Roma - La Conferenza Episcopale Italiana ha inviato un messaggio di augurio ai musulmani presenti nel nostro Paese che hanno iniziato questa settimana il mese sacro del Ramadan. “Care amiche e cari amici appartenenti a tutte le associazioni e istituzioni islamiche in Italia!”, scrivono mons. Ambrogio Spreafico, presidente della Commissione CEI per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso e don Cristiano Bettega, direttore dell’Ufficio, nel testo ricevuto dal Sir. “In occasione del mese di Ramadan desideriamo raggiungere ciascuno di voi e tutte le vostre comunità con il messaggio che anche quest’anno il Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso vi indirizza: lo facciamo oggi, 18 maggio, proprio perché questo è il primo venerdì di Ramadan di quest’anno, e ci sembrava bello sottolineare l’importanza del giorno della preghiera e unirci idealmente a ciascuno di voi”. “Oltre a inviarvi questo messaggio ufficiale del Vaticano – scrivono Spreafico e Bettega -, vogliamo cogliere l’occasione per esprimervi anche il nostro augurio, sincero e fraterno. Le tante occasioni di dialogo islamo-cristiano che viviamo in sede nazionale come a livello locale costituiscono un bel patrimonio comune di collaborazione e di educazione alla convivenza, all’amicizia e alla pace; allo stesso tempo ci ricordano quanto sia urgente continuare a seminare segni di dialogo tra noi e con tutte le fedi. Siamo convinti che sia questa la missione alla quale ci chiama il Dio Clemente e Misericordioso che tutti invochiamo. Che questo mese di preghiera, di carità e di fraternità possa estendere i suoi frutti positivi a tutti voi e a chiunque vi incontra. Ramadan benedetto a ciascuno di voi!”.
Primo Piano
Migrantes: a Bologna e Roma gli incontri per operatori di pastorale per lo spettacolo viaggiante
Roma - “La Chiesa tra la gente dello Spettacolo Viaggiante ieri e oggi”. Questo il tema di due incontri nazionali per gli operatori della pastorale dei circhi e dei luna park della Fondazione Migrantes, che si svolgeranno a Bologna – il 22 maggio – e a Roma, il 29 maggio.
A relazionare, in entrambi gli incontri, è stato chiamato don Mirko Dalla Torre che farà un excursus storico sulla nascita del Circo e del Luna Park, si soffermerà sul magistero della Chiesa a favore della gente del Viaggio e parlerà dell’ufficio nazionale e degli strumenti per l’annuncio del Vangelo tra fieranti e circensi.
I due incontri si svolgeranno dopo la somministrazione, avvenute nei mesi scorsi, di un questionario d’indagine e di conoscenza circa il lavoro che viene svolto nelle regioni ecclesiali e nelle diocesi d’Italia. “Da un’attenta rilettura delle schede che sono state restituite a quest’ufficio – dice il direttore generale della Fondazione Migrantes, don Gianni De Robertis, sono emerse alcune osservazioni, tra queste, la necessità di una conoscenza più approfondita della nostra Pastorale e del bisogno di essere formati come operatori pastorali. Certamente questi argomenti troveranno modo di essere trattati in un prossimo convegno che, pensiamo di organizzare prima della fine del 2018”. (R.Iaria)
A relazionare, in entrambi gli incontri, è stato chiamato don Mirko Dalla Torre che farà un excursus storico sulla nascita del Circo e del Luna Park, si soffermerà sul magistero della Chiesa a favore della gente del Viaggio e parlerà dell’ufficio nazionale e degli strumenti per l’annuncio del Vangelo tra fieranti e circensi.
I due incontri si svolgeranno dopo la somministrazione, avvenute nei mesi scorsi, di un questionario d’indagine e di conoscenza circa il lavoro che viene svolto nelle regioni ecclesiali e nelle diocesi d’Italia. “Da un’attenta rilettura delle schede che sono state restituite a quest’ufficio – dice il direttore generale della Fondazione Migrantes, don Gianni De Robertis, sono emerse alcune osservazioni, tra queste, la necessità di una conoscenza più approfondita della nostra Pastorale e del bisogno di essere formati come operatori pastorali. Certamente questi argomenti troveranno modo di essere trattati in un prossimo convegno che, pensiamo di organizzare prima della fine del 2018”. (R.Iaria)
Papa Francesco: il pastore non perde tempo nelle cordate
Città del Vaticano - “Amare, pascolare e prepararsi alla croce”, ma soprattutto non cadere nella tentazione di “mettere il naso nella vita degli altri”. Nella Messa celebrata, questa mattina, riferisce Vatica News, nella cappella della Casa Santa Marta, Papa Francesco traduce in comportamenti concreti il “seguimi” che Gesù rivolge ai suoi discepoli.
Il punto di partenza è un passo del Vangelo di Giovanni, in cui si descrive l’ultimo dialogo tra il Signore e Pietro. Un colloquio intriso di ricordi per “Simone, figlio di Giovanni”: da quando gli cambia il nome, passando per i momenti di debolezza, fino al “canto del gallo”. Un itinerario mentale che il Signore vuole per ciascuno di noi, perché si “faccia memoria del cammino compiuto” con Lui.
Nell’omelia, il Pontefice ricorda le tre indicazioni che il Signore rivolge a Pietro: “amami, pascola e preparati”. Anzitutto l’amore, la grammatica essenziale per essere veri discepoli del Figlio di Dio; e poi il pascere, il prendersi cura, perché la vera identità del pastore è pascolare, “l’identità di un vescovo, di un prete, è essere pastore”: “ ‘Amami, pascola e preparati’. Amami più degli altri, amami come puoi ma amami. E’ quello che il Signore chiede ai pastori e anche a tutti noi. ‘Amami’. Il primo passo nel dialogo col Signore è l’amore”.
Papa Bergoglio ricorda con chiarezza che quanti abbracciano il Signore sono destinati al “martirio”, a “portare la croce”, a essere condotti dove non si desidera. Ma questa è la bussola che orienta il cammino del pastore.
“Preparati alle prove, preparati a lasciare tutto perché venga un altro e faccia cose diverse. Preparati a questo annientamento nella vita. E ti porteranno sulla strada delle umiliazioni, forse sulla strada del martirio. E quelli che quando tu eri pastore ti lodavano e parlavano bene di te adesso sparleranno perché l’altro che viene sembra più buono. Preparati. Preparati alla croce quando ti portano dove tu non voi. Amami, pascola, preparati. Questo è il foglio di rotta di un pastore, la bussola”.
L’ultima parte del colloquio permette al Pontefice di mettere a fuoco un’altra tentazione, tanto diffusa: il desiderio di mettere il naso nella vita degli altri, senza accontentarsi di guardare solo le cose proprie: “Mettiti nei tuoi panni, non andare a mettere il naso nella vita degli altri. Il pastore ama, pascola, si prepara alla croce, allo spoglio e non mette il naso nella vita degli altri, non perde il tempo nelle cordate, nelle cordate ecclesiastiche. Ama, pascola e si prepara e non cade nella tentazione”.
Il punto di partenza è un passo del Vangelo di Giovanni, in cui si descrive l’ultimo dialogo tra il Signore e Pietro. Un colloquio intriso di ricordi per “Simone, figlio di Giovanni”: da quando gli cambia il nome, passando per i momenti di debolezza, fino al “canto del gallo”. Un itinerario mentale che il Signore vuole per ciascuno di noi, perché si “faccia memoria del cammino compiuto” con Lui.
Nell’omelia, il Pontefice ricorda le tre indicazioni che il Signore rivolge a Pietro: “amami, pascola e preparati”. Anzitutto l’amore, la grammatica essenziale per essere veri discepoli del Figlio di Dio; e poi il pascere, il prendersi cura, perché la vera identità del pastore è pascolare, “l’identità di un vescovo, di un prete, è essere pastore”: “ ‘Amami, pascola e preparati’. Amami più degli altri, amami come puoi ma amami. E’ quello che il Signore chiede ai pastori e anche a tutti noi. ‘Amami’. Il primo passo nel dialogo col Signore è l’amore”.
Papa Bergoglio ricorda con chiarezza che quanti abbracciano il Signore sono destinati al “martirio”, a “portare la croce”, a essere condotti dove non si desidera. Ma questa è la bussola che orienta il cammino del pastore.
“Preparati alle prove, preparati a lasciare tutto perché venga un altro e faccia cose diverse. Preparati a questo annientamento nella vita. E ti porteranno sulla strada delle umiliazioni, forse sulla strada del martirio. E quelli che quando tu eri pastore ti lodavano e parlavano bene di te adesso sparleranno perché l’altro che viene sembra più buono. Preparati. Preparati alla croce quando ti portano dove tu non voi. Amami, pascola, preparati. Questo è il foglio di rotta di un pastore, la bussola”.
L’ultima parte del colloquio permette al Pontefice di mettere a fuoco un’altra tentazione, tanto diffusa: il desiderio di mettere il naso nella vita degli altri, senza accontentarsi di guardare solo le cose proprie: “Mettiti nei tuoi panni, non andare a mettere il naso nella vita degli altri. Il pastore ama, pascola, si prepara alla croce, allo spoglio e non mette il naso nella vita degli altri, non perde il tempo nelle cordate, nelle cordate ecclesiastiche. Ama, pascola e si prepara e non cade nella tentazione”.
L’ altro siamo anche noi
Roma - Papa Francesco sta svolgendo in questi anni, oltre alla sua funzione specifica di massima autorità religiosa della Chiesa cattolica, un ruolo di supplenza etica a lui riconosciuto persino dai non credenti: la lettera che i vescovi italiani, nella solennità di Pentecoste, rivolgeranno alle comunità accoglienti, intitolata 'Uscire dalla paura', lo dimostra appieno. Questo testo, a venticinque anni dal documento 'Ero forestiero e mi avete ospitato', riassume la storia più recente del fenomeno migratorio gettando le basi per un rinnovamento antropologico di portata storica (/siti_migrantes/migrantes_online/00021815_Comunita_accoglienti__uscire_dalla_paura__il_documento_della_Cemi_a_25_anni_da_Ero_forestiero_e_mi_avete_ospitato.html).
Nel 1993 gli immigrati regolari in Italia non raggiungevano il milione: erano una piccola avanguardia rispetto a quelli che sarebbero venuti dopo. Oggi sono quintuplicati, popolano le scuole, accudiscono gli anziani, contribuiscono a pagare le nostre pensioni, contrastano la denatalità, tuttavia mentre nell' ultimo triennio gli stranieri non aumentano, gli italiani che partono in cerca di lavoro si moltiplicano. Ben cinque milioni di nostri connazionali vivono all' estero: lo stesso numero di quelli che arrivano dai Paesi poveri. È questa la dimensione speciale, a volte sottaciuta, del discorso che stiamo facendo. L' altro siamo anche noi, dipende solo dalla posizione, geografica e spirituale, in cui scegliamo di metterci: o chiusi dentro il castello incantato, spesso dal volto digitale, a protezione di identità prosciugate dalla mancanza di vere relazioni, oppure aperti allo scambio umano, pronti a esporci, a metterci in gioco, a scoprirci per ciò che davvero siamo. Vincere la paura possiede quindi un doppio registro: esteriore, nei confronti della persona da incontrare - può essere il nigeriano che ci chiede l' elemosina di fronte al supermercato, il compagno di classe di nostro figlio, la collega di lavoro - e interiore, riguardo ai fantasmi che ci assillano: nodi non sciolti, timori, indifferenze, ignoranze, pregiudizi, velleità, egoismi, individualismi. Si tratta, è bene ribadirlo, di un lavoro culturale, non naturale. L' istinto umano è diffidente. Bisogna illuminarlo e guidarlo: in quali altri luoghi ciò si può fare se non nella scuola e in famiglia? Ecco perché, come la lettera della Conferenza episcopale ben spiega, siamo di fronte a una sfida educativa di notevoli proporzioni. Ma se non ci sono valori di riferimento forti, perlomeno civili, siamo destinati al fallimento esistenziale. Eppure, soprattutto gli adolescenti, quanta necessità avrebbero di adulti in grado di incarnare il limite da non superare, modelli di persone che hanno deciso di percorrere una strada, magari la più difficile, e lo fanno con “l' audacia, il realismo, la responsabilità, l' intelligenza, la creatività e la prudenza” che i vescovi auspicano! Fa impressione l'assenza di una visione d' insieme della nostra politica, tutta centrata su obiettivi pratici, economici, legati ai sussidi, alle assistenze, alle tasse, insomma alla lista della spesa. Cose fondamentali, è ovvio, ma il governo nazionale non si può ridurre all' amministrazione di una grande azienda. In tal senso la “convivialità delle differenze” che la nuova società multietnica lascia intravedere e a cui ci spinge il testo della Cei, rappresenta l' unica possibilità che abbiamo per uscire dall' atrofia dei programmi tecnici. Tale impegno militante chiama in causa l' intera cittadinanza italiana. Senza distinzioni sociali. Ma esiste poi, in questa lettera, un altro aspetto ancora più importante per le comunità ecclesiali, oltre al senso teologico: se il cristianesimo dimentica che ognuno di noi, non solo i battezzati, è fatto a immagine e somiglianza del Creatore, nell' annuncio giovanneo della parola di Dio che è diventata uomo, smarrisce la sua stessa essenza. Quando Gesù sfama la folla non chiede né controlla l' appartenenza alla fede, porta semmai a compimento il memorabile augurio di Isaia (55, 1): «O voi tutti assetati venite all' acqua, / chi non ha denaro venga ugualmente; / comprate e mangiate senza denaro / e, senza spesa, vino e latte». (Eraldo Affinati)
Nel 1993 gli immigrati regolari in Italia non raggiungevano il milione: erano una piccola avanguardia rispetto a quelli che sarebbero venuti dopo. Oggi sono quintuplicati, popolano le scuole, accudiscono gli anziani, contribuiscono a pagare le nostre pensioni, contrastano la denatalità, tuttavia mentre nell' ultimo triennio gli stranieri non aumentano, gli italiani che partono in cerca di lavoro si moltiplicano. Ben cinque milioni di nostri connazionali vivono all' estero: lo stesso numero di quelli che arrivano dai Paesi poveri. È questa la dimensione speciale, a volte sottaciuta, del discorso che stiamo facendo. L' altro siamo anche noi, dipende solo dalla posizione, geografica e spirituale, in cui scegliamo di metterci: o chiusi dentro il castello incantato, spesso dal volto digitale, a protezione di identità prosciugate dalla mancanza di vere relazioni, oppure aperti allo scambio umano, pronti a esporci, a metterci in gioco, a scoprirci per ciò che davvero siamo. Vincere la paura possiede quindi un doppio registro: esteriore, nei confronti della persona da incontrare - può essere il nigeriano che ci chiede l' elemosina di fronte al supermercato, il compagno di classe di nostro figlio, la collega di lavoro - e interiore, riguardo ai fantasmi che ci assillano: nodi non sciolti, timori, indifferenze, ignoranze, pregiudizi, velleità, egoismi, individualismi. Si tratta, è bene ribadirlo, di un lavoro culturale, non naturale. L' istinto umano è diffidente. Bisogna illuminarlo e guidarlo: in quali altri luoghi ciò si può fare se non nella scuola e in famiglia? Ecco perché, come la lettera della Conferenza episcopale ben spiega, siamo di fronte a una sfida educativa di notevoli proporzioni. Ma se non ci sono valori di riferimento forti, perlomeno civili, siamo destinati al fallimento esistenziale. Eppure, soprattutto gli adolescenti, quanta necessità avrebbero di adulti in grado di incarnare il limite da non superare, modelli di persone che hanno deciso di percorrere una strada, magari la più difficile, e lo fanno con “l' audacia, il realismo, la responsabilità, l' intelligenza, la creatività e la prudenza” che i vescovi auspicano! Fa impressione l'assenza di una visione d' insieme della nostra politica, tutta centrata su obiettivi pratici, economici, legati ai sussidi, alle assistenze, alle tasse, insomma alla lista della spesa. Cose fondamentali, è ovvio, ma il governo nazionale non si può ridurre all' amministrazione di una grande azienda. In tal senso la “convivialità delle differenze” che la nuova società multietnica lascia intravedere e a cui ci spinge il testo della Cei, rappresenta l' unica possibilità che abbiamo per uscire dall' atrofia dei programmi tecnici. Tale impegno militante chiama in causa l' intera cittadinanza italiana. Senza distinzioni sociali. Ma esiste poi, in questa lettera, un altro aspetto ancora più importante per le comunità ecclesiali, oltre al senso teologico: se il cristianesimo dimentica che ognuno di noi, non solo i battezzati, è fatto a immagine e somiglianza del Creatore, nell' annuncio giovanneo della parola di Dio che è diventata uomo, smarrisce la sua stessa essenza. Quando Gesù sfama la folla non chiede né controlla l' appartenenza alla fede, porta semmai a compimento il memorabile augurio di Isaia (55, 1): «O voi tutti assetati venite all' acqua, / chi non ha denaro venga ugualmente; / comprate e mangiate senza denaro / e, senza spesa, vino e latte». (Eraldo Affinati)
Siria: 177 mila i profughi in fuga da Afrin
Milano - C' è un altro fronte aperto in Siria, quello della lotta per la sopravvivenza di centinaia di migliaia di persone fuggite da Afrin, l' enclave curda nel Nord del Paese conquistata il 20 marzo scorso dalle truppe di Erdogan, impegnate nell' operazione militare contro il Partito dell' unione de- mocratica curdo (Pyd) e l' Unità di protezione popolare ( Ypg). In soli due mesi, secondo quanto rileva l' ultimo rapporto della Mezzaluna Rossa curda, l' esercito di disperati alla ricerca di un rifugio nei campi allestiti ad al-Shahbaa, Nabal, Zahraa e Shirewa nelle vicinanze di Aleppo è salito a 177mila, quarantamila in più dall' inizio dell' esodo. Vivono in condizioni di vita proibitive, trovandosi a fronteggiare un nemico tanto insidioso quanto la guerra da cui scappano: la fame, le epidemie, l' acqua contaminata degli unici due pozzi pubblici di Kafr Nisih e Tall Rifat, situati nell' area di al-Shahbaa, che arrivano a servire appena il 30 per cento della popolazione. L' acqua non potabile è la principale fonte di inquinamento, malattie e infezioni, soprattutto per i bambini che muoiono per disidratazione e per carenza di assistenza medica. Cresce anche, stando al "report" della Mezzaluna rossa, il bilancio delle vittime delle mine antiuomo, posizionate dalle milizie del Daesh nel terreno e negli edifici, con trenta casi accertati di mutilazioni e morti, in particolare fra i più piccoli. Le 1.047 tende allestite con grandi difficoltà dalla Mezzaluna rossa riescono a contenere soltanto 4.753 sfollati, tutti gli altri trovano riparo in scuole, moschee e nelle abitazioni distrutte dai jihadisti che fino all' agosto del 2017 occupavano quella provincia. Nei villaggi, disabitati per diversi anni e ora aperti ai cittadini di Afrin, è emergenza sanitaria: rettili, roditori e cadaveri sepolti sotto le macerie e non ancora recuperati costituiscono un grave rischio per la salute e poco o nulla possono fare le organizzazioni umanitarie, sia a causa delle difficoltà a raggiungere quei luoghi sia per la carenza di mezzi. «L' assenza di un ospedale da campo attrezzato di sala operatoria, terapia intensiva e camere per i bambini - scrive da al-Shahbaa l' organizzazione umanitaria - non ci consente di occuparci di casi che richiedono interventi chirurgici e di poter salvare vite umane. Sono almeno 230 pazienti che necessitano di un trattamento negli ospedali di Aleppo, ma solo in ventinove sono stati ricoverati». Lì si muore ancor prima di nascere. Le poche cliniche mobili sono sprovviste di sale operatorie e l' esiguo numero di personale medico presente, con soli quindici specialisti, non può ricorrere al parto cesareo e difendere la vita della mamma e del nascituro. E così due bambine sono morte dopo aver visto la luce. E non poche preoccupazioni desta pure il diffondersi della leishmaniosi, la malattia infettiva e contagiosa causata dalla puntura di piccoli parassiti, con 1.700 casi registrati. La macchina della solidarietà si è attivata e dall' Italia sono giunti aiuti da privati e associazioni per 30mila euro, ma per i sopravvissuti di Afrin serve ancora altro. (M.Pupella – Avvenire)
La Chiesa nella cultura della comunicazione: dal 21 al 24 maggio l’Assemblea Generale della CEI
Roma - L’Assemblea Generale della CEI, che si apre con l’intervento di Papa Francesco lunedì 21 maggio alle ore 16.30 (in Vaticano, presso l’Aula del Sinodo), è imperniata sul tema: Quale presenza ecclesiale nell’attuale contesto comunicativo.
Sollecitati dalla relazione del prof. Pier Cesare Rivoltella, i Vescovi si confronteranno sulla responsabilità educativa e missionaria della Chiesa all’interno di una cultura fortemente plasmata dalla comunicazione.
All’ordine del giorno ci sono anche contenuti e iniziative della Chiesa italiana verso il Sinodo dei Vescovi; l’aggiornamento del Decreto generale concernente “Disposizioni per la tutela del diritto alla buona fama e alla riservatezza”; alcune determinazioni in materia giuridico-amministrativa, tra cui la presentazione e l’approvazione della ripartizione delle somme derivanti dall’8xmille per l’anno 2018.
Sollecitati dalla relazione del prof. Pier Cesare Rivoltella, i Vescovi si confronteranno sulla responsabilità educativa e missionaria della Chiesa all’interno di una cultura fortemente plasmata dalla comunicazione.
All’ordine del giorno ci sono anche contenuti e iniziative della Chiesa italiana verso il Sinodo dei Vescovi; l’aggiornamento del Decreto generale concernente “Disposizioni per la tutela del diritto alla buona fama e alla riservatezza”; alcune determinazioni in materia giuridico-amministrativa, tra cui la presentazione e l’approvazione della ripartizione delle somme derivanti dall’8xmille per l’anno 2018.
Milano: domenica la “Festa delle genti”
Milano - Come ormai consuetudine, si rinnova nella domenica di Pentecoste l’appuntamento con la Festa delle genti, che raduna i cattolici migranti della Diocesi di Milano.
Quest’anno la Festa si celebra nella basilica di Santo Stefano a Milano domenica 20 maggio alle 11, che, come spiega don Alberto Vitali, responsabile diocesano Migrantes “dal febbraio 2015 è la parrocchia personale di tutti i migranti, vale a dire una parrocchia a tutti gli effetti tranne per il fatto che il criterio di appartenenza non è territoriale, ma è legato alla persona. Vi fanno capo i cattolici latinoamericani e filippini, che sono i due gruppi etnici più consistenti, e in generale tutti i migranti che non hanno una cappellania propria”.
Spiega ancora don Vitali: “Questa Festa, a cui parteciperà anche l’arcivescovo Delpini, assume un significato particolare perché cade nell’anno del Sinodo minore ‘Chiesa dalle genti’. Per questo abbiamo voluto mantenere la celebrazione a Santo Stefano, per sottolineare il rapporto stretto che c’è tra i nuovi ambrosiani, la Diocesi e l’arcivescovo. La parrocchia dei migranti, infatti, è particolarmente legata alla cattedrale perché piazza Santo Stefano è parte del territorio della parrocchia di Santa Tecla, che è la parrocchia del Duomo di Milano”. L’obiettivo del Sinodo, ricorda infatti don Vitali, è proprio “prendere coscienza di come, pur avendo radici saldamente ambrosiane, questa Chiesa sta diventando letteralmente ‘cattolica’, cioè universale, come per sua natura dev’essere. Se riuscirà davvero a farlo, potrà incarnare quella comunità alternativa di cui parlava il cardinale Martini. La Chiesa deve essere un laboratorio, capace di suggerire alla società che è possibile vivere nelle differenze ed elaborare progetti di convivenza. Ed è proprio l’obiettivo che si propone il Sinodo”. È interessante che un’iniziativa così importante sia stata una delle prime urgenze di monsignor Delpini: “Era arcivescovo da meno di un mese e ha intuito come una delle sfide e delle grandi occasioni per la Chiesa di Milano sia proprio la pastorale dei migrati. L’arcivescovo insiste molto sul carattere pastorale che deve avere il Sinodo: non si tratte di fare accoglienza e solidarietà, ma di camminare insieme, nella diversità, come un un’unica Chiesa”. È questo anche il significato della Pentecoste, che non a caso è la festività in cui si è scelto di celebrare la Festa delle genti: “A Pentecoste il dono dello Spirito ha radunato tutti i popoli che, pur continuando a parlare lingue diverse, sono tornati a comprendersi in un linguaggio superiore. Lo Spirito non appiattisce le differenze. È importante ricordarlo, in questo momento storico in cui le differenze fanno così paura”. La Festa delle genti ci aiuta infatti a comprendere, precisa don Vitali, “che il mondo non sta cambiando perché arrivano i migranti, ma i migranti stanno arrivando perché il mondo è cambiato. E che, a prescindere dai migranti, anche noi stiamo cambiando. Pensiamo alle nuove generazioni: non sono soltanto un po’ più evolute di noi, ma vivono in una dimensione completamente nuova, con la possibilità di comunicare alla velocità della luce. Ecco, io penso che il migrante sia l’occasione per comprendere che anche noi siamo in evoluzione e questo, come tutte le novità, può generare paura. Ma alla luce della fede il cristiano sa che lo Spirito guida la storia perché Dio ha un progetto sulla storia e questo è un appello di responsabilità. Il cristiano sa bene che non può leggere la realtà solo attraverso categorie sociali o economiche, ma deve decidere se, all’interno della storia, si pone come collaboratore o come oppositore del progetto di Dio”. Dopo la Messa ci saranno il pranzo insieme e un pomeriggio di festa che assume un valore particolare: “I migranti hanno tante feste tradizionali in cui si incontrano tra gruppi omogenei. La Festa delle genti è una delle poche occasioni in cui il filippino e il peruviano possono incontrarsi e stringersi la mano”. La Festa sarà anche il momento per presentare il nuovo Vicario episcopale dei migranti, don Mario Antonelli, che ha un trascorso come fidei donum in Brasile e che in questi anni ha già collaborato con la Pastorale missionaria e quella dei migranti. (Stefania Cecchetti)
Quest’anno la Festa si celebra nella basilica di Santo Stefano a Milano domenica 20 maggio alle 11, che, come spiega don Alberto Vitali, responsabile diocesano Migrantes “dal febbraio 2015 è la parrocchia personale di tutti i migranti, vale a dire una parrocchia a tutti gli effetti tranne per il fatto che il criterio di appartenenza non è territoriale, ma è legato alla persona. Vi fanno capo i cattolici latinoamericani e filippini, che sono i due gruppi etnici più consistenti, e in generale tutti i migranti che non hanno una cappellania propria”.
Spiega ancora don Vitali: “Questa Festa, a cui parteciperà anche l’arcivescovo Delpini, assume un significato particolare perché cade nell’anno del Sinodo minore ‘Chiesa dalle genti’. Per questo abbiamo voluto mantenere la celebrazione a Santo Stefano, per sottolineare il rapporto stretto che c’è tra i nuovi ambrosiani, la Diocesi e l’arcivescovo. La parrocchia dei migranti, infatti, è particolarmente legata alla cattedrale perché piazza Santo Stefano è parte del territorio della parrocchia di Santa Tecla, che è la parrocchia del Duomo di Milano”. L’obiettivo del Sinodo, ricorda infatti don Vitali, è proprio “prendere coscienza di come, pur avendo radici saldamente ambrosiane, questa Chiesa sta diventando letteralmente ‘cattolica’, cioè universale, come per sua natura dev’essere. Se riuscirà davvero a farlo, potrà incarnare quella comunità alternativa di cui parlava il cardinale Martini. La Chiesa deve essere un laboratorio, capace di suggerire alla società che è possibile vivere nelle differenze ed elaborare progetti di convivenza. Ed è proprio l’obiettivo che si propone il Sinodo”. È interessante che un’iniziativa così importante sia stata una delle prime urgenze di monsignor Delpini: “Era arcivescovo da meno di un mese e ha intuito come una delle sfide e delle grandi occasioni per la Chiesa di Milano sia proprio la pastorale dei migrati. L’arcivescovo insiste molto sul carattere pastorale che deve avere il Sinodo: non si tratte di fare accoglienza e solidarietà, ma di camminare insieme, nella diversità, come un un’unica Chiesa”. È questo anche il significato della Pentecoste, che non a caso è la festività in cui si è scelto di celebrare la Festa delle genti: “A Pentecoste il dono dello Spirito ha radunato tutti i popoli che, pur continuando a parlare lingue diverse, sono tornati a comprendersi in un linguaggio superiore. Lo Spirito non appiattisce le differenze. È importante ricordarlo, in questo momento storico in cui le differenze fanno così paura”. La Festa delle genti ci aiuta infatti a comprendere, precisa don Vitali, “che il mondo non sta cambiando perché arrivano i migranti, ma i migranti stanno arrivando perché il mondo è cambiato. E che, a prescindere dai migranti, anche noi stiamo cambiando. Pensiamo alle nuove generazioni: non sono soltanto un po’ più evolute di noi, ma vivono in una dimensione completamente nuova, con la possibilità di comunicare alla velocità della luce. Ecco, io penso che il migrante sia l’occasione per comprendere che anche noi siamo in evoluzione e questo, come tutte le novità, può generare paura. Ma alla luce della fede il cristiano sa che lo Spirito guida la storia perché Dio ha un progetto sulla storia e questo è un appello di responsabilità. Il cristiano sa bene che non può leggere la realtà solo attraverso categorie sociali o economiche, ma deve decidere se, all’interno della storia, si pone come collaboratore o come oppositore del progetto di Dio”. Dopo la Messa ci saranno il pranzo insieme e un pomeriggio di festa che assume un valore particolare: “I migranti hanno tante feste tradizionali in cui si incontrano tra gruppi omogenei. La Festa delle genti è una delle poche occasioni in cui il filippino e il peruviano possono incontrarsi e stringersi la mano”. La Festa sarà anche il momento per presentare il nuovo Vicario episcopale dei migranti, don Mario Antonelli, che ha un trascorso come fidei donum in Brasile e che in questi anni ha già collaborato con la Pastorale missionaria e quella dei migranti. (Stefania Cecchetti)
Emilia Romagna: incontro uffici regionali sul tema giovani
Imola – “In ascolto dei giovani, di tutti i giovani”. In sintonia con il cammino di preparazione al Sinodo, quattro uffici pastorali della regione Emilia-Romagna hanno promosso una giornata di riflessione e di confronto che ha avuto luogo martedì 15 presso il Seminario di Imola. Caritas, Missio, Migrantes e Pastorale Giovanile della regione hanno voluto questo appuntamento, aperto dal vescovo di Cesena-Sarsina mons. Douglas Regattieri, per sviluppare l’attitudine ad un ascolto fiducioso, ma anche il coraggio di fare proposte e la disponibilità a camminare insieme ai giovani. “Il tutto parte da una fiducia grandissima nei confronti del mondo giovanile – dice don Gian Battista Boffi, già direttore di Missio Lombardia – e dalla consapevolezza che gli adulti e la comunità cristiana sono chiamati a incontrare, riconoscere, valorizzare, ma anche ad affidare all’esperienza dei giovani il cammino del discernimento e della fede”. I lavori della giornata, che ha visto riunite alcune centinaia di operatori pastorali dei vari ambiti da tutta la regione, hanno avuto un forte taglio esperienziale: ad alcuni giovani è stato chiesto di stimolare la riflessione comune partendo proprio dal racconto del loro percorso di vita. Elisa, veronese, che dopo un percorso di formazione in relazioni internazionali e di servizio nei campi profughi in Serbia, sta svolgendo un anno di servizio civile alla Caritas bolognese, racconta come proprio questa esperienze di servizio sia un modo anche di dedicarsi a se stessa, per la gratuità di un servizio che non si preoccupa di “fare curriculum”. Luca, faentino, dopo aver vissuto con l’Associazione “Papa Giovanni XXIII” l’anno di servizio civile in Russia ha voluto costituire una comunità con altri giovani civilisti e condividere la vita con richiedenti asilo, con una famiglia in necessità e altri bisognosi di dimora. “L’ascolto dei giovani, dice, è fatto anche di atti di fiducia, ma è necessario anche il coraggio di chiedere, di fare proposte”. Filippo, coordinatore di oratorio a Parma, dove ha promosso un progetto con attività educative e di avviamento al lavoro per giovani NEET - cioè fuori da percorsi di formazione e di occupazione - ha rilevato l’importanza della presenza di adulti che aiutino a fare emergere nei giovani il desiderio di coltivare un progetto di vita. Segnata due volte dalla migrazione, prima esterna e poi interna, è la storia di Vincent, di origine brasiliane, giunto bambino in Calabria e da lì trasferitosi a Bologna presso una comunità giovanile che ha sede in parrocchia, dove ha maturato con la sua fede anche la sua progettualità di vita.
Don Marcello Palazzi, direttore regionale di Pastorale Giovanile rileva la bellezza di questo camminare insieme tra istanze pastorali diverse, una vera esperienza di sinodalità, che ci rende capaci di relazioni e ci apre alla missione in questo “nuovo continente”, che è la realtà giovanile.
Per Sauro Bandi, delegato regionale Caritas, “il servizio dei poveri e la vita di carità sono elementi importanti nella relazione giovani-chiesa: anche Caritas avverte come sfida e come emergenza il compito educativo a fianco dei giovani”. Una relazione però da non intendere in modo troppo definito, perché come suggerisce don Mario Zacchini, parroco che a Bologna vive con una comunità giovanile, “giovani e chiesa non sono due soggetti distinti: i giovani sono parte della Chiesa e spesso ne sono anche l’anima”.
“Il cuore di un giovane - dice mons. Andrea Caniato, della Migrantes regionale - è il primo alleato del Vangelo, qualunque sia la sua storia e la sua origine. La migrazione che è un fenomeno in gran parte giovanile, porta con sé un patrimonio immenso di progettualità, il desiderio di fare famiglia, di generare la vita, ma anche di testimoniare la fede: hanno bisogno di aiuto e di sostegno, ma le nostre comunità e i nostri stessi giovani hanno qui molto da ricevere e da imparare”.
Il convegno è solo l’ultima tappa di una sorta di "carovana solidale", che ha visto mano a mano allargarsi il numero delle realtà pastorali coinvolte. Lo ricorda don Mirko Santandrea, direttore regionale Missio: “Un percorso iniziato nel 2016 con il convegno «Cristiani e Musulmani, quale dialogo?»; proseguito nel 2017 con una riflessione sul contributo di sacerdoti e operatori pastorali di origine straniera alla costruzione delle nostre comunità cristiane. Ora la prospettiva del sinodo e la sinergia con la pastorale giovanile ci ha spinti a metterci in ascolto dei giovani, di tutti i giovani, negli orizzonti vasti della missione, della mobilità umana e della carità”.
Don Marcello Palazzi, direttore regionale di Pastorale Giovanile rileva la bellezza di questo camminare insieme tra istanze pastorali diverse, una vera esperienza di sinodalità, che ci rende capaci di relazioni e ci apre alla missione in questo “nuovo continente”, che è la realtà giovanile.
Per Sauro Bandi, delegato regionale Caritas, “il servizio dei poveri e la vita di carità sono elementi importanti nella relazione giovani-chiesa: anche Caritas avverte come sfida e come emergenza il compito educativo a fianco dei giovani”. Una relazione però da non intendere in modo troppo definito, perché come suggerisce don Mario Zacchini, parroco che a Bologna vive con una comunità giovanile, “giovani e chiesa non sono due soggetti distinti: i giovani sono parte della Chiesa e spesso ne sono anche l’anima”.
“Il cuore di un giovane - dice mons. Andrea Caniato, della Migrantes regionale - è il primo alleato del Vangelo, qualunque sia la sua storia e la sua origine. La migrazione che è un fenomeno in gran parte giovanile, porta con sé un patrimonio immenso di progettualità, il desiderio di fare famiglia, di generare la vita, ma anche di testimoniare la fede: hanno bisogno di aiuto e di sostegno, ma le nostre comunità e i nostri stessi giovani hanno qui molto da ricevere e da imparare”.
Il convegno è solo l’ultima tappa di una sorta di "carovana solidale", che ha visto mano a mano allargarsi il numero delle realtà pastorali coinvolte. Lo ricorda don Mirko Santandrea, direttore regionale Missio: “Un percorso iniziato nel 2016 con il convegno «Cristiani e Musulmani, quale dialogo?»; proseguito nel 2017 con una riflessione sul contributo di sacerdoti e operatori pastorali di origine straniera alla costruzione delle nostre comunità cristiane. Ora la prospettiva del sinodo e la sinergia con la pastorale giovanile ci ha spinti a metterci in ascolto dei giovani, di tutti i giovani, negli orizzonti vasti della missione, della mobilità umana e della carità”.
Agnone, ritorno al lager: “qui diventammo zingari”
Agnone - Oggi l’ex convento di San Bernardino è un istituto per anziani alle porte di Agnone, la città della provincia d’Isernia nota per la produzione di campane. Dal 1940 al 1943 qui erano imprigionati rom, sinti, ebrei e cittadini di nazioni in guerra con l’Italia. L’ex convento, che la diocesi usava per la villeggiatura del vescovo di Trivento, divenne luogo di internamento il 14 luglio 1940 e un anno dopo 'campo di concentramento per zingari' (questa la dicitura del Ministero dell’Interno) con una capienza di 150 detenuti.
Romolo Ferrara di Agnone, 96 anni, ricorda quei giorni in cui anche il regime italiano contribuì alla persecuzione di rom e sinti: «Ero nei pressi dei binari quando vidi arrivare un vagone carico di persone che furono fatte scendere, incolonnate e guidate fino alla detenzione». Ieri una delegazione di 60 rom e sinti ha percorso lo stesso tragitto, dalla stazione all’ex convento, intonando l’inno Djelem Djelem. L’iniziativa – la prima di tale rilevanza in Italia – è merito dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (Unar) della Presidenza del Consiglio.
Spiega il direttore Luigi Manconi: «Aver cancellato questo sterminio nazifascista ha consentito a tanti di disprezzare e discriminare nei decenni successivi. Dobbiamo invece approfondire le responsabilità italiane, le sofferenze e la dignità delle vittime». In Europa si pensa che i morti delle nazioni gitane siano stati mezzo milione, e probabilmente è una sottostima perché risulta impossibile conteggiare individui non segnalati all’anagrafe e spesso uccisi per strada o nelle esecuzioni sommarie nei Paesi dell’Est. Senza contare disinteresse e oblio: subito dopo la guerra, infatti, su questo genocidio (che le vittime definiscono Porrajmos, «grande divoramento», o Samudaripen, «tutti morti») calò il silenzio.
All’ingresso dell’ex convento, ai piedi della targa posta solo nel 2013 e davanti agli studenti della città, si sono alternati i rappresentanti rom e sinti giunti da tutt’Italia. Fiorello Miguel Lebbiati rammenta il motivo per cui la commemorazione si è svolta proprio il 16 maggio: «È la data in cui, nel 1944, ci fu il più importante tentativo di resistenza in un lager, la rivolta dello Zigeunerlager». Era la sezione di Auschwitz per famiglie zingare, dove fu deportata anche la zia di Giorgio Bezzecchi. Lui, commosso, la ricorda: «Fu internata a Tossicia, un altro dei campi dimenticati, e poi deportata a Birkenau; subì gli esperimenti che il dottor Mengele effettuava sui bambini». Dijana Pavlovic sottolinea «l’importanza di trasmettere il filo della memoria ai più giovani»; Santino Spinelli legge una poesia che ha composto e che è incisa a Berlino sul monumento che ricorda il Porrajmos. E ancora parlano Ernesto Grandini, Toni Deragna e Concetta Sarachella: cognomi italiani, come circa la metà dei rom e sinti che vivono in Italia.
Dopo la guerra San Bernardino fu adibito a convitto per studenti e, dal 1970, a casa di riposo. Lo svelamento della memoria rimossa si deve al liceo della città e allo storico Luca Bravi. Grazie a loro nel 2005 tornò ad Agnone Milka Emilia Goman, che in quel luogo aveva subìto l’internamento: solo lei poteva riprendere un racconto che per la comunità locale si era chiuso nel 1943, quando il Sud fu liberato dalla dittatura fascista. E infatti riconobbe le stanze, le finestre sbarrate e riaffiorarono i ricordi del marito e dei compagni di prigionia. «Milka è morta l’anno scorso a 96 anni, anche per questo da Firenze sono venuta fino a qui», ha spiegato la figlia Milena, che insieme ad altri parenti fa parte della delegazione invitata dall’Unar. «Nonostante la tragicità del ricordo – conclude il direttore Manconi – oggi è una bella giornata perché vuole promuovere la rielaborazione culturale che è mancata attorno a questa pagina di storia italiana. Quanto è successo ad Agnone è il sintomo più evidente di una condizione duratura: coloro che individuiamo come 'gli zingari' non sono percepiti come parte di una storia comune, tanto meno se quella parte di storia di cui sono protagonisti li mette non dalla parte dei colpevoli, ma dalla quella delle vittime».(Stefano Pasta – Avvenire)
Romolo Ferrara di Agnone, 96 anni, ricorda quei giorni in cui anche il regime italiano contribuì alla persecuzione di rom e sinti: «Ero nei pressi dei binari quando vidi arrivare un vagone carico di persone che furono fatte scendere, incolonnate e guidate fino alla detenzione». Ieri una delegazione di 60 rom e sinti ha percorso lo stesso tragitto, dalla stazione all’ex convento, intonando l’inno Djelem Djelem. L’iniziativa – la prima di tale rilevanza in Italia – è merito dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (Unar) della Presidenza del Consiglio.
Spiega il direttore Luigi Manconi: «Aver cancellato questo sterminio nazifascista ha consentito a tanti di disprezzare e discriminare nei decenni successivi. Dobbiamo invece approfondire le responsabilità italiane, le sofferenze e la dignità delle vittime». In Europa si pensa che i morti delle nazioni gitane siano stati mezzo milione, e probabilmente è una sottostima perché risulta impossibile conteggiare individui non segnalati all’anagrafe e spesso uccisi per strada o nelle esecuzioni sommarie nei Paesi dell’Est. Senza contare disinteresse e oblio: subito dopo la guerra, infatti, su questo genocidio (che le vittime definiscono Porrajmos, «grande divoramento», o Samudaripen, «tutti morti») calò il silenzio.
All’ingresso dell’ex convento, ai piedi della targa posta solo nel 2013 e davanti agli studenti della città, si sono alternati i rappresentanti rom e sinti giunti da tutt’Italia. Fiorello Miguel Lebbiati rammenta il motivo per cui la commemorazione si è svolta proprio il 16 maggio: «È la data in cui, nel 1944, ci fu il più importante tentativo di resistenza in un lager, la rivolta dello Zigeunerlager». Era la sezione di Auschwitz per famiglie zingare, dove fu deportata anche la zia di Giorgio Bezzecchi. Lui, commosso, la ricorda: «Fu internata a Tossicia, un altro dei campi dimenticati, e poi deportata a Birkenau; subì gli esperimenti che il dottor Mengele effettuava sui bambini». Dijana Pavlovic sottolinea «l’importanza di trasmettere il filo della memoria ai più giovani»; Santino Spinelli legge una poesia che ha composto e che è incisa a Berlino sul monumento che ricorda il Porrajmos. E ancora parlano Ernesto Grandini, Toni Deragna e Concetta Sarachella: cognomi italiani, come circa la metà dei rom e sinti che vivono in Italia.
Dopo la guerra San Bernardino fu adibito a convitto per studenti e, dal 1970, a casa di riposo. Lo svelamento della memoria rimossa si deve al liceo della città e allo storico Luca Bravi. Grazie a loro nel 2005 tornò ad Agnone Milka Emilia Goman, che in quel luogo aveva subìto l’internamento: solo lei poteva riprendere un racconto che per la comunità locale si era chiuso nel 1943, quando il Sud fu liberato dalla dittatura fascista. E infatti riconobbe le stanze, le finestre sbarrate e riaffiorarono i ricordi del marito e dei compagni di prigionia. «Milka è morta l’anno scorso a 96 anni, anche per questo da Firenze sono venuta fino a qui», ha spiegato la figlia Milena, che insieme ad altri parenti fa parte della delegazione invitata dall’Unar. «Nonostante la tragicità del ricordo – conclude il direttore Manconi – oggi è una bella giornata perché vuole promuovere la rielaborazione culturale che è mancata attorno a questa pagina di storia italiana. Quanto è successo ad Agnone è il sintomo più evidente di una condizione duratura: coloro che individuiamo come 'gli zingari' non sono percepiti come parte di una storia comune, tanto meno se quella parte di storia di cui sono protagonisti li mette non dalla parte dei colpevoli, ma dalla quella delle vittime».(Stefano Pasta – Avvenire)
Migrantes Salerno-Campagna-Acerno: un messaggio per il Ramadan
Salerno - Il ramadan “sia occasione di incontro, di gioia condivisa con i propri familiari e con i vicini, e tra questi anche con i credenti cristiani”. E’ l’augurio rivolto dall’Ufficio Migrantes della diocesi di Salerno-Campagna-Acerno ai fedeli musulmani in occasione del mese del Ramadan. Questo periodo – scrive il direttore diocesano Antonio Bonifacio –“sia anche occasione di implorare da Dio il dono della pace del cuore, alla quale insieme auspichiamo, per ogni uomo e la compassione per i fratelli più poveri che soffrono a causa dell’esclusione e della violenza”.
“All’unico Dio, Clemente e Misericordioso – conclude il messaggio - affidiamo le vostre e le nostre comunità, il cammino che abbiamo fatto e quello che ancora potremo e vorremo fare insieme”.
“All’unico Dio, Clemente e Misericordioso – conclude il messaggio - affidiamo le vostre e le nostre comunità, il cammino che abbiamo fatto e quello che ancora potremo e vorremo fare insieme”.
Migrantes Cosenza-Bisignano: continua la Festa delle Migrazioni
Cosenza - Continua la Festa delle Migrazioni, settimana di arte, sport, musica, cucina, teatro, preghiera e cultura organizzata dall’Ufficio Migrantes della diocesi di Cosenza-Bisignano insieme ad altre associazioni che operano sul territorio a favore dei migranti.
Partita domenica scorsa con la celebrazione eucaristica presieduta da padre Mussie Zerai, nella parrocchia di Sant’Aniello a Cosenza, ha visto tra i suoi appuntamenti la tavola rotonda nella sala della comunità della parrocchia San Nicola di Bari a Mendicino e l’Olimpiade dei Popoli, svoltasi presso il campo scuola CONI. Gli altri due appuntamenti in programma sono quelli di domani con lo spettacolo teatrale “Life is beautiful. Un rito di comunione per le vittime del Mediterraneo”, in scena presso il teatro IC Spirito Santo di Cosenza e, domenica la Festa delle Migrazioni, con canti, musica, danze e cucina dal mondo a Piazza Loreto. Prima del momento conclusivo di festa, la Celebrazione eucaristica multietnica alle ore 12:00.
Partita domenica scorsa con la celebrazione eucaristica presieduta da padre Mussie Zerai, nella parrocchia di Sant’Aniello a Cosenza, ha visto tra i suoi appuntamenti la tavola rotonda nella sala della comunità della parrocchia San Nicola di Bari a Mendicino e l’Olimpiade dei Popoli, svoltasi presso il campo scuola CONI. Gli altri due appuntamenti in programma sono quelli di domani con lo spettacolo teatrale “Life is beautiful. Un rito di comunione per le vittime del Mediterraneo”, in scena presso il teatro IC Spirito Santo di Cosenza e, domenica la Festa delle Migrazioni, con canti, musica, danze e cucina dal mondo a Piazza Loreto. Prima del momento conclusivo di festa, la Celebrazione eucaristica multietnica alle ore 12:00.
Mestre da casa a dieci migranti: un incontro domani
Mestre - Anche per rispondere all’appello di Papa Francesco, che non poteva non riguardare ciascuno di noi, un gruppo di persone ha desiderato mettersi insieme per raccogliere la sfida dell’accoglienza dei profughi “a casa nostra”.
Nasce così, a Mestre, l’associazione “di casa”, cui partecipano 53 soci. «Con i prestiti dei soci – spiegano – abbiamo acquistato un immobile dove possono trovare alloggio 4/6 persone; ad un anno dalla nostra costituzione abbiamo affittato un altro immobile dove sono ospitati 4 giovani usciti dai percorsi di accoglienza».
Da ciò nasce un incontro pubblico, domani, giovedì 17 maggio, alle ore 18.30, nel Negozio Piave di via Pave 67. Sarà una conversazione con Germano Garatto, responsabile del progetto “Il viaggio della vita” della Fondazione Migrantes Lampedusa, sul tema: “Migranti: hanno attraversato deserti e mari. Ma qui sono di casa?”. A moderare il giornalista Giorgio Malavasi del settimanale della diocesi di Venezia “Gente Veneta”.
Nasce così, a Mestre, l’associazione “di casa”, cui partecipano 53 soci. «Con i prestiti dei soci – spiegano – abbiamo acquistato un immobile dove possono trovare alloggio 4/6 persone; ad un anno dalla nostra costituzione abbiamo affittato un altro immobile dove sono ospitati 4 giovani usciti dai percorsi di accoglienza».
Da ciò nasce un incontro pubblico, domani, giovedì 17 maggio, alle ore 18.30, nel Negozio Piave di via Pave 67. Sarà una conversazione con Germano Garatto, responsabile del progetto “Il viaggio della vita” della Fondazione Migrantes Lampedusa, sul tema: “Migranti: hanno attraversato deserti e mari. Ma qui sono di casa?”. A moderare il giornalista Giorgio Malavasi del settimanale della diocesi di Venezia “Gente Veneta”.
Migrantes Cerignola-Ascoli Satriano: domani incontro con don De Robertis
Cerignola - “Costruire una nuova civiltà dell’amore”. Questo il tema scelto dall’Ufficio Migrantes di Cerignola-Ascoli Satriano per un incontro che si svolgerà domani, giovedì 17 maggio, alle ore 19,00, presso il seminario vescovile di Cerignola. Si tratta dell’ultimo incontro formativo per i volontari e l’equipe organizzato e promosso dall’Ufficio Migrantes. L’intero ciclo di incontri formativi iniziato a dicembre con l’obiettivo di consolidare e formare il gruppo di volontari, ha preso spunto dall’attività di Papa Francesco relativa al tema dei migranti. Il Pontefice, infatti, ha indicato i punti centrali di una visione di accoglienza tenendo conto dei quattro verbi da lui evidenziati nel messaggio della Giornata Mondiale del migrante e del rifugiato 2018: accogliere, proteggere, promuovere, integrare
Papa Francesco: preoccupato per le tensioni in Medio Oriente
Città del Vaticano – “Sono molto preoccupato per l’acuirsi delle tensioni in Terra Santa e in Medio Oriente, e per la spirale di violenza che allontana sempre più dalla via della pace, del dialogo e dei negoziati”. E’ quanto ha detto questa mattina papa Francesco al termine dell’Udienza Generale in Piazza San Pietro esprimendo “grande dolore per i morti e i feriti”. Il pontefice si è detto “vicino con la preghiera e l’affetto a tutti coloro che soffrono” e ha ribadito che “non è mai l’uso della violenza che porta alla pace. Guerra chiama guerra, violenza chiama violenza”. Da qui l’invito a “tutte le parti in causa” a alla comunità internazionale a “rinnovare l’impegno perché prevalgano il dialogo, la giustizia e la pace”.
Italia: un quotidiano sulle religioni in Cina.
Torino – Si chiama Bitter Winter (“Inverno amaro”, con riferimento alla libertà religiosa ma anche a un tema artistico della pittura classica cinese) il quotidiano on line nato a Torino in lingua inglese – ma presto con una versione in cinese –dedicato alle religioni in Cina e ai problemi della libertà religiosa nel grande paese asiatico. A dirigerlo il sociologo Massimo Introvigne.
Bellunesi nel Mondo: sabato l’assemblea annuale
Belluno -Tutto è pronto per la 53.ma Assemblea annuale dell’Associazione Bellunesi nel Mondo che si svolgerà Sabato 19 maggio, con inizio alle ore 10.00, presso la sala “Luciani” della Camera di Commercio di Treviso-Belluno. Ad aprire l’incontro la relazione del presidente Oscar De Bona e quella del tesoriere Angelo Paganin. Al centro del dibattito le tematiche che riguardano l’emigrazione bellunese, lo sviluppo del territorio della provincia di Belluno e la sinergia che da sempre vive tra il Bellunese ei bellunesi residenti all’estero.
Saranno inoltre proiettati una serie di video messaggi da parte della community di Bellunoradici.net e sarà conferito un premio a cura della Famiglia Bellunese di Padova.
Saranno inoltre proiettati una serie di video messaggi da parte della community di Bellunoradici.net e sarà conferito un premio a cura della Famiglia Bellunese di Padova.
Salesiani: in tre mesi con il progetto “M’interesso di te” avvicinati oltre cento Msna
Roma - Nei primi tre mesi del progetto “M’interesso di te” sono stati contattati 106 minori stranieri non accompagnati, 26 organizzazioni pubbliche e private e l’equipe educativa ha realizzato 53 uscite per mappare il territorio. “M’interesso di te”, realizzato da Salesiani per il Sociale grazie al fondo beneficenza di “Intesa San Paolo”, si svolge a Torino, Napoli e Catania nei quartieri limitrofi alle grandi stazioni. Le attività del progetto sono portate avanti dalla rete composta da educatori di strada, psicologi e volontari che garantiscono subito a ciascun ragazzo intercettato, sostegno e protezione. In una seconda fase, questa rete offre ai ragazzi intercettati la possibilità di seguire un corso di lingua italiana, di ricevere assistenza legale per l’iter di riconoscimento, di acquisire competenze professionali e inserirsi nel mondo del lavoro.
I servizi erogati in questo periodo, invece, hanno riguardato la mediazione sociale (61 ragazzi), l’accoglienza bassa soglie a screening socio educativo (19 persone), la prima alfabetizzazione della lingua italiana (19 persone), l’educativa di strada (127 persone), sostegno a qualificazione professionale e inserimento lavorativo (6 persone) e supporto relazionale e tutor legale (4 persone).
Mujtaba, Bobacar, Famana, Abdoulaye: alle spalle hanno storie di violenza, qualcuno anche di carcere, di povertà e di grande sofferenza. Famiglie lasciate alle spalle, senza avere più alcuna notizia. Come Abdoulaye, appena maggiorenne, che ha lasciato la sorella piccola in Gambia con dei perenti. È scappato in Libia e da lì, dopo il carcere, è arrivato in Italia. Non ha più notizie della sorella. Anche Famara è scappato dal Gambia con una zia e i suoi fratelli più piccoli: prima tappa il Senegal, poi da solo si è imbarcato ed è arrivato a Catania. Bobacar, invece, rimane orfano di entrambi i genitori e deve badare alle sorelle: ne perde una per le conseguenze dell’infibulazione, scappa con l’altra in un villaggio vicino ed è ricercato. Fugge allora in Libia, dove è costretto a rubare per sfamare sé stesso e la sorella: arrestato, in carcere subisce violenze e torture. Durante la detenzione, muore anche l’altra sorella.
I servizi erogati in questo periodo, invece, hanno riguardato la mediazione sociale (61 ragazzi), l’accoglienza bassa soglie a screening socio educativo (19 persone), la prima alfabetizzazione della lingua italiana (19 persone), l’educativa di strada (127 persone), sostegno a qualificazione professionale e inserimento lavorativo (6 persone) e supporto relazionale e tutor legale (4 persone).
Mujtaba, Bobacar, Famana, Abdoulaye: alle spalle hanno storie di violenza, qualcuno anche di carcere, di povertà e di grande sofferenza. Famiglie lasciate alle spalle, senza avere più alcuna notizia. Come Abdoulaye, appena maggiorenne, che ha lasciato la sorella piccola in Gambia con dei perenti. È scappato in Libia e da lì, dopo il carcere, è arrivato in Italia. Non ha più notizie della sorella. Anche Famara è scappato dal Gambia con una zia e i suoi fratelli più piccoli: prima tappa il Senegal, poi da solo si è imbarcato ed è arrivato a Catania. Bobacar, invece, rimane orfano di entrambi i genitori e deve badare alle sorelle: ne perde una per le conseguenze dell’infibulazione, scappa con l’altra in un villaggio vicino ed è ricercato. Fugge allora in Libia, dove è costretto a rubare per sfamare sé stesso e la sorella: arrestato, in carcere subisce violenze e torture. Durante la detenzione, muore anche l’altra sorella.
Papa Francesco: essere vescovi per il gregge, non per carriera
Città del Vaticano - “È un passo forte, un passo che arriva al cuore; è anche un passo che ci fa vedere il cammino di ogni vescovo all’ora di congedarsi.” Nella sua omelia alla Messa mattutina, il Papa sceglie di commentare la Prima Lettura di oggi, tratta dagli Atti degli Apostoli, un brano di cui domani si leggerà la continuazione.
Nel passo si racconta di quando Paolo convoca ad Efeso gli anziani della Chiesa, i presbiteri. Fa una riunione del Consiglio presbiteriale per congedarsi da loro e per prima cosa fa una sorta di esame di coscienza, dice ciò che ha fatto per la comunità e lo sottopone al loro giudizio. Paolo sembra un po’ orgoglioso, dice Francesco, invece è oggettivo. Si vanta soltanto di due cose: “dei propri peccati e della croce di Gesù Cristo che lo ha salvato”.
Poi spiega che ora ‘costretto dallo Spirito’, deve andare a Gerusalemme. E il Papa commenta: “Questa esperienza del vescovo, il vescovo che sa discernere lo Spirito, che sa discernere quando è lo Spirito di Dio che parla e che sa difendersi quando parla lo spirito del mondo”. Paolo sa, in qualche modo, che sta andando “verso la tribolazione, verso la croce e questo ci fa pensare all’entrata di Gesù a Gerusalemme, no? Lui entra per patire e Paolo va verso la passione”. L’apostolo – continua Francesco - : “si offre al Signore, obbediente. Quel costretto dallo Spirito. Il vescovo che va avanti sempre, ma secondo lo Spirito Santo. Questo è Paolo”.
Infine l'apostolo si congeda, tra il dolore dei presenti, e lascia dei consigli, il suo testamento, che non è un testamento mondano, il lascito di cose: “Non consiglia: ‘Questo bene che lascio datelo a questo, questo a quello, quello …’. Il testamento mondano. Il suo amore grande è Gesù Cristo. Il secondo amore, il gregge. ‘Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge’. Fate la veglia sul gregge; siete vescovi per il gregge, per custodire il gregge, non per arrampicarvi in una carriera ecclesiastica, no”. Paolo affida a Dio i presbiteri “sicuro che Lui li custodirà e li aiuterà. Poi, torna alla sua esperienza dicendo che non aveva desiderato per sé ‘né argento né oro né il vestito di nessuno’. Il testamento di Paolo è una testimonianza. È anche un annuncio”. È anche una sfida: ‘Io ho fatto questa strada. Continuate voi’. Quanto lontano è questo testamento dai testamenti mondani: “Questo lo lascio a quello, quello a quell’altro, quello a quell’altro …”, tanti beni. Non aveva nulla Paolo, soltanto la grazia di Dio, il coraggio apostolico, la rivelazione di Gesù Cristo e la salvezza che il Signore aveva dato a lui”. “Quando io leggo questo, penso a me” – afferma Francesco - “perché sono vescovo e devo congedarmi”. E conclude: “Chiedo al Signore la grazia di potermi congedare così. E nell’esame di coscienza non uscirò vincitore come Paolo che … Ma, il Signore è buono, è misericordioso, ma … Penso ai vescovi, a tutti i vescovi. Che il Signore dia la grazia a tutti noi di poterci congedare così, con questo spirito, con questa forza, con questo amore a Gesù Cristo, con questa fiducia nello Spirito Santo”.
Nel passo si racconta di quando Paolo convoca ad Efeso gli anziani della Chiesa, i presbiteri. Fa una riunione del Consiglio presbiteriale per congedarsi da loro e per prima cosa fa una sorta di esame di coscienza, dice ciò che ha fatto per la comunità e lo sottopone al loro giudizio. Paolo sembra un po’ orgoglioso, dice Francesco, invece è oggettivo. Si vanta soltanto di due cose: “dei propri peccati e della croce di Gesù Cristo che lo ha salvato”.
Poi spiega che ora ‘costretto dallo Spirito’, deve andare a Gerusalemme. E il Papa commenta: “Questa esperienza del vescovo, il vescovo che sa discernere lo Spirito, che sa discernere quando è lo Spirito di Dio che parla e che sa difendersi quando parla lo spirito del mondo”. Paolo sa, in qualche modo, che sta andando “verso la tribolazione, verso la croce e questo ci fa pensare all’entrata di Gesù a Gerusalemme, no? Lui entra per patire e Paolo va verso la passione”. L’apostolo – continua Francesco - : “si offre al Signore, obbediente. Quel costretto dallo Spirito. Il vescovo che va avanti sempre, ma secondo lo Spirito Santo. Questo è Paolo”.
Infine l'apostolo si congeda, tra il dolore dei presenti, e lascia dei consigli, il suo testamento, che non è un testamento mondano, il lascito di cose: “Non consiglia: ‘Questo bene che lascio datelo a questo, questo a quello, quello …’. Il testamento mondano. Il suo amore grande è Gesù Cristo. Il secondo amore, il gregge. ‘Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge’. Fate la veglia sul gregge; siete vescovi per il gregge, per custodire il gregge, non per arrampicarvi in una carriera ecclesiastica, no”. Paolo affida a Dio i presbiteri “sicuro che Lui li custodirà e li aiuterà. Poi, torna alla sua esperienza dicendo che non aveva desiderato per sé ‘né argento né oro né il vestito di nessuno’. Il testamento di Paolo è una testimonianza. È anche un annuncio”. È anche una sfida: ‘Io ho fatto questa strada. Continuate voi’. Quanto lontano è questo testamento dai testamenti mondani: “Questo lo lascio a quello, quello a quell’altro, quello a quell’altro …”, tanti beni. Non aveva nulla Paolo, soltanto la grazia di Dio, il coraggio apostolico, la rivelazione di Gesù Cristo e la salvezza che il Signore aveva dato a lui”. “Quando io leggo questo, penso a me” – afferma Francesco - “perché sono vescovo e devo congedarmi”. E conclude: “Chiedo al Signore la grazia di potermi congedare così. E nell’esame di coscienza non uscirò vincitore come Paolo che … Ma, il Signore è buono, è misericordioso, ma … Penso ai vescovi, a tutti i vescovi. Che il Signore dia la grazia a tutti noi di poterci congedare così, con questo spirito, con questa forza, con questo amore a Gesù Cristo, con questa fiducia nello Spirito Santo”.
Roma: domenica la XXVII Festa dei Popoli
Roma - “Accoglietevi come Cristo ha accolto voi” è il tema scelto per la XXVII edizione della Festa dei Popoli, la tredicesima che si svolge a piazza San Giovanni in Laterano. La manifestazione è in programma per domenica 20 maggio, solennità di Pentecoste, a partire dalle 9,00. L’iniziativa è promossa dall’Ufficio Migrantes e dalla Caritas della diocesi di Roma, in collaborazione con le comunità cattoliche etniche, con Impresa Sant’Annibale Onlus e tante realtà che lavorano nel campo delle migrazioni (Centro Astalli, Missionari scalabriniani, Missionari comboniani, Acli provinciali di Roma, Earth Day Italia, Apicolf e Federcolf).
Novità di quest’anno, la presenza di un’autoemoteca, in collaborazione con la Fondazione Policlinico Universitario “Agostino Gemelli” e il Gruppo Donatori Sangue “F. Olgiati Onlus”, sul sagrato della basilica con la possibilità di donare il sangue. Alle 10 si terrà il convegno “La Chiesa in ascolto” al Pontificio Seminario Romano Maggiore, con i rappresentanti del mondo laico e cattolico dalle diverse comunità presenti a Roma; porteranno la propria testimonianza anche rifugiati ed ex minori non accompagnati che hanno vissuto un positivo percorso di integrazione nella società italiana. Quindi, a mezzogiorno, all’interno della cattedrale di Roma, è prevista la celebrazione eucaristica presieduta da mons, Louis Francesco Ladarie Ferrer, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e animata da 26 comunità etniche di diverse nazionalità: il “Gloria” intonato dai congolesi, il salmo pronunciato in malayalam, la sequenza di Pentecoste cantata in polacco, la preghiera dei fedeli in diverse lingue, l’offertorio affidato alla comunità latino-americana, il “Sanctus” in ucraino, e i canti di Comunione in arabo e in rumeno.
Al termine della Messa, sul sagrato della basilica, dalle 13.30 circa si potranno degustare piatti tipici preparati dalle comunità di 10 Paesi diversi: Eritrea, Congo, Togo, Romania, Ghana, Nigeria, Ucraina, Polonia, Capoverde, Camerun. Seguirà, alle 15, uno spettacolo multietnico durante il quale si esibiranno una ventina di gruppi con canti e balli folkloristici. Alle 17 la sfilata di abiti tradizionali; alle 18.30 il concerto finale in collaborazione con World Intercultural Institute.
«La Festa – sottolineano mons, Pierpaolo Felicolo, direttore dell’Ufficio Migrantes della diocesi, e mons. Enrico Feroci, direttore della Caritas diocesana - ha lo scopo di dare spazio e visibilità alla fede e alla cultura delle comunità cattoliche immigrate della nostra diocesi e di offrire a tutti una possibilità diretta per entrare a contatto con la mondialità che da tempo è presente nella nostra città».
Novità di quest’anno, la presenza di un’autoemoteca, in collaborazione con la Fondazione Policlinico Universitario “Agostino Gemelli” e il Gruppo Donatori Sangue “F. Olgiati Onlus”, sul sagrato della basilica con la possibilità di donare il sangue. Alle 10 si terrà il convegno “La Chiesa in ascolto” al Pontificio Seminario Romano Maggiore, con i rappresentanti del mondo laico e cattolico dalle diverse comunità presenti a Roma; porteranno la propria testimonianza anche rifugiati ed ex minori non accompagnati che hanno vissuto un positivo percorso di integrazione nella società italiana. Quindi, a mezzogiorno, all’interno della cattedrale di Roma, è prevista la celebrazione eucaristica presieduta da mons, Louis Francesco Ladarie Ferrer, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e animata da 26 comunità etniche di diverse nazionalità: il “Gloria” intonato dai congolesi, il salmo pronunciato in malayalam, la sequenza di Pentecoste cantata in polacco, la preghiera dei fedeli in diverse lingue, l’offertorio affidato alla comunità latino-americana, il “Sanctus” in ucraino, e i canti di Comunione in arabo e in rumeno.
Al termine della Messa, sul sagrato della basilica, dalle 13.30 circa si potranno degustare piatti tipici preparati dalle comunità di 10 Paesi diversi: Eritrea, Congo, Togo, Romania, Ghana, Nigeria, Ucraina, Polonia, Capoverde, Camerun. Seguirà, alle 15, uno spettacolo multietnico durante il quale si esibiranno una ventina di gruppi con canti e balli folkloristici. Alle 17 la sfilata di abiti tradizionali; alle 18.30 il concerto finale in collaborazione con World Intercultural Institute.
«La Festa – sottolineano mons, Pierpaolo Felicolo, direttore dell’Ufficio Migrantes della diocesi, e mons. Enrico Feroci, direttore della Caritas diocesana - ha lo scopo di dare spazio e visibilità alla fede e alla cultura delle comunità cattoliche immigrate della nostra diocesi e di offrire a tutti una possibilità diretta per entrare a contatto con la mondialità che da tempo è presente nella nostra città».
Migranti: nell’Egeo 7 morti di cui 3 bambini
Roma - Almeno 7 migranti afghani, tra cui 3 bambini, hanno perso la vita la scorsa notte nel mar Egeo nel naufragio di un barcone che cercava di raggiungere l'isola greca di Lesbo dalle costa turca di Ayvacik, nella provincia di Canakkale. A lanciare l'allarme sono stati alcuni pescatori della zona. La guardia costiera di Ankara è intervenuta, salvando 13 persone, tutte di nazionalità afghana tranne un iraniano.