Roma - A febbraio i flussi di migranti verso la Ue sono calati in Italia, e rimasti stabili in Grecia e Spagna. Il numero di migranti arrivati in Italia dalla rotta del Mediterraneo Centrale è sceso sotto 800, meno di un decimo di febbraio 2017. Lo ha reso noto oggi Frontex. Secondo questi dati il periodo gennaio-febbraio, il numero complessivo di migranti rilevati su questa rotta è sceso del 61% rispetto al 2017, arrivando a 5.200. Tra le cause: il cattivo tempo e le crescenti attività dei guardacoste libici.
Primo Piano
Papa Francesco: la preghiera ha bisogno di coraggio e pazienza
Città del Vaticano - “Coraggio e pazienza”: sono le peculiarità della preghiera, che deve essere levata a Dio “con libertà, come figli”. Lo sottolinea Papa Francesco nell’omelia della Messa celebrata a Santa Marta. Il punto di partenza, riferisce Vatican News, è la prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo, con la conversazione tra il Signore e Mosè sull’apostasia del suo popolo.
Il profeta cerca di distogliere il Signore dai suoi propositi iracondi contro il popolo che “ha lasciato la gloria del Dio vivente per adorare un vitello d’oro”. Nel dialogo audace che porta avanti, Mosè “si avvicina con le argomentazioni” e ricorda al Padre quanto abbia fatto per la sua gente, condotta in salvo dalla schiavitù in Egitto, rammenta la fedeltà di Abramo, di Isacco. Nelle sue parole, in questo “faccia a faccia”, traspare il coinvolgimento del profeta, il suo amore per il popolo. Mosè non teme di dire la verità, non “entra in giochi di tangente”, non cede davanti alla possibilità “di vendere la sua coscienza”. “E questo piace a Dio”, precisa il Pontefice, “quando Dio vede un’anima, una persona che prega e prega e prega per qualcosa, Lui si commuove”.
“Niente tangente. Io sono con il popolo. E sono con Te. Questa è la preghiera di intercessione: una preghiera che argomenta, che ha il coraggio di dire in faccia al Signore, che è paziente. Ci vuole pazienza, nella preghiera di intercessione: noi non possiamo promettere a qualcuno di pregare per lui e poi finire la cosa con un Padre Nostro e un’Ave Maria e andarcene. No. Se tu dici di pregare per un altro, devi andare per questa strada. E ci vuole pazienza”.
Nella vita quotidiana, purtroppo, non sono rari i casi di dirigenti disposti a sacrificare l’impresa pur di vedere salvati i propri interessi, di ottenere un proprio tornaconto. Ma Mosè non entra nella “logica della tangente”, lui è con il popolo e lotta per il popolo. Le Sacre Scritture sono piene di esempi di “costanza”, della capacità di “andare avanti con pazienza”: la cananea, il “cieco all’uscita di Gerico”.
“Per la preghiera di intercessione ci vogliono due cose: coraggio, cioè parresia, coraggio, e pazienza. Se io voglio che il Signore ascolti qualcosa che gli chiedo, devo andare, e andare, e andare, bussare alla porta, e busso al cuore di Dio, e busso di qua … ma perché il mio cuore è coinvolto con quello! Ma se il mio cuore non si coinvolge con quel bisogno, con quella persona per la quale devo pregare, non sarà capace neppure del coraggio e della pazienza”.
Avere un cuore coinvolto
Papa Francesco indica, quindi, la “strada della preghiera di intercessione”: essere coinvolti, lottare, andare avanti, digiunare.
“Che il Signore ci dia questa grazia. La grazia di pregare davanti a Dio con libertà, come figli; di pregare con insistenza, di pregare con pazienza. Ma soprattutto, pregare sapendo che io parlo con mio Padre, e mio Padre mi ascolterà. Che il Signore ci aiuti a progredire in questa preghiera di intercessione”.
Il profeta cerca di distogliere il Signore dai suoi propositi iracondi contro il popolo che “ha lasciato la gloria del Dio vivente per adorare un vitello d’oro”. Nel dialogo audace che porta avanti, Mosè “si avvicina con le argomentazioni” e ricorda al Padre quanto abbia fatto per la sua gente, condotta in salvo dalla schiavitù in Egitto, rammenta la fedeltà di Abramo, di Isacco. Nelle sue parole, in questo “faccia a faccia”, traspare il coinvolgimento del profeta, il suo amore per il popolo. Mosè non teme di dire la verità, non “entra in giochi di tangente”, non cede davanti alla possibilità “di vendere la sua coscienza”. “E questo piace a Dio”, precisa il Pontefice, “quando Dio vede un’anima, una persona che prega e prega e prega per qualcosa, Lui si commuove”.
“Niente tangente. Io sono con il popolo. E sono con Te. Questa è la preghiera di intercessione: una preghiera che argomenta, che ha il coraggio di dire in faccia al Signore, che è paziente. Ci vuole pazienza, nella preghiera di intercessione: noi non possiamo promettere a qualcuno di pregare per lui e poi finire la cosa con un Padre Nostro e un’Ave Maria e andarcene. No. Se tu dici di pregare per un altro, devi andare per questa strada. E ci vuole pazienza”.
Nella vita quotidiana, purtroppo, non sono rari i casi di dirigenti disposti a sacrificare l’impresa pur di vedere salvati i propri interessi, di ottenere un proprio tornaconto. Ma Mosè non entra nella “logica della tangente”, lui è con il popolo e lotta per il popolo. Le Sacre Scritture sono piene di esempi di “costanza”, della capacità di “andare avanti con pazienza”: la cananea, il “cieco all’uscita di Gerico”.
“Per la preghiera di intercessione ci vogliono due cose: coraggio, cioè parresia, coraggio, e pazienza. Se io voglio che il Signore ascolti qualcosa che gli chiedo, devo andare, e andare, e andare, bussare alla porta, e busso al cuore di Dio, e busso di qua … ma perché il mio cuore è coinvolto con quello! Ma se il mio cuore non si coinvolge con quel bisogno, con quella persona per la quale devo pregare, non sarà capace neppure del coraggio e della pazienza”.
Avere un cuore coinvolto
Papa Francesco indica, quindi, la “strada della preghiera di intercessione”: essere coinvolti, lottare, andare avanti, digiunare.
“Che il Signore ci dia questa grazia. La grazia di pregare davanti a Dio con libertà, come figli; di pregare con insistenza, di pregare con pazienza. Ma soprattutto, pregare sapendo che io parlo con mio Padre, e mio Padre mi ascolterà. Che il Signore ci aiuti a progredire in questa preghiera di intercessione”.
Pastorale Rom: oggi convegno a Reggio Calabria
Reggio Calabria - “Dalla parte dei bambini. Rompere i pregiudizi, prevenire l’esclusione, educare alla cittadinanza”. Questo il tema di un convegno promosso da Caritas e Migrantes della diocesi di Reggio Calabria-Bova e dai missionari scalabriniani della parrocchia di Sant’Agostino per oggi pomeriggio alle ore 17 presso il seminario diocesano. L’attenzione pastorale per Rom, Sinti e Viaggianti è “un compito irrinunciabile: essi hanno bisogno, in effetti, di una sollecitudine pastorale specifica, soprattutto nei confronti delle giovani generazioni”, scrivono i promotori. Il programma prevede i saluti dell’arcivescovo Giuseppe Fiorini Morosini e gli interventi, coordinati dal parroco di Sant’Agostino di Reggio Calabria p. Gabriele Bentoglio, del vescovo delegato della pastorale Migrantes della Conferenza Episcopale del Lazio, Paolo Lojudice, di Paolo Ciani, del direttore della Caritas diocesana, don Antonino Pangallo e di Marisa Maisano. (Raffaele Iaria)
UE: termometro per lo stato di salute
Bruxelles - Le buone intenzioni non mancano, ma alle proposte – e talvolta agli impegni assunti – in genere non seguono i fatti. Le pressioni migratorie che da anni interessano soprattutto le coste europee del Mediterraneo, e che continuano a gravare in particolare su Italia e Grecia, sono state mille volte al centro di riunioni del Consiglio europeo (capi di Stato e di governo dei 28), di plenarie dell’Europarlamento, di sedute della Commissione. Soprattutto quest’ultima ha spinto, con insistenza, affinché si costruisse una “politica migratoria comune”, così da condividere responsabilità e impegni e sollevare Roma e Atene da un carico – umanitario, economico e psicologico, con indiscutibili ricadute elettorali e politiche – ingestibile. Ma i passi in avanti sono stati miseri, le chiusure di diversi Paesi esplicite, gli egoismi reiterati.
In vista del Consiglio europeo del 22 e 23 marzo, l’Esecutivo guidato da Jean-Claude Juncker rilancia la questione, mettendo sul tavolo, mercoledì 14 marzo, una serie di iniziative e progetti che riguarderebbero “interventi sul campo” e revisioni normative – asilo compreso –. Ai governi dei Paesi membri spetta dimostrare se la costruzione comunitaria passa ancora dal principio della solidarietà (quella che ad esempio si invoca attingendo golosamente ai fondi strutturali), oppure se prevale una più modesta Europa à la carte. In questo senso la Commissione anzitutto riferisce sui “progressi compiuti nel quadro dell’agenda europea sulla migrazione” e “illustra le azioni-chiave da intraprendere”. E parte dai dati, ancora una volta sbalorditivi: “Oltre 285mila migranti sono stati soccorsi dalle operazioni Ue nel Mediterraneo dal febbraio 2016, e nel 2017 più di 2mila migranti sono stati salvati nel deserto dopo essere stati abbandonati dai trafficanti”. Non basta: “Con 205mila attraversamenti illegali delle frontiere nel 2017, gli arrivi nell’Ue sono stati inferiori del 28% rispetto al 2014, l’anno precedente la crisi migratoria”. Ma “la pressione sui sistemi migratori nazionali, pur diminuendo, è rimasta a un livello elevato, con 685mila domande di asilo presentate nel 2017”.
Le diverse operazioni organizzate attraverso l’Ue, ma anche mediante l’Onu e da tante Ong presenti nel Mediterraneo e nei Paesi di origine e di attraversamento dei flussi, “continuano a salvare vite umane”. Questo però non basta, perché è necessario “affrontare le cause profonde del fenomeno, così pure proteggere le frontiere esterne dell’Europa, e rafforzare ulteriormente la cooperazione con i partner internazionali”. La situazione generale “resta delicata”, secondo la Commissione: per questo “sono necessari sforzi supplementari da parte, congiuntamente, degli Stati membri e dell’Ue, compreso un incremento delle risorse finanziarie, per garantire una risposta continua ed efficace alla sfida della migrazione”. Il primo vicepresidente della Commissione, Frans Timmermans, chiede a gran voce agli Stati di non tirarsi indietro, di “lavorare a fondo, anche trovando un accordo sulla riforma del sistema di asilo”. L’Alto rappresentante per la politica estera, Federica Mogherini, spiega: “La strategia che abbiamo messo in atto per gestire la migrazione in partenariato con i Paesi-chiave, le organizzazioni delle Nazioni Unite e l’Unione africana (Ua) sta dando risultati. Grazie alla task force congiunta Ua-Ue-Onu, più di 15mila persone hanno potuto fare ritorno nelle proprie case e iniziare una nuova vita, ed è stato possibile evacuare oltre 1.300 rifugiati dalla Libia. La cooperazione e la condivisione delle responsabilità sono essenziali per affrontare efficacemente questa sfida di portata globale”.
In prima fila si trova anche Dimitris Avramopoulos, commissario per la migrazione, il quale aggiunge: “Con una riduzione degli arrivi quasi del 30% è giunto il momento di accelerare e intensificare i nostri sforzi a tutti i livelli. Non dobbiamo rallentare. Non possiamo riposarci… Sono necessarie altre, e più rapide, azioni in materia di rimpatrio, gestione delle frontiere e canali legali, in particolare il reinsediamento dall’Africa ma anche dalla Turchia”. Nella stessa giornataarrivano nuovi stanziamenti per Ankara (per un totale di 3 miliardi in tre anni), che nel frattempo si fa carico di 3,5 milioni di persone fuggite dalla Siriacui assicurare un tetto o una tenda, alimenti, la scuola per i bambini, cure mediche per chi è malato.
I documenti che la Commissione predispone per il summit dei leader dei 28 toccano quasi tutti gli aspetti delle migrazioni, senza escludere i difficili rapporti con i Paesi africani e la stessa Turchia, i problemi concreti circa i salvataggi in mare e la gestione dei campi profughi (spesso simili a campi di concentramento) presenti in Libia e in altri Stati africani, lo sviluppo di lungo periodo del continente africano e del Medio Oriente, perché fame e guerre sono le principali sorgenti dei flussi migratori (che, è certo, andranno aumentando nei prossimi anni e dinanzi ai quali non ci sono “muri” che tengano). Ad esempio il Fondo fiduciario dell’Ue per l’Africa svolge un ruolo “nell’affrontare le cause profonde” delle migrazioni, nel “fornire protezione ai migranti e ai rifugiati lungo la rotta e combattere la tratta”. Attualmente il Fondo comprende 147 micro-programmi, per un totale di 2,5 miliardi di euro approvati per la regione del Sahel e del lago Ciad, il Corno d’Africa e l’Africa settentrionale. Benché, “per gli importanti lavori futuri manca attualmente ancora più di 1 miliardo di euro”. E più volte si è calcolato – e affermato ufficialmente – che un “piano Marshall” per l’Africa richiederebbe al più presto una cifra non lontana dai 40 miliardi di euro. Ben altro rispetto alle briciole finora racimolate…
La “strategia” che la Commissione cerca di suggerire ai leader Ue comprende vari altri capitoli: rafforzare la gestione integrata delle frontiere esterne; realizzare gli obiettivi in materia di rimpatrio e di riammissione; ricollocare i rifugiati (i numeri finora sono stati modestissimi e troppi Paesi Ue vi si sottraggono); riformare Dublino e la politica di asilo. Senza trascurare, per il domani, vie legali di migrazione, non fosse altro che per fornire all’Ue forze giovani e professionalità carenti negli stessi Paesi europei. Ma, come si diceva, progetti e “carta” non mancano; e la volontà politica? (Gianni Borsa – Sir)
In vista del Consiglio europeo del 22 e 23 marzo, l’Esecutivo guidato da Jean-Claude Juncker rilancia la questione, mettendo sul tavolo, mercoledì 14 marzo, una serie di iniziative e progetti che riguarderebbero “interventi sul campo” e revisioni normative – asilo compreso –. Ai governi dei Paesi membri spetta dimostrare se la costruzione comunitaria passa ancora dal principio della solidarietà (quella che ad esempio si invoca attingendo golosamente ai fondi strutturali), oppure se prevale una più modesta Europa à la carte. In questo senso la Commissione anzitutto riferisce sui “progressi compiuti nel quadro dell’agenda europea sulla migrazione” e “illustra le azioni-chiave da intraprendere”. E parte dai dati, ancora una volta sbalorditivi: “Oltre 285mila migranti sono stati soccorsi dalle operazioni Ue nel Mediterraneo dal febbraio 2016, e nel 2017 più di 2mila migranti sono stati salvati nel deserto dopo essere stati abbandonati dai trafficanti”. Non basta: “Con 205mila attraversamenti illegali delle frontiere nel 2017, gli arrivi nell’Ue sono stati inferiori del 28% rispetto al 2014, l’anno precedente la crisi migratoria”. Ma “la pressione sui sistemi migratori nazionali, pur diminuendo, è rimasta a un livello elevato, con 685mila domande di asilo presentate nel 2017”.
Le diverse operazioni organizzate attraverso l’Ue, ma anche mediante l’Onu e da tante Ong presenti nel Mediterraneo e nei Paesi di origine e di attraversamento dei flussi, “continuano a salvare vite umane”. Questo però non basta, perché è necessario “affrontare le cause profonde del fenomeno, così pure proteggere le frontiere esterne dell’Europa, e rafforzare ulteriormente la cooperazione con i partner internazionali”. La situazione generale “resta delicata”, secondo la Commissione: per questo “sono necessari sforzi supplementari da parte, congiuntamente, degli Stati membri e dell’Ue, compreso un incremento delle risorse finanziarie, per garantire una risposta continua ed efficace alla sfida della migrazione”. Il primo vicepresidente della Commissione, Frans Timmermans, chiede a gran voce agli Stati di non tirarsi indietro, di “lavorare a fondo, anche trovando un accordo sulla riforma del sistema di asilo”. L’Alto rappresentante per la politica estera, Federica Mogherini, spiega: “La strategia che abbiamo messo in atto per gestire la migrazione in partenariato con i Paesi-chiave, le organizzazioni delle Nazioni Unite e l’Unione africana (Ua) sta dando risultati. Grazie alla task force congiunta Ua-Ue-Onu, più di 15mila persone hanno potuto fare ritorno nelle proprie case e iniziare una nuova vita, ed è stato possibile evacuare oltre 1.300 rifugiati dalla Libia. La cooperazione e la condivisione delle responsabilità sono essenziali per affrontare efficacemente questa sfida di portata globale”.
In prima fila si trova anche Dimitris Avramopoulos, commissario per la migrazione, il quale aggiunge: “Con una riduzione degli arrivi quasi del 30% è giunto il momento di accelerare e intensificare i nostri sforzi a tutti i livelli. Non dobbiamo rallentare. Non possiamo riposarci… Sono necessarie altre, e più rapide, azioni in materia di rimpatrio, gestione delle frontiere e canali legali, in particolare il reinsediamento dall’Africa ma anche dalla Turchia”. Nella stessa giornataarrivano nuovi stanziamenti per Ankara (per un totale di 3 miliardi in tre anni), che nel frattempo si fa carico di 3,5 milioni di persone fuggite dalla Siriacui assicurare un tetto o una tenda, alimenti, la scuola per i bambini, cure mediche per chi è malato.
I documenti che la Commissione predispone per il summit dei leader dei 28 toccano quasi tutti gli aspetti delle migrazioni, senza escludere i difficili rapporti con i Paesi africani e la stessa Turchia, i problemi concreti circa i salvataggi in mare e la gestione dei campi profughi (spesso simili a campi di concentramento) presenti in Libia e in altri Stati africani, lo sviluppo di lungo periodo del continente africano e del Medio Oriente, perché fame e guerre sono le principali sorgenti dei flussi migratori (che, è certo, andranno aumentando nei prossimi anni e dinanzi ai quali non ci sono “muri” che tengano). Ad esempio il Fondo fiduciario dell’Ue per l’Africa svolge un ruolo “nell’affrontare le cause profonde” delle migrazioni, nel “fornire protezione ai migranti e ai rifugiati lungo la rotta e combattere la tratta”. Attualmente il Fondo comprende 147 micro-programmi, per un totale di 2,5 miliardi di euro approvati per la regione del Sahel e del lago Ciad, il Corno d’Africa e l’Africa settentrionale. Benché, “per gli importanti lavori futuri manca attualmente ancora più di 1 miliardo di euro”. E più volte si è calcolato – e affermato ufficialmente – che un “piano Marshall” per l’Africa richiederebbe al più presto una cifra non lontana dai 40 miliardi di euro. Ben altro rispetto alle briciole finora racimolate…
La “strategia” che la Commissione cerca di suggerire ai leader Ue comprende vari altri capitoli: rafforzare la gestione integrata delle frontiere esterne; realizzare gli obiettivi in materia di rimpatrio e di riammissione; ricollocare i rifugiati (i numeri finora sono stati modestissimi e troppi Paesi Ue vi si sottraggono); riformare Dublino e la politica di asilo. Senza trascurare, per il domani, vie legali di migrazione, non fosse altro che per fornire all’Ue forze giovani e professionalità carenti negli stessi Paesi europei. Ma, come si diceva, progetti e “carta” non mancano; e la volontà politica? (Gianni Borsa – Sir)
Papa Francesco: i bambini rifugiati sulla jeep durante l’Udienza
Città del Vaticano – Immensa la gioia dei bambini migranti che, oggi sono stati fatti salire da Papa Francesco sulla sua jeep bianca per un sorprendente giro tra la folla, durante la prima udienza generale del sesto anno di Pontificato.
I bambini...
CEI: da lunedì il Consiglio Permanente
Roma - si svolge da lunedì 19 a mercoledì 21 marzo a Roma, presso la sede CEI di Circ.ne Aurelia 50, la sessione primaverile del Consiglio Episcopale Permanente. All’ordine del giorno, la preparazione dell’Assemblea Generale (Roma, 21-24 maggio) con, in particolare, la proposta di svolgimento del tema principale (Quale presenza ecclesiale nell’attuale contesto comunicativo). Approfondimenti saranno dedicati a contenuti e iniziative della Chiesa italiana nel cammino verso il Sinodo dei Vescovi (I giovani, la fede e il discernimento vocazionale), come pure all’incontro di riflessione e spiritualità per la pace nel Mediterraneo. Sarà presentato anche un documento della Commissione Episcopale per le Migrazioni (Comunità accoglienti: uscire dalla paura).
“Venuta meno la tradizionale prolusione, la nuova modalità di svolgimento dei lavori prevede - spiega oggi una nota della Cei - un’introduzione, a porte chiuse, che lunedì aprirà il confronto tra i Vescovi; alle ore 12 di mercoledì il Cardinale Presidente Gualtiero Bassetti traccerà una conclusione, aperta ai media che punterà a “restituire” la ricchezza maturata nel discernimento collegiale. Immediatamente dopo, seguirà la conferenza stampa del Segretario Generale, mons. Nunzio Galantino, con la presentazione del Comunicato finale.
“Venuta meno la tradizionale prolusione, la nuova modalità di svolgimento dei lavori prevede - spiega oggi una nota della Cei - un’introduzione, a porte chiuse, che lunedì aprirà il confronto tra i Vescovi; alle ore 12 di mercoledì il Cardinale Presidente Gualtiero Bassetti traccerà una conclusione, aperta ai media che punterà a “restituire” la ricchezza maturata nel discernimento collegiale. Immediatamente dopo, seguirà la conferenza stampa del Segretario Generale, mons. Nunzio Galantino, con la presentazione del Comunicato finale.
Roma: oggi la presentazione del Rapporto sulle economie del Mediterraneo
Roma – E’ stato presentato questa mattina a Roma, al Cnr, il Rapporto sulle economie del Mediterraneo. Alla vigilia di sviluppi internazionali e globali destinati a influenzare l’area mediterranea, e in particolare le zone più direttamente colpite da conflitti e povertà, questa edizione del Rapporto offre un’analisi politico economica aggiornata dello stato della regione. Le modificazioni del mercato del lavoro, anche alla luce della perdurante crisi economica e delle profonde trasformazioni demografiche degli ultimi decenni; l’alto tasso di disoccupazione giovanile - in particolar modo femminile - non solo nelle fasce di popolazione scarsamente scolarizzate, ma anche fra i laureati; il fenomeno della fuga di cervelli, che genera emigrazione nei paesi dell’Europa meridionale, a loro volta caratterizzati da un forte flusso migratorio in entrata sono alcuni dei temi chiave dell’edizione 2017. Le sfide che essi impongono, spiegano, alla cooperazione internazionale sono molteplici, dal promuovere occupazione stabile, al gestire le emergenze «strutturali» delle migrazioni. Le nuove strategie di policy, fra cui il piano dei Migration Compact lanciato di recente dall’Unione europea, costituiscono uno sforzo importante per una migliore gestione dei processi migratori indotti dalla mancanza di opportunità di lavoro. Nuove opportunità di sviluppo vanno inoltre cercate nella diffusione della green economy, che in un contesto caratterizzato da degrado ambientale e aleatorietà climatica può rappresentare una sfida e un’opportunità per il mercato del lavoro, a patto che si riesca a promuovere politiche integrate d’investimento in innovazione e in formazione professionale.
Torino: “quel quartiere fa integrazione”
Torino - L’arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia, interviene per esprimere solidarietà e vicinanza ai residenti dell’elegante quartiere di Cavoretto che hanno chiesto pubblicamente alle istituzioni di mantenere aperto il centro di accoglienza per profughi vicino alle loro case. La vicenda ha stupito non pochi per la sua originalità: il gruppo di 40 cittadini, volontari nella struttura, la scorsa settimana ha inviato una lettera al prefetto (e per conoscenza alla sindaca Chiara Appendino) per chiedere di sospendere la chiusura e di permettere che i 33 ragazzi provenienti dall’Africa e dal Pakistan possano «continuare i percorsi intrapresi, contando sul sostegno delle risorse del territorio».
L’arcivescovo, in una lettera indirizzata al parroco di Cavoretto don Maurizio De Angeli, ricorda di aver visitato il centro recentemente e ribadisce tutta la sua stima e tutto il suo apprezzamento «per come la popolazione di Cavoretto ha accolto e sta gestendo, insieme alle cooperative, la vita di questi nostri fratelli che necessitano di tante cose, ma soprattutto di amore e di relazioni ricche di umanità e di fraternità». La scelta di chiudere il centro era stata comunicata soltanto pochi giorni dopo la visita pastorale e Nosiglia si associa alle richieste dei residenti, esortandoli a proseguire nella loro opera: «Quell’esperimento rappresenta un importante esempio di integrazione per tante altre situazioni di accoglienza presenti nella nostra città e nel territorio della diocesi. Non vi siete infatti limitati a dare a questi amici un tetto e quanto è necessario per vivere ogni giorno, ma avete promosso un percorso di efficace inclusione sociale, che ha coinvolto tanta parte della popolazione».
Il progetto di accoglienza è stato definito da molti «un modello» per il legame che si è a poco a poco creato fra ospiti e cittadini, in un processo di integrazione che ha consentito di mobilitare risorse e canali altrimenti impensabili, con una sorprendente ricaduta positiva sul quartiere stesso. Il centro è diventato un luogo di ritrovo per i residenti stessi; e spettacoli teatrali, proiezioni di film e feste sono l’appuntamento fisso del venerdì sera per tutta la comunità. Gli ospiti, a loro volta, hanno contribuito alla cura delle aree comuni e hanno seguito laboratori d’arte, di lettura, di cucina e di panificazione. Entro fine mese tutto potrebbe concludersi: le due cooperative che gestiscono la struttura non hanno partecipato al bando prefettizio necessario per continuare l’attività e i ragazzi rischiano quindi di essere smistati negli altri centri piemontesi, ponendo fine a questa 'rinascita' del quartiere. Una soluzione definitiva non è ancora stata trovata, ma inizia a esserci qualche speranza e si cerca un’altra cooperativa che possa operare nella stessa struttura, proseguendo il percorso di integrazione che ha dato fino ad oggi ottimi risultati. «Mi auguro e prego il Signore, difensore dei deboli e dei poveri, affinché il problema sia risolto – conclude Nosiglia – sia per il bene di questi fratelli e amici sia per quello della vostra comunità». (Danilo Poggio – Avvenire)
L’arcivescovo, in una lettera indirizzata al parroco di Cavoretto don Maurizio De Angeli, ricorda di aver visitato il centro recentemente e ribadisce tutta la sua stima e tutto il suo apprezzamento «per come la popolazione di Cavoretto ha accolto e sta gestendo, insieme alle cooperative, la vita di questi nostri fratelli che necessitano di tante cose, ma soprattutto di amore e di relazioni ricche di umanità e di fraternità». La scelta di chiudere il centro era stata comunicata soltanto pochi giorni dopo la visita pastorale e Nosiglia si associa alle richieste dei residenti, esortandoli a proseguire nella loro opera: «Quell’esperimento rappresenta un importante esempio di integrazione per tante altre situazioni di accoglienza presenti nella nostra città e nel territorio della diocesi. Non vi siete infatti limitati a dare a questi amici un tetto e quanto è necessario per vivere ogni giorno, ma avete promosso un percorso di efficace inclusione sociale, che ha coinvolto tanta parte della popolazione».
Il progetto di accoglienza è stato definito da molti «un modello» per il legame che si è a poco a poco creato fra ospiti e cittadini, in un processo di integrazione che ha consentito di mobilitare risorse e canali altrimenti impensabili, con una sorprendente ricaduta positiva sul quartiere stesso. Il centro è diventato un luogo di ritrovo per i residenti stessi; e spettacoli teatrali, proiezioni di film e feste sono l’appuntamento fisso del venerdì sera per tutta la comunità. Gli ospiti, a loro volta, hanno contribuito alla cura delle aree comuni e hanno seguito laboratori d’arte, di lettura, di cucina e di panificazione. Entro fine mese tutto potrebbe concludersi: le due cooperative che gestiscono la struttura non hanno partecipato al bando prefettizio necessario per continuare l’attività e i ragazzi rischiano quindi di essere smistati negli altri centri piemontesi, ponendo fine a questa 'rinascita' del quartiere. Una soluzione definitiva non è ancora stata trovata, ma inizia a esserci qualche speranza e si cerca un’altra cooperativa che possa operare nella stessa struttura, proseguendo il percorso di integrazione che ha dato fino ad oggi ottimi risultati. «Mi auguro e prego il Signore, difensore dei deboli e dei poveri, affinché il problema sia risolto – conclude Nosiglia – sia per il bene di questi fratelli e amici sia per quello della vostra comunità». (Danilo Poggio – Avvenire)
Firenze: cingalese dona gli organi e salva la vita a tre persone
Firenze - Tre persone sono state salvate dall’atto di generosità dei familiari di un cingalese, deceduto all’ospedale San Giovanni di Dio di Firenze per una grave patologia. I parenti dell’uomo, 49 anni, hanno dato infatti il consenso alla donazione degli organi e così il fegato è stato trapiantato in una donna di 53 anni e i reni in due uomini di 37 e 45 anni. Le operazioni sono state seguite in centri specializzati a Pisa, Firenze e Siena.
Matera: immagini e storie di immigrati
Matera - “Io sono” è il tema della mostra fotografica di Luisa Menazzi Moretti, esposta fino al 5 aprile a Matera nella Sala Levi del Palazzo Lanfranchi di Matera. È una collezione di venti ritratti di immigrati, venti drammatiche storie di rifugiati o richiedenti asilo accolti recentemente in Basilicata. La mostra, organizzata da Città della Pace per i Bambini, Cooperativa Il Sicomoro, Arci Basilicata, in collaborazione con il Polo Museale della Basilicata, è stata inaugurata alla presenza degli organizzatori, dell’arcivescovo mons. Caiazzo e dell’autrice. Nei prossimi mesi, sarà ospitata anche a Potenza, Lecce e Napoli.
Le immagini, tutte di forte impatto visivo, hanno una forza disarmante. Nel nostro paese cominciano a registrarsi preoccupanti casi di intolleranza nei confronti della popolazione immigrata. Si tratta di reazioni, talvolta violente, di fronte a un fenomeno di cui si percepiscono soltanto gli aspetti sociologici: gli immigrati sarebbero troppo numerosi, troppo diversi e rappresenterebbero un peso gravoso per poter realizzare una vera integrazione. Questa mostra dimostra, invece, come possa cambiare la percezione di questo fenomeno se ci poniamo di fronte alle storie concrete di questi uomini, rispetto alle quali nessuno riesce a rimanere indifferente; ci fa vedere come anche il cuore più indurito può aprirsi alla commozione.
“Volevano lapidarmi” dice Muhamed, scappato dal Mali; Adama invece dice di essere fuggita dal Senegal perché, ancora bambina, era obbligata a sposare un vecchio; nel Gambia di Paul, “non c’era pace, solo tempesta”; “Hanno bruciato la mia Bibbia, pregavo per non morire” spiega Ariam che proviene dall’Eritrea. Inoltre, tanti sono dovuti fuggire per mettere in salvo le loro famiglie. “Ho salvato da Boko Haram il mio bambino” dice la nigeriana Joy; “La vita per i miei figli è stata dura, troppo dura” racconta il siriano Mohammad Nour.
Luisa Menazzi Moretti ha attribuito a ciascuno di loro l’espressione “Io sono”, la stessa che pronunciò Dio, quando volle rivelarsi a Mosè, giunto sul monte Sinai nel suo lungo pellegrinare. Questi migranti, con il loro “Io sono”, ci ricordano in fondo che Dio vuole ancora rivelarsi agli uomini, che vuole ancora provare a cambiare il loro cuore. Alla mostra è stata assegnata la medaglia di bronzo al concorso Photographer of the Year per l’One Eyeland Awards. (Logos)
Le immagini, tutte di forte impatto visivo, hanno una forza disarmante. Nel nostro paese cominciano a registrarsi preoccupanti casi di intolleranza nei confronti della popolazione immigrata. Si tratta di reazioni, talvolta violente, di fronte a un fenomeno di cui si percepiscono soltanto gli aspetti sociologici: gli immigrati sarebbero troppo numerosi, troppo diversi e rappresenterebbero un peso gravoso per poter realizzare una vera integrazione. Questa mostra dimostra, invece, come possa cambiare la percezione di questo fenomeno se ci poniamo di fronte alle storie concrete di questi uomini, rispetto alle quali nessuno riesce a rimanere indifferente; ci fa vedere come anche il cuore più indurito può aprirsi alla commozione.
“Volevano lapidarmi” dice Muhamed, scappato dal Mali; Adama invece dice di essere fuggita dal Senegal perché, ancora bambina, era obbligata a sposare un vecchio; nel Gambia di Paul, “non c’era pace, solo tempesta”; “Hanno bruciato la mia Bibbia, pregavo per non morire” spiega Ariam che proviene dall’Eritrea. Inoltre, tanti sono dovuti fuggire per mettere in salvo le loro famiglie. “Ho salvato da Boko Haram il mio bambino” dice la nigeriana Joy; “La vita per i miei figli è stata dura, troppo dura” racconta il siriano Mohammad Nour.
Luisa Menazzi Moretti ha attribuito a ciascuno di loro l’espressione “Io sono”, la stessa che pronunciò Dio, quando volle rivelarsi a Mosè, giunto sul monte Sinai nel suo lungo pellegrinare. Questi migranti, con il loro “Io sono”, ci ricordano in fondo che Dio vuole ancora rivelarsi agli uomini, che vuole ancora provare a cambiare il loro cuore. Alla mostra è stata assegnata la medaglia di bronzo al concorso Photographer of the Year per l’One Eyeland Awards. (Logos)
Pozzallo: morto di fame un giovane appena sbarcato
Pozzallo - Tra i 91 migranti approdati ieri a Pozzallo a bordo della nave dell'Ong spagnola Proactiva Oper Arms, c'era un giovane eritreo di 22 anni arrivato in condizioni fisiche disperate: malnutrito e con problemi respiratori.
Appena sceso dalla nave è stato trasferito in ospedale a Modica; dopo qualche ora le sue condizioni sono peggiorate e il giovane è morto per fame e per la malnutrizione che da mesi ha contribuito a peggiorare il suo già precario quadro clinico. La salma si trova nella camera mortuaria dell'ospedale Maggiore.
Appena sceso dalla nave è stato trasferito in ospedale a Modica; dopo qualche ora le sue condizioni sono peggiorate e il giovane è morto per fame e per la malnutrizione che da mesi ha contribuito a peggiorare il suo già precario quadro clinico. La salma si trova nella camera mortuaria dell'ospedale Maggiore.
Cinque anni con Papa Francesco: i cinque sensi spirituali di Bergoglio
di mons. Marcello Semeraro
Roma - Il senso della vista rimanda a una categoria preferita da Francesco, molto ripetuta ma forse in forma riduttiva. Si tratta delle periferie. L’udito “parla” dello stile di governo di Bergoglio: la sinodalità. Il gusto è il dono della gioia che si deposita nel nostro cuore quando accogliamo il suo Evangelo (Evangelii gaudium). L’odorato è in grado d’introdurre nel profondo della relazione, nell’intimità (“pastori con l’odore delle pecore”). Il tatto dev’essere letto in sfondo antropologico e spirituale. Francesco comincia a parlarne in senso cristologico (“toccare la carne di Cristo”), ma giunge poi alla carità verso il prossimo. Ecco, dunque, i cinque sensi spirituali che permettono alla Chiesa di essere una Chiesa dai “sani sensi” e, pure, una Chiesa da gustare!
“I sensi ci aiutano a cogliere il reale e ugualmente a collocarci nel reale. Non a caso Sant’Ignazio di Loyola ha fatto ricorso ai sensi nella contemplazione dei Misteri di Cristo e della verità”. Colgo quest’espressione, pronunciata da Francesco nel suo discorso alla Curia romana il 21 dicembre 2017, per ripercorrere velocemente il tempo del suo ministero sulla Cattedra di Pietro nei cinque anni trascorsi sino ad oggi dalla sera di quel 13 marzo, quando fu annunciata urbi et orbi la sua elezione. Il Papa non faceva, ovviamente, una lezione di filosofia; intendeva, però, mettere in evidenza quanto stava esponendo circa il dovere nella Curia di curare la sua estroversione, ossia il suo rapporto “col mondo esterno”. Questo, con due riferimenti. Il primo al sapere comune, ricordato dal plurisecolare assioma che la nostra conoscenza trae inizio dai sensi: san Tommaso lo citava nel suo De veritate e anche san Bonaventura affermava che i sensi ci permettono di sperimentare direttamente la realtà, nell’immediatezza del suo qui e ora (In III Sent.). L’altro rimando era alla sua personale formazione spirituale e lo comunicava così: “non a caso Sant’Ignazio di Loyola ha fatto ricorso ai sensi nella contemplazione dei Misteri di Cristo e della verità”.
I sensi, dunque, a cominciare da quelli esterni, che rendono l’uomo capace di sentire la realtà; aggiungendo subito, però, il richiamo alla dottrina cattolica sui sensi spirituali, per la quale Ignazio di Loyola è fra i grandi maestri. Chi legge, infatti, gli Esercizi s’imbatte subito in quest’affermazione: “Non il molto sapere sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose internamente” (2, 4). Questa teologia ha un illustre esponente in J.-J. Surin. Essa, però, è molto antica. Già Origene illustrava le potenzialità spirituali dei sensi scrivendo che la vista può fissare le realtà superiori; l’udito percepisce suoni che non si trovano realmente nell’aria; il gusto ci fa assaporare il pane vivo disceso dal cielo e l’odorato avvertire i profumi che sono, secondo san Paolo, il buon odore di Cristo; c’è infine il tatto, grazie al quale Giovanni afferma di aver toccato con le mani il Verbo della vita (cfr. Contro Celso 1, 48). Nell’area culturale latina sant’Agostino dirà: “Nessuna meraviglia che alla scienza ineffabile di Dio che tutto conosce, vengano applicati i nomi di tutti questi sensi corporali, secondo le diverse espressioni del linguaggio umano; lo stesso nostro spirito, cioè l’uomo interiore, – al quale, senza che l’uniformità del suo conoscere venga compromessa, giungono i diversi messaggi attraverso i cinque sensi del corpo, – quando intende, sceglie e ama la verità immutabile, vede quella luce a proposito della quale l’evangelista dice: Era la luce vera; e ascolta la Parola di cui l’evangelista dice: In principio era il Verbo (Gv 1, 9 1); e aspira il profumo di cui vien detto: Correremo dietro l’odore dei tuoi profumi (Ct 1, 3); e gusta la fonte di cui si dice: Presso di te è la fonte della vita (Sal 35, 10); e gode al tatto di cui vien detto: Per me il mio bene è lo starmene vicino a Dio (Sal 72, 28). E così non si tratta di un senso o di un altro, ma è una medesima intelligenza che prende nome dai vari sensi” (Comm. al vangelo di Giovanni 99, 4).
Cominciamo, allora, col senso della vista, ch’è generalmente menzionato per primo. Nel linguaggio di Francesco molto ricorrente è la parola “sguardo” e questo ha, fra l’altro, un’eco molto personale. Si rilegga, ad esempio, l’omelia in Santa Marta del 21 settembre 2013 (festa liturgica di san Matteo, che per il Papa ha una risonanza speciale perché rimanda alla scelta di vita) in cui parla dello sguardo di Gesù, che cambia la vita, porta a crescere e dà dignità. Qui vorrei, però, applicare il senso della vista ad una categoria preferita da Francesco, molto ripetuta ma forse in forma riduttiva. Si tratta delle periferie. Quando, una volta, gli domandai cosa precisamente intendesse con quel termine, Francesco mi rispose senza indugio: “È un principio ermeneutico; un modo di guardare la realtà”; e me lo spiegò raccontandomi che quando, giunto alla fine del continente americano, Magellano guardò all’Europa, si rese conto ch’era ben altra cosa rispetto a quella vista dal centro di Madrid! Bergoglio parlò di “periferie” già il 26 maggio 2013, nel corso della sua prima visita pastorale ad una parrocchia romana. Rispondendo al saluto del parroco disse: “Mi piace quello che hai detto, che periferia ha un senso negativo, ma anche un senso positivo. Tu sai perché? Perché la realtà insieme si capisce meglio non dal centro, ma dalle periferie. Si capisce meglio”. Periferie, dunque, è un modo di guardare al mondo e, per la Chiesa, è un modo di essere nel mondo contemporaneo (cfr. Gaudium et spes 1).
Quanto all’udito è davvero il caso di estrarre un passo da quello ch’è uno dei discorsi più rilevanti di Francesco, almeno per la comprensione del suo stile di governo, ossia la sinodalità. Mi riferisco a quello del 17 ottobre 2015 dove, commemorando il 50mo anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, disse: “Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto, nella consapevolezza che ascoltare “è più che sentire”. È un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare. Popolo fedele, Collegio episcopale, Vescovo di Roma: l’uno in ascolto degli altri; e tutti in ascolto dello Spirito Santo, lo “Spirito della verità” (Gv 14, 17), per conoscere ciò che Egli “dice alle Chiese” (Ap 2, 7)”. C’è del provocatorio – a me pare – in quest’affermazione, specialmente per quanti ritengono che la prima cosa debba essere l’aver voce: la propria, ovviamente! L’ascolto, però, è proprio il primo atteggiamento, che il Concilio ha insegnato in Dei Verbum: per ascoltare la Parola di Dio, almeno. A proposito di sinodalità, una volta il Papa ha detto: “Quando uno ha paura di ascoltare, non ha lo Spirito nel suo cuore” (Omelia in Santa Marta del 28 aprile 2016). E soprattutto è importante “ascoltare con umiltà”. L’ascolto reciproco di cui parla Francesco ha senza dubbio il suo riferimento primario a quanto lo Spirito dice alle Chiese; ma è pure un richiamo a quel discernimento che tanto gli sta a cuore sì da fargli dire che oggi la Chiesa ha bisogno di crescere nella capacità di discernimento spirituale (30 luglio 2016, ad alcuni gesuiti polacchi).
Soffermiamoci ora sul gusto. “Gustate e vedete com’è buono il Signore”, canta un salmo (34, 9) e, commentava sant’Agostino, si rallegrino tutti coloro che assaporano la sua dolcezza (cfr. Enarr. in Ps 5, 15-16). Lo scorso martedì 27 febbraio, mentre concelebravo la Santa Messa essendo in corso la sessione del Consiglio di Cardinali, il mio pensiero è andato subito al senso spirituale del gusto quando ho sentito Francesco che commentando la pagina del Vangelo spiegava come Gesù fa appello alla nostra conversione: “Il Signore in questo brano ci chiama così: “Su, venite. Prendiamo un caffè insieme. Parliamo, discutiamo. Non avere paura, non voglio bastonarti” … Ehi tu, Zaccheo, scendi! Scendi, vieni con me, andiamo a pranzo insieme!”. Il gusto del Signore è il dono della gioia che si deposita nel nostro cuore quando accogliamo il suo Evangelo. Conosciamo le parole che intonano l’esortazione Evangelii gaudium: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia”. La gioia di cui qui si parla è un sentimento e questo non è poco davvero; è, tuttavia, anche di più perché è dono dello Spirito; è segno dell’accoglienza di Gesù e del suo Evangelo: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15, 11). Una volta il Papa ha aggiunto che “la gioia è il segno del cristiano: un cristiano senza gioia o non è cristiano o è ammalato … un cristiano senza gioia non è cristiano” (Omelia in Santa Marta del 22 maggio 2014). In una precedente omelia feriale (10 maggio 2013) aveva parlato della gioia come di “una virtù pellegrina. È un dono che cammina, che cammina sulla strada della vita, cammina con Gesù: predicare, annunziare Gesù, la gioia, allunga la strada e allarga la strada…”. Parlò pure dei “cristiani malinconici che hanno più faccia da peperoncini all’aceto”: un’espressione altre volte ripetuta (cfr. l’Udienza del 23 agosto 2017: “Io sono una persona di primavera o di autunno?”. Di primavera, che aspetta il fiore, che aspetta il frutto, che aspetta il sole che è Gesù, o di autunno, che è sempre con la faccia guardando in basso, amareggiato e, come a volte ho detto, con la faccia dei peperoncini all’aceto”). L’immagine è sì legata al senso del gusto, ma è poco gustosa! Il contrario è per Amoris laetitia, dove il richiamo al senso del gusto è davvero positivo: “Le gioie più intense della vita nascono quando si può procurare la felicità degli altri, in un anticipo del Cielo. Va ricordata la felice scena del film Il pranzo di Babette, dove la generosa cuoca riceve un abbraccio riconoscente e un elogio: ‘Come delizierai gli angeli!’. È dolce e consolante la gioia che deriva dal procurare diletto agli altri, di vederli godere. Tale gioia, effetto dell’amore fraterno, non è quella della vanità di chi guarda sé stesso, ma quella di chi ama e si compiace del bene dell’amato, che si riversa nell’altro e diventa fecondo in lui” (n. 129). Ho prima citato due costituzioni conciliari. Perché non aggiungere a questo punto un richiamo a quella sulla Sacra Liturgia? È questa, difatti, il luogo privilegiato dove il cristiano apprende e vive il gusto di Dio e della fraternità: “Com’è dolce che i fratelli vivano insieme”, canta il Salmo (133, 1).
L’odorato è il quarto dei sensi esterni. È anch’esso importante, perché in grado di comunicarci ciò che altri sensi non riescono: non tocca e non vede, non ascolta né gusta, ma avverte, riconosce e riesce a distinguere ciò ch’è impersonale, da quanto invece è personalissimo e unico. L’odorato è in grado d’introdurre nel profondo della relazione, nell’intimità. Il Papa richiamò questo senso nell’omelia della prima Messa crismale presieduta in San Pietro, il 28 marzo 2013. Parlava ai sacerdoti e chiese loro di essere “pastori con ‘l’odore delle pecore’”. L’interpretazione l’ha data lo stesso Francesco poche settimane dopo, incontrando i nuovi vescovi al termine di un periodo di formazione il 19 settembre 2013. Ecco qualche passaggio del discorso: “Nell’omelia della Messa Crismale di quest’anno dicevo che i Pastori devono avere ‘l’odore delle pecore’. Siate Pastori con l’odore delle pecore, presenti in mezzo al vostro popolo come Gesù Buon Pastore. La vostra presenza non è secondaria, è indispensabile. La presenza! La chiede il popolo stesso, che vuole vedere il proprio Vescovo camminare con lui, essere vicino a lui. Ne ha bisogno per vivere e per respirare! […] Presenza pastorale significa camminare con il Popolo di Dio: camminare davanti, indicando il cammino, indicando la via; camminare in mezzo, per rafforzarlo nell’unità; camminare dietro, sia perché nessuno rimanga indietro, ma, soprattutto, per seguire il fiuto che ha il Popolo di Dio per trovare nuove strade”. L’olfatto, il fiuto di cui parlava il Papa, dunque, è il sensus fidei di cui si legge nella costituzione dogmatica sulla Chiesa del Vaticano II (cfr. Lumen gentium n. 12). Ancora una costituzione conciliare! Qui, poi, non si tratta semplicemente di richiamare la dottrina cattolica su un tema fondamentale del Concilio, ma pure il disegno di un modello per i rapporti fra fedeli e sacri pastori. In altri termini, è ancora di sinodalità che si parla. Così, difatti, il Papa, nel discorso già citato del 17 ottobre 2015: “Nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium ho sottolineato come ‘il Popolo di Dio è santo in ragione di questa unzione che lo rende infallibile in credendo’”, aggiungendo che “ciascun Battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del Popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni”. Il sensus fidei impedisce di separare rigidamente tra Ecclesia docens ed Ecclesia discens, giacché anche il Gregge possiede un proprio ‘fiuto’ per discernere le nuove strade che il Signore dischiude alla Chiesa”.
Nell’elenco dei sensi esterni il tatto lo si menziona in genere come ultimo; san Tommaso, però, l’indicava come primo fra tutti e annotava che, per quanto fra gli altri sia il più carnale, proprio il tatto è stato da Cristo indicato come il senso che meglio degli altri avrebbe offerto all’apostolo incredulo la certezza sulla verità della Risurrezione (cfr. Super Sent. III; Gv 20, 27). Per san Bonaventura, poi, il tatto è fra tutti i sensi quello che più tiene insieme: realizza al massimo, infatti, il contatto fra due persone e così esprime la carità, che fra tutte le virtù teologali è la più unitiva. Quando si ama non ci s’accontenta di vedere e di guardare, ma si tende a toccare. A chi ama non basta udire, perché ogni voce è un appello a infrangere il muro della distanza, un’invocazione ad abbracciarsi. L’amore vuole sempre toccare. Ogni volto amato richiama una mano e ogni mano si tende verso il volto amato.
L’uso di Francesco del verbo toccare dev’essere letto anche in questo sfondo antropologico e di teologia spirituale. Egli comincia a parlarne in senso cristologico (“toccare la carne di Cristo”), ma giunge poi alla carità verso il prossimo. Se ne trova un esempio abbastanza completo in alcune espressioni durante la Veglia di Pentecoste del 18 maggio 2013. Riprese dalla viva voce, ci permettono d’intuire l’animo del Papa: “Noi dobbiamo diventare cristiani coraggiosi e andare a cercare quelli che sono proprio la carne di Cristo, quelli che sono la carne di Cristo! Quando io vado a confessare – ancora non posso, perché per uscire a confessare… di qui non si può uscire, ma questo è un altro problema – quando io andavo a confessare nella diocesi precedente, venivano alcuni e sempre facevo questa domanda: “Ma, lei dà l’elemosina?” – “Sì, padre!”. “Ah, bene, bene”. E gliene facevo due in più: “Mi dica, quando lei dà l’elemosina, guarda negli occhi quello o quella a cui dà l’elemosina?” – “Ah, non so, non me ne sono accorto”. Seconda domanda: “E quando lei dà l’elemosina, tocca la mano di quello al quale dà l’elemosina, o gli getta la moneta?”. Questo è il problema: la carne di Cristo, toccare la carne di Cristo, prendere su di noi questo dolore per i poveri. La povertà, per noi cristiani, non è una categoria sociologica o filosofica o culturale: no, è una categoria teologale. Direi, forse la prima categoria, perché quel Dio, il Figlio di Dio, si è abbassato, si è fatto povero per camminare con noi sulla strada. E questa è la nostra povertà: la povertà della carne di Cristo, la povertà che ci ha portato il Figlio di Dio con la sua Incarnazione. Una Chiesa povera per i poveri incomincia con l’andare verso la carne di Cristo”.
Ecco, dunque, i cinque sensi spirituali che permettono alla Chiesa di essere una Chiesa dai “sani sensi” e, pure, una Chiesa da gustare! (* vescovo di Albano, segretario del C9 – SIR)
“I sensi ci aiutano a cogliere il reale e ugualmente a collocarci nel reale. Non a caso Sant’Ignazio di Loyola ha fatto ricorso ai sensi nella contemplazione dei Misteri di Cristo e della verità”. Colgo quest’espressione, pronunciata da Francesco nel suo discorso alla Curia romana il 21 dicembre 2017, per ripercorrere velocemente il tempo del suo ministero sulla Cattedra di Pietro nei cinque anni trascorsi sino ad oggi dalla sera di quel 13 marzo, quando fu annunciata urbi et orbi la sua elezione. Il Papa non faceva, ovviamente, una lezione di filosofia; intendeva, però, mettere in evidenza quanto stava esponendo circa il dovere nella Curia di curare la sua estroversione, ossia il suo rapporto “col mondo esterno”. Questo, con due riferimenti. Il primo al sapere comune, ricordato dal plurisecolare assioma che la nostra conoscenza trae inizio dai sensi: san Tommaso lo citava nel suo De veritate e anche san Bonaventura affermava che i sensi ci permettono di sperimentare direttamente la realtà, nell’immediatezza del suo qui e ora (In III Sent.). L’altro rimando era alla sua personale formazione spirituale e lo comunicava così: “non a caso Sant’Ignazio di Loyola ha fatto ricorso ai sensi nella contemplazione dei Misteri di Cristo e della verità”.
I sensi, dunque, a cominciare da quelli esterni, che rendono l’uomo capace di sentire la realtà; aggiungendo subito, però, il richiamo alla dottrina cattolica sui sensi spirituali, per la quale Ignazio di Loyola è fra i grandi maestri. Chi legge, infatti, gli Esercizi s’imbatte subito in quest’affermazione: “Non il molto sapere sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose internamente” (2, 4). Questa teologia ha un illustre esponente in J.-J. Surin. Essa, però, è molto antica. Già Origene illustrava le potenzialità spirituali dei sensi scrivendo che la vista può fissare le realtà superiori; l’udito percepisce suoni che non si trovano realmente nell’aria; il gusto ci fa assaporare il pane vivo disceso dal cielo e l’odorato avvertire i profumi che sono, secondo san Paolo, il buon odore di Cristo; c’è infine il tatto, grazie al quale Giovanni afferma di aver toccato con le mani il Verbo della vita (cfr. Contro Celso 1, 48). Nell’area culturale latina sant’Agostino dirà: “Nessuna meraviglia che alla scienza ineffabile di Dio che tutto conosce, vengano applicati i nomi di tutti questi sensi corporali, secondo le diverse espressioni del linguaggio umano; lo stesso nostro spirito, cioè l’uomo interiore, – al quale, senza che l’uniformità del suo conoscere venga compromessa, giungono i diversi messaggi attraverso i cinque sensi del corpo, – quando intende, sceglie e ama la verità immutabile, vede quella luce a proposito della quale l’evangelista dice: Era la luce vera; e ascolta la Parola di cui l’evangelista dice: In principio era il Verbo (Gv 1, 9 1); e aspira il profumo di cui vien detto: Correremo dietro l’odore dei tuoi profumi (Ct 1, 3); e gusta la fonte di cui si dice: Presso di te è la fonte della vita (Sal 35, 10); e gode al tatto di cui vien detto: Per me il mio bene è lo starmene vicino a Dio (Sal 72, 28). E così non si tratta di un senso o di un altro, ma è una medesima intelligenza che prende nome dai vari sensi” (Comm. al vangelo di Giovanni 99, 4).
Cominciamo, allora, col senso della vista, ch’è generalmente menzionato per primo. Nel linguaggio di Francesco molto ricorrente è la parola “sguardo” e questo ha, fra l’altro, un’eco molto personale. Si rilegga, ad esempio, l’omelia in Santa Marta del 21 settembre 2013 (festa liturgica di san Matteo, che per il Papa ha una risonanza speciale perché rimanda alla scelta di vita) in cui parla dello sguardo di Gesù, che cambia la vita, porta a crescere e dà dignità. Qui vorrei, però, applicare il senso della vista ad una categoria preferita da Francesco, molto ripetuta ma forse in forma riduttiva. Si tratta delle periferie. Quando, una volta, gli domandai cosa precisamente intendesse con quel termine, Francesco mi rispose senza indugio: “È un principio ermeneutico; un modo di guardare la realtà”; e me lo spiegò raccontandomi che quando, giunto alla fine del continente americano, Magellano guardò all’Europa, si rese conto ch’era ben altra cosa rispetto a quella vista dal centro di Madrid! Bergoglio parlò di “periferie” già il 26 maggio 2013, nel corso della sua prima visita pastorale ad una parrocchia romana. Rispondendo al saluto del parroco disse: “Mi piace quello che hai detto, che periferia ha un senso negativo, ma anche un senso positivo. Tu sai perché? Perché la realtà insieme si capisce meglio non dal centro, ma dalle periferie. Si capisce meglio”. Periferie, dunque, è un modo di guardare al mondo e, per la Chiesa, è un modo di essere nel mondo contemporaneo (cfr. Gaudium et spes 1).
Quanto all’udito è davvero il caso di estrarre un passo da quello ch’è uno dei discorsi più rilevanti di Francesco, almeno per la comprensione del suo stile di governo, ossia la sinodalità. Mi riferisco a quello del 17 ottobre 2015 dove, commemorando il 50mo anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, disse: “Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto, nella consapevolezza che ascoltare “è più che sentire”. È un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare. Popolo fedele, Collegio episcopale, Vescovo di Roma: l’uno in ascolto degli altri; e tutti in ascolto dello Spirito Santo, lo “Spirito della verità” (Gv 14, 17), per conoscere ciò che Egli “dice alle Chiese” (Ap 2, 7)”. C’è del provocatorio – a me pare – in quest’affermazione, specialmente per quanti ritengono che la prima cosa debba essere l’aver voce: la propria, ovviamente! L’ascolto, però, è proprio il primo atteggiamento, che il Concilio ha insegnato in Dei Verbum: per ascoltare la Parola di Dio, almeno. A proposito di sinodalità, una volta il Papa ha detto: “Quando uno ha paura di ascoltare, non ha lo Spirito nel suo cuore” (Omelia in Santa Marta del 28 aprile 2016). E soprattutto è importante “ascoltare con umiltà”. L’ascolto reciproco di cui parla Francesco ha senza dubbio il suo riferimento primario a quanto lo Spirito dice alle Chiese; ma è pure un richiamo a quel discernimento che tanto gli sta a cuore sì da fargli dire che oggi la Chiesa ha bisogno di crescere nella capacità di discernimento spirituale (30 luglio 2016, ad alcuni gesuiti polacchi).
Soffermiamoci ora sul gusto. “Gustate e vedete com’è buono il Signore”, canta un salmo (34, 9) e, commentava sant’Agostino, si rallegrino tutti coloro che assaporano la sua dolcezza (cfr. Enarr. in Ps 5, 15-16). Lo scorso martedì 27 febbraio, mentre concelebravo la Santa Messa essendo in corso la sessione del Consiglio di Cardinali, il mio pensiero è andato subito al senso spirituale del gusto quando ho sentito Francesco che commentando la pagina del Vangelo spiegava come Gesù fa appello alla nostra conversione: “Il Signore in questo brano ci chiama così: “Su, venite. Prendiamo un caffè insieme. Parliamo, discutiamo. Non avere paura, non voglio bastonarti” … Ehi tu, Zaccheo, scendi! Scendi, vieni con me, andiamo a pranzo insieme!”. Il gusto del Signore è il dono della gioia che si deposita nel nostro cuore quando accogliamo il suo Evangelo. Conosciamo le parole che intonano l’esortazione Evangelii gaudium: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia”. La gioia di cui qui si parla è un sentimento e questo non è poco davvero; è, tuttavia, anche di più perché è dono dello Spirito; è segno dell’accoglienza di Gesù e del suo Evangelo: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15, 11). Una volta il Papa ha aggiunto che “la gioia è il segno del cristiano: un cristiano senza gioia o non è cristiano o è ammalato … un cristiano senza gioia non è cristiano” (Omelia in Santa Marta del 22 maggio 2014). In una precedente omelia feriale (10 maggio 2013) aveva parlato della gioia come di “una virtù pellegrina. È un dono che cammina, che cammina sulla strada della vita, cammina con Gesù: predicare, annunziare Gesù, la gioia, allunga la strada e allarga la strada…”. Parlò pure dei “cristiani malinconici che hanno più faccia da peperoncini all’aceto”: un’espressione altre volte ripetuta (cfr. l’Udienza del 23 agosto 2017: “Io sono una persona di primavera o di autunno?”. Di primavera, che aspetta il fiore, che aspetta il frutto, che aspetta il sole che è Gesù, o di autunno, che è sempre con la faccia guardando in basso, amareggiato e, come a volte ho detto, con la faccia dei peperoncini all’aceto”). L’immagine è sì legata al senso del gusto, ma è poco gustosa! Il contrario è per Amoris laetitia, dove il richiamo al senso del gusto è davvero positivo: “Le gioie più intense della vita nascono quando si può procurare la felicità degli altri, in un anticipo del Cielo. Va ricordata la felice scena del film Il pranzo di Babette, dove la generosa cuoca riceve un abbraccio riconoscente e un elogio: ‘Come delizierai gli angeli!’. È dolce e consolante la gioia che deriva dal procurare diletto agli altri, di vederli godere. Tale gioia, effetto dell’amore fraterno, non è quella della vanità di chi guarda sé stesso, ma quella di chi ama e si compiace del bene dell’amato, che si riversa nell’altro e diventa fecondo in lui” (n. 129). Ho prima citato due costituzioni conciliari. Perché non aggiungere a questo punto un richiamo a quella sulla Sacra Liturgia? È questa, difatti, il luogo privilegiato dove il cristiano apprende e vive il gusto di Dio e della fraternità: “Com’è dolce che i fratelli vivano insieme”, canta il Salmo (133, 1).
L’odorato è il quarto dei sensi esterni. È anch’esso importante, perché in grado di comunicarci ciò che altri sensi non riescono: non tocca e non vede, non ascolta né gusta, ma avverte, riconosce e riesce a distinguere ciò ch’è impersonale, da quanto invece è personalissimo e unico. L’odorato è in grado d’introdurre nel profondo della relazione, nell’intimità. Il Papa richiamò questo senso nell’omelia della prima Messa crismale presieduta in San Pietro, il 28 marzo 2013. Parlava ai sacerdoti e chiese loro di essere “pastori con ‘l’odore delle pecore’”. L’interpretazione l’ha data lo stesso Francesco poche settimane dopo, incontrando i nuovi vescovi al termine di un periodo di formazione il 19 settembre 2013. Ecco qualche passaggio del discorso: “Nell’omelia della Messa Crismale di quest’anno dicevo che i Pastori devono avere ‘l’odore delle pecore’. Siate Pastori con l’odore delle pecore, presenti in mezzo al vostro popolo come Gesù Buon Pastore. La vostra presenza non è secondaria, è indispensabile. La presenza! La chiede il popolo stesso, che vuole vedere il proprio Vescovo camminare con lui, essere vicino a lui. Ne ha bisogno per vivere e per respirare! […] Presenza pastorale significa camminare con il Popolo di Dio: camminare davanti, indicando il cammino, indicando la via; camminare in mezzo, per rafforzarlo nell’unità; camminare dietro, sia perché nessuno rimanga indietro, ma, soprattutto, per seguire il fiuto che ha il Popolo di Dio per trovare nuove strade”. L’olfatto, il fiuto di cui parlava il Papa, dunque, è il sensus fidei di cui si legge nella costituzione dogmatica sulla Chiesa del Vaticano II (cfr. Lumen gentium n. 12). Ancora una costituzione conciliare! Qui, poi, non si tratta semplicemente di richiamare la dottrina cattolica su un tema fondamentale del Concilio, ma pure il disegno di un modello per i rapporti fra fedeli e sacri pastori. In altri termini, è ancora di sinodalità che si parla. Così, difatti, il Papa, nel discorso già citato del 17 ottobre 2015: “Nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium ho sottolineato come ‘il Popolo di Dio è santo in ragione di questa unzione che lo rende infallibile in credendo’”, aggiungendo che “ciascun Battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del Popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni”. Il sensus fidei impedisce di separare rigidamente tra Ecclesia docens ed Ecclesia discens, giacché anche il Gregge possiede un proprio ‘fiuto’ per discernere le nuove strade che il Signore dischiude alla Chiesa”.
Nell’elenco dei sensi esterni il tatto lo si menziona in genere come ultimo; san Tommaso, però, l’indicava come primo fra tutti e annotava che, per quanto fra gli altri sia il più carnale, proprio il tatto è stato da Cristo indicato come il senso che meglio degli altri avrebbe offerto all’apostolo incredulo la certezza sulla verità della Risurrezione (cfr. Super Sent. III; Gv 20, 27). Per san Bonaventura, poi, il tatto è fra tutti i sensi quello che più tiene insieme: realizza al massimo, infatti, il contatto fra due persone e così esprime la carità, che fra tutte le virtù teologali è la più unitiva. Quando si ama non ci s’accontenta di vedere e di guardare, ma si tende a toccare. A chi ama non basta udire, perché ogni voce è un appello a infrangere il muro della distanza, un’invocazione ad abbracciarsi. L’amore vuole sempre toccare. Ogni volto amato richiama una mano e ogni mano si tende verso il volto amato.
L’uso di Francesco del verbo toccare dev’essere letto anche in questo sfondo antropologico e di teologia spirituale. Egli comincia a parlarne in senso cristologico (“toccare la carne di Cristo”), ma giunge poi alla carità verso il prossimo. Se ne trova un esempio abbastanza completo in alcune espressioni durante la Veglia di Pentecoste del 18 maggio 2013. Riprese dalla viva voce, ci permettono d’intuire l’animo del Papa: “Noi dobbiamo diventare cristiani coraggiosi e andare a cercare quelli che sono proprio la carne di Cristo, quelli che sono la carne di Cristo! Quando io vado a confessare – ancora non posso, perché per uscire a confessare… di qui non si può uscire, ma questo è un altro problema – quando io andavo a confessare nella diocesi precedente, venivano alcuni e sempre facevo questa domanda: “Ma, lei dà l’elemosina?” – “Sì, padre!”. “Ah, bene, bene”. E gliene facevo due in più: “Mi dica, quando lei dà l’elemosina, guarda negli occhi quello o quella a cui dà l’elemosina?” – “Ah, non so, non me ne sono accorto”. Seconda domanda: “E quando lei dà l’elemosina, tocca la mano di quello al quale dà l’elemosina, o gli getta la moneta?”. Questo è il problema: la carne di Cristo, toccare la carne di Cristo, prendere su di noi questo dolore per i poveri. La povertà, per noi cristiani, non è una categoria sociologica o filosofica o culturale: no, è una categoria teologale. Direi, forse la prima categoria, perché quel Dio, il Figlio di Dio, si è abbassato, si è fatto povero per camminare con noi sulla strada. E questa è la nostra povertà: la povertà della carne di Cristo, la povertà che ci ha portato il Figlio di Dio con la sua Incarnazione. Una Chiesa povera per i poveri incomincia con l’andare verso la carne di Cristo”.
Ecco, dunque, i cinque sensi spirituali che permettono alla Chiesa di essere una Chiesa dai “sani sensi” e, pure, una Chiesa da gustare! (* vescovo di Albano, segretario del C9 – SIR)
I cinque anni di pontificato di Papa Francesco: gli auguri della Migrantes
Roma - E’ trascorso un lustro da quel 13 marzo 2013 quando il collegio cardinalizio ha scelto Papa Francesco come nuovo pontefice. Il primo Papa latino americano. Il primo successore di Pietro argentino di origine italiana. Un Papa che ha voluto mettere subito al centro del suo apostolato i poveri e i profughi e rifugiati. L’8 luglio dello stresso anno, sceglie Lampedusa come prima tappa del suo pontificato per ringraziare la popolazione, la parrocchia per “l’esempio di solidarietà e di accoglienza” e per “risvegliare le nostre coscienze” al senso della “responsabilità fraterna” sulla drammatica situazione dei rifugiati. “A Lampedusa ho incontrato da vicino la sofferenza di coloro che, a causa delle guerre o della miseria, si avviano verso l’emigrazione in condizioni spesso disperate. A Lampedusa ho visto l’encomiabile testimonianza di solidarietà di tanti che si prodigano nell’opera di accoglienza”, ha detto successivamente ricordando quel viaggio. E ancora ha visitato il Centro Astalli di Roma, l’isola di Lesbo, centri di accoglienza: tutte tappe che dimostrano la sua attenzione ai volti e alle storie dei migranti e rifugiati.
Nella sua esortazione apostolica “Evangelii gaudium” ha posto ancora una volta l’attenzione al dramma dei migranti coniugandola con la tratta degli esseri umani, lo sfruttamento sessuale e lavorativo, anche dei bambini, condannando ogni forma e struttura di esclusione sociale e sfruttamento: “tutto ciò – scrive il Papa – non può continuare, costituisce una grave violazione dei diritti umani delle vittime e una offesa alla loro dignità”.
La Fondazione Migrantes, organismo pastorale della CEI, assicura al Pontefice la preghiera costante e assidua di tutte le comunità straniere nel nostro Paese, delle comunità Rom, Sinti, dello Spettacolo Viaggiante e delle varie comunità di italiani all’estero.
Nella sua esortazione apostolica “Evangelii gaudium” ha posto ancora una volta l’attenzione al dramma dei migranti coniugandola con la tratta degli esseri umani, lo sfruttamento sessuale e lavorativo, anche dei bambini, condannando ogni forma e struttura di esclusione sociale e sfruttamento: “tutto ciò – scrive il Papa – non può continuare, costituisce una grave violazione dei diritti umani delle vittime e una offesa alla loro dignità”.
La Fondazione Migrantes, organismo pastorale della CEI, assicura al Pontefice la preghiera costante e assidua di tutte le comunità straniere nel nostro Paese, delle comunità Rom, Sinti, dello Spettacolo Viaggiante e delle varie comunità di italiani all’estero.
Cinque anni insieme: il messaggio della CEI per il quinto anniversario di pontificato di Papa Francesco
Roma - Pubblichiamo il testo degli auguri della Presidenza della CEI per il quinto anniversario dell'elezione di Papa Francesco
Beatissimo Padre,
per tutte le Chiese che sono in Italia il quinto anniversario del Suo pontificato è motivo di profonda gratitudine.
Come Pastori ci sentiamo interpreti di tale riconoscenza, consapevoli che gli stessi auguri con i quali ci stringiamo a Lei, Successore di Pietro, impegnano a proseguire con rinnovato slancio il cammino pastorale da lui propostoci con semplicità, umiltà e vigore.
Grazie, Padre Santo, perché – in un mondo investito dal vento dell’indifferenza – non si stanca di accorciare le distanze, di prendersi cura delle persone, di coinvolgersi nella loro storia fino a inginocchiarsi e lavare loro i piedi.
Grazie per la geografia umana che in questo modo ci rappresenta, nell’attenzione costante ai poveri, ai migranti, ai carcerati, ai disabili, riconosciuti come la carne sofferente di Cristo.
Grazie perché, portandoci ad abitare le periferie esistenziali di questo tempo, ci spinge a mettere in correlazione feconda i temi della vita e quelli sociali, la difesa della dignità umana e la custodia del Creato, le relazioni spezzate e i precari del lavoro, la valorizzazione della famiglia e la denuncia di un’economia iniqua.
Grazie, Santità, perché riconduce queste sfide pastorali a quell’essenziale che si condensa nel mistero dell’Incarnazione della Parola, che porta a considerare la realtà superiore all’idea e a realizzare opere di giustizia e di carità nella vita quotidiana.
Grazie per lo spirito missionario che chiede a ogni battezzato e che si esprime in quella gioia del Vangelo che riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù.
Grazie per la corresponsabilità a cui richiama la Chiesa, perché sia corpo vivo, animato dalla comunione fraterna, attento a fare senza paura il primo passo per andare incontro all’altro e offrire misericordia, tenerezza e pace.
Padre Santo, nell’assicurarLe la preghiera assidua di tutte le nostre Comunità, Le rinnoviamo la piena disponibilità a far nostro con coraggio e grande speranza il Suo insegnamento e la Sua testimonianza.
Beatissimo Padre,
per tutte le Chiese che sono in Italia il quinto anniversario del Suo pontificato è motivo di profonda gratitudine.
Come Pastori ci sentiamo interpreti di tale riconoscenza, consapevoli che gli stessi auguri con i quali ci stringiamo a Lei, Successore di Pietro, impegnano a proseguire con rinnovato slancio il cammino pastorale da lui propostoci con semplicità, umiltà e vigore.
Grazie, Padre Santo, perché – in un mondo investito dal vento dell’indifferenza – non si stanca di accorciare le distanze, di prendersi cura delle persone, di coinvolgersi nella loro storia fino a inginocchiarsi e lavare loro i piedi.
Grazie per la geografia umana che in questo modo ci rappresenta, nell’attenzione costante ai poveri, ai migranti, ai carcerati, ai disabili, riconosciuti come la carne sofferente di Cristo.
Grazie perché, portandoci ad abitare le periferie esistenziali di questo tempo, ci spinge a mettere in correlazione feconda i temi della vita e quelli sociali, la difesa della dignità umana e la custodia del Creato, le relazioni spezzate e i precari del lavoro, la valorizzazione della famiglia e la denuncia di un’economia iniqua.
Grazie, Santità, perché riconduce queste sfide pastorali a quell’essenziale che si condensa nel mistero dell’Incarnazione della Parola, che porta a considerare la realtà superiore all’idea e a realizzare opere di giustizia e di carità nella vita quotidiana.
Grazie per lo spirito missionario che chiede a ogni battezzato e che si esprime in quella gioia del Vangelo che riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù.
Grazie per la corresponsabilità a cui richiama la Chiesa, perché sia corpo vivo, animato dalla comunione fraterna, attento a fare senza paura il primo passo per andare incontro all’altro e offrire misericordia, tenerezza e pace.
Padre Santo, nell’assicurarLe la preghiera assidua di tutte le nostre Comunità, Le rinnoviamo la piena disponibilità a far nostro con coraggio e grande speranza il Suo insegnamento e la Sua testimonianza.
Firenze: ad aprile il convegno “Costruttori di Ponti”
Firenze – “Costruttori di ponti” quest’anno va in trasferta. Dopo i primi seminari nazionali all’Istituto Alcide Cervi, nella campagna di Gattatico, Reggio Emilia, quest’anno “Costruttori di ponti” va in città, a Firenze, il 5 e 6 aprile 2018. Il primo incontro, il 27 e 28 novembre 2015, era dedicato in particolare al tema della scuola, delle migrazioni e della memoria; il secondo, l’8 aprile 2016, all’Europa e ai modelli di integrazione a confronto; il terzo, costruito insieme alle nuove generazioni italiane, a Reggio Emilia e a Gattatico, il 30 e 31 marzo 2017, era intitolato Protagonisti!
Perché̀ a Firenze? Si scriveva nell’introduzione al primo incontro “Tanti anni fa, nel clima difficile del dopoguerra, un giurista fiorentino, Piero Calamandrei, aveva fondato una rivista che si chiamava Il Ponte, con l’obiettivo di seguire le fasi dell’attuazione della Costituzione repubblicana e di mettere di nuovo in dialogo e in cammino persone e culture, scuole e territori, memorie e città”. Ecco, siamo nella città di Calamandrei e della Costituzione che ha appena compiuto 70 anni. Siamo nella città di Giorgio La Pira, sindaco di Firenze dal 1951 al 1965, con Calamandrei padre costituente, tessitore di dialogo, di pace tra popoli e culture. Ricorrono quest’anno i 40 anni del Centro Internazionale per gli studenti intitolato al suo nome. E siamo nella città, o meglio nella sua ”periferia”, della scuola di don Lorenzo Milani. Dalle finestre di Barbiana si potevano, si possono, vedere molti angoli di mondo.
Ecco il tema di quest’anno: “La scuola aperta sul mondo”, una realtà̀ di fatto, certo più̀ complessa e difficile, per la composizione delle classi con allievi delle più̀ diverse provenienze, lingue, religioni. Una sfida per l’educazione ma anche un’occasione di cambiamento. C’è ancora bisogno di ponti e di insegnanti costruttori, dotati di bussole e di materiali e tecniche utili per l’”impresa”. L’arte di costruire, di questo è fatto il mestiere di insegnare. C’è bisogno per questo di una nuova cittadinanza e un nuovo sogno per tutti.
Il convegno è promosso da Istituto Alcide Cervi, Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira di Firenze, Ministero dell’Istruzione, dell’Università̀ e della Ricerca, Ufficio Scolastico regionale per la Toscana, in collaborazione con la Fondazione Migrantes e l’Associazione MUS-E.
Qui di seguito il link relativo all’evento: http://www.centrointernazionalelapira.it/it/costruttori-di-ponti-4/
Perché̀ a Firenze? Si scriveva nell’introduzione al primo incontro “Tanti anni fa, nel clima difficile del dopoguerra, un giurista fiorentino, Piero Calamandrei, aveva fondato una rivista che si chiamava Il Ponte, con l’obiettivo di seguire le fasi dell’attuazione della Costituzione repubblicana e di mettere di nuovo in dialogo e in cammino persone e culture, scuole e territori, memorie e città”. Ecco, siamo nella città di Calamandrei e della Costituzione che ha appena compiuto 70 anni. Siamo nella città di Giorgio La Pira, sindaco di Firenze dal 1951 al 1965, con Calamandrei padre costituente, tessitore di dialogo, di pace tra popoli e culture. Ricorrono quest’anno i 40 anni del Centro Internazionale per gli studenti intitolato al suo nome. E siamo nella città, o meglio nella sua ”periferia”, della scuola di don Lorenzo Milani. Dalle finestre di Barbiana si potevano, si possono, vedere molti angoli di mondo.
Ecco il tema di quest’anno: “La scuola aperta sul mondo”, una realtà̀ di fatto, certo più̀ complessa e difficile, per la composizione delle classi con allievi delle più̀ diverse provenienze, lingue, religioni. Una sfida per l’educazione ma anche un’occasione di cambiamento. C’è ancora bisogno di ponti e di insegnanti costruttori, dotati di bussole e di materiali e tecniche utili per l’”impresa”. L’arte di costruire, di questo è fatto il mestiere di insegnare. C’è bisogno per questo di una nuova cittadinanza e un nuovo sogno per tutti.
Il convegno è promosso da Istituto Alcide Cervi, Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira di Firenze, Ministero dell’Istruzione, dell’Università̀ e della Ricerca, Ufficio Scolastico regionale per la Toscana, in collaborazione con la Fondazione Migrantes e l’Associazione MUS-E.
Qui di seguito il link relativo all’evento: http://www.centrointernazionalelapira.it/it/costruttori-di-ponti-4/
Papa Francesco: costruire ponti per una società più giusta e più umana
Città del Vaticano – “Penso ai migranti e ai rifugiati che sono fuggiti dai loro Paesi a causa della guerra, della miseria, della violenza e a ciò che è già stato fatto per venire in loro aiuto. Si tratta di perseverare nella ricerca di mezzi compatibili con il bene di tutti, per accoglierli, proteggerli, promuovere il loro sviluppo umano integrale e integrarli nella società. Così si può contribuire alla costruzione di una società più giusta, più umana e più fraterna".
A dirlo, questa mattina papa Francesco ricevendo in udienza i parlamentari e politici della provincia francese di Marsiglia, accompagnati da mons. Georges Pontier, arcivescovo di Marsiglia, e dai vescovi della Provincia. “Siete chiamati - ha sottolineato il Pontefice - a cercare sempre di farvi prossimi degli altri, specialmente delle persone in situazione di precarietà; a non rassegnarvi mai alla disparità sociale, radice dei mali della società, ma a promuovere una conversione ecologica integrale al servizio della salvaguardia della nostra casa comune”. Nel sottolineare “la ricchezza delle diversità” presenti nella regione, “reali potenzialità sul piano umano, economico, sociale, culturale e anche religioso”, papa Francesco ha esortato, citando Evangelii gaudium, ad “avere a cuore la ricerca dello sviluppo integrale di tutti”. In questa prospettiva “i valori di libertà, di uguaglianza, di fraternità costituiscono dei capisaldi e un orizzonte per l’esercizio delle vostre responsabilità. Davanti ai problemi della società, è anche necessario diventare i promotori di un vero dibattito su valori e orientamenti riconosciuti comuni a tutti. A tale dibattito “i cristiani sono chiamati a partecipare con i credenti di tutte le religioni e tutti gli uomini di buona volontà, al fine di favorire lo sviluppo di una cultura dell’incontro”.
A dirlo, questa mattina papa Francesco ricevendo in udienza i parlamentari e politici della provincia francese di Marsiglia, accompagnati da mons. Georges Pontier, arcivescovo di Marsiglia, e dai vescovi della Provincia. “Siete chiamati - ha sottolineato il Pontefice - a cercare sempre di farvi prossimi degli altri, specialmente delle persone in situazione di precarietà; a non rassegnarvi mai alla disparità sociale, radice dei mali della società, ma a promuovere una conversione ecologica integrale al servizio della salvaguardia della nostra casa comune”. Nel sottolineare “la ricchezza delle diversità” presenti nella regione, “reali potenzialità sul piano umano, economico, sociale, culturale e anche religioso”, papa Francesco ha esortato, citando Evangelii gaudium, ad “avere a cuore la ricerca dello sviluppo integrale di tutti”. In questa prospettiva “i valori di libertà, di uguaglianza, di fraternità costituiscono dei capisaldi e un orizzonte per l’esercizio delle vostre responsabilità. Davanti ai problemi della società, è anche necessario diventare i promotori di un vero dibattito su valori e orientamenti riconosciuti comuni a tutti. A tale dibattito “i cristiani sono chiamati a partecipare con i credenti di tutte le religioni e tutti gli uomini di buona volontà, al fine di favorire lo sviluppo di una cultura dell’incontro”.
“Mondinsieme”: guida delle Associazioni dei migranti in trentino
Trento - “Mondinsieme”. È questo il titolo della nuova pubblicazione che fotografa la realtà dell'associazionismo dei migranti sul territorio provinciale. La guida è realizzata dal Cinformi nell'ambito del progetto finanziato a valere sul Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione 2014-2020 che ha come obiettivo la promozione della partecipazione attiva dei migranti alla vita economica, sociale e culturale anche attraverso la valorizzazione delle associazioni.
La guida “Mondinsieme”, disponibile presso il Cinformi in formato cartaceo e online, intende essere uno strumento utile per favorire i contatti - e di conseguenza il dialogo - tra cittadini immigranti, istituzioni e comunità locale. In particolare, la pubblicazione intende contribuire alla conoscenza delle associazioni dei cittadini immigrati attive sul territorio provinciale e della loro mission. Un riferimento utile non solo agli “addetti ai lavori” ma anche a chi vive, ogni giorno, la “sfida” della convivenza.
La guida “Mondinsieme”, disponibile presso il Cinformi in formato cartaceo e online, intende essere uno strumento utile per favorire i contatti - e di conseguenza il dialogo - tra cittadini immigranti, istituzioni e comunità locale. In particolare, la pubblicazione intende contribuire alla conoscenza delle associazioni dei cittadini immigrati attive sul territorio provinciale e della loro mission. Un riferimento utile non solo agli “addetti ai lavori” ma anche a chi vive, ogni giorno, la “sfida” della convivenza.
Papa Francesco: non essere cristiani parcheggiati
Città del Vaticano - Il vero cristiano non si ferma alla prima grazia ricevuta, ma va sempre avanti, perché cerca la gioia dello stare con il Signore. Così il Papa, riferisce Vatican News, nell'omelia della Messa a Casa Santa Marta invitando a “custodire il proprio desiderio” e a non accontentarsi “dell'antipasto”
“Se non vedete segni e prodigi, voi non credete”. E’ un rimprovero quello dell’odierno brano del Vangelo in cui Gesù si rivolge al funzionario del re che gli va incontro in Galilea per chiedergli di guarire il figlio malato. La gente sapeva che Gesù aveva fatto già tanti miracoli. E Gesù sembra perdere la pazienza perché il prodigio sembra l’unica cosa che conta per loro e, nell'omelia papa Francesco commenta: “Dov’è la vostra fede?. Vedere un miracolo, un prodigio e dire: ‘Ma, Tu hai la potenza, Tu sei Dio’, sì, è un atto di fede, ma piccolino così. Perché è evidente che quest’uomo ha un potere forte; ma lì incomincia la fede, ma poi deve andare avanti. Dove è il tuo desiderio di Dio? Perché la fede è questo: avere il desiderio di trovare Dio, di incontrarlo, di essere con Lui, di essere felice con Lui..”
Ma qual è piuttosto il grande miracolo che compie il Signore? La prima lettura tratta dal libro del profeta Isaia, lo spiega, dice il pontefice “ ‘Ecco, io creo nuovi cieli e nuova terra. Si godrà e si gioirà sempre, di quello che sto per creare’. Il Signore attira il nostro desiderio alla gioia di essere con Lui. Quando il Signore passa nella nostra vita e fa un miracolo in ognuno di noi, e ognuno di noi sa cosa ha fatto il Signore nella sua vita, lì non finisce tutto: questo è l’invito ad andare avanti, a continuare a camminare, ‘cercare il volto di Dio’, dice il Salmo; cercare questa gioia”.
Il miracolo è dunque solo l’inizio e il Papa si chiede che cosa penserà Gesù di tanti cristiani che si fermano lì alla prima grazia ricevuta, che non camminano e si comportano come uno che, al ristorante, si sazia con l’antipasto e se ne torna a casa non sapendo che il meglio viene dopo: “Perché ci sono tanti cristiani fermi, che non camminano; cristiani insabbiati nelle cose di ogni giorno – buoni, buoni! – ma non crescono, rimangono piccoli. Cristiani parcheggiati: si parcheggiano. Cristiani ingabbiati che non sanno volare con il sogno a questa cosa bella alla quale il Signore ci chiama”.
E’ una domanda che ciascuno di noi può farsi, prosegue Francesco. “Com’è il mio desiderio? (…) Cerco il Signore così? Oppure ho paura, sono mediocre? (…) Qual è la misura del mio desiderio? L’antipasto o tutto il banchetto?”. E conclude: “custodire il proprio desiderio, non sistemarsi troppo, andare un po’ avanti, rischiare. Il vero cristiano rischia, esce dalla sicurezza”.
“Se non vedete segni e prodigi, voi non credete”. E’ un rimprovero quello dell’odierno brano del Vangelo in cui Gesù si rivolge al funzionario del re che gli va incontro in Galilea per chiedergli di guarire il figlio malato. La gente sapeva che Gesù aveva fatto già tanti miracoli. E Gesù sembra perdere la pazienza perché il prodigio sembra l’unica cosa che conta per loro e, nell'omelia papa Francesco commenta: “Dov’è la vostra fede?. Vedere un miracolo, un prodigio e dire: ‘Ma, Tu hai la potenza, Tu sei Dio’, sì, è un atto di fede, ma piccolino così. Perché è evidente che quest’uomo ha un potere forte; ma lì incomincia la fede, ma poi deve andare avanti. Dove è il tuo desiderio di Dio? Perché la fede è questo: avere il desiderio di trovare Dio, di incontrarlo, di essere con Lui, di essere felice con Lui..”
Ma qual è piuttosto il grande miracolo che compie il Signore? La prima lettura tratta dal libro del profeta Isaia, lo spiega, dice il pontefice “ ‘Ecco, io creo nuovi cieli e nuova terra. Si godrà e si gioirà sempre, di quello che sto per creare’. Il Signore attira il nostro desiderio alla gioia di essere con Lui. Quando il Signore passa nella nostra vita e fa un miracolo in ognuno di noi, e ognuno di noi sa cosa ha fatto il Signore nella sua vita, lì non finisce tutto: questo è l’invito ad andare avanti, a continuare a camminare, ‘cercare il volto di Dio’, dice il Salmo; cercare questa gioia”.
Il miracolo è dunque solo l’inizio e il Papa si chiede che cosa penserà Gesù di tanti cristiani che si fermano lì alla prima grazia ricevuta, che non camminano e si comportano come uno che, al ristorante, si sazia con l’antipasto e se ne torna a casa non sapendo che il meglio viene dopo: “Perché ci sono tanti cristiani fermi, che non camminano; cristiani insabbiati nelle cose di ogni giorno – buoni, buoni! – ma non crescono, rimangono piccoli. Cristiani parcheggiati: si parcheggiano. Cristiani ingabbiati che non sanno volare con il sogno a questa cosa bella alla quale il Signore ci chiama”.
E’ una domanda che ciascuno di noi può farsi, prosegue Francesco. “Com’è il mio desiderio? (…) Cerco il Signore così? Oppure ho paura, sono mediocre? (…) Qual è la misura del mio desiderio? L’antipasto o tutto il banchetto?”. E conclude: “custodire il proprio desiderio, non sistemarsi troppo, andare un po’ avanti, rischiare. Il vero cristiano rischia, esce dalla sicurezza”.
Papa Francesco: le paure si concentrano spesso su chi è straniero
Roma - “Il mondo oggi è spesso abitato dalla paura”. A dirlo ieri pomeriggio Papa Francesco visitando la Comunità di Sant'Egidio che compie 50 anni: è “una malattia antica: nella Bibbia ricorre spesso l’invito a non avere paura. Il nostro tempo conosce grandi paure di fronte alle vaste dimensioni della globalizzazione. E le paure – ha detto il pontefice - si concentrano spesso su chi è straniero, diverso da noi, povero, come se fosse un nemico. Si fanno anche dei piani di sviluppo delle nazioni sotto la guida della lotta contro questa gente. E allora ci si difende da queste persone, credendo di preservare quello che abbiamo o quello che siamo. L’atmosfera di paura può contagiare anche i cristiani che, come quel servo della parabola, nascondono il dono ricevuto: non lo investono nel futuro, non lo condividono con gli altri, ma lo conservano per sé”. Per il papa spesso oggi le diversità sono “occasione di ostilità e di conflitto; è ancora da costruire una globalizzazione della solidarietà e dello spirito. Il futuro del mondo globale è vivere insieme: questo ideale richiede l’impegno di costruire ponti, tenere aperto il dialogo, continuare a incontrarsi. Non è – ha spiegato - solo un fatto politico o organizzativo. Ciascuno è chiamato a cambiare il proprio cuore assumendo uno sguardo misericordioso verso l’altro, per diventare artigiano di pace e profeta di misericordia”. Tutti siamo “fratelli di tutti e, per questo, profeti di un mondo nuovo; e la Chiesa è segno di unità del genere umano, tra popoli, famiglie, culture”.
L’audacia – ha detto ancora il papa in una basilica di Santa Maria in Trastevere affollata di rappresentanze della comunità provenienti da diverse città italiane e del mondo – “non è il coraggio di un giorno, ma la pazienza di una missione quotidiana nella città e nel mondo. È la missione di ritessere pazientemente il tessuto umano delle periferie, che la violenza e l’impoverimento hanno lacerato; di comunicare il Vangelo attraverso l’amicizia personale; di mostrare come una vita diventa davvero umana quando è vissuta accanto ai più poveri; di creare una società in cui nessuno sia più straniero. È la missione di valicare i confini e i muri per riunire. Oggi, ancora di più è l’invito del papa - continuate audacemente su questa strada. Continuate a stare accanto ai bambini delle periferie con le Scuole della Pace, che ho visitato; continuate a stare accanto agli anziani: a volte sono scartati, ma per voi sono amici. Continuate ad aprire corridoi umanitari per i profughi della guerra e della fame. I poveri sono il vostro tesoro!”. (R.I.)
L’audacia – ha detto ancora il papa in una basilica di Santa Maria in Trastevere affollata di rappresentanze della comunità provenienti da diverse città italiane e del mondo – “non è il coraggio di un giorno, ma la pazienza di una missione quotidiana nella città e nel mondo. È la missione di ritessere pazientemente il tessuto umano delle periferie, che la violenza e l’impoverimento hanno lacerato; di comunicare il Vangelo attraverso l’amicizia personale; di mostrare come una vita diventa davvero umana quando è vissuta accanto ai più poveri; di creare una società in cui nessuno sia più straniero. È la missione di valicare i confini e i muri per riunire. Oggi, ancora di più è l’invito del papa - continuate audacemente su questa strada. Continuate a stare accanto ai bambini delle periferie con le Scuole della Pace, che ho visitato; continuate a stare accanto agli anziani: a volte sono scartati, ma per voi sono amici. Continuate ad aprire corridoi umanitari per i profughi della guerra e della fame. I poveri sono il vostro tesoro!”. (R.I.)
Servizio Civile: oggi l’incontro nazionale a Sotto il Monte
Sotto il Monte – Si svolgerà oggi a Sotto il Monte (BG), dove si tenne già la sua prima edizione nel 2003, l’annuale Incontro nazionale dei volontari del Tavolo Ecclesiale sul Servizio Civile, nella ricorrenza del 12 marzo, festa di san Massimiliano di Tebessa, martire per obiezione di coscienza.
Il tema di questo XIII Incontro è quello scelto da Papa Francesco per la Giornata mondiale della Pace 2018 "Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace". In mattinata, presso
la Tensostruttura a Brusicco di Sotto il Monte, la Lettura degli Atti di san Massimiliano e i saluti, in video, del card. Francesco Montenegro, presidente di Caritas Italiana e di Maria Grazia Dadda, sindaco di Sotto il Monte Giovanni XXIII.
Alle 10.45 “Accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Col servizio civile per costruire la pace” con testimonianze di giovani in servizio civile in Italia e all’estero. Interverranno Giovanni Ramonda, Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, Alganesh Fessaha, Ong “Gandhi”; don Virginio Colmegna, Casa della Carità di Milano coordinati da Andrea Valesini de “L’Eco di Bergamo”. Nel pomeriggio visita itinerante sui luoghi di Papa Giovanni XXIII e alle 16,00 celebrazione eucaristica nella Chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista presieduta dal vescovo di Bergamo, mons. Francesco Beschi.
Il Tavolo Ecclesiale sul servizio civile, è il coordinamento di organismi della Chiesa italiana che dal 2003 promuove il servizio civile e lo propone a tutti, in modo particolare ai giovani, come importante esperienza formativa, di servizio agli ultimi, di testimonianza dei valori della pace, giustizia, cittadinanza attiva e solidarietà. Vi aderiscono Caritas Italiana, Fondazione Migrantes, Ufficio nazionale per la Cooperazione Missionaria tra le Chiese, Ufficio nazionale per i Problemi Sociali e il Lavoro, Servizio nazionale per la Pastorale Giovanile, Azione Cattolica Italiana, Acli, Agesci, Confederazione nazionale delle Misericordie d’Italia, Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, Confcooperative-Federsolidarietà, Cenasca-Cisl, Centro Sportivo Italiano, Volontari nel mondo-Focsiv, Federazione Scs/Cnos, Anspi, Unitalsi.
Il tema di questo XIII Incontro è quello scelto da Papa Francesco per la Giornata mondiale della Pace 2018 "Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace". In mattinata, presso
la Tensostruttura a Brusicco di Sotto il Monte, la Lettura degli Atti di san Massimiliano e i saluti, in video, del card. Francesco Montenegro, presidente di Caritas Italiana e di Maria Grazia Dadda, sindaco di Sotto il Monte Giovanni XXIII.
Alle 10.45 “Accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Col servizio civile per costruire la pace” con testimonianze di giovani in servizio civile in Italia e all’estero. Interverranno Giovanni Ramonda, Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, Alganesh Fessaha, Ong “Gandhi”; don Virginio Colmegna, Casa della Carità di Milano coordinati da Andrea Valesini de “L’Eco di Bergamo”. Nel pomeriggio visita itinerante sui luoghi di Papa Giovanni XXIII e alle 16,00 celebrazione eucaristica nella Chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista presieduta dal vescovo di Bergamo, mons. Francesco Beschi.
Il Tavolo Ecclesiale sul servizio civile, è il coordinamento di organismi della Chiesa italiana che dal 2003 promuove il servizio civile e lo propone a tutti, in modo particolare ai giovani, come importante esperienza formativa, di servizio agli ultimi, di testimonianza dei valori della pace, giustizia, cittadinanza attiva e solidarietà. Vi aderiscono Caritas Italiana, Fondazione Migrantes, Ufficio nazionale per la Cooperazione Missionaria tra le Chiese, Ufficio nazionale per i Problemi Sociali e il Lavoro, Servizio nazionale per la Pastorale Giovanile, Azione Cattolica Italiana, Acli, Agesci, Confederazione nazionale delle Misericordie d’Italia, Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, Confcooperative-Federsolidarietà, Cenasca-Cisl, Centro Sportivo Italiano, Volontari nel mondo-Focsiv, Federazione Scs/Cnos, Anspi, Unitalsi.