritori della nave Dattilo, però né i militari delle motovedette della Capitaneria che si sono occupati delle evacuazioni mediche hanno trovato alcun riscontro: né pezzi del relitto o taniche galleggianti, né vestiario. I migranti verranno ascoltati dai poliziotti della Squadra mobile.
Intanto non si fermano gli arrivi sull’isola. Salgono a 10 gli approdi di ieri sull’isola. Sugli ultimi tre barchini, partiti da Sfax in Tunisia, c’erano 39 (11 donne e 2 minori), 44 (11 donne e 2 minori) e 45 (11 donne e 3 minori) persone originarie di Mali, Costa d’Avorio, Guinea, Sierra Leone, Burkina Faso, Camerun e Gambia. I tre gruppi sono stati portati all’hotspot di contrada Imbriacola dove la situazione rimane sempre critica con oltre 2.200 presenze. La prefettura di Agrigento, d’intesa con il Viminale, ha disposto il trasferimento di 530 persone con il traghetto d linea diretto a Porto Empedocle. Altre 178, con un volo charter, per Olbia. (D. Fas.)
Dalle tante periferie ai ghetti: quei minori soli dimenticati
Milano - Ci sono i minori soli che arrivano dal mare, quelli che spuntano improvvisamente nelle città, quelli che se ne vanno dalla famiglia verso un destino ignoto. La mappa degli under 18 stranieri non accompagnati è in forte crescita nel nostro Paese e le prime antenne a segnalarlo sono quelle attivate dai territori: i servizi sociali delle metropoli sanno che da mesi, ormai, la fila dei ragazzi fuori dalla porta dei loro uffici è andata allungandosi. Spesso non si sa da dove arrivino e dove siano diretti, quel che è certo è che occorre una presa in carico e per questo si attivano percorsi il più possibile personalizzati presso comunità per minori, associazioni e ovviamente scuole. Ma i percorsi da fare sono complicati, dall’individuazione dell’età dei ragazzi, innanzitutto, e poi dalle differenti storie personali di ciascuno. Un conto è la grande città, infatti, un altro la periferia della grande città, un altro ancora la “periferia della periferia”, com’è accaduto nella vicenda dei due bimbi morti nelle campagne tra Zapponeta e Manfredonia. Sono i casi delle campagne abbandonate e, più in grande, dei “ghetti” disseminati su e giù per la penisola: tante situazioni di irregolarità che vedono per protagonisti nuclei familiari, a volte con genitori giovanissimi, dove regna degrado e incuria: sono condizioni difficili, in cui anche le associazioni impegnate fanno fatica ad arrivare, con interventi efficaci. In questo senso, è cruciale la presenza di enti locali efficienti, pronti ad affrontare contesti difficili, a volte impenetrabili. Tanti piccoli, poi, vivono in situazioni familiari complicate: non sono soli, ma vengono lasciati soli perché i genitori non hanno altre soluzioni. Devono lavorare e hanno spesso orari impossibili per poter poi accudire i figli. Sono i casi dei minori scomparsi, come è accaduto recentemente anche con la piccola Kata, di origini peruviane, sparita nel nulla a Firenze.
Non è facile dare risposte a questo universo in movimento, che rappresenta una grande emergenza sociale. Secondo Save the Children, a maggio 2023 i minori non accompagnati accolti in Italia risultavano essere 20.510: di questi 3.881 sono bambini e bambine fino ai 14 anni di età. Dall’inizio del 2023 fino a metà giugno sono oltre 6mila i minori stranieri non accompagnati arrivati nel nostro Paese dopo aver attraversato il Mediterraneo: sebbene negli ultimi anni l’incidenza sugli arrivi via mare sia diminuita (15,8% nel 2021, 11,5% nel 2022, 11, 1% nel 2023), in termini assoluti i bambini e gli adolescenti approdati nel corso dell’anno sono più del doppio di quanti erano arrivati nello stesso periodo lo scorso anno (erano 2.505 il 13 giugno del 2022). L’Italia può vantare una delle migliori leggi in Europa in materia di protezione dei minori stranieri non accompagnati, la legge 47 del 2017, fortemente voluta dalla stessa Save the Children e dalle principali organizzazioni di tutela dei diritti di minori, migranti e rifugiati e dagli operatori del settore. Ciò che chiedono questi soggetti, però, è la piena attuazione del testo, poiché continuano ad esserci alcune criticità evidenti, a partire dalla situazione alle frontiere, fino alla risposta da strutturare meglio nei centri di prima accoglienza. Oggi a Manfredonia, sarà lutto cittadino in concomitanza con i funerali di Daniel e Stefan. Lo ha deciso il sindaco Gianni Rotice che ieri ha parlato di « profondo sgomento» per la vicenda dentro la comunità. Per tutta la giornata le bandiere esposte nel Palazzo di città e negli altri edifici pubblici saranno a mezz’asta. Gli esercizi commerciali abbasseranno le serrande per 10 minuti, dalle 16 alle 16.10, durante le esequie. (Diego Motta - Avvenire)
Cosenza: dal 27 agosto “Attraverso23”
Viminale: da inizio anno sbarcate 73.414 persone migranti sulle coste italiane
Comunità, antitodo alla solitudine
Canaria: dispersi tre barconi di migranti
Mons. Moscone su bimbi annegati a Manfredonia: “dramma legato all’immigrazione, trovare soluzioni a problemi zone periferiche”
I giovani del Mediterraneo “ambasciatori” di fraternità
Roma - A 81 anni il cardinale Gualtiero Bassetti ha ancora voglia di sognare. «Speriamo che tra dieci anni possiamo ringraziarvi per il lavoro che avete svolto e auguriamoci che tra venti anni sia possibile leggere sui libri di storia che un gruppo di giovani del Mediterraneo ha interrotto la spirale di morte della guerra e costruito un mondo di pace». Sorride l’ex presidente della Cei mentre si rivolge a quaranta ragazzi arrivati in Italia dai Paesi che si affacciano sul grande mare. Le loro radici affondano in Libano o in Francia, in Tunisia o in Terra Santa, in Bosnia ed Erzegovina o a Cipro, in Albania o in Siria. Tutti indicati dai vescovi delle proprie nazioni tramite le Conferenze episcopali o i Sinodi delle Chiese orientali. Quaranta testimoni di fraternità che formano il Consiglio dei giovani del Mediterraneo. È l’opera-segno, l’eredità che la Cei lascia a Firenze, la città che nel febbraio 2022 ha accolto il secondo Incontro dei vescovi del Mediterraneo dopo quello d’esordio a Bari nel 2020. Un doppio “G20 ecclesiale” voluto dal cardinale Bassetti quando era alla guida dell’episcopato italiano e ispirato alla profezia di pace del sindaco “santo” Giorgio La Pira. «Sono stati due grandi eventi nella storia della Chiesa: per la prima volta i vescovi cattolici di una zona che unisce tre diversi continenti si sono radunati per pregare e discutere insieme sul presente e sul futuro di questa regione », dice ai ragazzi. E subito aggiunge: «Voi vi trovate qui come un frutto fecondo dell’Incontro di Firenze, una splendida follia». Perché a distanza di oltre un anno dall’appuntamento che, assieme ai presuli, aveva chiamato a raccolta nel capoluogo toscano anche i sindaci del bacino, si insedia la consulta che intende abbracciare le sponde del Mediterraneo. Una sorta di piccolo Sinodo, tutto laico, in cui siede chi ha dai 18 ai 28 anni. Ieri nella sede dell’Azione cattolica a Roma l’abbraccio di Bassetti ai ragazzi riuniti per la prima volta. Stamani in Vaticano l’incontro con l’arcivescovo Paul Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati. Poi la partenza verso Firenze dove domani il Consiglio “giovane” verrà consegnato alla città in Palazzo Vecchio alla presenza del cardinale Giuseppe Betori e del segretario generale della Cei, Giuseppe Baturi, e dove inizieranno i lavori. Ai ragazzi Bassetti ricorda che il Mediterraneo va considerato un «mare che unisce e non divide» e chiede di spendersi per il «dialogo» che «deve portare alla costruzione di ponti e all’abbattimento di muri di ogni tipo: dell’indifferenza, della sofferenza, dell’ingiustizia e dei confini militarizzati». Poi affida loro quattro «stelle» prese a prestito da La Pira e da inserire nell’agenda del Consiglio: la «promozione della persona umana»; la necessità di «aiutare i poveri»; la vocazione sociale di «combattere le ingiustizie»; la ricerca di «vie di pace». «Non siamo davanti a un convegno ma a un percorso dal basso incentrato su due dimensioni fondanti del pensiero del sindaco “santo”: i giovani e il Mediterraneo. Il punto di partenza è creare una vicinanza umana e quindi una condivisione di esperienze di vita», racconta Patrizia Giunti, presidente della Fondazione La Pira. È una delle quattro realtà fiorentine cui la Cei affida il “parlamentino”. «Il progetto – aggiunge Angiolo Rossi, direttore della Fondazione Giovanni Paolo II promossa dalle diocesi della Toscana – è quello di mettere in contatto e fare dialogare in modo sistemico le comunità cattoliche del “mare nostrum” attraverso giovani liberi da pregiudizi o stereotipi che troppo spesso hanno condizionato anche le stesse relazioni tra le Chiese».
A Firenze i ragazzi saranno ospiti dell’Arma dei Carabinieri che aprirà le porte della Scuola brigadieri e marescialli. Ed è stato messo a punto un programma – anche con la Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze – che li porterà a scoprire la città, a incontrare i coetanei fiorentini, a visitare la mensa Caritas, a pregare per la pace nell’abbazia di San Miniato al Monte. E poi nel fine settimana la tappa lungo la costa tirrenica nel villaggio “La Vela” dell’Opera per la gioventù La Pira che da trent’anni organizza campi estivi per giovani d’Oriente e d’Occidente. «Serve iniziare a pensare e agire da mediterranei – sottolinea il presidente dell’Opera, Gabriele Pecchioli –. E occorre farlo da credenti e cittadini che sono proiettati anche sul versante del dialogo interreligioso e culturale». Secondo il cammino tracciato dai vescovi, i ragazzi-consiglieri si incontreranno una volta all’anno in presenza a Firenze e poi in varie sessioni online. I lavori di questi giorni si terranno nel Centro internazionale studenti La Pira. «La nostra esperienza ci dice che i giovani sono ambasciatori di relazioni nuove – conclude il direttore Marco Salvatori –. Ed è la diplomazia dell’amicizia e della simpatia una delle vie fondamentali per avvicinare i popoli e quindi le nazioni». (Giacomo Gambassi)
Farnesina: il 13 luglio primo Forum sulla libertà religiosa
Il neo cardinale Marchetto: “continuare a garantire i diritti”
Muti in Giordania anche per i profughi
Amman ( Giordania) - Ha il suo volto. Ha i suoi occhi. Ha le sue mani la Giordania. Il volto, le mani, gli occhi di questo metro e dieci di ragazzino. Chi lo sa il suo nome. “Una moneta italiana” ti dice scandendo bene le parole. Glielo deve aver insegnato il padre. Che oltre la Porta sud del sito archeologico di Jerash, «questa bella porta» dice mentre al tramonto ti indica il passaggio che porta verso il colonnato e poi al Tempio di Zeus, ha un banchetto: calamite, ventagli, cappelli di paglia per ripararsi dal sole, kefiah che ti mette in testa senza fare troppi complimenti – «questo regalo» insiste mentre i vicini di bancarella fanno partire L’italiano di Toto Cotugno a tutto volume. «Una moneta italiana» ti dice invece, inseguendoti sulle strade di polvere, quel ragazzino di sette o otto anni al massimo, allungandoti un pacchetto di cartoline avvolte nella plastica, foto di Jerash un po’ sbiadite dal sole. Lo fa con quelle mani – e guardandoti con quegli occhi un po’ sfuggenti – che sono il presente e il futuro della Giordania. Che sa di speranza.
«Un paese e un popolo straordinari che siamo venuti ad onorare perché offrono rifugio e accoglienza a chi scappa dalla guerra» dice Riccardo Muti davanti al muro di pubblico in piedi sui gradoni del teatro romano di Jerash. Nord della Giordania, nazione dove il 30% della popolazione è costituito da rifugiati. Siriani, prevalentemente. A Jerash ci sono anche quindici di loro che abitano nel campo profughi dell’Acnur-Unhcr di Zaatari, a una manciata di chilometri dalla Siria, sono arrivati grazie a un permesso speciale del ministro dell’Interno. Qui, nel sito archeologico che parla anche un po’ italiano (nostri sono gli scavi al Tempio di Artemide), il maestro ha voluto portare l’edizione 2023 de “Le vie dell’amicizia” di Ravenna festival, invitato dal governo di questo paese ancora giovane – Amman, la capitale, è una città cantiere, sterminata, dove si continuano a costruire case. Il ponte di fratellanza in musica da Ravenna (venerdì il concerto nella città romagnola) è approdato nell’antica città romana distrutta dal terremoto, che chiamano la Pompei d’Oriente. E a Pompei “Le vie dell’amicizia” approdano stasera. Distrutta, Jerash, ma ancora bellissima nei suoi frammenti di templi, piazze, cardi e decumani – e anche qui, carabinieri italiani lavorano ad un progetto europeo per insegnare ai giordani la conservazione del patrimonio culturale.
« Perché anche qui affondano le nostre radici. Che sono radici spirituali e culturali » non si stanca di ricordare Muti. Il Giordano scorre a pochi chilometri rendendo fertile il deserto di pietra della Giordania. La Terra Santa e Gerusalemme te le sei lasciate alle spalle atterrando ad Amman su un volo con una carovana di musicisti (duecento tra ragazzi dell’Orchestra giovanile Luigi Cherubini e voci del coro Cremona Antiqua di Antonio Greco) partita da Ravenna e approdata domenica (ancora una volta, dici guardando l’elenco delle ventisette tappe de “Le vie dell’amicizia”) in Medio Oriente. Israele e Palestina perennemente inquieti, da una parte. Dall’altra la Siria, con le ferite della guerra e del terremoto che (ormai) in troppi hanno dimenticato. Ferite che, dal 1997, quando fece rotta verso la Sarajevo in ginocchio per il conflitto dei Balcani, Muti prova a medicare attraverso la musica. Nel Teatro romano di Jerash, Gluck con il secondo atto di Orfeo ed Euridice – e il racconto di Orfeo (che è il controtenore Filippo Mineccia) che riporta in vita la sposa non può non farti pensare alla forza dell’amore che, forse, potrebbe riportare la pace dove oggi si combatte. Poi il Casta diva della Norma di Bellini affidato a Monica Conesa, «un inno del Mediterraneo» per Muti, e Il canto del destino di Brahms. Pagine che si impastano a melodie tradizionali di Giordania e Siria – le cantano Razek-François Bitar, Mirna Kassis, Zain Awad e Ady Naber, le suonano Saleh Katbeh e Elias Aboud. Il tramonto infuoca la sera di Jerash. Muti attacca l’introduzione dell’aria più celebre della Norma. E parte il canto del muezzin. Il maestro posa la bacchetta. Aspetta. Come già successo a El Djem, in Tunisia, nel 2005, in un altro Viaggio dell’amicizia.
« Perché è una preghiera». Poi attacca un’altra preghiera. «Spargi in terra quella pace che regnar tu fai nel ciel» canta la sacerdotessa. «Per dire ancora una volta – spiega Muti – che la musica può insegnare un metodo per provare a risolvere i problemi del mondo. Lo vediamo, non senza commozione, facendo musica con ragazzi italiani, giordani e siriani che suonano insieme e si capiscono benissimo. La dimostrazione che c’è una parte positiva del mondo che ci dà speranza mentre un’altra parte del mondo continua a pensare a fare la guerra».
La guerra che dalla Siria ha portato nel campo profughi di Zaatari 80mila persone. Vivono oltre il filo spinato e i carri armati nella cittadella costruita dal 2012, subito dopo lo scoppio della guerra, dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati: dodici distretti distribuiti su 5.3 km quadrati, ospedali (uno è affidato all’Italia in collaborazione con la Giordania), scuole, centri commerciali e la via dello shopping. Un sistema bancario interno, tante attività gestite dai rifugiati per promuovere un’economia di sostentamento del campo. Una città che produce l’energia necessaria grazie a una grande distesa di pannelli solari. «La metà della popolazione qui ha meno di 18 anni. Ogni settimana nascono tra i sessanta e i settanta bambini. Ventitremila quelli nati dal 2012» dice Adam Nord, coordinatore del campo. Saluta Riccardo Muti arrivato nel cam-po profughi attraversando la Giordania, un deserto di pietra soffocato dalla plastica – brandelli se ne vedono ovunque, attaccati alle cancellate, avvolti intorno agli alberi, fatti viaggiare dal vento. Prima di suonare a Jerash Muti ha voluto essere a Zaatari, per un concerto con musiche siriane organizzato mettendo delle sedie sull’erba sintetica del campo di calcio. Musiche intrise di malinconia che il maestro segue attento, tra un selfie e una stretta di mano con i profughi che gli si fanno attorno. A loro Muti e Ravenna festival regalano strumenti musicali: oud, la tipica chitarra mediorientale, migwiz, una specie di flauto, e violini.
A Zaatari la sera si fa musica insieme. Poca televisione, ma tanti social. « Ma non so se facciamo il loro bene mostrandogli questo volto dell’Occidente» sorride Muti. Per lui e per Ravenna festival il campo è rimasto aperto in via eccezionale fino a sera per il concerto dei musicisti del campo, tanti che suonano per passione, qualcuno lo fa di mestiere insegnando a scuola o dando lezioni. Ahmad appena ha ricevuto il suo migwiz lo estrae dalla custodia e si mette a suonarlo. E parte una danza con gli ospiti del campo che si danno la mano e girano in cerchio, coinvolgendo gli italiani in questo ritmo mediorientale. Uomini da una parte, donne dall’altra perché siamo in un paese dove oltre il 90% degli 11 milioni di abitanti è musulmano, i cristiani sono l’1.4%. «Però con le ragazze ci scriviamo tramite social» racconta Akram, vent’anni, che studia ingegneria elettronica. Per molti il futuro è incerto. Vivono da undici anni in un limbo. Anche se escono per studiare e lavorare. Il governo giordano concede permessi di lavoro a seconda delle esigenze del mercato. Permessi temporanei che durano al massimo sei mesi. Attualmente ce ne sono 4mila.
Tagriz sogna la Germania. Ha 42 anni e un figlio, Baatol, di 16 che segue corsi di fotografia. Firas ha 23 anni, è di Homs. Muti ha regalato un oud al padre, Mahmood, 62 anni “il maestro” del campo. Che tutti conoscono e stimano. «La vita è dura. Si lavora per piccoli periodi» racconta Firas. Sorride il suo amico Mohammed, 24 anni di Dar’a. Lui studia musica. Suona (benissimo) il violino. Mentre suona lo riprende con il cellulare Quais, arrivato anche lui da Dar’a nel 2015. Si muove su una carrozzina per un problema genetico. «Mi piace la musica, specialmente quella inglese. Il mio sogno? Viaggiare. E lavorare come programmatore di computer». Sogni. Che servono a coltivare una speranza. Quella della Giordania. Quella della Siria. E, forse, del mondo. Una speranza cha oggi ha il volto, gli occhi, le mani piagate dalla malattia di Quais. (PierAchille Dolfini - Avvenire)