Primo Piano

Mons. Monari ai missionari italiani: il ministero che voi esercitate in mezzo ai migranti non è facile ma ha un significato importante nella vita della Chiesa

Concesio - “Il ministero che voi esercitate in mezzo ai migranti nel silenzio non è facile ma ha un significato molto importante nella vita della Chiesa”. Lo ha detto ieri pomeriggio monsignor Luciano Monari, vescovo di Brescia durante una solenne concelebrazione eucaristica a Concesio (Bs), luogo natale del Beato Papa Paolo VI.
Una celebrazione che ha chiuso il secondo pellegrinaggio dei partecipanti al convegno delle Missioni cattoliche Italiane in Europa, promosso dalla Fondazione Migrantes,  in corso in questi giorni a Brescia. Con il presule concelebrava il presidente della Fondazione Migrantes e della Commissione Cei per le Migrazioni, mons. Guerino di Tora e molti sacerdoti impegnati oggi nelle Missioni Cattoliche Italiane in Europa accanto ai nostri connazionali. Mons. Monari, commentando le letture del giorno,  ha invitato ad “osservare la legge dell’amore e della giustizia”. Nelle cose fondamentali della nostra vita – ha aggiunto – non sappiamo mai se abbiamo fatto la volontà di Dio”. “Solo osservando la legge dell’amore e della giustizia – ha spiegato   il vescovo di Brescia – possiamo  avere la pace interiore. Questo - ha concluso - aiuta a orientare la fede che è all’altezza della sua vocazione umana”. I partecipanti al convegno delle missioni cattoliche italiane hanno visitato i luoghi di Paolo VI e ascoltando alcune riflessioni sulla sua figura.

Migrantes: a Siracusa la presentazione del Rapporto Protezione Internazionale

Siracusa - Il II° rapporto sulla protezione internazionale in Italia, presentato alcune settimane fa all’Expo di Milano, sarà al centro dell’incontro organizzato dall’Ufficio pastorale Migrantes della diocesi di Siracusa che si terrà domani 16 ottobre alle ore 18.30, presso il Centro Sprar gestito dalle Suore del Cenacolo Domenicano, a Solarino.
“Il rapporto sulla protezione internazionale in Italia è stato realizzato da Anci, Caritas Italiana, Cittalia, Fondazione Migrantes, Sprar in collaborazione con Unhcr, e partendo dall’analisi del ruolo dello Stato, degli enti locali e del Terzo settore rispetto all’asilo e all’accoglienza dei titolari di protezione internazionale, intende fare il quadro su come, nel corso degli anni, si sta sviluppando l’accoglienza integrata nel nostro Paese - ha spiegato don Luigi Corciulo, direttore Ufficio pastorale Migrantes di Siracusa -. Su come il fenomeno delle migrazioni riguardi un numero sempre più ampio di soggetti vulnerabili, come minori stranieri, apolidi e vittime di tratta le cui condizioni spesso s’intrecciano con quelle dei rifugiati”. Interverrà Cristina Molfetta, referente dell’area progetti e rifugiati dell’Ufficio pastorale Migranti di Torino, che porterà i saluti di monsignor Giancarlo Perego, direttore nazionale della Fondazione Migrantes. Introdurrà i lavori l’arcivescovo mons. Salvatore Pappalardo.

Migrantes: oggi la terza giornata dei lavori del Convegno delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa

14 Ottobre 2015 -
Brescia - “Gli emigranti italiani e le Chiese in Europa, a 50 anni dal Concilio Vaticano II”. Questo il tema del Convegno delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa in corso a Brescia dal 12 ottobre e che si concluderà venerdì 16. I lavori di questa mattina, 14 ottobre 2015,  sono iniziati  con una tavola rotonda sul tema “La vita e i problemi, il futuro delle missioni cattoliche italiane oggi in Europa”,  moderata dal giornalista Paolo Bustaffa  e alla quale sono intervenuti Don Carlo De Stasio, coordinatore delle Missioni Cattoliche Italiane in Svizzera; Padre Tobia Bassanelli, Delegato delle Missioni cattoliche di lingua italiana in Germania e 
Paesi Nordici; Mons. Giovanni Battista Bettoni, Coordinatore della pastorale per gli italiani in Belgio;  Don Federico Andreoletti, Delegato delle missioni cattoliche di lingua italiana in Francia e  Don Antonio Serra, Delegato delle missioni cattoliche di lingua italiana in Gran Bretagna. All’incontro è intervenuto anche Mons. Alain de Raemy, Vescovo ausiliare di Losanna, Ginevra e Friburgo. Ieri sera il pellegrinaggio a Sotto il Monte, paese natale di papa Giovanni XXIII, con la visita ai luoghi giovannei ed una celebrazione eucaristica con il vescovo di Bergamo, mons. Francesco Beschi. In Svizzera la popolazione straniera più numerosa rimane quella degli italiani (15.3%). In questo Paese sono arrivati da gennaio a dicembre 2014, 11.092 italiani con un incremento del 7.7% rispetto al 2013 ha detto don Carlo de Stasio aggiungendo che le MCI in Svizzera hanno percorso “un cammino lungo e impegnativo segnato da tappe e passaggi che nel corso degli anni hanno orientato la direzione di marcia; hanno scritto una gran bella storia ispirata dalla passione per la vita dei nostri connazionali emigrati in territorio elvetico, dall’amore per il Signore e la passione per la Chiesa”. Nel corso di più di un secolo, si sono avvicendati tanti volti di missionari e religiose, laiche e laici che “con intelligenza, generosità e impegno hanno dato un contributo notevole al bene delle comunità emigrate italiane in Svizzera”, ha aggiunto don De Stasio evidenziando che i “modelli pastorali attuati costituiscono ancora un cardine della pastorale migratoria e producono un gran bene”. Oggi – ha spiegato – la Chiesa locale e, al suo interno, le missioni linguistiche, avvertono “la necessità di forme nuove di pastorale migratoria finalizzate a vivere la dimensione della cattolicità e della comunione in una Chiesa pellegrina e migrante, popolo di Dio in cammino, ma facciamo fatica ad accettare questa sfida e a intraprendere con audacia, coraggio e creatività percorsi nuovi, più rispondenti a ciò che lo Spirito suggerisce oggi”. Per poter realizzare una pastorale di comunione – secondo il coordinatore delle MCI in Svizzera - è “indispensabile” che tra la Chiesa in Svizzera e la Chiesa in Italia si “rafforzi la collaborazione non solo per il bene delle comunità di missione già radicate in territorio elvetico ma anche per la presenza significativa di nuovi migranti dall’Italia che influenza la pastorale ordinaria, interpella le Chiese locali di partenza e di arrivo ed esige cooperazione fraterna”. Don De Stasio auspica “un maggior dialogo e confronto” tra “Migratio” e “Migrantes”, gli organismi preposti dalle due conferenze episcopali ad orientare la pastorale con i migranti e a curare i rapporti e la formazione dei Missionari. “Spesso – ha spiegato - non si è interpellati nella decisione di chiudere, fondere, ridurre il personale di una missione o esigere l’avvicendamento di un missionario; la decisione compete alla Chiesa locale e alle amministrazioni della chiesa cantonale ma, in un clima di collaborazione e cooperazione è opportuno e auspicabile il confronto e il dialogo per giungere ad una decisione condivisa e motivata”. Padre Tobia Bassanelli  ha presentato la situazione nelle Mci in Germania dove esistono 83 Mci con 70 sacerdoti tra religiosi e diocesani. L’impegno è quello di “essere vicini ai nostri connazionali, nonostante le difficoltà” dovute alla carenze di sacerdoti e collaboratori pastorali. Sono, infatti, “in aumento nelle nostre Mci - ha detto padre Bassanelli - sacerdoti non italiani”. In questi mesi – ha aggiunto – “abbiamo il cambio del sacerdote in una decina di Missioni. Sugli 11 sacerdoti loro assegnati solo 2 sono italiani. Questo fa capire che senza la solidarietà di altre Chiese  oltre un terzo elle nostre comunità  dovevano essere chiuse o accorpate ad altre”.  Stesse difficoltà si registrano in Francia, ha spiegato il coordinatore don Federico Andreoletti. In Francia le Mci sono 14 seguite da 12 missionari tra sacerdoti diocesani e religiosi. In Belgio – ha detto mons. Giovanni Battista Bettoni, attualmente ci sono 19 punti di riferimento per gli italiani;  della pastorale si occupano 2 suore e 10 missionari. In Lussemburgo esistono 3 Missioni Cattoliche Italiane  con 3 preti italiani al servizio delle missioni; un quarto sacerdote (lussemburghese) si interessa del personale della commissione europea. In Olanda 3 punti di comunità con un sacerdote  francescano. L’età media dei missionari è di circa 70 anni con due soli sacerdoti under 50. Mons. Bettoni ha ripercorso il cammino della Chiesa belga verso le comunità italiane che invita ad un cammino di “inserzione-comunione” e dall’altra “si vede come nella pratica si affidi una parrocchia ad una comunità di origine straniera”, ha detto mons. Bettoni esprimendo una preoccupazione comune in diversi paesi d’Europa. “E’ difficile – ha spiegato - vedere come si possa camminare verso una comunione con le comunità locali quando si affida una chiesa ad una comunità che sarà tentata di vivere isolata proprio perché si vede ‘investita dell’autorità come parrocchia territoriale’”.  Mons. Bettoni denuncia “la situazione di secolarizzazione nella quale vive la chiesa locale e da cui non sono assolutamente esenti neanche le nostre comunità di origine italiana”: “fino a poco tempo fa erano le comunità locali che avevano questo problema ...oggi anche le nostre comunità non sono più ‘un'isola felice e protetta’. Anche le nostre comunità hanno perso ‘la seduzione” per potere essere punto di attrazione per le nuove generazioni. Rischiamo di essere punti di appoggio per le generazioni che si possono davvero chiamare emigrate  ma che ora stano via via scomparendo”. “Questa situazione – ha detto -  ci interpella e ci chiede non di ‘contare le nostre forze rispettive’,   ma di fare ‘forza comune’ per annunciare Cristo come Salvatore... non fermandoci a volte troppo in contrapposizioni e battaglie di parte” . “Credo – ha concluso - che la nostra specificità e l’arricchimento che possiamo portare alla chiesa é continuare a vivere e proporre come cammino di ‘ chiesa di oggi’ la possibilità della coesistenza di comunità ‘territoriali’ accanto a comunità ‘di elezione’ dove il legame non è il territorio ma un sentire e una appartenenza che si porta in cuore”. Da qui l’invito a “rimettere in moto” degli incontri  di riflessione affinché le commissioni episcopali delle due chiese “possano individuare  modi di vedere e di agire per il cammino futuro e della vita delle nostre comunità e della presenza di sacerdoti dall’Italia che le sostengono”. In Gran Bretagna le Missioni Cattoliche Italiane sono attualmente costituite dalla comunità di San Pietro a Londra, dalla comunità dei padri scalabriniani, dalle MCI di Nottingham, Loughborough, Leicester, Lincoln, Bradford e Nord di Londra ha spiegato don Antonio Serra. Oltre alla celebrazioni liturgiche, alla preparazione e celebrazione di tutti i sacramenti nella parrocchia di San Pietro esiste da più di vent’anni una charity che si chiama St. Peter’s Projet che si preoccupa di accogliere e assistere italiani in difficoltà dal punto di vista sociale, economico e sanitario. Esiste un servizio di accoglienza con volontari una volta a settimana presso la cripta di una chiesa anglicana, dove è assicurato un pasto caldo, dialogo, e assistenza umana e spirituale ai giovani in disagio. Anche l’assistenza alle carceri non “è trascurata ma al momento. I cappellani delle carceri inglesi non registrano detenuti italiani a Londra ma solo quelli provenienti dall’est europeo”, ha detto don Serra aggiungendo anche che all’interno del progetto pastorale di immigrazione nella stessa parrocchia è nato un progetto di orientamento per gli immigrati dell’Italia che desiderano avere notizie circa la sistemazione, lavoro e studio a Londra.  Il progetto si chiama “Benvenuto a Bordo”: ogni settimana partecipano all’iniziativa circa 40 ragazzi. Altra iniziativa, tra le tante citate dal sacerdote la nascita a Braford della mensa del povero. Ogni sabato viene offerto un pasto caldo a una sessantina di persone. “Tutte le spese sono sostenute dalla comunità”, ha detto. In Gran Bretagna secondo i dati del Consolato vivono 260 mila italiani iscritti all’AIRE, con un ritmo di 2000 iscrizioni al mese. Al di là dei numeri ufficiali, il Consolato, però, ha detto don Serra,  stima che l’effettiva popolazione italiana in Gran Bretagna sia di circa 500/600 mila persone presenti principalmente a Londra, Manchester, Newcastle, Bristol, Cardiff, Liverpool e Leeds. I recenti flussi riguardano per il 65% giovani dai 18 ai 35 anni e di questi il 57% è laureato. “Per questo motivo – ha detto don Serra -  risuona spesso nei media e anche nelle nostre riunioni l’espressione ‘fuga dei cervelli’, come se esistessero esseri umani di serie A – quelli col cervello e quelli di serie C. Io eviterei questa espressione, perché come Chiesa siamo chiamati ad avere cura della persona tutta intera, anche e soprattutto di quella che è partita dimenticando il suo cervello a casa”. L’inserimento di queste persone è “difficile e problematico” a partire dalla lingua: i laureati che arrivano in Gran Bretagna hanno una competenza linguistica “buona ma di tipo scolastico. Una volta arrivati si rendono conto che l’inglese parlato è tutt’altra cosa. Tanti altri, invece hanno una competenza linguistica molto scarsa e in non rari casi pari a zero”. “Poiché la conoscenza dell’inglese è precondizione indispensabile per l’inserimento lavorativo in Inghilterra, molti trovano lavoro come lavapiatti nei ristoranti gestiti da italiani stessi, oppure come manovali in imprese gestite da italiani. Questo tipo di inserimento  e il lavoro in un contesto italiano – secondo il sacerdote -  fa sì che gli italiani diventino sempre più ghettizzati, impossibilitati ad apprendere la lingua nonostante una presenza pluriennale. Infine, la facilità di reperimento della manodopera e la gestione dell’impresa secondo stili e consuetudini italiane, alcuni imprenditori tendono a sfruttare i giovani appena arrivati con salari bassi e orari di lavoro spesso anche doppi rispetto a quelli consentiti dalla legge. Al primo cenno di cedimento o di ribellione i giovani vengono cacciati via dall’oggi al domani senza alcun preavviso”. Questi dati, “seppur imparziali e frammentati sollecitano la Chiesa locale e la Chiesa Italiana a rivolgersi a questo fenomeno “con urgenza e con grande attenzione e premura pastorale”. L’attuale “massiccia ondata di nuova immigrazione dall’Italia, peraltro in continua crescita lasciano presagire l’urgente necessità di incremento di presenza di operatori pastorali e di strutture adeguate che sappiano rispondere puntualmente all’emergenza umanitaria in atto, con un implemento significativo nelle grosse città”.  I nostri emigrati – ha concluso -  non si spostano in barconi e fanno “poca notizia”, ma anch’essi sono “gli ultimi ai quali noi Chiesa abbiamo il compito, non come opzione ma come vocazione, di manifestare il volto misericordioso del Padre”. Nel suo intervento il vescovo ausiliare di Friburgo mons. Alain de Raemy ha ricordato la sua esperienza di migrazione ed ha spiegato che oggi occorre essere presenti, svizzeri e italiani residenti nel Paese elvetico, con un’unica missione che si realizza in una Chiesa “comune” dove “nessuno è straniero”. È una sfida - ha aggiunto mons. De Raemy - che va affrontata. In Svizzera le Missioni cattoliche italiane vengono viste, purtroppo ancora oggi, come “stranieri ai quali si dà in prestito una sala, una chiesa. Questo è sbagliato. Nessuno è straniero nella Chiesa”. Il Convegno prevede oggi pomeriggio un pellegrinaggio a Concesio, luogo natale di Papa Paolo VI con la concelebrazione presieduta dal Vescovo di Brescia, mons. Luciano Monari e giovedì a Nigoline, patria del vescovo Geremia Bonomelli, con la concelebrazione presieduta dal Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, mns. Nunzio Galantino. Chiuderà i lavori, venerdì 16 ottobre, l’intervento di Mons. Gian Carlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes.

Circo: pochi giorni all’avvio del Festival Internazionale di Latina

Latina - Il pubblico internazionale inizia a riempire le strade di una città che è vestita a festa. Gli artisti giunti dai diversi continenti popolano i diversi ambienti della cittadella del Circo allestita a Latina. Intanto nello Chapiteau di via Rossetti si susseguono a ritmo serrato le prove degli spettacoli. Nel saluto che ha rivolto agli artisti, il Presidente della Provincia di Latina, Eleonora Della Penna, esprime un messaggio che è segnale di accoglienza e di disponibilità all’incontro multiculturale. Fabio Montico, nella qualità di Direttore Generale del Festival, si rivolge a tutti, operatori del Circo, pubbliche Istituzioni, artisti, collaboratori  ed appassionati del Circo per riflettere su alcuni aspetti della imminente diciassettesima edizione de Festival non lasciandosi sfuggire la ghiotta occasione di scherzare, come nelle sue corde, sulla presunta superstizione ascrivibile al numero 17. “Per la diciassettesima edizione, proseguendo una tradizione iniziata nel 1999, il capoluogo pontino ospita il Festival Internazionale del Circo” ha dichiarato Eleonora Della Penna, Presidente ella Provincia di Latina. “Un evento – prosegue la Presidente – che ha contribuito in maniera assai rilevante a promuovere e far conoscere il territorio e l’intera provincia in tutto il mondo, come testimoniano le parole della Fédération Mondiale duCirque – presieduta dalla principessa Stéphanie di Monaco – che ha definito Latina la “capitale dell’arte circense in Italia”. Il Circo è una magia che si ripete ogni volta per grandi e piccini, quando acrobati, domatori, clown, giocolieri, trapezisti, scendono in pista per strabiliare il pubblico con numeri di grande impatto e in grado di regalare gioia ed emozioni. L’indubbia rilevanza sociale e culturale del Festival Internazionale del Circo è infatti evidenziata anche dalle numerose collaborazioni di eccellenza, come quelle con gli artisti di varia estrazione che espongono le proprie opere nell’ambito di “Circus Expo” - nato con il meritorio intento di ampliare ulteriormente l’offerta culturale del Festival - con  Migrantes, senza dimenticare i progetti “Circo e diversamente abili”, per offrire accoglienza, accompagnamento e assistenza alle persone con disabilità, e “Accoglienza interculturale dei giovani artisti”, che vede nel Festival motivo e luogo di incontro tra culture diverse, in quanto crocevia di persone di varia estrazione per nazionalità, religione, lingua. Per tutti questi motivi sono particolarmente fiera di augurare all’intera macchina organizzativa del Festival Internazionale del Circo–Città di Latina, e a tutti gli artisti che vi parteciperanno, che questa esperienza possa essere non solo l’occasione per mettere in luce pregevoli esibizioni, ma anche e soprattutto un momento di grande arricchimento interiore, di cui la provincia di Latina sarà teatro”.
 

Don Serra: manifestare il volto misericordiose del Padre tra i migranti italiani in Gran Bretagna

Brescia - Le Missioni Cattoliche Italiane in Gran Bretagna sono attualmente costituire dalla comunità di San Pietro a Londra, dalla comunità dei padri scalabriniani, dalle MCI di Nottingham, Loughborough, Leicester, Lincoln, Bradford e Nord di Londra. A fare il punto sulla situazione delle comunità italiane in Gran Bretagna è stato questa mattina il delegato nazionale don Antonio Serra intervenendo alla terza giornata dei lavori del convegno delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa promosso dalla Fondazione Migrantes e in corso, fino a venerdì, a Brescia. Oltre alla celebrazioni liturgiche, alla preparazione e celebrazione di tutti i sacramenti nella parrocchia di San Pietro esiste da più di vent’anni una charity che si chiama St. Peter’s Projet che si preoccupa di accogliere e assistere italiani in difficoltà dal punto di vista sociale, economico e sanitario. Esiste un servizio di accoglienza con volontari una volta a settimana presso la cripta di una chiesa anglicana, dove è assicurato un pasto caldo, dialogo, e assistenza umana e spirituale ai giovani in disagio. Anche l’assistenza alle carceri non “è trascurata ma al momento. I cappellani delle carceri inglesi non registrano detenuti italiani a Londra ma solo quelli provenienti dall’est europeo”, ha detto don Serra aggiungendo anche che all’interno del progetto pastorale di immigrazione nella stessa parrocchia è nato un progetto di orientamento per gli immigrati dell’Italia che desiderano avere notizie circa la sistemazione, lavoro e studio a Londra.  Il progetto si chiama “Benvenuto a Bordo”: ogni settimana partecipano all’iniziativa circa 40 ragazzi. Altra iniziativa, tra le tante citate dal sacerdote la nascita a Braford della mensa del povero. Ogni sabato viene offerto un pasto caldo a una sessantina di persone. “Tutte le spese sono sostenute dalla comunità”, ha detto. In Gran Bretagna secondo i dati del Consolato vivono 260 mila italiani iscritti all’AIRE, con un ritmo di 2000 iscrizioni al mese. Al di là dei numeri ufficiali, il Consolato, prò, ha detto don Serra,  stima che l’effettiva popolazione italiana in Gran Bretagna sia di circa 500/600 mila persone presenti principalmente a Londra, Manchester, Newcastle, Bristol, Cardiff, Liverpool e Leeds. I recenti flussi riguardano per il 65% giovani dai 18 ai 35 anni e di questi il 57% è laureato. “Per questo motivo – ha detto don Serra -  risuona spesso nei media e anche nelle nostre riunioni l’espressione ‘fuga dei cervelli’, come se esistessero esseri umani di serie A – quelli col cervello e quelli di serie C. Io eviterei questa espressione, perché come Chiesa siamo chiamati ad avere cura della persona tutta intera, anche e soprattutto di quella che è partita dimenticando il suo cervello a casa”. L’inserimento di queste persone è “difficile e problematico” a partire dalla lingua: i laureati che arrivano in Gran Bretagna hanno una competenza linguistica “buona ma di tipo scolastico. Una volta arrivati si rendono conto che l’inglese parlato è tutt’altra cosa. Tanti altri, invece hanno una competenza linguistica molto scarsa e in non rari casi pari a zero”. “Poiché la conoscenza dell’inglese è precondizione indispensabile per l’inserimento lavorativo in Inghilterra, molti trovano lavoro come lavapiatti nei ristoranti gestiti da italiani stessi, oppure come manovali in imprese gestite da italiani. Questo tipo di inserimento  e il lavoro in un contesto italiano – secondo il sacerdote -  fa sì che gli italiani diventino sempre più ghettizzati, impossibilitati ad apprendere la lingua nonostante una presenza pluriennale. Infine, la facilità di reperimento della manodopera e la gestione dell’impresa secondo stili e consuetudini italiane, alcuni imprenditori tendono a sfruttare i giovani appena arrivati con salari bassi e orari di lavoro spesso anche doppi rispetto a quelli consentiti dalla legge. Al primo cenno di cedimento o di ribellione i giovani vengono cacciati via dall’oggi al domani senza alcun preavviso”. Questi dati, “seppur imparziali e frammentati sollecitano la Chiesa locale e la Chiesa Italiana a rivolgersi a questo fenomeno “con urgenza e con grande attenzione e premura pastorale”. L’attuale “massiccia ondata di nuova immigrazione dall’Italia, peraltro in continua crescita lasciano presagire l’urgente necessità di incremento di presenza di operatori pastorali e di strutture adeguate che sappiano rispondere puntualmente all’emergenza umanitaria in atto, con un implemento significativo nelle grosse città”.  I nostri emigrati – ha concluso -  non si spostano in barconi e fanno “poca notizia”, ma anch’essi sono “gli ultimi ai quali noi Chiesa abbiamo il compito, non come opzione ma come vocazione, di manifestare il volto misericordioso del Padre”. (Raffaele Iaria)
 

Mons. Perego: “un primo passo” avanti la nuova legge sulla cittadinanza

Brescia – “Avremmo preferito una più 
radicale trasformazione della legge sulla cittadinanza, che 
riguardasse non solo i minori ma anche gli adulti, per i quali il 
percorso è ancora lungo e difficile e può andare dai 10 ai 13 anni, ma ci troviamo davanti ad un sicuro passo in avanti, 
rispetto all'attuale legge”. Commenta così, a margine del Convegno delle Missione Cattoliche Italiane in Europa, in corso a Brescia, la riforma della legge sulla cittadinanza approvata alla Camera dei Deputati il Direttore generale della Fondazione Migrantes, mons. Gian Carlo 
Perego. L'approvazione, ieri, della nuova legge sulla cittadinanza, che prevede le categorie dello “ius soli” temperato e dello 
”ius culturae” per i minori figli di 
immigrati. Il testo dovrà ora passare all'approvazione del Senato. Per Perego in una stessa famiglia, 
potrà succedere che “un genitore abbia ancora la cittadinanza del Paese 
di provenienza, mentre il figlio potrà già avere anche la cittadinanza 
italiana. Questo stride un po' con un percorso familiare comune”. Da qui l'auspicio del direttore della Migrantes che questo primo passo, che comunque “ci 
auguriamo diventi definitivo con l'approvazione anche in Senato, possa 
essere seguito da altri passi anche nell'altra direzione”. Ci si dovrà “rendere conto che una cittadinanza che 
abbia la capacità di favorire maggiormente la partecipazione attiva e 
inserita di tutte le persone immigrate è utile alla vita e alla crescita del nostro Paese”.
 

Mons. Bettoni: fare forza comune nella fede

Brescia - In Belgio attualmente ci sono 19 punti di riferimento per gli italiani;  della pastorale si occupano 2 suore e 10 missionari. In Lussemburgo esistono 3 Missioni Cattoliche Italiane  con 3 preti italiani al servizio delle missioni; un quarto sacerdote (lussemburghese) si interessa del personale della commissione europea. In Olanda 3 punti di comunità con un sacerdote  francescano. L’età media dei missionari è di circa 70 anni con due soli sacerdoti under 50. I dati li ha forniti questa mattina il Coordinatore delle Missioni Cattoliche Italiane in Benelux, mons. Giovanni Battista Bettoni intervenuto alla tavola rotonda sul tema “La vita e i problemi, il futuro delle Missioni Cattoliche Italiane” che ha aperto la terza giornata del convegno europeo delle MCI promosso dalla Fondazione Migrantes e in corso a Brescia. Mons. Bettoni ha ripercorso il cammino della Chiesa belga verso le comunità italiane che invita ad un cammino di “inserzione-comunione” e dall’altra “si vede come nella pratica si affidi una parrocchia ad una comunità di origine straniera”, ha detto mons. Bettoni esprimendo una preoccupazione comune in diversi paesi d’Europa. “E’ difficile – ha spiegato - vedere come si possa camminare verso una comunione con le comunità locali quando si affida una chiesa ad una comunità che sarà tentata di vivere isolata proprio perché si vede ‘investita dell’autorità come parrocchia territoriale’”.  Mons. Bettoni denuncia “la situazione di secolarizzazione nella quale vive la chiesa locale e da cui non sono assolutamente esenti neanche le nostre comunità di origine italiana”: “fino a poco tempo fa erano le comunità locali che avevano questo problema ...oggi anche le nostre comunità non sono più ‘un'isola felice e protetta’. Anche le nostre comunità hanno perso ‘la seduzione” per potere essere punto di attrazione per le nuove generazioni. Rischiamo di essere punti di appoggio per le generazioni che si possono davvero chiamare emigrate  ma che ora stano via via scomparendo”. “Questa situazione – ha detto -  ci interpella e ci chiede non di ‘contare le nostre forze rispettive’,   ma di fare ‘forza comune’ per annunciare Cristo come Salvatore... non fermandoci a volte troppo in contrapposizioni e battaglie di parte” . “Credo – ha concluso - che la nostra specificità e l’arricchimento che possiamo portare alla chiesa é continuare a vivere e proporre come cammino di ‘ chiesa di oggi’ la possibilità della coesistenza di comunità ‘territoriali’ accanto a comunità ‘di elezione’ dove il legame non è il territorio ma un sentire e una appartenenza che si porta in cuore”. Da qui l’invito a “rimettere in moto” degli incontri  di riflessione affinché le commissioni episcopali delle due chiese “possano individuare  modi di vedere e di agire per il cammino futuro e della vita delle nostre comunità e della presenza di sacerdoti dall’Italia che le sostengono”.

 
 

Milano: 80 le parrocchie e 14 gli enti religiosi disposti ad aprire le porte

Milano - Ad un mese e mezzo dagli appelli di Papa Francesco e dell'Arcivescovo di Milano, il Cardinale Angelo Scola, sono 80 le parrocchie pronte a mettere a disposizione locali e appartamenti per l'accoglienza dei profughi nella Diocesi ambrosiana. Oltre ai parroci si sono fatti avanti anche 14 istituti e enti religiosi diocesani che si sono dichiarati pronti ad aprire le porte. Infine va segnalata anche la risposta dei singoli che si sono sentiti interpellati direttamente dalle parole del Pontefice e del Cardinale: sono al momento cinque le famiglie che hanno offerto gratuitamente case sfitte. Il piano diocesano prevede che tutti gli immobili - quelli delle parrocchie, degli istituti religiosi e dei singoli cittadini - siano ceduti in comodato gratuito alle cooperative della Caritas Ambrosiana. Saranno poi le cooperative – in funzione delle convenzioni stipulate con le prefetture competenti per territorio - ad assolvere agli obblighi di legge previsti: fornitura di vitto e vestiti, accompagnamento legale, alfabetizzazione, avvio di percorsi di inserimento lavorativo. Sarà questo il pilastro sui cui poi costruire una rete di iniziative fondamentali per favorire un'accoglienza effettiva nei territori e affidate ai gruppi di volontariato erogate senza alcun contributo pubblico secondo un modello già sperimentato in occasioni di precedenti emergenze, come ad esempio, quella Nord Africana del 2011.  
 

Don De Stasio: le MCI in Svizzera hanno scritto una gran bella storia ispirata dalla passione per la vita dei nostri connazionali

Brescia - In Svizzera la popolazione straniera più numerosa rimane quella degli italiani (15.3%). In questo Paese sono arrivati da gennaio a dicembre 2014, 11.092 italiani con un incremento del 7.7% rispetto al 2013. Il dato è stato fornito questa mattina dal coordinatore nazionale delle Missioni Cattoliche Italiane in Svizzera, don Carlo de Stasio, durante la terza giornata dei lavori del Convegno delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa, in corso a Brescia. Le MCI in Svizzera, ha detto il sacerdote, hanno percorso “un cammino lungo e impegnativo segnato da tappe e passaggi che nel corso degli anni hanno orientato la direzione di marcia; hanno scritto una gran bella storia ispirata dalla passione per la vita dei nostri connazionali emigrati in territorio elvetico, dall’amore per il Signore e la passione per la Chiesa”. Nel corso di più di un secolo, si sono avvicendati tanti volti di missionari e religiose, laiche e laici che “con intelligenza, generosità e impegno hanno dato un contributo notevole al bene delle comunità emigrate italiane in Svizzera”, ha aggiunto don De Stasio evidenziando che i “modelli pastorali attuati costituiscono ancora un cardine della pastorale migratoria e producono un gran bene”. Oggi – ha spiegato – la Chiesa locale e, al suo interno, le missioni linguistiche, avvertono “la necessità di forme nuove di pastorale migratoria finalizzate a vivere la dimensione della cattolicità e della comunione in una Chiesa pellegrina e migrante, popolo di Dio in cammino, ma facciamo fatica ad accettare questa sfida e a intraprendere con audacia, coraggio e creatività percorsi nuovi, più rispondenti a ciò che lo Spirito suggerisce oggi”. Per poter realizzare una pastorale di comunione – secondo il coordinatore delle MCI in Svizzera - è “indispensabile” che tra la Chiesa in Svizzera e la Chiesa in Italia si “rafforzi la collaborazione non solo per il bene delle comunità di missione già radicate in territorio elvetico ma anche per la presenza significativa di nuovi migranti dall’Italia che influenza la pastorale ordinaria, interpella le Chiese locali di partenza e di arrivo ed esige cooperazione fraterna”. Don De Stasio auspica “un maggior dialogo e confronto” tra “Migratio” e “Migrantes”, gli organismi preposti dalle due conferenze episcopali ad orientare la pastorale con i migranti e a curare i rapporti e la formazione dei Missionari. “Spesso – ha spiegato - non si è interpellati nella decisione di chiudere, fondere, ridurre il personale di una missione o esigere l’avvicendamento di un missionario; la decisione compete alla Chiesa locale e alle amministrazioni della chiesa cantonale ma, in un clima di collaborazione e cooperazione è opportuno e auspicabile il confronto e il dialogo per giungere ad una decisione condivisa e motivata”. (R.I.)
 

Un migrante su due ignora i rischi delle traversate

Roma - Un’operazione consapevolezza e verità. Per aiutare a orientare i giovani che lasciano l’Africa convinti di andare incontro a una vita migliore. E per informare anche le persone che, dall’altra parte del Mediterraneo, hanno il compito dell’accoglienza. I dati che emergono dal primo rapporto elaborato dall’Ong dei salesiani Vis e da Missioni Don Bosco sulle migrazioni dall’Africa sub-sahariana, realizzato intervistando circa 500 potenziali migranti in ogni Stato, sfatano qualche luogo comune. Un migrante su due proveniente da Ghana, Senegal e Costa d’Avorio infatti non sa che rischia di morire, di essere arrestato, torturato o rimandato indietro durante il viaggio verso l’Europa. Moltissimi non sanno nuotare e non conoscono il deserto. “Il nostro è un progetto consapevolezza - spiega il presidente del Vis Nico Lotta - per provare a cambiare punto di vista e approccio culturale sul fenomeno migratorio”. Il rapporto, presentato ieri a Roma, rientra difatti nell’ambito della campagna Stop-tratta - Qui si tratta di essere/i umani indirizzata a 5 Paesi africani (Ghana, Senegal, Nigeria, Costa d’Avorio, Etiopia) per sensibilizzare anche attraverso i social sui rischi dei viaggi organizzati dai trafficanti di esseri umani e costruire alternative concrete di lavoro per i giovani, perché la migrazione non sia un obbligo ma una scelta. Per questo “il nostro impegno è sia mirato all’accoglienza in Italia - aggiunge il presidente Missioni Don Bosco Giampietro Pettenon - sia orientato ad offrire alternative alla partenza dei giovani, radicandoli nel loro territorio”. Dall’indagine, inoltre, risulta che i potenziali migranti economici sono il 60% nei tre Paesi, ma solo il 20% dei giovani ghanesi ritiene la morte un rischio implicito nel viaggio, contro il 63% degli ivoriani e il 50% dei senegalesi. “Dobbiamo imparare dalla storia”, aggiunge l’economo dei Salesiani Jaen Paul Muller, non è più sufficiente mandare soldi in Africa, “dobbiamo lavorare sul luogo” e in Europa scambiarci modelli d’integrazione. Una parola usata anche dal presidente emerito della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick, che va unita al “dovere di salvare vite e accogliere”. (Alessia Guerrieri)
 

Mons. Beschi: i migranti trovino sempre braccia aperte all’accoglienza

Sotto Il Monte - Papa Giovanni XXIII “ha reso più abitabile la Terra. Ha fatto sentire l’umanità a questa terra tribolata”. Lo ha detto ieri pomeriggio monsignor Francesco Beschi, vescovo di Bergamo, durante una solenne concelebrazione eucaristica a Sotto il Monte (Bg), luogo natale di Papa Roncalli. Una celebrazione che ha chiuso il primo pellegrinaggio dei partecipanti al convegno delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa in corso in questi giorni a Brescia. 
“Voi nella vostra missione – ha detto il presule – verso persone che hanno lasciato la propria terra siete per loro una lampada accesa e braccia aperte per far sentire loro a casa. Una casa fatta di accoglienza e di comprensione”. Parlando delle migrazioni come “segno dei tempi” il vescovo Beschi ha parlato dei “segni dei tempi” come “fermento di speranza”. Mons. Beschi ha quindi ricordato la figura di Papa Giovanni XXIII che pur non avendo vissuto l’emigrazione ha “visto tanti uomini e donne che da queste terre partivano per altri Paesi del Mondo”. Lui stesso, nel suo ministero di vescovo in tante parti del mondo ha incontrato tanti migranti e si è adoperato per loro. 
“Noi – ha detto il presule – in questi tempi ci stiamo confrontando con l’accoglienza nelle nostre parrocchie e diocesi verso i fratelli migranti che stanno giungendo da noi lasciando le loro terre: fa che trovino braccia aperte all’accoglienza”.  Con mons. Beschi concelebrava il Presidente della Fondazione Migrantes e della Commissione CEI per le Migrazioni, mons. Guerino Di Tora e molti sacerdoti impegnati oggi nelle Missioni Cattoliche Italiane in Europa accanto ai nostri connazionali. 
 

Migrantes: la seconda giornata dei lavori del Convegno delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa

Brescia - “Gli emigranti italiani e le Chiese in Europa, a 50 anni dal Concilio Vaticano II”. Questo il tema del Convegno delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa che si è aperto ieri pomeriggio a Brescia presso il Centro Pastorale Paolo VI (fino al 16 ottobre).
I lavori di questa mattina, 13 ottobre 2015,sono iniziati  con una tavola rotonda sul tema “Le Chiese e la pastorale dei Migranti  in Europa”, moderata dal direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali della diocesi di Brescia e del settimanale “La Voce del Popolo” , don Adriano Bianchi, alla quale sono intervenuti  mons. Hans Paul Dhem, referente della diocesi di Fulda, in Germania per la pastorale Migratoria; mons. Karel D’Huys, Vicario generale della diocesi di Hasselt in Belgio, Mons. Joseph Annen, Vicario Generale Regionale per il Canton Ticino, Zurigo e Glarsu della Conferenza Episcopale Svizzera; mons. Guerino Di Tora, Presidente della Fondazione Migrantes e della Commissione CEI per le Migrazioni e il card. Josip Bozanic, arcivescovo di Zagabria e presidente della Commissione per le Migrazioni del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europei. Quando si parla di Europa bisogna non dimenticare l’emigrazione interna tra i Paesi europei, ha detto il card. Bozanic sottolineando che oggi si parla di una crisi senza precedenti riguardo al fenomeno migratorio. In Europa sono molti i rifugiati che ogni giorno arrivano: 600mila, secondo i dati, quelli giunti nel Vecchio Continente nel 2015 fino agli inizi di ottobre. Questo flusso – ha detto il porporato - sta “modificando l’Europa e la pone davanti ad una grande sfida che va accolta con responsabilità comune”. L’Europa oggi è “confusa e sembra priva di una cultura dell’accoglienza e solidarietà tra i vari Paesi che la compongono”. Davanti a questo flusso migratorio la Chiesa è impegnata in prima fila. Le società – ha spiegato Bozanic - che accolgono sono chiamate a “trovare un chiaro equilibrio per evitare problemi di vario genere”. Occorre partire dal riconoscimento della persona, dal suo “valore infinito: la dignità non è un valore astratto ma assume il volto di un uomo, di una donna, di un bambino. Chi accoglie l’altro riceverà sempre un dono ed una ricchezza”.  Da qui l’invito ad “accogliere con generosità ma nello stesso tempo serve un impegno ad affrontare le cause delle migrazioni. Se l’uomo è costretto a vivere in condizioni non dignitose scappa ed emigra. La chiesa invita la politica ad aiutare a combattere le cause delle migrazioni, soprattutto le guerre e la fame”.
Il card. Bozanic ha spiegato che dopo l’appello all’accoglienza rivolto da Papa Francesco alle chiese d’Europa si è registrata una risposta molto positiva  e “ricca di generosità cercando di concretizzare nei vari Paesi iniziative di accoglienza”. Il responsabile del Ccee per le Migrazioni, ha sottolineato il binomio “accoglienza-integrazione”.  Questo è molto importante perché “si esprime il desiderio verso chi arriva e che ha bisogno di essere integrato nella varie società dove arrivano evitando il rischio di cadere nell’assistenzialismo”.
“Preti, suore, laici delle comunità, vescovi che inviano i loro preti, le strutture di Migrantes ed i rappresentanti e coordinatori delle missioni. Si è trattato sempre di uomini e donne che hanno dato e danno ancora oggi il meglio di sé al servizio degli Italiani e che ancora di più sono chiamati a contribuire alla vita e alla missione della chiesa nelle comunità di comunione”, ha spiegato il Vicario generale della diocesi di Hasslet, mons. Karel d’Huys. Il sacerdote, parlando della realtà della MCI italiana in Belgio ha detto che oggi, accanto ad una comunità numerosa che si è formata nel decennio a ridosso della Seconda Guerra Mondiale e di “cui conosciamo ormai la terza e quarta generazione” si è aggiunta una seconda ondata di migrazione, quella degli “expat”: persone che arrivano per l’Unione Europea o per le istituzioni culturali ed economiche”. A ridosso degli anni 2000 in quasi tutte le diocesi del paese  la panoramica della pastorale territoriale era cambiata e si “sopportava” appena l’esistenza di una “comunità Italiana” a parte, scegliendo decisamente “una riorganizzazione – ha spiegato -  delle parrocchie in unità pastorali, nelle quali far confluire anche le comunità cattoliche d’origine straniera. Da una parte cresceva il desiderio di estinguere le missioni, dall’altra la determinazione di salvaguardare ad ogni costo un certo passato”. Con il documento vaticano “Erga migrantes caritas Christi”, del 2004 si inizia a parlare di “modello chiesa-comunione”. In questo progetto per diventare chiesa di comunione sono state coinvolte tutte le parti che ha portato al documento “Le Comunità cattoliche di origine Italiana e la chiesa locale in Belgio. (Camminando) verso comunità di comunione”. In questo progetto si riconosceva – ha detto mons. D’Huys – “l’esistenza della comunità Italiana e riscoprire il suo valore”. Inoltre si coinvolgeva la comunità Italiana anche a livello istituzionale, con membri che facciano parte del consiglio pastorale parrocchiale e dei vari consigli diocesani. In questo processo – ha detto – è “cresciuto il desiderio nella chiesa locale di far tesoro del modo di essere comunità degli Italiani. D’altra parte cresce la consapevolezza nelle comunità Italiane di non essere un ‘caso a parte’ ma che insieme facciamo parte di una più grande rete multiculturale”. Nel percorso – ha poi sottolineato il vicario della diocesi di Hasselt - verso una comunità di comunione è stato “fatto molto ma c’è ancora da fare. La trappola del conflitto ‘integrazione – identità’ c’è sempre”. Oggi occorre “un nuovo passo in avanti: prendere coscienza della vocazione cristiana, quella della fratellanza, cosi che Belgi e Italiani, insieme con tanti altri cristiani, diventiamo fratelli dell’umanità nel mondo. In questi tempi di migrazione e dell’afflusso di profughi, mi pare una cosa urgente”. Il sacerdote ha quindi annunciato che i vescovi belgi stanno preparando un documento sulla posizione dei preti ed altri responsabili della pastorale provenienti dall’estero in servizio nella Chiesa Belga. “Al di là delle proprie comunità e della propria missione – ha detto - siamo chiamati insieme, sullo stesso livello, all’evangelizzazione – l’una chiesa dando appoggio all’altra, scambiandoci reciprocamente i vari doni dello Spirito. In questo senso la missione Ad gentes e quella all’interno della Chiesa occidentale sono molto vicine. Il ministero quindi del prete Belga, Italiano o Africano non è tanto diverso”. “La pastorale migratoria rimane una missione permanente della Chiesa”, ha evidenziato mons. Josef Annen, Vicario generale regionale per il Canton Ticino, Zurigo e  Glarus “Già 120 anni fa, gli immigranti italiani hanno trovato nella Missione cattolica una seconda patria dal punto di vista religioso e sociale. La Missione italiana ha contribuito – ha sottolineato mons. Annen -  alla pace sociale nella città di Zurigo. Ha offerto agli immigrati la possibilità di praticare la loro fede e di trasmetterla alla prossima generazione. La storia della Missione cattolica italiana è una storia di successo”. Oggi chi arriva in Svizzera proviene non solo dall’Italia : nel Vicariato generale di Zurigo un terzo dei cattolici proviene dall’immigrazione e  questo rappresenta “una grande sfida: una sfida per le parrocchie locali e una sfida per le tante Missioni di lingue diverse”.  Per tanto tempo le parrocchie Svizzere sono “rimaste chiuse in se stesse e le Missioni hanno formato dei gruppi linguistici isolati, simili ad un ghetto. Oggi vogliamo mettere fine a questa situazione. Ci siamo posti come meta pastorale di formare delle parrocchie locali multilingue. Vogliamo arrivare ad essere una comunità cristiana composta da molte lingue, nazioni e culture – insomma una Chiesa cattolica guidata dallo Spirito di Pentecoste ”. E parlando della realtà che oggi si vive a Zurigo Annen ha evidenziato come tra i rifugiati che attualmente arrivano in Svizzera ci sono dei cristiani caldei provenienti dall'Iraq, cristiani dalla Siria, dall'Eritrea e dall'Etiopia. “ Non hanno – ha detto - ancora una loro Missione, ma nascono delle comunità cristiane molto vive. Le guerre in Africa e nel Medio Oriente sono motivo di nuovi problemi e sfide per la pastorale migratoria in Svizzera.  Ho l'impressione – ha concluso -  che con i rifugiati siamo allo stesso punto come 120 anni fa quando sono arrivati i primi italiani in Svizzera e la Missione cattolica italiana ha avuto il suo inizio. Tutta la pastorale per i nuovi popoli migratori deve essere costruita e sviluppata. La storia si ripete”.
Oggi nel mondo sono circa 450 i sacerdoti, secolari e regolari attivi in 380 centri tra parrocchie, cappellanie e missioni, aiutati da 180 religiose. Per i circa 2.200.000 italiani in Europa sono attive 288 missioni o centri di assistenza pastorale con circa 350 presbiteri. Il dato è stato fornito dal vescovo mons. Guerino Di Tora, presidente della Fondazione Migrantes. La presenza dei missionari, con un’età media di 65 anni, è in forte calo- ha sottolineato il presule -  con una perdita  nel prossimo decennio di 150/200 presbiteri, tra regolari e secolari e la chiusura o l’accorpamento di 100 missioni. Esiste una rete di associazioni religiose laiche, curate dall’Ucemi che “condivide la fatica dell’associazionismo  italiano all’estero”.  A metà degli anni Novanta erano 300 i missionari in Europa in 262 missioni coadiuvati da 236 religiose. Dieci anni dopo, nel 2005 sono attivi 431 centri fra parrocchie e missioni, nei quali operano 543 sacerdoti aiutati da 166 suore e 51 operatori laici. Mons. Di Tora si è soffermato sulla presenza degli italiani nel mondo oggi partendo dai dati forniti dal Rapporto Italiani nel Mondo della Migrantes e presentato a Roma lo scorso 6 ottobre: oltre 4 milioni 636 mila di cui il 15,2% ha meno di 18 anni, il 22,5% ha tra i 18 e i29 anni; il 23,4% ha tra i 35 e i 49 anni. Citando i dati mons. Di Tora si è poi soffermato sugli universitari e in particolare sul programma Erasmus, che ha “incentivato notevolmente la mobilità internazionale tra i giovani italiani”. Sono stati 17.754 gli studenti universitari che, nell’anno accademico 2008/2009, si sono inseriti nel programma europeo Erasmus, recandosi all’estero e 1.628 quelli che hanno compiuto un tirocinio presso imprese di altri paesi, su un totale europeo, rispettivamente, di 168.153 e 30.300 studenti. A venire in Italia sotto la copertura di questo programma sono stati, invece, 15.530. Dal 1987 al 2009 gli studenti europei protagonisti di queste “migrazioni per studio”, spesso funzionali anche a successive migrazioni per lavoro, sono stati 2 milioni (l’1% della popolazione universitaria). Lo spostamento “non è scoraggiato dal modesto sussidio comunitario (272 euro al mese), che in pratica finisce per favorire i figli di famiglie benestanti”. Le quattro destinazioni più popolari per i borsisti di questo programma sono la Spagna, che riceve più di 30.000 studenti, il 34,9% del totale, seguita da Francia con un 15,7%, Germania che accoglie il 10,7%, e al quarto posto il Regno Unito con il 9,3%. “La nuova emigrazione è, pertanto, giovanile e femminile, guarda in particolare ai Paesi europei e alle grandi città. Anche per questo, si segnala una crescita di disagio giovanile di italiani nelle grandi città europee, come dimostrano i numeri di giovani italiani nelle carceri di Londra, Parigi, Berlino”, ha evidenziato il presidente di Migrantes.
Per mons. Hans Paul  Dehm, referente per la pastorale dei migranti della diocesi di Fulda, ha evidenziato la forte presenza delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania. In questi anni – ha etto - sono state celebrati diversi anniversari delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania, segno di una presenza molto attiva. Mons. Dehm ha poi evidenziato il bisogno di conoscenza della lingua sottolineando il “grande cambiamento” che vivono oggi le diocesi tedesche sul fronte integrazione dei migranti.
 Il Convegno prevede una serie di relazioni, tavole rotonde e tre pellegrinaggi: oggi a Sotto il Monte, luogo natale di papa Giovanni XXIII con la concelebrazione presieduta dal Vescovo di Bergamo, mons. Francesco Beschi; domani a Concesio, luogo natale di Paolo VI con la concelebrazione presieduta dal Vescovo di Brescia, mons. Luciano Monari e giovedì a Nigoline, patria del vescovo Geremia Bonomelli, con la concelebrazione presieduta dal Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, mns. Nunzio Galantino.
Chiuderà i lavori, venerdì 16 ottobre, l’intervento di Mons. Gian Carlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes. (Raffaele Iaria)
 

CEI: diffuso il vademecum per l’accoglienza dei migranti nelle nostre parrocchie e diocesi

Roma - Un Vademecum per “accompagnare le diocesi e le parrocchie” nel “cammino” di accoglienza verso i richiedenti asilo e rifugiati. A pubblicarlo è la CEI, come risultato del Consiglio Episcopale Permanente svoltosi dal 30 settembre al 2 ottobre a Firenze. L’appello lanciato dal Papa nell’Angelus del 6 settembre per rispondere al dramma dei profughi, scrivono i vescovi italiani, “ha trovato già le nostre Chiese in prima fila nel servizio, nella tutela, nell’accompagnamento dei richiedenti asilo e dei rifugiati”: su circa 95mila persone migranti - ospitate nei diversi Centri di accoglienza ordinari (Cara) e straordinari (Cas), nonché nel Sistema nazionale di protezione dei richiedenti asilo e rifugiati (Spaar) - diocesi e parrocchie, famiglie e comunità religiose, accolgono in circa 1.600 strutture oltre 22.000 dei migranti”. L’obiettivo del Vademecum è di “aiutare a individuare forme e modalità per ampliare la rete ecclesiale dell’accoglienza a favore delle persone richiedenti asilo e rifugiate che giungono nel nostro Paese, nel rispetto della legislazione presente e in collaborazione con le Istituzioni”. “Si tratta di un gesto concreto e gratuito che si affianca ai molti altri a favore dei poveri presenti nelle nostre Chiese”, si legge nel Vademecum: “Un supplemento di umanità, anche per vincere la paura e i pregiudizi”. La Chiesa - si legge nel testo - non è un “soggetto diretto” di assistenza, né “collaterale” all’azione dello Stato nel far fronte all’emergenza migranti. Il Vademecum ricorda che “le Chiese in Italia sono state pronte nell’accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati, in collaborazione con le istituzioni pubbliche, adottando uno stile familiare e comunitario”. Tuttavia, “l’azione di carità nei confronti dei migranti è un diritto e un dovere proprio della Chiesa e non costituisce esclusivamente una risposta alle esigenze dello Stato, né è collaterale alla sua azione”. Per questo, la diocesi “non si impegna a gestire i luoghi di prima accoglienza, né si pone come soggetto diretto nella gestione di esperienze di accoglienza dei migranti”. Spetta alla Caritas diocesana, in collaborazione con la Migrantes, curare “la circolazione delle informazioni sulle modalità di accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati in parrocchie, famiglie, le comunità religiose, nei santuari e monasteri” e raccogliere “le disponibilità all’accoglienza”. “La famiglia può essere il luogo adatto per l’accoglienza di una persona della maggiore età”, la proposta del Vademecum: l’Usmi e il Movimento per la vita “hanno dato la disponibilità della loro rete di case per accogliere le situazioni più fragili, come la donna in gravidanza o la donna sola con i bambini”. 
 
 

Mons. Di Tora: 450 sacerdoti per gli italiani nel mondo

Brescia – Oggi nel mondo sono circa 450 i sacerdoti, secolari e regolari attivi in 380 centri tra parrocchie, cappellanie e missioni, aiutati da 180 religiose. Per i circa 2.200.000 italiani in Europa sono attive 288 missioni o centri di assistenza pastorale con circa 350 presbiteri. Il dato è stato fornito questa mattina dal vescovo mons. Guerino Di Tora, Presidente della Fondazione Migrantes, intervenuto alla Tavola Rotonda su “La Chiesa e la pastorale dei migranti in Europa” che ha aperto la seconda giornata dei lavori del Convegno delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa in corso a Brescia fino a venerdì 16 ottobre. La presenza dei missionari, con un’età media di 65 anni, è in forte calo- ha sottolineato il presule - con una perdita  nel prossimo decennio di 150/200 presbiteri, tra regolari e secolari e la chiusura o l’accorpamento di 100 missioni. Esiste una rete di associazioni religiose laiche, curate dall’Ucemi che “condivide la fatica dell’associazionismo  italiano all’estero”.  A metà degli anni Novanta erano 300 i missionari in Europa in 262 missioni coadiuvati da 236 religiose. Dieci anni dopo, nel 2005 sono attivi 431 centri fra parrocchie e missioni, nei quali operano 543 sacerdoti aiutati da 166 suore e 51 operatori laici.
Mons. Di Tora si è soffermato sulla presenza degli italiani nel mondo oggi partendo dai dati forniti dal Rapporto Italiani nel Mondo della Migrantes e presentato a Roma lo scorso 6 ottobre: oltre 4 milioni 636 mila di cui il 15,2% ha meno di 18 anni, il 22,5% ha tra i 18 e i29 anni; il 23,4% ha tra i 35 e i 49 anni. Citando i dati mons. Di Tora si è poi soffermato sugli universitari e in particolare sul programma Erasmus, che ha “incentivato notevolmente la mobilità internazionale tra i giovani italiani”. Sono stati 17.754 gli studenti universitari che, nell’anno accademico 2008/2009, si sono inseriti nel programma europeo Erasmus, recandosi all’estero e 1.628 quelli che hanno compiuto un tirocinio presso imprese di altri paesi, su un totale europeo, rispettivamente, di 168.153 e 30.300 studenti. A venire in Italia sotto la copertura di questo programma sono stati, invece, 15.530. Dal 1987 al 2009 gli studenti europei protagonisti di queste “migrazioni per studio”, spesso funzionali anche a successive migrazioni per lavoro, sono stati 2 milioni (l’1% della popolazione universitaria). Lo spostamento “non è scoraggiato dal modesto sussidio comunitario (272 euro al mese), che in pratica finisce per favorire i figli di famiglie benestanti”. Le quattro destinazioni più popolari per i borsisti di questo programma sono la Spagna, che riceve più di 30.000 studenti, il 34,9% del totale, seguita da Francia con un 15,7%, Germania che accoglie il 10,7%, e al quarto posto il Regno Unito con il 9,3%. “La nuova emigrazione è, pertanto, giovanile e femminile, guarda in particolare ai Paesi europei e alle grandi città. Anche per questo, si segnala una crescita di disagio giovanile di italiani nelle grandi città europee, come dimostrano i numeri di giovani italiani nelle carceri di Londra, Parigi, Berlino”, ha evidenziato il presidente di Migrantes.
 

Card. Bozanic: oggi l’Europa è confusa e sembra priva di una cultura dell’accoglienza

Brescia - Quando si parla di Europa bisogna non dimenticare l’emigrazione interna tra i Paesi europei. A sottolinearlo è stato il card. Josip Bozanic, arcivescovo di Zagabriae Presidente della commissione Ccee per le Migrazioni intervenendo alla Tavola rotonda su “Le Chiese e la pastorale dei migranti in Europa” promossa dalla Fondazione Migrantes all’interno del convegno delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa, in corso a Brescia fino al 16 ottobre. Oggi, ha detto il porporato, si parla di una crisi senza precedenti riguardo al fenomeno migratorio. In Europa sono molti i rifugiati che ogni giorno arrivano: 600mila, secondo i dati, quelli giunti nel Vecchio Continente nel 2015 fino agli inizi di ottobre. Questo flusso – ha detto il card. Bozanic - sta “modificando l’Europa e la pone davanti ad una grande sfida che va accolta con responsabilità comune”. L’Europa oggi è “confusa e sembra priva di una cultura dell’accoglienza e solidarietà tra i vari Paesi che la compongono”. Davanti a questo flusso migratorio la Chiesa è impegnata in prima fila. Le società – ha spiegato Bozanic - che accolgono sono chiamate a “trovare un chiaro equilibrio per evitare problemi di vario genere”. Occorre partire dal riconoscimento della persona, dal suo “valore infinito: la dignità non è un valore astratto ma assume il volto di un uomo, di una donna, di un bambino. Chi accoglie l’altro riceverà sempre un dono ed una ricchezza”. Da qui l’invito ad “accogliere con generosità ma nello stesso tempo serve un impegno ad affrontare le cause delle migrazioni. Se l’uomo è costretto a vivere in condizioni non dignitose scappa ed emigra. La chiesa invita la politica ad aiutare a combattere le cause delle migrazioni, soprattutto le guerre e la fame”. Il card. Bozanic ha detto che dopo l’appello all’accoglienza rivolto da Papa Francesco alle chiese d’Europa si è registrata una risposta molto positiva e “ricca di generosità cercando di concretizzare nei vari Paesi iniziative di accoglienza”. Il responsabile del Ccee per le Migrazioni, ha sottolineato il binomio “accoglienza-integrazione”. Questo è molto importante perché “si esprime il desiderio verso chi arriva e che ha bisogno di essere integrato nella varie società dove arrivano evitando il rischio di cadere nell’assistenzialismo. (Raffaele Iaria)
 

Campobasso. Oggi un convegno sul progetto Sabr Mayad-an

Campobasso – Si svolgerà oggi presso la Sala della Giunta regionale di Campobasso la giornata di studi dedicata al progetto Sabir Mayd-an, un processo nato 'dal basso' intorno al concetto di Cittadinanza Mediterranea. L'iniziativa mira a promuovere la nascita di una rete composta da associazioni della società civile impegnate sul tema e da individui che riconoscono l'urgenza di aprire un percorso verso l'integrazione nella regione mediterranea, attraverso iniziative cittadine che lavorano per un Mediterraneo quale spazio di pace, sviluppo, giustizia sociale e convivenza. Il progetto è una tabella di marcia politica e culturale, nella quale si vorrebbero integrare quelle organizzazioni che credono nella visione del Mediterraneo come 'casa comune'. Il processo è advocacy-oriented e mira a coltivare una cultura di pensiero comune a tutti i cittadini del Mediterraneo. All’iniziativa interverranno Fabio Laurenzi, Presidente COSPE, Costis Triandaphyllou e Maria Peteinaki dalla Grecia; Mohamed Sahli dal Marocco; Fatima Abdelharim Saeed Idris dall'Egitto e una testimonianza dalla Caritas di Campobasso - Bojano. (N.D.B.)
 
 

Mons. D’Huys: le MCI hanno sempre dato il meglio di sé in Belgio

Belgio - “Preti, suore, laici delle comunità, vescovi che inviano i loro preti, le strutture di Migrantes ed i rappresentanti e coordinatori delle missioni. Si è trattato sempre  di uomini  e donne che hanno dato e danno ancora oggi il meglio di sé al servizio degli Italiani e che ancora di più sono chiamati a contribuire alla vita e alla missione della chiesa nelle comunità di comunione”. Lo ha detto oggi il Vicario generale della diocesi di Hasslet, mons. Karel d’Huys, intervenendo alla tavola rotonda sul tema “Le Chiese e la pastorale dei migranti in Europa” che ha aperto la seconda giornata del convegno delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa in corso a Brescia sul tema “Gli emigranti italiani e le Chiese in Europa, a 50 anni dal Concilio Vaticano II”. Il sacerdote, parlando della realtà della MCI italiana in Belgio ha detto che oggi, accanto ad una comunità numerosa che si è formata nel decennio a ridosso della Seconda Guerra Mondiale e di “cui conosciamo ormai la terza e quarta generazione” si è aggiunta una seconda ondata di migrazione, quella degli “expat”: persone che arrivano per l’Unione Europea o per le istituzioni culturali ed economiche”. A ridosso degli anni 2000 in quasi tutte le diocesi del paese  la panoramica della pastorale territoriale era cambiata e si “sopportava” appena l’esistenza di una “comunità Italiana” a parte, scegliendo decisamente “una riorganizzazione – ha spiegato - delle parrocchie in unità pastorali, nelle quali far confluire anche le comunità cattoliche d’origine straniera. Da una parte cresceva il desiderio di estinguere le missioni, dall’altra la determinazione di salvaguardare ad ogni costo un certo passato”. Con il documento vaticano “Erga migrantes caritas Christi”, del 2004 si inizia a parlare di “modello chiesa-comunione”. In questo progetto per diventare chiesa di comunione sono state coinvolte tutte le parti che ha portato al documento “Le Comunità cattoliche di origine Italiana e la chiesa locale in Belgio. (Camminando) verso comunità di comunione”. In questo progetto si riconosceva – ha detto mons. D’Huys – “l’esistenza della comunità Italiana e riscoprire il suo valore”. Inoltre si coinvolgeva la comunità Italiana anche a livello istituzionale, con membri che facciano parte del consiglio pastorale parrocchiale e dei vari consigli diocesani. In questo processo – ha detto – è “cresciuto il desiderio nella chiesa locale di far tesoro del modo di essere comunità degli Italiani. D’altra parte cresce la consapevolezza nelle comunità Italiane di non essere un ‘caso a parte’ ma che insieme facciamo parte di una più grande rete multiculturale”. Nel percorso – ha poi sottolineato il vicario della diocesi di Hasselt - verso una comunità di comunione è stato “fatto molto ma c’è ancora da fare. La trappola del conflitto ‘integrazione – identità’ c’è sempre”. Oggi occorre “un nuovo passo in avanti: prendere coscienza della vocazione cristiana, quella della fratellanza, cosi che Belgi e Italiani, insieme con tanti altri cristiani, diventiamo fratelli dell’umanità nel mondo. In questi tempi di migrazione e dell’afflusso di profughi, mi pare una cosa urgente”. Il sacerdote ha quindi annunciato che i vescovi belgi stanno preparando un documento sulla posizione dei preti ed altri responsabili della pastorale provenienti dall’estero in servizio nella Chiesa Belga. “Al di là delle proprie comunità e della propria missione – ha detto - siamo chiamati insieme, sullo stesso livello, all’evangelizzazione – l’una chiesa dando appoggio all’altra, scambiandoci reciprocamente i vari doni dello Spirito. In questo senso la missione Ad gentes e quella all’interno della Chiesa occidentale sono molto vicine. Il ministero quindi del prete Belga, Italiano o Africano non è tanto diverso”
 

Mons. Annen: la storia della Missione Cattolica Italiana di Zurigo “è una storia di successo”

Brescia - “La pastorale migratoria rimane una missione permanente della Chiesa”. A dirlo oggi è stato Josef Annen, Vicario generale regionale per il Canton Ticino, Zurigo e  Glarus intervenuto questa mattina alla secoda giornata del Convegno delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa iniziato ieri pomeriggio. “Già 120 anni fa, gli immigranti italiani hanno trovato nella Missione Cattolica una seconda patria dal punto di vista religioso e sociale. La Missione italiana ha contributio – ha sottolineato Annen -  alla pace sociale nella città di Zurigo. Ha offerto agli immigrati la possibilità di praticare la loro fede e di trasmetterla alla prossima generazione. La storia della Missione cattolica italiana è una storia di successo ”. Oggi chi arriva in Svizzera proviene non solo dall’Italia: nel Vicariato generale di Zurigo un terzo dei cattolici proviene dall’immigrazione e  questo rappresenta “una grande sfida: una sfida per le parrocchie locali e una sfida per le tante Missioni di lingue diverse”.  Per tanto tempo le parrocchie Svizzere sono “rimaste chiuse in se stesse e le Missioni hanno formato dei gruppi linguistici isolati, simili ad un ghetto. Oggi vogliamo mettere fine a questa situazione. Ci siamo posti come meta pastorale di formare delle parrocchie locali multilingue. Vogliamo arrivare ad essere una comunità cristiana composta da molte lingue, nazioni e culture – insomma una Chiesa cattolica guidata dallo Spirito di Pentecoste”. E parlando della realtà che oggi si vive a Zurigo Annen ha evidenziato come tra i rifugiati che attualmente arrivano in Svizzera ci sono dei cristiani caldei provvenienti dall'Iraq, cristiani dalla Siria, dall'Eritrea e dall'Etiopia. “Non hanno – ha detto - ancora una loro Missione, ma nascono delle comunità cristiane molto vive. Le guerre in Africa e nel Medio Oriente sono motivo di nuovi problemi e sfide per la pastorale migratoria in Svizzera.  Ho l'impressione – ha concluso - che con i rifugiati siamo allo stesso punto come 120 anni fa quando sono arrivati i primi italiani in Svizzera e la Missione Cattolica Italiana ha avuto il suo inizio. Tutta la pastorale per i nuovi popoli migratori deve essere costruita e sviluppata. La storia si ripete”.
 

Oggi come ieri gli italiani emigrano: il ruolo delle comunità cattoliche all’estero

Brescia – “Sono diverse le parole che caratterizzano questi 50 anni di storia di pastorale dell’emigrazione a favore delle comunità italiane all’estero. La prima parola è accompagnamento. Una delle espressioni più belle del Concilio Vaticano II fu proprio l’espressione che la Chiesa cammina con le persone. La Chiesa ha camminato con i migranti italiani attraverso, oggi, 400 sacerdoti e 670 operatori pastorali che provengono una parte dal mondo dei religiosi (pensiamo agli scalabriniani) e una parte (100) anche dalle nostre diocesi; stanno continuando una storia iniziata da un vescovo originario di Brescia, mons. Geremia Bonomelli, che con l’opera Bonomelli nel 1900 intraprese questa esperienza molto bella di sacerdoti diocesani che accompagnavano gli emigranti (soprattutto lombardi) nei diversi Paesi del mondo”. Lo ha detto, in una intervista pubblicata sul sito de “La Voce del Popolo”, settimanale della diocesi di Brescia, il Direttore generale della Fondazione Migrantes, mons. Gian Carlo Perego, presente nella città lombarda per il convegno delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa sul tema “Gli emigranti italiani e le Chiese in Europa, a 50 anni dal Concilio Vaticano II”.
La migrazione – ha aggiunto il sacerdote - è “sempre una sofferenza perché significa un distacco rispetto alla propria comunità, rispetto alla propria famiglia e al mondo nel quale si cresce, un distacco dal contesto linguistico per inserirsi in un’esperienza sociale, culturale, lavorativa ma anche religiosa diversa”. Una prima difficoltà delle nostre comunità migranti fu proprio quella di conservare l’esperienza di fede: molti andavano in Paesi, come la Germania, la Svizzera o l'Inghilterra, dove l’esperienza cattolica era minoritaria. Nelle comunità cattoliche i nostri migranti hanno potuto continuare un cammino di fede. Dentro le comunità si coniugava e si coniuga l’evangelizzazione con la promozione umana: nacquero delle Società di Mutuo Soccorso, Banche per mandare le rimesse in Italia, circoli culturali. La comunità è un luogo importante per tutelare i migranti alla luce della dottrina sociale della Chiesa. La Chiesa ha portato avanti anche una battaglia importante sul tema del ricongiungimento familiare per la tutela dell’unità familiare. Infine, sono stati favoriti tutti i processi di integrazione che, come comprendiamo anche dalla nostra storia, non sono sempre facili”.
Parlando poi del futuro delle Missioni Cattoliche Italiane nel Vecchio Continente mons. Perego ha sottolineato che la crisi economica “sta creando una nuova stagione di emigrazione. Partono i giovani ma anche i 50enni che perdono il lavoro. E’ un cammino nuovo, ma sono nate esperienze interessanti”. Le 67 Missioni Cattoliche in Germania hanno fatto un progetto, sostenuto anche dalla Fondazione Migrantes, per accogliere coloro che arrivano e non hanno riferimenti. “Cerchiamo – ha spiegato - di essere attenti alle nuove destinazioni. Abbiamo aperto una Missione Cattolica a Barcellona perché in questi anni sono arrivati più di 30mila giovani, così come a Mosca, a Helsinki, in Cina o negli Emirati Arabi. Cerchiamo di esserci a maggior ragione laddove il contesto di vita religiosa è difficile per la storia politica e sociale del Paese, penso ad esempio alla Cina”.
 
 

Migrantes: al via il Convegno delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa

Brescia - “Gli emigranti italiani e le Chiese in Europa, a 50 anni dal Concilio Vaticano II”. Questo il tema del Convegno delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa che si è aperto oggi pomeriggio a Brescia presso il Centro Pastorale Paolo VI (fino al 16 ottobre). I lavori sono iniziati questo pomeriggio con l’introduzione affidata a Mons. Guerino Di Tora, Presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes e i saluti istituzionali di Emilio Del Bono, Sindaco di Brescia; Mons. Franco Agnesi, Vescovo Ausiliare di Milano e Incaricato regionale per le migrazioni Lombardia; P. Gianni Borin, Provinciale degli Scalabriniani in Europa e P. Mario Toffari , Direttore diocesano Migrantes di Brescia. “In un mondo in cammino gli italiani non sono da meno. In dieci anni dal 2006 ad oggi registriamo un + 49,3% di trasferimenti di cittadini italiani dalla Patria a fuori i confini nazionali e, negli ultimi anni, complice la crisi sempre più intensa, i flussi hanno ripreso con numeri più vigorosi. Dai 78 mila del 2013, ai 94 del 2014 agli oltre 101 mila dell’ultimo anno. Partono sempre più giovani, sempre più istruiti e vanno dove riescono a realizzarsi per il lavoro e per la vita”, ha detto il vescovo mons. Guerino di Tora, Presidente della Fondazione Migrantes, portando il saluto ai circa 200 partecipanti al convegno. “Noi – ha detto mons. Di Tora - siamo chiamati ad accompagnare questi giovani, questi nuovi migranti che si incrociano a tutti gli altri migranti delle diverse nazionalità e che si spostano per i motivi più vari. A cinquant’anni dal Concilio Vaticano II, dobbiamo essere pronti non solo a rileggere la pastorale della mobilità, invito questo che era venuto dallo stesso Concilio, ma a mettere in pratica la rilettura perché il migrante è nostro ‘compagno quotidiano di viaggio e di vita’”. La pastorale della mobilità richiede oggi – come ricorda Papa Francesco anche nel Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che sarà celebrata il 17 gennaio prossimo – “l’attenzione all’integralità della persona, per la sua piena e completa dignità”.  Uno dei luoghi dove rendere “concreta la pastorale così concepita” – ha detto ancora mons. Di Tora è la Missione Cattolica di Lingua Italiana (MCI) all’estero”. Attualmente le MCI sono 366 presenti in 39 nazioni nei 5 continenti: “una rete sinergica che segue i cambiamenti e le evoluzioni del complesso tema sociale che è la mobilità umana. Basti pensare che gli oltre 670 operatori specificatamente dedicati al servizio degli italiani (laici/laiche consacrati e non, sacerdoti diocesani e religiosi, suore, sacerdoti in pensione) hanno iniziato ad operare in nuove realtà territoriali quali Hong Kong, la Finlandia, il Kazakistan e la Spagna, meta quest’ultima sempre più scelta dai giovani italiani che si spostano fuori dei confini nazionali”. Un “luogo nuovo” quello della Missione Cattolica di Lingua Italiana, perché nuovi sono i migranti italiani con i quali “ci confrontiamo. Un luogo comunitario di vita cristiana che, conservando il termine ‘missione’, rende l’idea – tanto cara a Papa Francesco – di una Chiesa in uscita, estroversa. Nell’azione pastorale con i migranti bisogna tener presente l’evoluzione storica e ed economica da un  lato, ma anche il contesto da cui si parte e il luogo in cui si arriva”.
Padre Mario Toffari, direttore Migrantes di Brescia ha ricordato i missionari bresciani che sono stati missionari con gli italiani all’estero con un impegno come responsabile dell’ufficio: “non abbandonare il territorio europeo con l’invio di nuovi sacerdoti in Europa accanto agli italiani”.
Per il sindaco di Brescia “non c’è dubbio che il fenomeno migratorio interroga la comunità resciana e non solo”. C’è una immigrazione e una emigrazione, ha sottolineato il sindaco ricordando che il territorio bresciano avverte oggi il fenomeno di una nuova emigrazione soprattutto in Europa.
Mons. Franco Agnesi, vescovo ausiliare di Milano e membro della Commissioni Episcopale per le Migrazioni della Cei, ha ricordato l’esempio del pellegrinaggio delle diocesi lombarde ad Assisi per l’accensione della lampada sulla tomba del Patrono d’Italia. A questo pellegrinaggio hanno partecipato molto immigrati: un esempio bello che dimostra come gli immigrati che vivono nel nostro Paese vivono tra di noi e con noi.
Il responsabile degli scalabrinani in Europa, p. Gianni Borin, ha rimarcato il ruolo del missionario con i nostri migranti. P. Borini ha sottolineato che le Missioni etnico-linguistiche italiane “non vanno cancellate” come non va dimenticato il lavoro fatto dai missionari italiani accanto ai lavoratori italiani emigrati in Europa e non solo.
“Non c’è paese che può essere paragonato all’Italia per i numeri degli emigrati, per i tanti luoghi di partenza e per le numerosissime mete negli arrivi: non vi è comune italiano che non sia stato ‘toccato’ dall’emigrazione e non vi è continente che non è stato interessato dall’arrivo di italiani”, ha spiegato la caporedattrice del Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes, Delfina Licata.
Per Licata l’emigrazione stenta in Italia, però, ad avere “una considerazione positiva. Troppo spesso legata alla povertà, a un’Italia che si vuole dimenticare fatta di fame, volti emaciati e povertà estrema. Ancora oggi il cambio di mentalità è difficile ed è – ha spiegato - ancora estremamente faticoso ‘sensibilizzare’ alla mobilità come opportunità di conoscenza, di arricchimento, di ampliamento delle proprie prospettive e aspettative”. Per la studiosa l’emigrazione tutta, italiana in particolare, è oggi “altro: essa si è evoluta portando alla cultura del diverso in quanto altro da noi e quindi potenziale arricchimento per la nostra identità e la nostra personalità. Si vive nella pluralità delle differenze e nel desiderio di conoscere ciò che è diverso da noi. Si viaggia di più e con più facilità, ma quando l’alterità arriva in casa il disagio è forte e insuperabile a causa di una sorta di blackout culturale per cui l’arrivo dello straniero non è positivo, ma foriero di pericolo e problemi”. Licata ha fatto quindi un excursus storico dell’emigrazione italiana evidenziando che dall’Unità d’Italia ad oggi certamente le migrazioni con l’estero hanno rappresentato un fattore di “primaria importanza nell’evoluzione socio-economica del Paese. Solo a partire dagli anni Settanta si è cominciato a intuire il progressivo delinearsi di un’inversione di tendenza, rivelata dal passaggio, per i più inaspettato, da paese d’emigrazione a paese d’immigrazione”. Uno studio sull’emigrazione italiana nel mondo viene redatto annualmente dalla Fondazione Migrantes che realizza il “Rapporto Italiani nel Mondo”, uno strumento culturale della Chiesa italiana condiviso da diverse strutture che stimola ragionamenti e considerazioni certamente sull’Italia e sugli italiani, ma “suscettibili – ha spiegato Licata - di ampliare la propria portata nel più complesso panorama internazionale ed europeo alla luce degli accadimenti storici, politici, economi e culturali”. Quest’anno il Rapporto Italiani nel Mondo è giunto alla decima edizione. In dieci anni si è passati dai 3.106.251 iscritti all’Aire (dato del 2006) ai 4.636647 del 2015 con una crescita del +49,3% in dieci anni. 
Il Concilio Vaticano II, che si apriva cinquant’anni fa, “segna un momento decisivo anche per la cura pastorale dei migranti e degli itineranti”, ha detto  poi nella sua relazione il direttore generale della Fondazione Migrantes mons. Gian Carlo Perego: “già l’evento, per la prima volta veramente universale per la partecipazione di vescovi provenienti da ogni continente e da molte esperienze ecclesiali di antica e nuova evangelizzazione, ha costituito una novità, offrendo la possibilità di leggere il fenomeno migratorio e della mobilità con occhi diversi. La prospettiva ecclesiologica, poi, del Vaticano II, che sottolinea la dimensione di una Chiesa, che è formata da ‘coloro che camminano sulla terra’ e ‘che cammina insieme con l’umanità tutta’, pellegrinante, e in una relazione nuova con il mondo, facendo sue le attese delle persone, soprattutto dei poveri, ha permesso di riconsiderare con occhi nuovi anche la mobilità umana e le migrazioni”.  Mons. Perego ha parlato delle migrazioni nei documenti del Concilio Vaticano II e nel post-concilio a partire dalla “Gaudium et spes”, il documento conciliare con il maggior numero di riferimento ai migranti. Dalla necessità di conoscere e avvicinare, le persone e le famiglie migranti, immigrati e rifugiati, vittime di tratta, nasce – ha detto Perego - anche una pastorale delle migrazioni che sappia coniugare evangelizzazione e promozione umana, cercando di superare le disuguaglianze sociali” soffermandosi poi sul Concilio Vaticano II e le migrazioni e sul dopo Concilio a partire dalla “Pastoralis migratorum cura”, il Motu Proprio di Papa Paolo VI  seguito dall’Istruzione De Pastorali Migratorum Cura, che presentava una lucida analisi del fenomeno migratorio e delle sue implicanze  religiose, sociali, politiche ed economiche, cioè i processi di integrazione.  E poi l’Erga migrantes Caritas Christi” di Giovanni Paolo II del 2004. Mons. Perego ha evidenziato, a partire da questo documenti, i vari percorsi pastorali nel campo della mobilità umana fino ad arrivare al tema della tutela dei diritti è l’attenzione anche a nuove fragilità e povertà che colpiscono “pesantemente il mondo immigrato, soprattutto in tempo di crisi economica”, e che spesso arrivano anche attraverso la rete degli sportelli del volontariato oltre che delle case di accoglienza e dei centri di ascolto, dei molti servizi. Il pensiero va al Penso al tema della casa – l’85% degli immigrati è in affitto, contro l’80% degli italiani che è proprietario della casa; alla precarietà e alla mobilità del lavoro che caratterizza un milione di lavoratori immigrati e “impediscono anche i ricongiungimenti familiari.  La precarietà e l’irregolarità lavorativa chiedono oggi serenamente di affrontare il tema dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro, dentro un quadro di regolamentazione dei flussi. E’ una prospettiva nuova, che chiede anche un cambiamento legislativo, ma soprattutto chiede la consapevolezza che non possono esistere situazioni  riconosciute di illegalità e di sfruttamento lavorativo, limbi dove non è riconosciuta la cittadinanza e la tutela, dove si alimentano mafie e corruzione, sfruttamento a danno del sistema Paese, oltre che degli stessi immigrati”. Al tempo stesso non può venire meno “un piano di protezione e tutela dei più deboli”, come i minori.
Il Convegno prevede una serie di relazioni, tavole rotonde e tre pellegrinaggi: domani a Sotto il Monte, luogo natale di papa Giovanni XXIII con la concelebrazione presieduta dal Vescovo di Bergamo, Mons. Francesco Beschi; mercoledì a Concesio, luogo natale di Paolo VI con la concelebrazione presieduta dal Vescovo di Brescia, Mons. Luciano Monari e giovedì a Nigoline, patria del vescovo Geremia Bonomelli, con la concelebrazione presieduta dal Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, Mons. Nunzio Galantino.
Chiuderà i lavori, venerdì 16 ottobre, l’intervento di Mons. Gian Carlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes. (Raffaele Iaria)