Roma - “Situazione dei Rom in Europa. Pastorale ed integrazione sociale”. Questo il tema di una conferenza internazionale promossa dall’Ambasciata d’Ungheria presso la Santa Sede con lo scopo di fare il punto della situazione europea sulla integrazione dei Rom; presentare il lavoro di varie realtà che operano in questo settore; favorire lo scambio di esperienze tra gli operatori; testimoniare il ruolo della fede nella promozione umana e sociale dei Rom. Tra gli interventi previsti quello del card. Peter K. A. Turkson, Prefetto del neo dicastero per il servizio dello Sviluppo Umano Integrale della Santa Sede, Franz Salm-Reifferscheidt, Ambasciatore per il Popolo Rom del Sovrano Ordine di Malta, Mons. Pierpaolo Felicolo, Direttore dell’Ufficio Migrantes della diocesi di Roma, Paolo Ciani della Comunità di Sant’Egidio, mons. Jaons Szekely, Vescovo ausiliare di Esztergom- Budapest, delegato per la pastorale dei Rom della Conferenza Episcopale Ungherese, mons. Fulop Kocsis, Metropolita Greco Cattolico di Hajdudorog, Adam Ferenc Balazs, alunno del Colleggio Speciale dei Rom in Ungheria. Sono previsti anche interventi su progetti ed esperienze affidate al Direttore dell’Istituto Cerventes e Consulente della Comece sulle questioni Rom, Sergio Rodriguez Lopez-Ros, del coordinatore della pastorale dei rom dei Paesi Bassi, don Jan van Zandt; del Consigliere del segretario di Stato per l’educazione, le scienze e lo sport della Slovacchia e Michaela Haunold della Caritas austriaca. Nel pomeriggio di alcuni ambasciatori presso la Santa sede. A concludere i lavori l’ambasciatore d’Ungheria presso la Santa Sede, Habsburg-Lothringen. (R.I.)
Primo Piano
Potenza: uno studio per curare i migranti
Potenza - Ha aperto ieri i battenti a Potenza lo studio medico Salam, un ambulatorio attrezzato per rispondere alle esigenze dei migranti che arrivano dai Paesi poveri e flagellati dalla guerre. È una iniziativa del Cestrim onlus (Centro studi e ricerche sulle realtà meridionali) presieduto da don Marcello Cozzi che da anni è impegnato sul fronte della solidarietà per aiutare le persone in difficoltà. Sono un’ottantina i medici e gli infermieri che presteranno la loro opera in forma gratuita creando di fatto un avamposto del volontariato dove poter garantire assistenza sanitaria anche agli stranieri privi o in attesa di permesso di soggiorno. Per due giorni a settimana, il martedì dalle 11 alle 13 e il venerdì pomeriggio dalle 17 alle 19, medici e infermieri si metteranno a disposizione degli immigrati che hanno necessità di cure mediche. Si tratta di un ambulatorio di tipo generalista, dove però saranno presenti anche specialisti, tra cui un dermatologo, un infettivologo e un odontoiatra. «Il progetto rappresenta un modo per rendere concreta l’accoglienza e testimoniare la vicinanza ai numerosi stranieri che da tempo vivono nelle nostre comunità», sottolineano dal Cestrim. Chi si rivolgerà all’ambulatorio riceverà un codice simile al nostro tesserino sanitario che garantirà non solo l’assistenza ma anche la privacy, considerato che non verrà fatta alcuna segnalazione all’autorità giudiziaria. Si tratta di un’alternativa offerta a quei migranti che sono in attesa di regolarizzare la loro posizione e che magari per paura rinunciano a curarsi. (Nicola Lavacca – Avvenire)
Migranti: 655 morti nel 2017
Roma - In Italia, il numero degli sbarchi dall’inizio del 2017 si avvicina alla soglia dei 25mila, il 25% in più rispetto allo stesso periodo di un anno fa, conferma Flavio Di Giacomo, portavoce di OIM Italia. È molto alto anche il numero di chi non ce l’ha fatta: 655 i migranti morti in mare da inizio anno, la maggior parte lungo la rotta che collega il Nord Africa con l’Italia. Se le tendenze degli arrivi persistono, quelli totali per l’intero 2017 potrebbero superare i 200.000.
Tra i nomadi o in carcere, le storie di chi costruisce comunione
Roma - Carla ha scelto di stare accanto ai sinti e ai rom «nei ghetti, nei luoghi dei non diritti» in Italia. Padre Varghese sostiene le battaglie per i diritti umani in India. Padre Andres si dedica ai carcerati colombiani. Chin-Lon offre assistenza medica a Taiwan. Padre Bernard si prende cura delle vittime della guerra in Centrafrica. Donatella e Andrea hanno scelto di farsi prossimi alle famiglie disagiate che vivono nel nostro Paese. A prescindere dalla fede professata, dalla lingua parlata o dall’angolo di mondo in cui si trovano ad operare, a legare le loro storie è la consapevolezza che lo sviluppo umano integrale passa attraverso la vicinanza, le fatiche quotidiane, l’incontro autentico con l’altro. Non è un caso che nella seconda giornata della Conferenza internazionale organizzata dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale per i 50 anni della ' Popolorum Progressio' (che ha visto ieri l’intervento di Papa Francesco) a salire in cattedra siano i testimoni, persone cioè che lavorano per tessere la solidarietà, favorire l’integrazione e promuovere la dignità di tutti gli uomini, specialmente degli esclusi e degli ultimi. «In loro vedo il volto di Cristo », dice senza esitazione Carla Osella, Presidente dell’Associazione Italiana Zingari Oggi, impegnata a vari livelli, da quello locale a quello internazionale, per appoggiare «un popolo da sempre emarginato, che molti stanno distruggendo anche con i ghetti mentali». «Sono andata a vivere con loro. Non è stato facile adattarmi, ma così ho assaporato l’essenzialità e l’asperità vita nomade, insieme alla ricchezza delle loro persone», racconta Carla. «La più grande malattia è l’odio, alimentato dalla paura dell’altro. Il compito dell’umanità è costruire comunione, incontrare le persone senza averne timore, accettarle, amarle», le fa eco padre Varghese Theckanath, direttore del Monfort Social Institute di Hyderabad, in India, che si è fatto 'pellegrino nelle favelas' per sostenere «la lotta degli ultimi contro la povertà, la mancanza di accesso ai beni comuni, la violenza: come Manju, una giovane donna vedova che oggi è diventata leader delle lavoratrici, o come la mamma di Heena, che dopo la morte della figlia violentata e bruciata, è diventata un’attivista per i diritti dei più piccoli». «Ci siamo arricchiti, abbiamo allargato il nostro sguardo, facendo l’esercizio di metterci nelle scarpe degli altri per aiutarli a volare», confidano Donatella e Andrea De Carolis, che nell’ambito del progetto «Una famiglia per una famiglia » hanno affiancato una giovane mamma originaria della Guinea e le sue due bimbe, arrivate in Italia quattro anni dopo di lei. «Ci sono state – spiega la coppia, sposata da 19 anni e senza figli – dinamiche di reciprocità non sempre facili, delusioni e crisi, ma alla luce della fede le difficoltà sono diventate spunti di ripartenza e ora loro sanno di avere in noi persone su cui contare, una seconda famiglia, quella che qui non hanno». Sul maxi schermo dell’Aula Nuova del Sinodo scorrono le immagini delle carceri colombiane dove padre Andres Fernandez Pinzon svolge il suo compito di coordinatore nazionale della pastorale penitenziaria, dell’ospedale di Bangui, in Centrafrica, dove il direttore, padre Bernard Kinvi, e i suoi confratelli camilliani curano, nutrono, proteggono i rifugiati e gli sfollati a causa del conflitto che ancora lacera «il cuore del continente africano», e infine delle tante opere realizzate dalla Fondazione 'Buddhist Tzu Chi Medicine Mission' di Taiwan, guidata da Chin-Lon Lin. Segni concreti che il sogno di un mondo più umano può trasformarsi in realtà. (S.Careddu – Avvenire)
Alluvioni in Perù: il sostegno della CEI
Roma - La Presidenza della CEI ha destinato 200mila euro, dai fondi dell’8xmille, per fornire assistenza alle popolazioni colpite dalle alluvioni che in questi giorni hanno flagellato il Perù. La somma, attraverso Caritas Italiana, sarà impiegata per distribuire kit per l’igiene personale e generi alimentari a 1715 famiglie particolarmente bisognose.
Secondo i dati ufficiali del Centro de operaciones de emergencia national si contano 90 morti e 860mila persone in stato di emergenza. I più colpiti dalla furia delle acque sono i poveri che abitano lungo l’alveo dei fiumi straripati: principalmente donne, bambini e anziani costretti a stazionare all’aperto circondati da acqua contaminata. Il bilancio dei danni conta infatti più di 14mila abitazioni collassate e altrettante dichiarate inagibili, 40 scuole e 13 centri sanitari cancellati. Risultano danneggiate molte infrastrutture per l’erogazione di servizi di base: acqua, energia elettrica, fognature. La rete viaria è distrutta o danneggiata per un’estensione di oltre 16mila km rendendo difficoltosi gli spostamenti.
Caritas Italiana renderà conto della gestione della somma stanziata dalla Presidenza al responsabile del Servizio per gli interventi caritativi a favore del Terzo Mondo.
Secondo i dati ufficiali del Centro de operaciones de emergencia national si contano 90 morti e 860mila persone in stato di emergenza. I più colpiti dalla furia delle acque sono i poveri che abitano lungo l’alveo dei fiumi straripati: principalmente donne, bambini e anziani costretti a stazionare all’aperto circondati da acqua contaminata. Il bilancio dei danni conta infatti più di 14mila abitazioni collassate e altrettante dichiarate inagibili, 40 scuole e 13 centri sanitari cancellati. Risultano danneggiate molte infrastrutture per l’erogazione di servizi di base: acqua, energia elettrica, fognature. La rete viaria è distrutta o danneggiata per un’estensione di oltre 16mila km rendendo difficoltosi gli spostamenti.
Caritas Italiana renderà conto della gestione della somma stanziata dalla Presidenza al responsabile del Servizio per gli interventi caritativi a favore del Terzo Mondo.
Papa Francesco: il Crocifisso, non solo simbolo di appartenenza, ma segno dell’amore di Dio
Città del Vaticano - Non portare la croce solo come un simbolo di appartenenza, “un distintivo”, ma guardare al Crocifisso come a “questo Dio che si è fatto peccato” per salvarci. E’ l’esortazione del Papa nell’omelia dell’odierna Messa mattutina a Casa Santa Marta.
Tre volte Gesù nel Vangelo della liturgia odierna dice ai farisei: “Morirete nei vostri peccati”, perché avevano il cuore chiuso e non capivano quel mistero che era il Signore. ”Morire nel proprio peccato è una cosa brutta”, rileva il Papa.
Nel dialogo con loro, poi, Gesù ricorda: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io sono e che non faccio nulla da me stesso”. Il riferimento di Gesù è a quanto avvenne nel deserto, narrato dalla Prima Lettura, quando il popolo che non poteva sopportare il cammino, “si allontana dal Signore” e “sparla di Mosè e del Signore”. Arrivano quindi i serpenti che mordono e provocano la morte. Allora il Signore dice a Mosè di fare un serpente di bronzo e innalzarlo su un’asta: chiunque fosse stato morso e lo avesse guardato, sarebbe guarito. Il serpente è il “simbolo del diavolo”, “il padre della menzogna”, “il padre del peccato, quello che ha fatto peccare l’umanità”. E Gesù ricorda: “Quando io sarò innalzato in alto, tutti verranno a me”. Questo è il mistero della croce, dice Francesco. “Il serpente di bronzo guariva” ma “era segno di due cose: del peccato fatto del serpente, della seduzione del serpente, dell’astuzia del serpente; e anche era segnale della croce di Cristo. Era una profezia”, spiega il Papa.
Gesù quindi si “è fatto peccato”, come dice San Paolo, e ha preso su di sé tutte le sporcizie dell’umanità, si è fatto innalzare perché tutta la gente ferita dal peccato, lo guardasse. E chi non riconosce in quell’uomo innalzato “la forza di Dio che si è fatto peccato per guarirci”, morirà nel proprio peccato: “La salvezza soltanto viene dalla croce ma da questa croce che è Dio fatto carne. Non c’è salvezza nelle idee, non c’è salvezza nella buona volontà, nella voglia di essere buoni… No. L’unica salvezza è in Cristo crocifisso, perché soltanto Lui, come il serpente di bronzo, significava, è stato capace di prendere tutto il veleno del peccato e ci ha guarito lì. Ma cosa è la croce per noi? Sì, è il segno dei cristiani, è il simbolo dei cristiani. E noi facciamo il segno della croce ma non sempre lo facciamo bene, delle volte facciamo così… Perché non abbiamo questa fede alla croce. Altre volte, per alcune persone è un distintivo di appartenenza: ‘Sì, io porto la croce per far vedere che sono cristiano’. Sta bene quello ma non solo come distintivo, come se fosse una squadra, il distintivo di una squadra: come memoria di quello che si è fatto peccato”.
Altri, poi, portano la croce come un ornamento, alcuni portano croci con pietre preziose per farsi vedere, rileva Francesco: “Dio disse a Mosè: ‘Chi guarda il serpente sarà guarito’. Gesù dice ai suoi nemici: ‘Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete’. Chi non guarda la croce, così, con fede, morirà nei propri peccati, non riceverà quella salvezza”.
Chiedersi come portiamo la croce. La Chiesa propone dunque un dialogo con il mistero della croce: “Oggi la Chiesa ci propone un dialogo con questo mistero della croce, con questo Dio che si è fatto peccato, per amore a me. E ognuno di noi può dire: “Per amore a me”. E possiamo pensare: come porto io la croce? Come un ricordo? Quando faccio il segno della croce sono consapevole di quello che faccio? Come porto io la croce? Soltanto come un simbolo di appartenenza a un gruppo religioso? Come porto io la croce? Come ornamento? Come un gioiello, con tante pietre preziose, d’oro…? Ho imparato a portarla sulle spalle, dove fa male? Ognuno di noi oggi guardi il Crocifisso, guardi questo Dio che si è fatto peccato perché noi non moriamo nei nostri peccati e risponda a queste domande che io vi ho suggerito”. (Debora Donnini – Radio Vaticana)
Tre volte Gesù nel Vangelo della liturgia odierna dice ai farisei: “Morirete nei vostri peccati”, perché avevano il cuore chiuso e non capivano quel mistero che era il Signore. ”Morire nel proprio peccato è una cosa brutta”, rileva il Papa.
Nel dialogo con loro, poi, Gesù ricorda: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io sono e che non faccio nulla da me stesso”. Il riferimento di Gesù è a quanto avvenne nel deserto, narrato dalla Prima Lettura, quando il popolo che non poteva sopportare il cammino, “si allontana dal Signore” e “sparla di Mosè e del Signore”. Arrivano quindi i serpenti che mordono e provocano la morte. Allora il Signore dice a Mosè di fare un serpente di bronzo e innalzarlo su un’asta: chiunque fosse stato morso e lo avesse guardato, sarebbe guarito. Il serpente è il “simbolo del diavolo”, “il padre della menzogna”, “il padre del peccato, quello che ha fatto peccare l’umanità”. E Gesù ricorda: “Quando io sarò innalzato in alto, tutti verranno a me”. Questo è il mistero della croce, dice Francesco. “Il serpente di bronzo guariva” ma “era segno di due cose: del peccato fatto del serpente, della seduzione del serpente, dell’astuzia del serpente; e anche era segnale della croce di Cristo. Era una profezia”, spiega il Papa.
Gesù quindi si “è fatto peccato”, come dice San Paolo, e ha preso su di sé tutte le sporcizie dell’umanità, si è fatto innalzare perché tutta la gente ferita dal peccato, lo guardasse. E chi non riconosce in quell’uomo innalzato “la forza di Dio che si è fatto peccato per guarirci”, morirà nel proprio peccato: “La salvezza soltanto viene dalla croce ma da questa croce che è Dio fatto carne. Non c’è salvezza nelle idee, non c’è salvezza nella buona volontà, nella voglia di essere buoni… No. L’unica salvezza è in Cristo crocifisso, perché soltanto Lui, come il serpente di bronzo, significava, è stato capace di prendere tutto il veleno del peccato e ci ha guarito lì. Ma cosa è la croce per noi? Sì, è il segno dei cristiani, è il simbolo dei cristiani. E noi facciamo il segno della croce ma non sempre lo facciamo bene, delle volte facciamo così… Perché non abbiamo questa fede alla croce. Altre volte, per alcune persone è un distintivo di appartenenza: ‘Sì, io porto la croce per far vedere che sono cristiano’. Sta bene quello ma non solo come distintivo, come se fosse una squadra, il distintivo di una squadra: come memoria di quello che si è fatto peccato”.
Altri, poi, portano la croce come un ornamento, alcuni portano croci con pietre preziose per farsi vedere, rileva Francesco: “Dio disse a Mosè: ‘Chi guarda il serpente sarà guarito’. Gesù dice ai suoi nemici: ‘Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete’. Chi non guarda la croce, così, con fede, morirà nei propri peccati, non riceverà quella salvezza”.
Chiedersi come portiamo la croce. La Chiesa propone dunque un dialogo con il mistero della croce: “Oggi la Chiesa ci propone un dialogo con questo mistero della croce, con questo Dio che si è fatto peccato, per amore a me. E ognuno di noi può dire: “Per amore a me”. E possiamo pensare: come porto io la croce? Come un ricordo? Quando faccio il segno della croce sono consapevole di quello che faccio? Come porto io la croce? Soltanto come un simbolo di appartenenza a un gruppo religioso? Come porto io la croce? Come ornamento? Come un gioiello, con tante pietre preziose, d’oro…? Ho imparato a portarla sulle spalle, dove fa male? Ognuno di noi oggi guardi il Crocifisso, guardi questo Dio che si è fatto peccato perché noi non moriamo nei nostri peccati e risponda a queste domande che io vi ho suggerito”. (Debora Donnini – Radio Vaticana)
Papa Francesco: “integrare i diversi popoli della terra”
Città del Vaticano - “Integrare i diversi popoli della terra”. E’ questo, per il Papa, il primo imperativo da raccogliere, a 50 anni dalla Populorum progressio. Ricevendo oggi in udienza i partecipanti al Convegno promosso dal Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale nel 50° anniversario dell’enciclica di Paolo VI, Francesco ha ricordato che “il dovere di solidarietà ci obbliga a cercare giuste modalità di condivisione, perché non vi sia quella drammatica sperequazione tra chi ha troppo e chi non ha niente, tra chi scarta e chi è scartato”. “Solo la strada dell’integrazione tra i popoli consente all’umanità un futuro di pace e di speranza”, ha ammonito Francesco. Di qui la necessità di “offrire modelli praticabili di integrazione sociale”, a partire dalla consapevolezza che “tutti hanno un contributo da dare all’insieme della società, tutti hanno una peculiarità che può servire per il vivere insieme, nessuno è escluso dall’apportare qualcosa per il bene di tutti”. “Questo è al contempo un diritto e un dovere”, ha affermato il Papa: “E’ il principio della sussidiarietà a garantire la necessità dell’apporto di tutti, sia come singoli che come gruppi, se vogliamo creare una convivenza umana aperta a tutti”.
Vita Pastorale: dal 1° giugno don Antonio Sciortino nuovo Direttore
Milano – Dal 1 giugno don Antonio Sciortino è il nuovo Direttore del mensile “Vita Pastorale. Lo annuncia oggi il Gruppo Editoriale San Paolo. Vita Pastorale, nato nel 1913, è un periodico rivolto a parroci, sacerdoti e operatori pastorale che da voce alle realtà e attività del tessuto ecclesiale offrendo spunti di riflessione, discussione e approfondimento su temi teologici, pastorali e morali, oltre che liturgici e biblici. Don Sciortino, già Direttore del settimanale Famiglia Cristiana, succede a Don Giuliano Censi, alla guida del mensile dal 2008. Il Gruppo Editoriale San Paolo ringrazia Don Giuliano Censi per il contributo “dato allo sviluppo del mensile e per la dedizione con cui ha diretto la testata in questi anni” e ringrazia Don Antonio Sciortino per” aver accettato questa nuova sfida editoriale” e formula “i migliori auguri affinché sotto la sua direzione Vita Pastorale possa raggiungere nuovi e ambiziosi traguardi”. A don Sciortino i nostri auguri di buon lavoro e un ringraziamento a don Giuliano per la collaborazione di questi anni con la Fondazione Migrantes, editore di questa testata. (R. Iaria)
Venezuela: su Tv2000 “Today” si interroga sul Venezuela
Roma - Uno dei Paesi potenzialmente più ricchi al mondo è a un passo dal fallimento. Nel Venezuela di oggi, ricco di petrolio ma senza pane, la classe media fatica a mangiare due volte al giorno, i cassonetti della spazzatura sono presi d’assalto dalla popolazione affamata. Alla crisi economica, in corso da tempo, si è aggiunta una crisi politica che paventa lo spettro della guerra civile: il Presidente Maduro ha appena esautorato il Parlamento e assunto pieni poteri. È questo il tema di Today, in onda giovedì 6 aprile alle 22.45 su Tv2000. Da Caracas, il reportage di Alberto De Filippis raccoglie le testimonianze di deputati dell’opposizione, professionisti, discendenti di emigrati italiani che si trovano ora in grande difficoltà. In studio, con Andrea Sarubbi, analizza il tema il senatore Luis Orellana, nato a Caracas da famiglia italo-venezuelana e grande conoscitore del Paese.
Ero forestiero: riflessioni e testimonianze oggi al Seraphicum
Roma - “Ero forestiero e...”. Il fenomeno delle migrazioni di massa dal sud del mondo. Riflessioni a partire dalla fede nel Dio incarnato, ospite e pellegrino in mezzo a noi è il tema dell’incontro di studio in programma oggi nella sala “Sisto V” del Seraphicum (via del Serafico, 1 a Roma), promosso dalla Pontificia Facoltà teologica “San Bonaventura” – Seraphicum e dall’Istituto “Mulieris dignitatem per lo studio dell’uni-dualità uomo-donna”.
Il programma della mattinata di studio prevede la presentazione a cura di fra Giulio Cesareo (OFMConv), docente di Teologia morale e direttore dell’Istituto Mulieris dignitatem.
Seguirà il punto di vista biblico con l’intervento di fra Victor Mora (OFMConv), docente di Sacra Scrittura, che parlerà di “Migranti e migrazioni nella Bibbia”.
Successivamente si entrerà nel vivo dell’attualità con “La questione della migrazione dei latinoamericani negli Stati Uniti attraverso il Messico” di cui parlerà fra Christopher Dudek (OFMConv), cittadino statunitense e studente del Seraphicum.
Dopo una pausa, i lavori riprenderanno con una testimonianza di profughi della Repubblica democratica del Congo, i signori Léonard Ngavandje Nsima ed Etienne Alimondo Wenge, arrivati in Italia un anno e mezzo fa.
Alle 11.40 sarà la volta di p. Stefano Zamboni, sacerdote dehoniano, teologo e docente di Teologia morale, già direttore dell'autorevole Rivista di Teologia morale, che traccerà “La valutazione ecclesiale del fenomeno e delle risposte che l’Occidente sta offrendo”.
Seguiranno, alle 12.30, le conclusioni dei lavori.
“La partenza, la morte e l’arrivo di numerosi profughi sulle coste europee del mediterraneo - spiega il prof. Giulio Cesareo -, così come anche l’inarrestabile esodo di migranti dall’America centrale verso gli Stati Uniti d’America sono oramai un fenomeno di grandissima portata. Esso viene letto e compreso in vario modo dalla politica, da chi gestisce i mass-media e da chi ha una qualche influenza sull’opinione pubblica. Anche le reazioni a questo fenomeno, in Europa e non, a livello politico-istituzionale come anche di associazioni, di parrocchie e di cittadini, sono molteplici. Da credenti, vorremmo provare a riflettere su questa realtà ‘alla luce del Vangelo e dell’esperienza umana’, così come invitava già il Concilio Vaticano II al numero 16 del suo decreto Optatam totius. E vorremmo, per quel che è possibile, dare voce anche a dei testimoni di queste complesse realtà”.
Il programma della mattinata di studio prevede la presentazione a cura di fra Giulio Cesareo (OFMConv), docente di Teologia morale e direttore dell’Istituto Mulieris dignitatem.
Seguirà il punto di vista biblico con l’intervento di fra Victor Mora (OFMConv), docente di Sacra Scrittura, che parlerà di “Migranti e migrazioni nella Bibbia”.
Successivamente si entrerà nel vivo dell’attualità con “La questione della migrazione dei latinoamericani negli Stati Uniti attraverso il Messico” di cui parlerà fra Christopher Dudek (OFMConv), cittadino statunitense e studente del Seraphicum.
Dopo una pausa, i lavori riprenderanno con una testimonianza di profughi della Repubblica democratica del Congo, i signori Léonard Ngavandje Nsima ed Etienne Alimondo Wenge, arrivati in Italia un anno e mezzo fa.
Alle 11.40 sarà la volta di p. Stefano Zamboni, sacerdote dehoniano, teologo e docente di Teologia morale, già direttore dell'autorevole Rivista di Teologia morale, che traccerà “La valutazione ecclesiale del fenomeno e delle risposte che l’Occidente sta offrendo”.
Seguiranno, alle 12.30, le conclusioni dei lavori.
“La partenza, la morte e l’arrivo di numerosi profughi sulle coste europee del mediterraneo - spiega il prof. Giulio Cesareo -, così come anche l’inarrestabile esodo di migranti dall’America centrale verso gli Stati Uniti d’America sono oramai un fenomeno di grandissima portata. Esso viene letto e compreso in vario modo dalla politica, da chi gestisce i mass-media e da chi ha una qualche influenza sull’opinione pubblica. Anche le reazioni a questo fenomeno, in Europa e non, a livello politico-istituzionale come anche di associazioni, di parrocchie e di cittadini, sono molteplici. Da credenti, vorremmo provare a riflettere su questa realtà ‘alla luce del Vangelo e dell’esperienza umana’, così come invitava già il Concilio Vaticano II al numero 16 del suo decreto Optatam totius. E vorremmo, per quel che è possibile, dare voce anche a dei testimoni di queste complesse realtà”.
Sicilia: lezioni per minori stranieri soli
Palermo - Offrire cultura e futuro ai ragazzi migranti che arrivano in Sicilia, per innescare un meccanismo virtuoso e gettare le basi per una reale inclusione. È l’obiettivo della nuova associazione "Mediterraneo, Sicilia, Europa", fondata dall’economista catanese Maurizio Caserta, assieme ad Aldo Premoli ed Emma Averna, per provare a incidere, in virtù del principio di sussidiarietà orizzontale, negli spazi lasciati liberi da istituzioni spesso assenti. Si comincia con i minori stranieri non accompagnati, ospiti troppo a lungo dei centri di prima accoglienza.
In un rapporto di grande collaborazione con l’istituto comprensivo Enrico Mattei di Gela, guidato dalla preside Agata Gueli, è stato possibile avviare un percorso formativo per circa 50 ragazzi africani tra i 14 e i 15 anni, inseriti nel centro gestito dalla cooperativa Tu come me, grazie a una borsa di studio della Fondazione Sicilia.
«Dovevamo trovare un modo per farli andare a scuola per provare a dare un’organizzazione virtuosa alla loro giornata – racconta Emma Averna – Abbiamo avviato un modulo formativo calibrato sulle lingue che conoscono, francese e inglese. In questi tre mesi impareranno l’italiano, poi saranno pronti a prepararsi per conseguire un titolo di studio. I corsi sono cominciati da meno di un mese e notiamo già cambiamenti straordinari, sono felici di avere questo appuntamento fisso ogni giorno».
È il primo passo. L’associazione vuole contribuire al superamento delle discriminazioni di ogni tipo attraverso pubblicazioni, centri studio, convegni, conferenze e borse a sostegno della formazione scolastica per minori residenti e migranti. Il senso lo spiega il professor Caserta dell’Università di Catania: «L’Europa è a un bivio. Ripensarsi, rifondarsi e crescere. O dividersi e distruggersi. La seconda strada è breve e diretta. La prima, lunga e tortuosa. Ma vitale. Non vi è dubbio dunque su quale va percorsa. Nello scenario globale l’Europa rischia di soccombere se non riprende autorevolezza e forza. Ma queste possono venire solo da una nuova stagione di responsabilità». (A. Turrisi)
In un rapporto di grande collaborazione con l’istituto comprensivo Enrico Mattei di Gela, guidato dalla preside Agata Gueli, è stato possibile avviare un percorso formativo per circa 50 ragazzi africani tra i 14 e i 15 anni, inseriti nel centro gestito dalla cooperativa Tu come me, grazie a una borsa di studio della Fondazione Sicilia.
«Dovevamo trovare un modo per farli andare a scuola per provare a dare un’organizzazione virtuosa alla loro giornata – racconta Emma Averna – Abbiamo avviato un modulo formativo calibrato sulle lingue che conoscono, francese e inglese. In questi tre mesi impareranno l’italiano, poi saranno pronti a prepararsi per conseguire un titolo di studio. I corsi sono cominciati da meno di un mese e notiamo già cambiamenti straordinari, sono felici di avere questo appuntamento fisso ogni giorno».
È il primo passo. L’associazione vuole contribuire al superamento delle discriminazioni di ogni tipo attraverso pubblicazioni, centri studio, convegni, conferenze e borse a sostegno della formazione scolastica per minori residenti e migranti. Il senso lo spiega il professor Caserta dell’Università di Catania: «L’Europa è a un bivio. Ripensarsi, rifondarsi e crescere. O dividersi e distruggersi. La seconda strada è breve e diretta. La prima, lunga e tortuosa. Ma vitale. Non vi è dubbio dunque su quale va percorsa. Nello scenario globale l’Europa rischia di soccombere se non riprende autorevolezza e forza. Ma queste possono venire solo da una nuova stagione di responsabilità». (A. Turrisi)
Papa: con misericordia e perdono, Gesù è pienezza della legge
Città del Vaticano - Gesù, che giudica “con misericordia”, è la “pienezza” della legge. Così Papa Francesco nella consueta Messa mattutina a Casa Santa Marta, invitando a non giudicare “nel cuore gli altri” ma a perdonare.
Di fronte a peccati e corruzione, è Gesù la sola “pienezza della legge”. Papa Francesco nell’omelia della Messa a Casa Santa Marta riflette sull’odierno Vangelo di Giovanni che propone il brano in cui Cristo, a proposito della donna sorpresa in adulterio, dice a chi l’accusa: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”. Il Pontefice si sofferma anche sulla Lettura, tratta dal libro del profeta Daniele, dedicata a Susanna, verso la quale due anziani giudici del popolo avevano orchestrato un “adulterio finto, fittizio”, spiega il Papa. Lei, aggiunge, è costretta a scegliere tra la “fedeltà a Dio e alla legge” e “salvare la vita”: era comunque fedele al marito, osserva Francesco, anche se forse era una donna che aveva altri peccati, “perché tutti siamo peccatori” e “l’unica donna che non ha peccato è la Madonna”. Nei due episodi s’incontrano dunque “innocenza, peccato, corruzione e legge”, perché “in ambedue i casi i giudici erano corrotti”:
“Sempre ci sono stati nel mondo giudici corrotti … Anche oggi in tutte le la parti del mondo ce ne sono. E questi … Perché viene la corruzione in una persona? Perché una cosa è il peccato: “Io ho peccato, scivolo, sono infedele a Dio, ma poi cerco di non fare di più o cerco di sistemarmi con il Signore o almeno so che non sta bene”. Ma la corruzione è quando il peccato entra, entra, entra, entra nella tua coscienza e non ti lascia posto neppure per l’aria”.
Tutto, cioè, “diventa peccato”: questo “è corruzione”. I corrotti, prosegue il Papa, credono “con impunità” di far bene. Nel caso di Susanna, gli anziani giudici “erano corrotti dai vizi della lussuria” minacciando di rendere “falsa testimonianza” contro di lei. Non è, poi, il “primo caso” riflette Francesco, che nelle Scritture appaiano false testimonianze: ricorda proprio Gesù, “condannato a morte con falsa testimonianza”. Nel caso della vera adultera, troviamo ad accusarla altri giudici che, spiega il Pontefice, “avevano perso la testa” facendo crescere in loro un’interpretazione della legge “tanto rigida che non lasciava spazio allo Spirito Santo”: cioè “corruzione di legalità, di legalismo, contro la grazia”. E poi c’è Gesù, vero Maestro della legge di fronte ai giudici falsi, che avevano “pervertito il cuore” o che davano sentenze ingiuste “opprimendo gli innocenti e assolvendo i malvagi”:
“Gesù dice poche cose, poche cose. Dice: ‘Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei’. E alla peccatrice: ‘Io non ti condanno. Non peccare più’. E questa è la pienezza della legge, non quella degli scribi e farisei che avevano corrotto la sua mente facendo tante leggi, tante leggi, senza lasciare spazio alla misericordia. Gesù è la pienezza della legge e Gesù giudica con misericordia”.
Lasciando libera la donna innocente, a cui Gesù dice “Mamma” perché - spiega Francesco - “sua madre è l’unica innocente”, ai giudici corrotti si riservano “parole non belle” per bocca del profeta: “Invecchiati nei vizi”. L’invito del Papa è allora a pensare alla malvagità “con la quale i nostri vizi giudicano la gente”:
“Anche noi giudichiamo nel cuore gli altri, eh? Siamo corrotti? O ancora no? Fermatevi. Fermiamoci. E guardiamo Gesù che sempre giudica con misericordia: ‘Neppure io ti condanno. Va’ in pace e non peccare più’”. (G. Aquilino – Radio vaticana)
Di fronte a peccati e corruzione, è Gesù la sola “pienezza della legge”. Papa Francesco nell’omelia della Messa a Casa Santa Marta riflette sull’odierno Vangelo di Giovanni che propone il brano in cui Cristo, a proposito della donna sorpresa in adulterio, dice a chi l’accusa: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”. Il Pontefice si sofferma anche sulla Lettura, tratta dal libro del profeta Daniele, dedicata a Susanna, verso la quale due anziani giudici del popolo avevano orchestrato un “adulterio finto, fittizio”, spiega il Papa. Lei, aggiunge, è costretta a scegliere tra la “fedeltà a Dio e alla legge” e “salvare la vita”: era comunque fedele al marito, osserva Francesco, anche se forse era una donna che aveva altri peccati, “perché tutti siamo peccatori” e “l’unica donna che non ha peccato è la Madonna”. Nei due episodi s’incontrano dunque “innocenza, peccato, corruzione e legge”, perché “in ambedue i casi i giudici erano corrotti”:
“Sempre ci sono stati nel mondo giudici corrotti … Anche oggi in tutte le la parti del mondo ce ne sono. E questi … Perché viene la corruzione in una persona? Perché una cosa è il peccato: “Io ho peccato, scivolo, sono infedele a Dio, ma poi cerco di non fare di più o cerco di sistemarmi con il Signore o almeno so che non sta bene”. Ma la corruzione è quando il peccato entra, entra, entra, entra nella tua coscienza e non ti lascia posto neppure per l’aria”.
Tutto, cioè, “diventa peccato”: questo “è corruzione”. I corrotti, prosegue il Papa, credono “con impunità” di far bene. Nel caso di Susanna, gli anziani giudici “erano corrotti dai vizi della lussuria” minacciando di rendere “falsa testimonianza” contro di lei. Non è, poi, il “primo caso” riflette Francesco, che nelle Scritture appaiano false testimonianze: ricorda proprio Gesù, “condannato a morte con falsa testimonianza”. Nel caso della vera adultera, troviamo ad accusarla altri giudici che, spiega il Pontefice, “avevano perso la testa” facendo crescere in loro un’interpretazione della legge “tanto rigida che non lasciava spazio allo Spirito Santo”: cioè “corruzione di legalità, di legalismo, contro la grazia”. E poi c’è Gesù, vero Maestro della legge di fronte ai giudici falsi, che avevano “pervertito il cuore” o che davano sentenze ingiuste “opprimendo gli innocenti e assolvendo i malvagi”:
“Gesù dice poche cose, poche cose. Dice: ‘Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei’. E alla peccatrice: ‘Io non ti condanno. Non peccare più’. E questa è la pienezza della legge, non quella degli scribi e farisei che avevano corrotto la sua mente facendo tante leggi, tante leggi, senza lasciare spazio alla misericordia. Gesù è la pienezza della legge e Gesù giudica con misericordia”.
Lasciando libera la donna innocente, a cui Gesù dice “Mamma” perché - spiega Francesco - “sua madre è l’unica innocente”, ai giudici corrotti si riservano “parole non belle” per bocca del profeta: “Invecchiati nei vizi”. L’invito del Papa è allora a pensare alla malvagità “con la quale i nostri vizi giudicano la gente”:
“Anche noi giudichiamo nel cuore gli altri, eh? Siamo corrotti? O ancora no? Fermatevi. Fermiamoci. E guardiamo Gesù che sempre giudica con misericordia: ‘Neppure io ti condanno. Va’ in pace e non peccare più’”. (G. Aquilino – Radio vaticana)
Santa Sede: le prime famiglie di rifugiati siriani hanno lasciato gli appartamenti a nuove famiglie
Città del Vaticano - Negli ultimi mesi le prime famiglie accolte ed ospitate nei tre appartamenti del Vaticano, dopo essere state aiutate a trovare i mezzi per essere indipendenti, hanno lasciato gli appartamenti ad altri tre nuclei familiari: due famiglie di religione cristiana ed una di religione musulmana, per un totale di tredici persone. Due delle famiglie ospitate, che in Siria hanno subito rapimenti e altre discriminazioni a causa della religione cristiana – informa oggi una nota dell’Elemosineria vaticana - sono arrivate nel mese di marzo in Italia: il primo nucleo è composto da una mamma con due figli adolescenti, una nonna, una zia e un’altra donna siriana che vive con loro; la seconda famiglia è una giovane coppia, alla quale è nata due settimane fa la prima figlia, di nome Stella, proprio nell’appartamento che li ospita. La mamma è stata rapita per diversi mesi dall’Isis ed ora, in Italia, ha ritrovato la serenità. La terza famiglia ospitata è la prima ad essere arrivata in Italia nel febbraio 2016. È composta dai due genitori con due figli: la prima figlia è malata, ma ora è avviata verso un felice percorso di integrazione. I bambini frequentano regolarmente le scuole elementari, la mamma è iscritta al Corso di Laurea per Mediatori Interculturali e, pochi giorni fa, ha iniziato un tirocinio per l’inserimento lavorativo.
Tre sono gli appartamenti di proprietà del Vaticano che ospitano, da più di un anno, nuclei familiari di rifugiati siriani, arrivati in Italia grazie ai corridoi umanitari promossi dalla Comunità di Sant’Egidio, dalla Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e dalla Tavola Valdese. Si tratta di una risposta concreta all’appello rivolto dal Santo Padre, al termine della preghiera dell’Angelus il 6 settembre 2015, ad accogliere una famiglia in ogni parrocchia, comunità religiosa, monastero e santuario. Ad oggi, attraverso i corridoi umanitari, sono stati accolti a Roma 70 nuclei familiari per un totale di 145 persone. “Oltre ad assicurare un’adeguata accoglienza presso parrocchie, comunità e associazioni, i volontari accompagnano le famiglie siriane verso la loro piena integrazione, cominciando dall’apprendimento della lingua italiana”, si legge nella nota. Oltre a questa ospitalità, la Santa Sede sostiene economicamente anche le 21 persone giunte in Italia con Papa Francesco da Lesbo, che sono accolte in alcune case di privati e di religiosi.
Tre sono gli appartamenti di proprietà del Vaticano che ospitano, da più di un anno, nuclei familiari di rifugiati siriani, arrivati in Italia grazie ai corridoi umanitari promossi dalla Comunità di Sant’Egidio, dalla Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e dalla Tavola Valdese. Si tratta di una risposta concreta all’appello rivolto dal Santo Padre, al termine della preghiera dell’Angelus il 6 settembre 2015, ad accogliere una famiglia in ogni parrocchia, comunità religiosa, monastero e santuario. Ad oggi, attraverso i corridoi umanitari, sono stati accolti a Roma 70 nuclei familiari per un totale di 145 persone. “Oltre ad assicurare un’adeguata accoglienza presso parrocchie, comunità e associazioni, i volontari accompagnano le famiglie siriane verso la loro piena integrazione, cominciando dall’apprendimento della lingua italiana”, si legge nella nota. Oltre a questa ospitalità, la Santa Sede sostiene economicamente anche le 21 persone giunte in Italia con Papa Francesco da Lesbo, che sono accolte in alcune case di privati e di religiosi.
Papa Francesco a Carpi e Mirandola: dopo il terremoto avete ricostruito con “paziente speranza” e “coraggio”
Carpi - Il coraggio e la speranza. Con queste parole – pronunciate da Papa Francesco a Mirandola, davanti al duomo che porta ancora tutte le ferite del terremoto di 5 anni fa – si può delineare il senso della sua visita pastorale alla diocesi di Carpi, domenica 2 aprile. Una giornata “familiare”, come nelle intenzioni di Bergoglio, nonostante l’affluenza di tutto rispetto ai momenti pubblici: 50 mila persone hanno partecipato alla Messa in piazza Martiri, a Carpi, e a Mirandola piazza Duomo era colma, mentre ai bordi della strada che ha percorso il Papa c’erano in larghi tratti due ali di folla. A tavola con il Papa, invece, c’erano solo i vescovi della regione, i sacerdoti anziani residenti nella Casa del clero e i seminaristi; rigorosamente a porte chiuse pure l’incontro successivo in Seminario, nel quale Francesco ha parlato a braccio a sacerdoti carpigiani, seminaristi, religiosi e religiose.
Il ricordo del sisma e l’impegno per la ricostruzione hanno attraversato tutte le tappe della visita papale: Carpi fu, infatti, la diocesi più colpita nel 2012. E, a una settimana dalla riapertura della cattedrale con il segretario di Stato card. Parolin, a fare da motto è ancora una volta “Vita semper vincit”, la vita vince sempre. “C’è chi resta intrappolato dalle macerie della vita e chi, come voi, con l’aiuto di Dio solleva le macerie e ricostruisce con paziente speranza”, ha detto Bergoglio nell’omelia della Messa. E, al termine della celebrazione, il vescovo di Carpi, Mons. Francesco Cavina, ha ricordato che in questa terra “la popolazione si contraddistingue per la laboriosità, l’intraprendenza, l’accoglienza e la solidarietà”, virtù “umane e sociali, che hanno le radici in secoli di fede cristiana” e che “hanno permesso di sanare, in tempi relativamente brevi, molte delle dolorose ferite inferte al territorio dal terribile terremoto del 2012”.
Papa Francesco ha quindi ringraziato quanti “hanno lavorato per questa doppia ‘maratona’”, tra cui gli scout dell’Agesci, che in questa circostanza come alla riapertura solenne della cattedrale erano in piazza ad aiutare nella gestione dell’evento, e i 4.500 malati che hanno partecipato alla Messa. “Con le vostre sofferenze aiutate la Chiesa, aiutate a portare la Croce di Cristo”, ha sottolineato il Papa rivolto a questi ultimi. Poi, al termine della celebrazione, dopo essere andato in papamobile dai fedeli che hanno seguito la Messa dai maxischermi in piazzale Re Astolfo, è tornato in piazza Martiri e, sceso dal veicolo, si è intrattenuto con anziani, disabili e bambini, salutando e benedicendo, come un parroco al termine della messa domenicale.
A simboleggiare la ricostruzione anche la benedizione di quattro “prime pietre”, poste ai piedi dell’altare, che serviranno per la nuova chiesa parrocchiale di Sant’Agata di Cibeno a Carpi, per il Centro di spiritualità a Sant’Antonio in Mercadello di Novi, per la Cittadella della carità a Carpi e per la struttura polivalente di San Martino Carano di Mirandola. Quest’ultima, in particolare, non era un normale “mattone”, ma una pietra proveniente dalla chiesa dell’Immacolata Concezione a Qaraqosh, distrutta dall’Isis, consegnata al vescovo Cavina in occasione del suo recente viaggio, a inizio marzo, in Iraq, nel corso del quale è stato il primo vescovo italiano a celebrare nella Piana di Ninive dopo la liberazione.
Quindi, nel pomeriggio, la tappa a Mirandola per toccare con mano le ferite del sisma. Già lungo la strada, avvicinandosi a quello che fu l’epicentro di molte scosse, si scorgono tuttora i segni di una ricostruzione che, in 5 anni, ha fatto progressi notevoli, ma non è ancora completata. E, per la Chiesa carpigiana, il duomo di Mirandola è l’emblema di un impegno che deve proseguire.
“Non vengano mai meno la forza d’animo, la speranza e le doti di laboriosità che vi distinguono”,
è il richiamo di Francesco alle popolazioni colpite dal terremoto del 2012, unito al ringraziamento per l’esempio “di coraggio, di andare avanti, di dignità”, “dato a tutta l’umanità”. Prima di terminare la sua giornata emiliana con l’omaggio al monumento che ricorda le vittime del terremoto a San Giacomo Roncole, il Papa – che sull’altare del duomo di Mirandola ha deposto “un mazzo di fiori in memoria di quelli che ci hanno lasciato nel terremoto” – ha espresso “vicinanza” e “incoraggiamento per il cammino che ancora resta da fare nella ricostruzione”, ricordando i “disagi”, ma soprattutto le “ferite interiori” di chi “ha perso i suoi cari e di chi ha visto disperdersi i sacrifici di una vita intera”.
“Le ferite sono state guarite”, ha riconosciuto, “ma rimangono e rimarranno per tutta la vita le cicatrici. E guardando queste cicatrici, voi abbiate il coraggio di crescere e di far crescere i vostri figli in quella dignità, in quella fortezza, in quello spirito di speranza, in quel coraggio che voi avete avuto nel momento delle ferite”.
Un pensiero, quindi, alla necessità di proseguire l’opera di ricostruzione, in particolare “per recuperare anche i centri storici”, “luoghi della memoria storica” e “spazi indispensabili della vita sociale ed ecclesiale”. Parole che hanno fatto seguito all’annuncio dato dal vescovo di Carpi che “sono giunte alla diocesi tutte le autorizzazioni che consentiranno entro l’estate l’avvio delle opere di riparazione, restauro e miglioramento sismico del duomo di Santa Maria Assunta” a Mirandola. La popolazione, così, ha avuto doppiamente modo di festeggiare: la speranza di tornare a vivere e celebrare la propria fede nell’antico duomo ora si è fatta concreta. (F. Rossi – Inviato SIR)
Il ricordo del sisma e l’impegno per la ricostruzione hanno attraversato tutte le tappe della visita papale: Carpi fu, infatti, la diocesi più colpita nel 2012. E, a una settimana dalla riapertura della cattedrale con il segretario di Stato card. Parolin, a fare da motto è ancora una volta “Vita semper vincit”, la vita vince sempre. “C’è chi resta intrappolato dalle macerie della vita e chi, come voi, con l’aiuto di Dio solleva le macerie e ricostruisce con paziente speranza”, ha detto Bergoglio nell’omelia della Messa. E, al termine della celebrazione, il vescovo di Carpi, Mons. Francesco Cavina, ha ricordato che in questa terra “la popolazione si contraddistingue per la laboriosità, l’intraprendenza, l’accoglienza e la solidarietà”, virtù “umane e sociali, che hanno le radici in secoli di fede cristiana” e che “hanno permesso di sanare, in tempi relativamente brevi, molte delle dolorose ferite inferte al territorio dal terribile terremoto del 2012”.
Papa Francesco ha quindi ringraziato quanti “hanno lavorato per questa doppia ‘maratona’”, tra cui gli scout dell’Agesci, che in questa circostanza come alla riapertura solenne della cattedrale erano in piazza ad aiutare nella gestione dell’evento, e i 4.500 malati che hanno partecipato alla Messa. “Con le vostre sofferenze aiutate la Chiesa, aiutate a portare la Croce di Cristo”, ha sottolineato il Papa rivolto a questi ultimi. Poi, al termine della celebrazione, dopo essere andato in papamobile dai fedeli che hanno seguito la Messa dai maxischermi in piazzale Re Astolfo, è tornato in piazza Martiri e, sceso dal veicolo, si è intrattenuto con anziani, disabili e bambini, salutando e benedicendo, come un parroco al termine della messa domenicale.
A simboleggiare la ricostruzione anche la benedizione di quattro “prime pietre”, poste ai piedi dell’altare, che serviranno per la nuova chiesa parrocchiale di Sant’Agata di Cibeno a Carpi, per il Centro di spiritualità a Sant’Antonio in Mercadello di Novi, per la Cittadella della carità a Carpi e per la struttura polivalente di San Martino Carano di Mirandola. Quest’ultima, in particolare, non era un normale “mattone”, ma una pietra proveniente dalla chiesa dell’Immacolata Concezione a Qaraqosh, distrutta dall’Isis, consegnata al vescovo Cavina in occasione del suo recente viaggio, a inizio marzo, in Iraq, nel corso del quale è stato il primo vescovo italiano a celebrare nella Piana di Ninive dopo la liberazione.
Quindi, nel pomeriggio, la tappa a Mirandola per toccare con mano le ferite del sisma. Già lungo la strada, avvicinandosi a quello che fu l’epicentro di molte scosse, si scorgono tuttora i segni di una ricostruzione che, in 5 anni, ha fatto progressi notevoli, ma non è ancora completata. E, per la Chiesa carpigiana, il duomo di Mirandola è l’emblema di un impegno che deve proseguire.
“Non vengano mai meno la forza d’animo, la speranza e le doti di laboriosità che vi distinguono”,
è il richiamo di Francesco alle popolazioni colpite dal terremoto del 2012, unito al ringraziamento per l’esempio “di coraggio, di andare avanti, di dignità”, “dato a tutta l’umanità”. Prima di terminare la sua giornata emiliana con l’omaggio al monumento che ricorda le vittime del terremoto a San Giacomo Roncole, il Papa – che sull’altare del duomo di Mirandola ha deposto “un mazzo di fiori in memoria di quelli che ci hanno lasciato nel terremoto” – ha espresso “vicinanza” e “incoraggiamento per il cammino che ancora resta da fare nella ricostruzione”, ricordando i “disagi”, ma soprattutto le “ferite interiori” di chi “ha perso i suoi cari e di chi ha visto disperdersi i sacrifici di una vita intera”.
“Le ferite sono state guarite”, ha riconosciuto, “ma rimangono e rimarranno per tutta la vita le cicatrici. E guardando queste cicatrici, voi abbiate il coraggio di crescere e di far crescere i vostri figli in quella dignità, in quella fortezza, in quello spirito di speranza, in quel coraggio che voi avete avuto nel momento delle ferite”.
Un pensiero, quindi, alla necessità di proseguire l’opera di ricostruzione, in particolare “per recuperare anche i centri storici”, “luoghi della memoria storica” e “spazi indispensabili della vita sociale ed ecclesiale”. Parole che hanno fatto seguito all’annuncio dato dal vescovo di Carpi che “sono giunte alla diocesi tutte le autorizzazioni che consentiranno entro l’estate l’avvio delle opere di riparazione, restauro e miglioramento sismico del duomo di Santa Maria Assunta” a Mirandola. La popolazione, così, ha avuto doppiamente modo di festeggiare: la speranza di tornare a vivere e celebrare la propria fede nell’antico duomo ora si è fatta concreta. (F. Rossi – Inviato SIR)
Approvate due leggi che vanno in direzioni diverse
di Mons. Gian Carlo Perego (*)
Roma - Il 29 marzo il Parlamento ha approvato la nuova legge “in materia di misure di protezione dei minori stranieri non accompagnati” e il Governo ha posto la fiducia su “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale”. Da una parte, considerando la situazione difficile e la spesso mancata tutela e idonea accoglienza di oltre 50.000 minori non accompagnati sbarcati in Italia tra il 2014 e i primi mesi del 2017, il Parlamento nel nostro Paese ha voluto adeguare la situazione, perché fosse esteso a tutti i minori, senza distinzione, il trattamento riservato ai minori di cittadinanza italiana o dell’Unione europea, ponendo il sistema italiano in una posizione di eccellenza nell’accoglienza e nella tutela dei minori migranti stranieri non accompagnati; dall’altra, il Governo ha voluto di fatto considerare i migranti che sbarcano in Italia - oltre 500.000 negli ultimi tre anni – e che chiedono asilo – 123.000 nel 2016 -, come soggetti per i quali è possibile derogare a un sistema di giustizia – costruito su tre gradi (Primo grado, Appello, Cassazione) che in Italia vale per tutti – ma anche riproporre una nuova forma di “detenzione amministrativa” in nuovi Centri che somigliano molto ai vecchi e vergognosi Cpt e poi Cie.
Questa sorta di strabismo nella politica migratoria, dimostrato nello stesso giorno, fa comprendere come si è lontani dal considerare l’attuale stagione migratoria come una “sfida” che dovrebbe determinare una nuova prospettiva politica, sociale e culturale nel governo delle migrazioni. Forse in questo momento, concretamente e realisticamente, sarebbe stato importante guardare alle storie, ai viaggi dei migranti, alle fatiche delle nostre comunità nel vedere la direzione in cui si sta andando nella tutela dei migranti e, al tempo stesso, del territorio e prendere la strada di risposte organiche, fedeli alla identità sociale, culturale e religiosa del nostro Paese.
In questo senso, sarebbe stato importante, accanto alla legge per i minori non accompagnati, una legge che considerasse la possibilità di un titolo di soggiorno premiale (protezione temporanea o umanitaria) a dei giovani che sono tra noi da almeno due anni, che hanno fatto percorsi di alfabetizzazione, di scolarizzazione, di lavoro; oppure una legge che favorisse l’estensione del servizio civile ai richiedenti asilo e rifugiati, per usare al meglio le risorse a beneficio dei giovani migranti e del territorio. Sarebbe stato importante valorizzare il mondo dell’associazionismo immigrato – che oggi esprime, ad esempio, la realtà di oltre 1 milione di africani presenti in Italia – per favorire una collaborazione per conoscere e accompagnare i nuovi migranti che arrivano tra noi, anche nelle Commissioni territoriali, che dovrebbero avere meno burocrati e più persone competenti nell’esame di una domanda d’asilo, accelerando così i tempi di risposta, ma soprattutto la qualità di una risposta a una domanda di protezione.
Sarebbe stato importante proporre una campagna di sensibilizzazione nei Comuni italiani per passare realmente ad un’accoglienza diffusa, come esperienza di miglior sicurezza dei migranti e del territorio; come anche ricordare la possibilità, attraverso canali legali d’ingresso, corridoi umanitari, di percorsi sicuri per i migranti e perché le persone arrivino e vengano distribuite sul territorio, così da favorire una maggiore consapevolezza europea. Non da meno sarebbe stato lungimirante dare dei segnali importanti per una cooperazione internazionale che percorra strade nuove a partire dagli 85 Paesi da cui provengono i migranti che sbarcano sulle nostre coste; come pure un maggiore impegno nella politica estera in Italia e in Europa per ricercare la pace in 35 Paesi del mondo, a partire dalla scelta di sospendere la vendita delle armi in alcuni Paesi.
La vera sicurezza nel nostro Paese e in Europa nasce dalla sicurezza sociale, di tutti. Politiche che precarizzano sempre di più la situazione dei migranti, rendono discrezionale la tutela dei diritti, con misure discriminanti che alimentano solo irregolarità ci rendono tutti insicuri.
(*) direttore generale Fondazione Migrantes, arcivescovo eletto di Ferrara-Comacchio
Questa sorta di strabismo nella politica migratoria, dimostrato nello stesso giorno, fa comprendere come si è lontani dal considerare l’attuale stagione migratoria come una “sfida” che dovrebbe determinare una nuova prospettiva politica, sociale e culturale nel governo delle migrazioni. Forse in questo momento, concretamente e realisticamente, sarebbe stato importante guardare alle storie, ai viaggi dei migranti, alle fatiche delle nostre comunità nel vedere la direzione in cui si sta andando nella tutela dei migranti e, al tempo stesso, del territorio e prendere la strada di risposte organiche, fedeli alla identità sociale, culturale e religiosa del nostro Paese.
In questo senso, sarebbe stato importante, accanto alla legge per i minori non accompagnati, una legge che considerasse la possibilità di un titolo di soggiorno premiale (protezione temporanea o umanitaria) a dei giovani che sono tra noi da almeno due anni, che hanno fatto percorsi di alfabetizzazione, di scolarizzazione, di lavoro; oppure una legge che favorisse l’estensione del servizio civile ai richiedenti asilo e rifugiati, per usare al meglio le risorse a beneficio dei giovani migranti e del territorio. Sarebbe stato importante valorizzare il mondo dell’associazionismo immigrato – che oggi esprime, ad esempio, la realtà di oltre 1 milione di africani presenti in Italia – per favorire una collaborazione per conoscere e accompagnare i nuovi migranti che arrivano tra noi, anche nelle Commissioni territoriali, che dovrebbero avere meno burocrati e più persone competenti nell’esame di una domanda d’asilo, accelerando così i tempi di risposta, ma soprattutto la qualità di una risposta a una domanda di protezione.
Sarebbe stato importante proporre una campagna di sensibilizzazione nei Comuni italiani per passare realmente ad un’accoglienza diffusa, come esperienza di miglior sicurezza dei migranti e del territorio; come anche ricordare la possibilità, attraverso canali legali d’ingresso, corridoi umanitari, di percorsi sicuri per i migranti e perché le persone arrivino e vengano distribuite sul territorio, così da favorire una maggiore consapevolezza europea. Non da meno sarebbe stato lungimirante dare dei segnali importanti per una cooperazione internazionale che percorra strade nuove a partire dagli 85 Paesi da cui provengono i migranti che sbarcano sulle nostre coste; come pure un maggiore impegno nella politica estera in Italia e in Europa per ricercare la pace in 35 Paesi del mondo, a partire dalla scelta di sospendere la vendita delle armi in alcuni Paesi.
La vera sicurezza nel nostro Paese e in Europa nasce dalla sicurezza sociale, di tutti. Politiche che precarizzano sempre di più la situazione dei migranti, rendono discrezionale la tutela dei diritti, con misure discriminanti che alimentano solo irregolarità ci rendono tutti insicuri.
(*) direttore generale Fondazione Migrantes, arcivescovo eletto di Ferrara-Comacchio
Sicilia: missionari della porta accanto in aiuto dei migranti
Modica - Ci sono donne straniere che vivono in Sicilia da vent’anni e non riescono a esprimersi in italiano. E dietro le sbarre i detenuti di un’altra lingua e un’altra cultura sembrano condannati a scontare una pena doppia, nell’incapacità assoluta di comunicare con gli altri. La terra di missione è la porta accanto e sono proprio i missionari di lungo corso, con intense esperienze in Africa e Asia, ad aver capito che è il momento di agire in Sicilia, nella zone degli arrivi continui di migranti, per accompagnare chi giunge da luoghi lontani e difficili. È nata a Modica, diocesi di Noto, nell’estremo lembo meridionale dell’isola, una comunità missionaria intercongregazionale, con quattro religiosi di congregazioni diversi, due uomini e due donne, che parlano la “lingua” dei migranti che sbarcano a pochi chilometri di distanza, al porto di Pozzallo.
L’idea ha radici lontane. Nel febbraio 2013, gli Istituti missionari in Italia organizzarono a Trevi un forum per riflettere insieme come “Educare ed educarsi alla missione”. La prima idea fu quella di costituire una comunità a Lampedusa, ma era stata accantonata, perché l’isoletta era un luogo di approdo, i migranti vi rimanevano per poco tempo. L’obiettivo rimaneva, però, la Sicilia. A novembre del 2015 padre Gianni Treglia, missionario della Consolata, e suor Giovanna Minardi, dell’Immacolata, già destinati a tale progetto, si sono stabiliti proprio in Sicilia e la diocesi di Noto ha aperto loro le “porte”. Nel frattempo si sono aggiunti padre Vittorio Bonfanti, missionario d’Africa, e suor Raquel Soria, della Consolata. E un anno fa la comunità si è stabilita nella casa attigua al Santuario della Madonna delle Grazie, a Modica, messa a disposizione dal parroco e dalla diocesi. La comunità è accompagnata dai collaboratori della Caritas diocesana, così come di Migrantes e Centro diocesano missionario. L’esperienza di missione, la conoscenza di varie lingue (suor Giovanna parla il cinese, padre Vittorio la lingua bambara, suor Rachele swahili e spagnolo), rappresentano canali privilegiati per entrare in contatto con i migranti arrivati in Italia.
Ognuno ha la sua storia e quel vissuto rappresenta un “ponte” di comunicazione. Padre Vittorio Bonfanti per tantissimi anni ha vissuto in Mali. Lì i musulmani sono l’85 per cento, i cristiani appena il 2 per cento. «Qui in Sicilia sono andato in una comunità che accoglie migranti – spiega padre Vittorio –. C’era una donna che se ne stava sempre seduta, in silenzio, testa bassa. Quando sono arrivato ho parlato la sua lingua, lei si è alzata, mi ha sorriso: è stato come se riprendesse a vivere». A volte, però, non c’è bisogno di conoscere l’idioma parlato dal migrante, basta solo la consapevolezza di chi conosce la potenza dell’amore. Padre Gianni racconta: «In ospedale c’era un ragazzo ricoverato da più di due mesi: come nome era stato riportato “ignoto” e accanto un numero. Sono entrato in stanza, pochi minuti dopo sono uscito e ho dato al personale dell’ospedale il nome e alcuni dati del ragazzo. Che lingua ho parlato? Nessuna. Gli ho detto come mi chiamavo, gli ho sorriso, e ho parlato con lui». Padre Gianni Treglia è salentino di nascita. Nel 1995, dopo l’ordinazione sacerdotale, la partenza per la Tanzania, fino al 2011. Ha un desiderio: un centro giovanile per minori a Pozzallo. Suor Giovanna Minardi ha trascorso moltissimi anni in Asia: 21 anni a Hong Kong e quattro in Cina. «Ci siamo accorti – dice suor Giovanna – che ci sono diverse persone che vivono qui anche da vent’anni, ma non parlano una parola d’italiano. La scuola allora diventa un’occasione importante». Suor Rachele Soria è argentina d’origine, per tanti anni ha vissuto in Kenya, coi bambini e i ragazzi abbandonati e abusati, con i carcerati abbandonati. Ora, a Noto, dove c’è una struttura carceraria, vuole rendersi presenza concreta dell’amore di Dio e dei fratelli con quanti vivono in carcere.
Nei giorni scorsi, per celebrare il primo anno di presenza a Modica, si è tenuto un incontro alla Casa don Puglisi, con le mamme e gli operatori. «La cosa più spontanea – afferma il direttore della Caritas diocesana, Maurilio Assenza – è stata quella di vivere questo primo anno nella nostra casa. Quello che c’è qua, va ricordato, non è stato costruito da noi, ci è stato donato da Dio». (A.Turrisi – Avvenire)
L’idea ha radici lontane. Nel febbraio 2013, gli Istituti missionari in Italia organizzarono a Trevi un forum per riflettere insieme come “Educare ed educarsi alla missione”. La prima idea fu quella di costituire una comunità a Lampedusa, ma era stata accantonata, perché l’isoletta era un luogo di approdo, i migranti vi rimanevano per poco tempo. L’obiettivo rimaneva, però, la Sicilia. A novembre del 2015 padre Gianni Treglia, missionario della Consolata, e suor Giovanna Minardi, dell’Immacolata, già destinati a tale progetto, si sono stabiliti proprio in Sicilia e la diocesi di Noto ha aperto loro le “porte”. Nel frattempo si sono aggiunti padre Vittorio Bonfanti, missionario d’Africa, e suor Raquel Soria, della Consolata. E un anno fa la comunità si è stabilita nella casa attigua al Santuario della Madonna delle Grazie, a Modica, messa a disposizione dal parroco e dalla diocesi. La comunità è accompagnata dai collaboratori della Caritas diocesana, così come di Migrantes e Centro diocesano missionario. L’esperienza di missione, la conoscenza di varie lingue (suor Giovanna parla il cinese, padre Vittorio la lingua bambara, suor Rachele swahili e spagnolo), rappresentano canali privilegiati per entrare in contatto con i migranti arrivati in Italia.
Ognuno ha la sua storia e quel vissuto rappresenta un “ponte” di comunicazione. Padre Vittorio Bonfanti per tantissimi anni ha vissuto in Mali. Lì i musulmani sono l’85 per cento, i cristiani appena il 2 per cento. «Qui in Sicilia sono andato in una comunità che accoglie migranti – spiega padre Vittorio –. C’era una donna che se ne stava sempre seduta, in silenzio, testa bassa. Quando sono arrivato ho parlato la sua lingua, lei si è alzata, mi ha sorriso: è stato come se riprendesse a vivere». A volte, però, non c’è bisogno di conoscere l’idioma parlato dal migrante, basta solo la consapevolezza di chi conosce la potenza dell’amore. Padre Gianni racconta: «In ospedale c’era un ragazzo ricoverato da più di due mesi: come nome era stato riportato “ignoto” e accanto un numero. Sono entrato in stanza, pochi minuti dopo sono uscito e ho dato al personale dell’ospedale il nome e alcuni dati del ragazzo. Che lingua ho parlato? Nessuna. Gli ho detto come mi chiamavo, gli ho sorriso, e ho parlato con lui». Padre Gianni Treglia è salentino di nascita. Nel 1995, dopo l’ordinazione sacerdotale, la partenza per la Tanzania, fino al 2011. Ha un desiderio: un centro giovanile per minori a Pozzallo. Suor Giovanna Minardi ha trascorso moltissimi anni in Asia: 21 anni a Hong Kong e quattro in Cina. «Ci siamo accorti – dice suor Giovanna – che ci sono diverse persone che vivono qui anche da vent’anni, ma non parlano una parola d’italiano. La scuola allora diventa un’occasione importante». Suor Rachele Soria è argentina d’origine, per tanti anni ha vissuto in Kenya, coi bambini e i ragazzi abbandonati e abusati, con i carcerati abbandonati. Ora, a Noto, dove c’è una struttura carceraria, vuole rendersi presenza concreta dell’amore di Dio e dei fratelli con quanti vivono in carcere.
Nei giorni scorsi, per celebrare il primo anno di presenza a Modica, si è tenuto un incontro alla Casa don Puglisi, con le mamme e gli operatori. «La cosa più spontanea – afferma il direttore della Caritas diocesana, Maurilio Assenza – è stata quella di vivere questo primo anno nella nostra casa. Quello che c’è qua, va ricordato, non è stato costruito da noi, ci è stato donato da Dio». (A.Turrisi – Avvenire)
A vent’anni dalla legge sull’immigrazione Turco-Napolitano
di Mons. Gian Carlo Perego
Roma - Sono passati vent’anni dalla legge Turco- Napolitano, la cui approvazione e discussione preparatoria vide protagonisti, tra i soggetti della società civile, anche Caritas Italiana e la Fondazione Migrantes. Come Migrantes salutammo la legge come uno strumento di tutela della dignità della persona immigrata nel nostro Paese, con un’attenzione particolare e unica alle vittime di tratta (art. 16), anche se notavamo alcune lacune o stralci: gli articoli sulla protezione umanitaria e il diritto d’asilo, il diritto di voto amministrativo, la riduzione da dieci a cinque anni per la richiesta della cittadinanza, l’espulsione per via amministrativa e non giurisdizionale, l’incognita dei centri di permanenza temporanea. A vent’anni di distanza dalla legge, un cammino di riforma legislativa non può prescindere da due premesse. Anzitutto è importante ricordare di chi parliamo oggi, quali sono i soggetti delle migrazioni. Parliamo di 5.024.000 persone regolarmente soggiornanti nel nostro Paese (5 volte più del 1998), di cui 2.500.000 di lavoratori e imprenditori, di oltre 1.800.000 famiglie, di 814.000 studenti (10 volte più del 1998), di 176.000 richiedenti asilo e rifugiati oggi accolti in strutture. Ma parliamo anche di almeno 500.000 irregolari, situazione causata dalla scadenza del permesso di soggiorno, per i tempi lunghi della ricerca di lavoro, perché non ci sono canali per un ingresso regolare, perché diniegati dopo aver presentato una domanda d’asilo. E’ un popolo che vive dentro e con il popolo italiano. E’ una risorsa di vita, di lavoro, di affetti, di intelligenza, di sofferenza. In secondo luogo, non possiamo esimerci dal proporre per noi e per loro quale legislazione sull’immigrazione a vent’anni da una legge, la 40/1998, la legge Turco-Napolitano, che ha iniziato a pensare il Paese non nonostante questo popolo, ma con questo popolo, anche se è la prima legge sull’immigrazione approvata non con l’apporto dell’ opposizione, come le prime due leggi del 1986 e del 1989, ma con il sostegno del mondo ecclesiale e del Terzo settore? Quale legge sull’immigrazione che interpreti la realtà e non sia viziata da pregiudizi ideologici o di interesse, che alimentano paure e derive securitarie? Quale legge che interpreti un fenomeno che comunque determinerà la vita e la storia del nostro Paese di domani? Certamente, è necessaria una legislazione con la capacità di regolare i due volti delle migrazioni oggi: le libere migrazioni e le migrazioni forzate, ampliando i titoli di soggiorni, con un’attenzione più ampia e non residuale alla protezione sociale e umanitaria di migranti per nuovi fenomeni sociali, come le migrazioni forzate per ragioni ambientali o per ragioni religiose, per tratta. Una legge non strabica, che guardi solo alla sicurezza, ma che – come la Turco-Napolitano – sia frutto dei due occhi: la sicurezza e l’integrazione, di due Ministeri, dell’Interno e della Solidarietà sociale. Questa nuova prospettiva chiede un ufficio migrazione e un servizio accoglienza migranti in ogni Comune o consorzi di piccoli Comuni, nella logica della legge quadro 328/2000 che ha creato un sistema integrato di interventi e servizi sociali, con un tavolo territoriale, un piano di zona e forme condivise di accreditamento di alcuni servizi alla persona migrante, italiana e straniera. Strumenti di conoscenza, accompagnamento e prima accoglienza, diffusa e preparata sul territorio, è il primo passo di un buon governo delle migrazioni, che evita improvvisazione, superficialità, sfruttamento. La vita, la storia, la cultura del mondo, soprattutto di molti Paesi poveri, che si incontra con la vita sempre più debole, la storia, la cultura del nostro Paese e dell’Europa devono trovare una legge che aiuti un cammino intelligente di incontro, di scambio, di cittadinanza attiva.
Prato: domani Via Crucis nella “Chinatown” con Mons. Agostinelli
Prato - La croce torna sulle strade della “Chinatown” di Prato. I frati minori della parrocchia dell’Ascensione al Pino e le suore cinesi promuovono, infatti, per domani pomeriggio, una Via Crucis lungo via Pistoiese, guidata dal vescovo di Prato, Mons. Franco Agostinelli.
Sono dieci anni, da quando fu aperta la comunità francescana Maria Madre dell’Incontro in via Donizetti, che viene celebrato questo tradizionale rito in preparazione alla Pasqua. “È un segno importante che ogni anno vogliamo riproporre anche se non sappiamo quanto possa incidere nella vita della comunità cinese di Prato”, dice fra’ Roberto Bellato, parroco dell’Ascensione sicuro che “testimoniare la presenza di Cristo a chi non lo conosce sia significativo e importante”.
Il percorso è lo stesso compiuto nelle ultime edizioni con partenza dal supermercato Pam di via Pistoiese, poi le stazioni della Via Crucis saranno recitate a tappe lungo la strada a più alta concentrazione orientale della città, non a caso gli stessi cinesi la chiamano “Via Cina”, fino ad arrivare ai giardini di via Colombo. Anche questi ultimi sono molto frequentati dai cittadini cinesi, in particolare per la pratica Tai Chi, antica arte marziale fatta con movimenti fluidi e lenti. Qui monsignor Agostinelli rivolgerà il proprio saluto annunciando la Pasqua del Signore. Le parole del Vescovo saranno tradotte da suor Teresa.
Alla processione partecipa la comunità cattolica cinese di Prato, che durante il percorso consegnerà ai propri connazionali alcuni volantini in lingua per comunicare la loro presenza presso la parrocchia del Pino. “È un modo per farci conoscere e invitare i cinesi a partecipare alle nostre iniziative. Forse sono gocce nel mare – conclude fra’ Roberto – ma con i piccoli passi si raggiungono i grandi obiettivi”.
Sono dieci anni, da quando fu aperta la comunità francescana Maria Madre dell’Incontro in via Donizetti, che viene celebrato questo tradizionale rito in preparazione alla Pasqua. “È un segno importante che ogni anno vogliamo riproporre anche se non sappiamo quanto possa incidere nella vita della comunità cinese di Prato”, dice fra’ Roberto Bellato, parroco dell’Ascensione sicuro che “testimoniare la presenza di Cristo a chi non lo conosce sia significativo e importante”.
Il percorso è lo stesso compiuto nelle ultime edizioni con partenza dal supermercato Pam di via Pistoiese, poi le stazioni della Via Crucis saranno recitate a tappe lungo la strada a più alta concentrazione orientale della città, non a caso gli stessi cinesi la chiamano “Via Cina”, fino ad arrivare ai giardini di via Colombo. Anche questi ultimi sono molto frequentati dai cittadini cinesi, in particolare per la pratica Tai Chi, antica arte marziale fatta con movimenti fluidi e lenti. Qui monsignor Agostinelli rivolgerà il proprio saluto annunciando la Pasqua del Signore. Le parole del Vescovo saranno tradotte da suor Teresa.
Alla processione partecipa la comunità cattolica cinese di Prato, che durante il percorso consegnerà ai propri connazionali alcuni volantini in lingua per comunicare la loro presenza presso la parrocchia del Pino. “È un modo per farci conoscere e invitare i cinesi a partecipare alle nostre iniziative. Forse sono gocce nel mare – conclude fra’ Roberto – ma con i piccoli passi si raggiungono i grandi obiettivi”.
Torino: la diocesi impegnata nel risolvere la situazione dei rifugiati dell’exMoi
Torino – “Le difficoltà aumentano e crescono forme vecchie e nuove di crescente povertà. Per la Chiesa di Torino l’impegno ad accogliere i rifugiati e l’attenzione al welfare in generale per far fronte alle situazioni di chi perde il lavoro o non lo trova o non ha più una casa, o vive per strada, non verrà mai meno. Credo che ciò sia molto apprezzato ed è ciò che la città si aspetta da noi. Anche per questo sono stupito quando riscontro che certe istituzioni al contrario penalizzano sempre più gli oltre cento oratori e le scuole paritarie, in particolare le sessanta scuole dell’infanzia che, mediante una rete capillare in tutta la città, assicurano servizi fondamentali per migliaia di famiglie”. A dirlo, in una intervista a “La Stampa” è l’arcivescovo di Torino, Mons. Cesare Nosiglia parlando dell’occupazione di alcune palazzine dell’Ex Moi. Le palazzine sono state occupate alla chiusura del progetto “Emergenza Nord Africa”.
“Oltre 20mila persone in Italia – dice il Direttore Migrantes, Sergio Durando - si sono trovate ad uscire dal quel progetto. A Torino c’è stata una prima occupazione che evidenzia un vuoto nella filiera dell’accoglienza perché non sempre ‘uscire” da un progetto corrisponde ad una integrazione sociale ed autonoma”. Per Durando oggi è difficile quantificare il numero delle persone che occupano le palazzine ma certamente si aggira tra i 1000 e i 1500 persone. La diocesi di Torino, attraverso la Migrantes è impegnata nel trovare delle soluzioni per questi, uomini, donne, nuclei familiari, che oggi si trovano senza casa.
“Il nostro compito – dice Mons. Nosiglia - è richiamare sempre la centralità di ogni persona che abita le palazzine dell’ex Villaggio Olimpico e le sue concrete esigenze e possibilità. Per questo fra i servizi della Diocesi lavoriamo in sinergia e in stretta collaborazione con tutti. Inoltre, vogliamo salvaguardare il criterio che si è rivelato vincente: non concentrare numeri troppo elevati di persone nei luoghi dove si intende offrire loro un alloggio alternativo al Moi”. Le premesse – aggiunge il presule - “mi sembrano positive visto anche l’impegno della Compagnia di San Paolo e di uno staff di persone qualificate che hanno in mano l’operazione. E viste le responsabilità che si sono assunti sia il Comune che la Prefettura, insieme con Migrantes per conto della Diocesi”. Per prima cosa occorre ascoltare uno per uno gli individui che saranno coinvolti, “sia per conoscerne le necessità e poter concordare insieme un percorso non solo di ‘altra’ accoglienza ma di inclusione sociale appropriata alle condizioni e potenzialità positive di ciascuno”. Bisogna capire che quando si è “trovato un altro posto per abitare non abbiamo finito: si tratta di accompagnare giorno per giorno la vita concreta delle persone e delle famiglie”. Oggi la Diocesi torinese, con le parrocchie e gli istituti religiosi garantisce quasi un migliaio di posti in accoglienza: “ lo sforzo che stiamo facendo non è poca cosa. Sono fiducioso che si possa comunque raggiungere un buon risultato. Abbiamo attivato un censimento che è ancora in corso per verificare le concrete ulteriori disponibilità”. (R.I.)
“Oltre 20mila persone in Italia – dice il Direttore Migrantes, Sergio Durando - si sono trovate ad uscire dal quel progetto. A Torino c’è stata una prima occupazione che evidenzia un vuoto nella filiera dell’accoglienza perché non sempre ‘uscire” da un progetto corrisponde ad una integrazione sociale ed autonoma”. Per Durando oggi è difficile quantificare il numero delle persone che occupano le palazzine ma certamente si aggira tra i 1000 e i 1500 persone. La diocesi di Torino, attraverso la Migrantes è impegnata nel trovare delle soluzioni per questi, uomini, donne, nuclei familiari, che oggi si trovano senza casa.
“Il nostro compito – dice Mons. Nosiglia - è richiamare sempre la centralità di ogni persona che abita le palazzine dell’ex Villaggio Olimpico e le sue concrete esigenze e possibilità. Per questo fra i servizi della Diocesi lavoriamo in sinergia e in stretta collaborazione con tutti. Inoltre, vogliamo salvaguardare il criterio che si è rivelato vincente: non concentrare numeri troppo elevati di persone nei luoghi dove si intende offrire loro un alloggio alternativo al Moi”. Le premesse – aggiunge il presule - “mi sembrano positive visto anche l’impegno della Compagnia di San Paolo e di uno staff di persone qualificate che hanno in mano l’operazione. E viste le responsabilità che si sono assunti sia il Comune che la Prefettura, insieme con Migrantes per conto della Diocesi”. Per prima cosa occorre ascoltare uno per uno gli individui che saranno coinvolti, “sia per conoscerne le necessità e poter concordare insieme un percorso non solo di ‘altra’ accoglienza ma di inclusione sociale appropriata alle condizioni e potenzialità positive di ciascuno”. Bisogna capire che quando si è “trovato un altro posto per abitare non abbiamo finito: si tratta di accompagnare giorno per giorno la vita concreta delle persone e delle famiglie”. Oggi la Diocesi torinese, con le parrocchie e gli istituti religiosi garantisce quasi un migliaio di posti in accoglienza: “ lo sforzo che stiamo facendo non è poca cosa. Sono fiducioso che si possa comunque raggiungere un buon risultato. Abbiamo attivato un censimento che è ancora in corso per verificare le concrete ulteriori disponibilità”. (R.I.)
Tra gli scaffali
a cura di Raffaele Iaria
Immigrazione
Le rotte dei migranti, gli hotspot, il dibattito su Schengen. L’immigrazione nel Mediterraneo mette in ginocchio l’Europa.
Il Mediterraneo è oggi la rotta migratoria più pericolosa al mondo, su cui si affacciano la Grecia e l’Italia, frontiere meridionali dell’Unione europea. Nel 2015 oltre 3500 persone sono naufragate tentando di raggiungere la sponda della salvezza. Tra loro c’erano 700 bambini. C’è un vuoto nel nostro immaginario rispetto a ciò che li spinge a partire con ogni mezzo e ad affrontare tanti rischi.
Nonostante si sia tanto dibattuto sulla soglia etica da non oltrepassare nella rappresentazione mediatica del fenomeno migratorio in corso, il rischio è che lo choc e la commozione per le sofferenze e le vittime vengano presto rimossi e dimenticati. Il rischio è la “globalizzazione dell’indifferenza”.
Nel volume contributi di Emma Bonino, Daniela Pompei, Pasquale Ferrara e Michele Zanzucchi
Raffaella Cosentino, Immigrazione, Città Nuova
Scritti in onore di papa Benedetto
In occasione del 90° compleanno del Papa emerito Benedetto XVI, la Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger – Benedetto XVI promuove un incontro che si svolgerà il prossimo 6 aprile presso l’Istituto Patristico Augustinianum di Roma (via Paolo VI, 25), con inizio alle ore 17.30. Dopo i saluti di padre Giuseppe Caruso, preside dell’Augustinianum e di don Giuseppe Costa, direttore della Libreria Editrice Vaticana, il presidente della Fondazione Ratzinger padre Federico Lombardi presenterà il volume Cooperatores Veritatis. Scritti in onore del Papa emerito Benedetto XVI per il 90° compleanno, da lui curato insieme a Pierluca Azzaro per i tipi della LEV. L’opera riunisce i contributi dei 13 studiosi che dal 2011 ad oggi sono stati insigniti con il Premio Ratzinger.
Il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e membro del Comitato Scientifico della Fondazione, terrà a seguire una relazione che ha per titolo “Una sinfonia di amore e verità nella libertà. Joseph Ratzinger/Benedetto XVI testimone grato della fede pasquale”.
Il volume celebrativo – un vero “Festschrift”, secondo la terminologia accademica tedesca – “costituisce una via originale per venire a contatto con un gruppo internazionale di autorevoli studiosi, che si sono confrontati con il pensiero di Joseph Ratzinger”, nota padre Lombardi nell’introduzione. Gli autori dei saggi, provenienti da 11 Paesi diversi, sono: il monsignore ambrosiano Inos Biffi, il filosofo francese Rémi Brague, il biblista anglicano Richard Burridge, il teologo polacco monsignor Waldemar Chrostowski, il gesuita americano Brian E. Daley, il gesuita brasiliano Mario De França Miranda, il teologo spagnolo don Olegario González de Cardedal, l’abate cistercense di Heiligenkreuz in Austria Maximilian Heim, lo studioso libanese Nabil el-Khoury, il teologo greco ortodosso Ioannis Kourempeles, la teologa francese Anne-Marie Pelletier, il teologo tedesco Christian Schaller, curatore dell’Opera omnia di Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, l’italiano Manlio Simonetti, noto esperto di Patristica.
F. Lombardi – P.Azzaro (a cura di), Cooperatores Veritatis. Scritti in onore del Papa emerito Benedetto XVI per il 90° compleanno, LEV
G.F. Svidercoschi, Francesco l'Incendiario. Un papato tra resistenze, contraddizioni e riforme, Tau editrice
Le rotte dei migranti, gli hotspot, il dibattito su Schengen. L’immigrazione nel Mediterraneo mette in ginocchio l’Europa.
Il Mediterraneo è oggi la rotta migratoria più pericolosa al mondo, su cui si affacciano la Grecia e l’Italia, frontiere meridionali dell’Unione europea. Nel 2015 oltre 3500 persone sono naufragate tentando di raggiungere la sponda della salvezza. Tra loro c’erano 700 bambini. C’è un vuoto nel nostro immaginario rispetto a ciò che li spinge a partire con ogni mezzo e ad affrontare tanti rischi.
Nonostante si sia tanto dibattuto sulla soglia etica da non oltrepassare nella rappresentazione mediatica del fenomeno migratorio in corso, il rischio è che lo choc e la commozione per le sofferenze e le vittime vengano presto rimossi e dimenticati. Il rischio è la “globalizzazione dell’indifferenza”.
Nel volume contributi di Emma Bonino, Daniela Pompei, Pasquale Ferrara e Michele Zanzucchi
Raffaella Cosentino, Immigrazione, Città Nuova
Scritti in onore di papa Benedetto
In occasione del 90° compleanno del Papa emerito Benedetto XVI, la Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger – Benedetto XVI promuove un incontro che si svolgerà il prossimo 6 aprile presso l’Istituto Patristico Augustinianum di Roma (via Paolo VI, 25), con inizio alle ore 17.30. Dopo i saluti di padre Giuseppe Caruso, preside dell’Augustinianum e di don Giuseppe Costa, direttore della Libreria Editrice Vaticana, il presidente della Fondazione Ratzinger padre Federico Lombardi presenterà il volume Cooperatores Veritatis. Scritti in onore del Papa emerito Benedetto XVI per il 90° compleanno, da lui curato insieme a Pierluca Azzaro per i tipi della LEV. L’opera riunisce i contributi dei 13 studiosi che dal 2011 ad oggi sono stati insigniti con il Premio Ratzinger.
Il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e membro del Comitato Scientifico della Fondazione, terrà a seguire una relazione che ha per titolo “Una sinfonia di amore e verità nella libertà. Joseph Ratzinger/Benedetto XVI testimone grato della fede pasquale”.
Il volume celebrativo – un vero “Festschrift”, secondo la terminologia accademica tedesca – “costituisce una via originale per venire a contatto con un gruppo internazionale di autorevoli studiosi, che si sono confrontati con il pensiero di Joseph Ratzinger”, nota padre Lombardi nell’introduzione. Gli autori dei saggi, provenienti da 11 Paesi diversi, sono: il monsignore ambrosiano Inos Biffi, il filosofo francese Rémi Brague, il biblista anglicano Richard Burridge, il teologo polacco monsignor Waldemar Chrostowski, il gesuita americano Brian E. Daley, il gesuita brasiliano Mario De França Miranda, il teologo spagnolo don Olegario González de Cardedal, l’abate cistercense di Heiligenkreuz in Austria Maximilian Heim, lo studioso libanese Nabil el-Khoury, il teologo greco ortodosso Ioannis Kourempeles, la teologa francese Anne-Marie Pelletier, il teologo tedesco Christian Schaller, curatore dell’Opera omnia di Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, l’italiano Manlio Simonetti, noto esperto di Patristica.
F. Lombardi – P.Azzaro (a cura di), Cooperatores Veritatis. Scritti in onore del Papa emerito Benedetto XVI per il 90° compleanno, LEV
Francesco l'Incendiario
"Ite, inflammate omnia", ricordava sempre Ignazio di Loyola ai membri della Compagnia di Gesù. Ebbene, Francesco ha fatto esattamente questo: ha infiammato il mondo. Ha infiammato gli animi, ha acceso passioni, ha suscitato affettività, simpatia, empatia. E, ritenendo urgente che la Chiesa e i cristiani tornassero al Vangelo, e che perciò il Vangelo dovesse essere liberato da quel sovraccarico secolare di “pesi” che aveva finito per offuscarlo, per soffocarlo, Francesco ha dato alle fiamme l’ammasso enorme di loglio e di sterpaglia che impediva la semina e la crescita del buon grano: cioè, uscendo fuor di metafora, ha cominciato a destrutturare dalle fondamenta il vecchio sistema clericale. Con il risultato di provocare uno sconvolgimento tellurico, mettendo in crisi anche molti credenti, e infoltendo i gruppi degli oppositori. Nel volume i quattro anni di pontificato di questo pontefice, il primo della storia a scegliere il nome del Santo dei poveri.G.F. Svidercoschi, Francesco l'Incendiario. Un papato tra resistenze, contraddizioni e riforme, Tau editrice