Primo Piano

Comunicare il bene: presentato il manifesto “L’Italia che non ti aspetti”

Roma - “L’ospitalità è uno spirito, uno spirito buono. Quando non c’è si vede, si sente. Gli spiriti vanno conosciuti, riconosciuti e chiamati per nome, e quelli cattivi vanno semplicemente cacciati via”. E’ quanto scrive Luigino Bruni nella nella prefazione del volume “L’Italia che non ti aspetti. Manifesto per una rete dei piccoli Comuni del welcome” (Città Nuova Editrice), presentato questa sera nella sede dell’Anci, l’Associazione Nazionale Comuni Italiani. Si tratta di “un manifesto politico, non solo di una raccolta di buone prassi: c’è la presentazione di un approccio diverso al tema del welfare, di proposte molto interessanti”, ha  detto introducendo i lavori,  il responsabile dell’Area Welfare dell’Anci, Luca Pacini. Il manifesto presenta – ha sottolineato don Nicola De Blasi, direttore della Caritas di Benevento -  un modello che coinvolge 14 comuni dell’area beneventana che hanno fatto rete. Un modello che “vuole partire dalle fragilità per rilanciare lo sviluppo”. “È inutile parlare di approccio inclusivo se in altri ambiti si tende all’esclusione”, ha detto il vicedirettore di Caritas Italiana, Paolo Beccegato, evidenziando la necessità di una “coerenza delle politiche” mentre Mimmo Masone, sindaco di Pietrelcina – uno dei comuni che ha aderito al Manifesto – ha portato l’esperienza che sta vivendo la piccola comunità di poco più di 3000 abitanti. Qui – ha detto - gli immigrati arrivati si “sono integrati e contaminati da tanta generosità: stiamo crescendo insieme” sottolineando anche la “vocazione” di città accogliente che ha dato i natali a Padre Pio. “Basta con la dicotomia tra assistenza e business, tra profit e terzo settore”, ha detto Leonardo Becchetti, docente di economia politica all’università “Tor Vergata” di Roma: l’economia civile “vuole creare un mondo ibrido, dove si crea valore economico e sostenibilità sociale e ambientale”. Da qui anche l’invito a cercare “le buone pratiche” sul territorio e “creare laboratori e comunicare bene le buone prassi”. Oggi, nell’era della comunicazione immediata “non basta realizzare progetti e concretizzarli ma occorre comunicarle in maniera adeguata perché oggi le sorti politiche e culturali si giocano nell’arena dei social”.

Alla presentazione sono intervenuti anche Carlo Cefaloni, redattore di Città Nuova, Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola, Angelo Moretti (coordinatore della Caritas di Benevento) e la giornalista  Gabriella Debora Giorgione. (Raffaele Iaria)

 

Centro Astalli : si accolgano i 67 migranti soccorsi dalla Diciotti

Roma - Il Centro Astalli esprime “seria preoccupazione” per la vicenda che coinvolge in queste ore 67 migranti a bordo della nave italiana Diciotti, di cui 58 uomini, tre donne e sei minori, in attesa di sapere quale sarà il porto in cui entrare.
“Ancora una volta - si legge in una nota - l’assenza di operazioni efficienti di soccorso in mare, la chiusura dei porti e la mancanza totale di vie legali d’ingresso in Europa mettono in pericolo la vita di uomini e donne in cerca di salvezza”. Il Centro Astalli chiede a istituzioni nazionali e sovranazionali “misure responsabili che abbiano come priorità l’incolumità dei migranti.
Occorre abbassare i toni e agire con prudenza nell’interesse di tutti. La tensione che può esserci in una situazione di forte stress da parte di migranti esausti e spaventati va gestita, mai strumentalizzata correndo il rischio di alimentare polemiche che ostacolino il risolversi della vicenda nel migliore dei modi. È verosimile che - sottolinea il Centro Astalli - i migranti si siano spaventati e agitati alla possibilità di essere trasbordati e riportati in Libia. È noto infatti che la Libia non è un paese terzo sicuro e vi siano abusi e violazioni dei diritti umani ai danni dei migranti, denunciate, ancora una volta dall’UNHCR, solo pochi giorni fa”.
 
 
 

Il Mediterraneo: ponte di pace o cimitero?

Firenze – “L’Occidente deve liberarsi delle [...] scorie egoiste [...] e tornare all’amore cristiano [...]. Solo così esso non avrà nulla da temere dalle grandi promozioni storiche [...] per ricevere integrazione e operare con i popoli nuovi, nazioni nuove e nuove civiltà. [Un messaggio] dell’autentica Europa, quella che ha, per vocazione, le frontiere aperte verso tutti i popoli, verso tutte le civiltà, verso tutti i continenti e in tutte le direzioni del mondo”.
Il sindaco di Firenze Giorgio La Pira (nei giorni scorsi papa Francesco ha autorizzato la pubblicazione del Decreto di venerabilità, ndr)  si esprimeva così nel 1962. Erano anni intensi per l’azione internazionale rivolta alla pace: la divisione in blocchi, il rischio incombente della guerra nucleare, l’indipendenza dei Paesi emergenti “non-allineati”. Il mondo stava profondamente cambiando.
La Pira inseriva la sua azione locale, a servizio della città, in un contesto più ampio, internazionale, planetario. Aveva capito l’interdipendenza del pianeta e operava per unire i popoli, attraverso un’azione diplomatica tesa al progressivo coinvolgimento di uomini e popoli, in dialogo su vari piani: economico, culturale, spirituale e religioso.
Si espresse intensamente nei confronti del Vicino Oriente, da lui percepito nella sua complessità storica, sociale e politica come il Luogo che contiene tutto il nostro mondo. Numerosi saranno i viaggi in Israele, in Palestina, in Egitto, in Marocco. Intensa l’attività a sostegno di Enrico Mattei, presidente di ENI, per lo sviluppo delle relazioni con l’Algeria. La Pira preme su Fanfani - all’epoca Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri - perché “il Governo italiano assuma l’impegno politico e spirituale di avvicinare all’Europa i popoli arabi, tutti i popoli di Africa e di Asia, e i Paesi comunisti”. Sapeva che il futuro non s’improvvisa  e che le piaghe degli errori storici sono lente da rimarginare.
La sua azione coglieva nel Mediterraneo una precisa vocazione alla pace, come occasione d’incontro tra i popoli delle sue rive: ebrei, musulmani e cristiani, fratelli in Abramo, posti in dialogo, avrebbero potuto aprire un percorso storico nuovo. Non era un ingenuo. Sapeva bene come il Mediterraneo fosse stato, storicamente, intriso di odio e di battaglie e teatro di conflitti. Ma poneva in luce l’altro Mediterraneo, non meno reale del primo: quel lago senza uguali, che ha favorito una molteplicità di scambi che hanno permesso l’incontro con i popoli slavi e arabi, e la comunicazione di tecniche, di arti, di idee, dando vita a uno spazio unico al mondo.
Fu il re del Marocco, Maometto V, nel 1957, a suggerire a La Pira: “I problemi mediterranei sono solidali e necessitano di una soluzione unica, solidale: chiami tutti i popoli mediterranei a Firenze e li faccia unire e pacificare a Firenze”. Il sindaco lo prese in parola e dette vita ai Colloqui Mediterranei, avviando un percorso inedito, straordinario: si promossero Gemellaggi tra città, per unire tutti. Il primo, tra Firenze e Fes: unire le città per unire il mondo.
E oggi? Osserviamo il Mediterraneo divenuto cimitero sotto la luna. La visione europea, che mette insieme le volontà politiche di diversi Paesi per governare congiuntamente fenomeni che sfuggono al controllo dei singoli Stati, resta una grande intuizione, che risponde ai bisogni dei cittadini in un mondo globale e transnazionale.
Come possiamo rendere attuale l’utopia pragmatica di La Pira? Come ridare vigore a un’Europa unita, che si fondi sul valore dell’ospitalità?
In questo i fedeli delle Chiese delle diverse sponde del Mediterraneo, possono fare molto, se uniti. Forti della speranza che ha sostenuto tutti coloro che, come Giorgio La Pira, hanno creduto e credono nell’Europa. Ascoltiamo e facciamo nostro l’appello di La Pira, oggi drammaticamente ancora più attuale: “L’Italia deve costruire un ‘ponte’ che i popoli attraversino per giungere alla civiltà della pace […] La politica italiana va vista nella prospettiva di questa costruzione del ponte di pace sul mondo. Basti pensare all’esplosione demografica dei prossimi 30 anni (saremo 7 miliardi nel 2000) e a quella – davvero impensabile - dei prossimi 100 anni. Una ‘programmazione’ nazionale, continentale, mondiale: a questa esigenza del piano non ci si sottrae […] per aprire le porte di accesso politico a tutti i popoli nuovi della Terra; per ‘programmare’ e realizzare per tutti i popoli una elevazione sociale ed economica che sia degna della dignità davvero infinita della persona umana”. (Maurizio Certini - Direttore del Centro internazionale studenti Giorgio La Pira)
 

Consulenti del lavoro: nell’ultimo decennio aumentati di 1,8 milioni i lavoratori stranieri in Italia

Roma - Negli ultimi 10 anni gli stranieri residenti in Italia sono aumentati di 1,825 milioni (+57,5%, arrivando a sfiorare la quota di 5 milioni), mentre gli italiani sono diminuiti di 325 mila unità (passando da 55.568 a 55.243 milioni, con un calo dello 0,6%). Rielaborando i dati della “Rilevazione Continua sulle Forze Lavoro (RCFL)” dell’Istat, l’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro inquadra e descrive un target complesso e eterogeneo, quello degli stranieri comunitari ed extracomunitari presenti in Italia, rispetto alla loro condizione nel mercato del lavoro. Analizzandone le caratteristiche, sia individuali che lavorative, è possibile fornire una descrizione sintetica di questa platea, confrontarla con quella italiana ed esaminare il suo andamento negli ultimi 10 anni. L’invecchiamento della popolazione italiana e la bassa natalità sono stati compensati – evidenzia il Rapporto -  a livello numerico dagli immigrati stranieri di prima e di seconda generazione. I 5 milioni di residenti stranieri in Italia hanno un'età media di 34 anni, inferiore di 11 anni all’età media degli italiani. Pertanto, anche dal punto di vista del mercato del lavoro, quasi 4 stranieri su 5 (79,1%) sono in età lavorativa (15-64 anni), a fronte del 63% della popolazione italiana che è molto più anziana.
Dieci occupati su 100 sono di origine straniera, con un tasso di occupazione del 60,6%, superiore di 3 punti percentuali al tasso di occupazione dei soli italiani (57,7%). Sono le regioni del Nord Italia ad attirare maggiormente gli stranieri e, in particolare, circa 6 su 10 si collocano fra Nord Est e Nord Ovest, più di un quarto nel Centro del Paese e il restante 15% nel Mezzogiorno. La loro quota è massima nel Lazio (14,6%) e minima nel Molise (4,1%). Fra le regioni con una quota di occupati sopra la media nazionale troviamo l’Emilia Romagna (13,2%), la Lombardia (12,9%), l’Umbria (12,7%) e la Toscana (12,2%).
Uno straniero su tre, fa notare il rapporto dell’Osservatorio Statistico dei Consulenti del lavoro -  è occupato in professioni non qualificate, contro l’8% degli italiani. Inoltre, lo stipendio netto medio di un dipendente full time straniero è “inferiore di oltre un quinto a quello di un italiano. Questo gap è dovuto essenzialmente alla concentrazione degli occupati stranieri in lavori meno qualificati e con un minore livello di retribuzione”.
Se si analizzano le principali professioni si nota che, per i maschi, il primo mestiere è legato all’edilizia (113 mila, pari ad un terzo degli occupati) mentre al secondo posto troviamo gli addetti allo spostamento delle merci, con 91 mila addetti stranieri. La metà dei venditori ambulanti (51 mila) sono di origine straniera. Osservando le professioni delle donne straniere, si nota invece una forte presenza nelle attività dei servizi domestici (246 mila occupate), seguite da 113 mila badanti, 83 mila cameriere e 42 addette ai servizi di pulizia presso imprese private. In queste 4 professioni si concentra il 66% dell’occupazione femminile straniera.
“L’analisi dell’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro”, spiega Rosario De Luca, Presidente della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, “certifica l’evoluzione e la trasformazione del mercato del lavoro negli ultimi anni e la graduale sostituzione dei lavoratori stranieri agli italiani in alcuni lavori”. “È un trend entrato a far parte della nostra economia che, inevitabilmente, si riflette a cascata su tutti gli altri indicatori economico-sociali: dal pagamento delle imposte - aggiunge - fino ai servizi sociali e assistenziali passando per il delicato nodo della partecipazione alla spesa previdenziale. Gli stranieri regolari in Italia sono, infatti, concentrati nell’età da lavoro 15-64 anni”.
 

Bartolo a Radio InBlu: “popolo italiano poco informato” sulla situazione dei migranti

Roma - “Mi viene difficile dire oggi di essere orgoglioso di essere italiano. Prima mi sentivo orgoglioso, oggi non lo posso dire più”. Lo ha detto il medico di Lampedusa, Pietro Bartolo, in un'intervista a InBlu Radio, il network delle radio cattoliche della CEI, commentando la situazione attuale e le decisioni del governo italiano sulla questione migranti.
“Per oltre 25 anni – ha aggiunto Bartolo - non abbiamo mai messo un filo spinato o un muro. E in questo abbiamo fatto la storia e siamo diventati veramente campioni del mondo. Ma da circa un anno abbiamo alzato due muri: uno in Libia con gli accordi di governo e un altro monumentale quello della paura e dell' odio che ci ha fatto alzare un muro peggiore del muro di cemento o di filo spinato. Questo mi dispiace perchè l'Italia non è questa. L'Italia è un popolo accogliente che ha vissuto la migrazione sulla propria pelle. Spero di tornare a dire al più presto di essere orgoglioso di essere italiano”.
“Spesso – ha proseguito Bartolo - vengono raccontate tante menzogne. La gente non sa qual'è veramente la realtà. Giro l'Italia facendo vedere video e foto della realtà di Lampedusa e dei migranti. Quindici giorni fa attraverso un'evacuazione medica da una nave militare che aveva recuperato 120 persone mi hanno portato qua a Lampedusa alcuni migranti che avevano bisogno di cure. Erano veramente in condizioni disastrose quello che stava meglio pesava 30 chili. Queste persone non vengono dalla luna ma dalla Libia. I corpi dei migranti parlano da soli. Ultimamente abbiamo avuto un calo drastico degli sbarchi. Questo non ci fa piacere perchè purtroppo sappiamo in che condizioni e in quali lager vengono tenuti. Qualcuno addirittura mi ha raccontato che è stato costretto a seppellire i propri morti”.
“La storia – ha concluso Bartolo - purtroppo si ripete. È veramente un nuovo olocausto. Ci hanno fatto credere che era in atto un'invasione. Ci hanno riempito di bugie e la gente ha risposto in modo sbagliato. Ma il popolo italiano non è cattivo, è solo cattivamente informato”.
 

Società San Vincenzo De Paoli: “ma dove è finita l’Umanità”

Roma - L’umanità è una, e solo l’umanità unisce i popoli e genera pace”. Lo scrive in una nota la Società San Vincenzo De Paoli sottolineano che oggi non si può “tollerare” quanto sta accadendo in Italia e in Europa sulla politica delle migrazioni, “un fenomeno destinato a durare negli anni, e per gestire il quale non servono chiusure, ma scelte condivise e intelligenti, che sappiano coniugare regole e diritti con il senso di umanità”. Nella nota si evidenzia che “c’è un’Italia ancora bella, pronta ad accogliere, ad integrare, a dare lavoro, ad aiutare queste persone, che siano rifugiati, richiedenti asilo o, semplici ‘migranti economici’. Un’Italia che funziona anche grazie al loro lavoro, alla volontà, al sacrificio che s’impongono. Sono uomini e donne proprio come noi, differenti solo per cultura, per vissuto, con tante ferite che si portano addosso e dentro, ma con gli stessi bisogni e sogni nostri”. “Ne abbiamo sentite di tutte contro questa ‘invasione’ dall’Africa: non commuovono più nemmeno quei corpicini esanimi ripescati e ricomposti da chi ancora sente pietà per un bambino non suo, ma che è come se lo fosse”, si legge nel testo: “Ma dove è finita l’umanità?”. “Umanità! Parola che sembra svuotata di senso, non solo da noi, ma un po’ dappertutto in questo mondo che ha preso una piega populista, nazionalista, sovranista… in cui la ragione, la compassione, la misericordia o la semplice solidarietà sono rispedite al mittente come roba logora da ‘buonisti’ – altro termine spregiativo caro a chi non sente che la ragione del proprio tornaconto”.
 

Accoglienza: un volume sui comune del Welcome oggi a Roma

Roma - “L’Italia che non ti aspetti. Manifesto per una rete dei piccoli Comuni del welcome”. Questo il titolo di un volume (Città Nuova Editrice) che sarà presentato oggi pomeriggio a Roma, presso l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani. Il volume di don Nicola De Blasio, direttore di Caritas Benevento, Gabriella Debora Giorgione, giornalista, e Angelo Moretti, direttore del Consorzio “Sale della Terra” raccoglie esperienze di accoglienza negli Sprar e strategie di integrazione. Attenzione all’esperienza dei Comuni del comprensorio che hanno realizzato la lotta all’indigenza attraverso una corretta attuazione del Reddito di inclusione sociale (Rei), progetti terapeutici riabilitativi individualizzati per le persone con fragilità, investimenti sulle energie rinnovabili, l’emanazione dei regolamenti comunali di contrasto al gioco d’azzardo. Alla presentazione interverranno Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola e relatore della legge sui #piccolicomuni, Paolo Beccegato, vice direttore di Caritas Italiana, e Domenico Masone, sindaco di Pietrelcina, Comune aderente al “Manifesto per una Rete dei Piccoli Comuni del Welcome”. I lavori saranno conclusi  Le conclusioni da  Leonardo Becchetti, docente di Economia politica all’Università “Tor Vergata” di Roma.
 

GMG: ufficiali le date di Papa Francesco a Panama

Città del Vaticano -  In occasione della prossima Giornata Mondiale della Gioventù che si celebrerà a Panamá, e “accogliendo l’invito del Governo e dei Vescovi panamensi”, Papa Francesco si recherà in Panamá dal 23 al 27 gennaio 2019.
Lo ha detto ieri sera in una dichiarazione ai giornalisti il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Greg Burke. Sarà la terza Giornata Mondiale della Gioventù per Papa Bergoglio. Il primo pochi mesi dopo la sua elezione, nel luglio 2013, a Rio de Janeiro. Il secondo incontro si è svolto a Cracovia nel luglio del 2016. E adesso a Panama.
 

Famiglia Scalabriniana: aprire le porte, perseguire strada felicità

Roma - “L’emigrazione è un fenomeno epocale che sta scuotendo le strutture delle nazioni ad ogni latitudine. E’ certamente un problema, che nasce dalla somma di tanti problemi, ma come tutti i problemi dipende da noi trasformarlo in una tragedia o in una ricchezza. La storia dei popoli è stata fatta da grandi ondate migratorie, e noi oggi abbiamo la chance di viverne una, con il vantaggio di poterne leggere a livello mondiale le cause e gli effetti e quindi anche di ricavarne un surplus di umanità. Dobbiamo diventare gli attori di un progresso della coscienza della dignità umana propria di ogni uomo, possiamo contribuire alla ricomposizione di un quadro generale in cui l’ecologia umana si inserisca nell’ecologia della natura”. E’ quanto dichiarano in una nota le direzioni generali dei tre Istituti della Famiglia Scalabriniana (i Padri Missionari Scalabriniani, le Suore Missionarie Scalabriniane e le Missionarie Secolari Scalabriniane) al termine di un loro incontro a Roma. “Riteniamo che sempre di più acquistano attualità i quattro verbi con cui Papa Francesco, nella giornata mondiale del Migrante di quest’anno, ha chiesto ai popoli e alle nazioni di affrontare il tema dei migranti: Accogliere, proteggere, promuovere, integrare – proseguono i tre Istituti - C’è un grande ostacolo su questa strada, ed è la paura, paura di perdere il proprio benessere, paura di perdere la propria identità, paura dell’altro. Si tratta di un sentimento profondo, che va ascoltato, ma per aiutare a superarlo: la paura porta alla chiusura e la chiusura porta alla morte. Molta stampa e molti media rinfocolano questa paura, amplificando fatti negativi e ignorando del tutto le buone pratiche di accoglienza e di integrazione che nascono un po’ dovunque soprattutto dal volontariato. Se vogliamo perseguire la strada della felicità, che è la strada che cerca ogni cuore umano, dobbiamo perseguire la strada delle fraternità, rinnovando e attualizzando oggi l’appello con cui San Giovanni Paolo II apriva il suo pontificato: aprite le porte a Cristo. Oggi siamo chiamati a ripetere lo stesso grido: aprite le porte al fratello”.
 

Migrantes Salerno: lettera alle parrocchie

Salerno - “Oramai da giorni assistiamo al continuo aggiornamento del numero dei morti nel nostro Mediterraneo, da giorni leggiamo sui giornali di episodi di razzismo nei riguardi di bambini, ragazzi, giovani, adulti che hanno il colore della pelle diverso dal pelle dei nostri nonni. Questi eventi ed episodi non sono nuovi, ma in questo tempo si stanno ripetendo come conseguenza ad una decisione di ‘escludere’ dalla nostra vita, dalla nostra vista, dalla nostra storia, dalla nostra terra ‘gli altri’, che per noi cristiani sono da considerarsi ‘fratelli’”. Si apre così la lettera inviata alle parrocchie e alle aggregazioni laicali dall’Ufficio Migrantes della diocesi di Salerno – Campagna – Acerno. “Il crescente senso di paura, dovuto ad una percezione di invasione, di depauperamento della nostra cultura, di furto dei nostri beni materiali e spirituali, di aggressione al nostro benessere,
sta portando – scrive il direttore Antonio Bonifacio - all’insinuarsi e consolidarsi del pensiero di dover respingere coloro che vengono a noi per fuggire a guerre, fame, disastri ambientali o anche per tentare di raggiungere un sogno di vita diversa per studio, per incontrare i propri familiari, per lavorare ed aiutare i propri familiari”. In questo momento “sembra davvero che lo sguardo non sia più rivolto verso l’uomo, per noi cristiani verso il fratello, che diviene prossimo, ma bensì solo verso se stessi”, si legge nel testo invitando tutti “a non abbassare lo sguardo, a non cedere ai pensieri di respingimento, a non far finta che nulla stia accadendo solo perché lontano dalle nostre coste o lontano dai nostri occhi”. Pe la Migrantes diocesana “gli eventi di questi anni richiedono una riflessione sulla gestione di un fenomeno, non un problema, ma ciò non può farci assecondare silenti a questa degenerazione di comportamenti razzisti e della morte di tanti fratelli innocenti in mare”. Da qui l’invito a promuove nelle varie comunità ecclesiali della diocesi una preghiera per tutte le vittime  dei naufragi e per color che sono chiamati “a dover decidere sul futuro di vite umane” e rileggere e riflettere, insieme alla comunità cristiana, sulla lettera della Commissione Episcopale per le Migrazioni del maggio 2018 “Comunità accoglienti. Uscire dalla paura”.
 

Circo: è morta Lidia Togni

Roma - E’ morta ieri, all’età di 86 anni,  Lidia Togni, titolare di due grandi complessi circensi. E’ stata – scrive sul proprio sito l’Ente Nazionale Circhi - un “esempio fulgido di donna del Circo italiano. Figlia di Ugo e nipote di Aristide, grazie al suo senso famigliare (tipico della famiglia Togni) ha permesso all’impresa diretta dal proprio nucleo dinastico dagli anni Settanta di crescere e diventare una delle più dinamiche del Bel paese”. I funerali si svolgeranno domani a Siracusa presso il Santuario “Madonna delle Lacrime” alle ore 11,30 mentre la tumulazione avverrà presso il cimitero dei Boschetti a La Spezia, mercoledì alle ore 17. “Chiunque volesse rendergli  omaggio è il benvenuto”, dicono i figli Vinicio, Davide e Liviana.
Alla famiglia le condoglianze della Fondazione Migrantes.
 

Le radici culturali producono dialogo interreligioso

Palermo – Ieri, domenica 8 luglio, la comunità etnica dei Tamil provenienti dallo Sry Lanka, presenti a Palermo, si sono ritrovati in un teatro della città per stare insieme e celebrare la gioia di essere parte del medesimo popolo. L’iniziativa è stata promossa da p. Vimalrajan.
In queste ore di “concerto” sono stati espressi molti elementi della medesima cultura tamil. Erano presenti uomini, donne, famiglie che professano fedi religiose diverse: cattolici, protestanti, indù, buddisti ed appartenenti ad altre aggregazioni religiose. Un ventaglio religioso che fiorisce dalla medesima cultura: quella tamil.
Le peculiarità religiose di ogni gruppo religioso esprimono elementi comuni della medesima cultura. L’accoglienza tipica del popolo tamil ha radici nella “compassione” buddista che si esprime in modo delicato e rispettoso verso l’altro.
Il rapporto con la natura che regola la vita della creazione e dell’uomo, tipica del mondo induista, si esprime nel ricordarci che il nuovo giorno è annunciato dal canto del gallo, elemento questo assunto anche nel mondo cattolico.
L’accoglienza del Dio che si fa carne pone il cristiano in un atteggiamento di grande apertura alla trascendenza che si esprime nel servizio ai più deboli.
I vestiti tipici del Paese molto ricchi e belli, avvolgono uomini, donne e bambini. Canti, danze, brani di poeti, poesie, coreografie, etc. rievocano un vissuto che dallo Sri Lanka sembra essersi trasferito qui a Palermo come in una sorta di universo che non è conosciuto dalla maggior parte dei palermitani.
Mi tornano in mente le riflessioni dell’allora Card. Ratzinger in una formula particolarmente illuminante: «non esiste la nuda fede o la pura religione. In termini concreti, quando la fede dice all’uomo chi egli è e come deve incominciare ad essere uomo, la fede crea cultura. La fede è essa stessa cultura»[1].
“La fede, offrendo all’uomo un’ipotesi interpretativa del reale, produce cultura; ma, d’altra parte, le culture, esercitandosi, interpretano le fedi stesse. Nel tempo storico, una tale dinamica è insuperabile. […] La cultura è sempre da purificare alla luce della fede, ma la fede è sempre da interpretare secondo le istanze suscitate dalla cultura”[2].
Le espressioni delle differenti fedi da parte delle persone della medesima cultura, in qualche modo dialogano, si aprono l’una all’altra e costruiscono un universo culturale multireligioso all’interno della medesima appartenenza etnica. L’identità etnica, allora, pervade tutte le forme religiose e le pervade.
Come afferma Fides et Ratio[3] al n° 71, «il modo in cui i cristiani vivono la fede è anch’esso permeato dalla cultura dell’ambiente circostante e contribuisce, a sua volta, a modellarne progressivamente le caratteristiche»". […] tale dinamica ci appare obbligata anche per le altre religioni. Comunque esse concepiscano il loro rapporto con il Divino, esso risulta sempre culturalmente mediato. Non potrebbe non essere così se è vero che la cultura è «il modo proprio dell’esistenza umana» e che proprio nell’esistenza umana si radica la religione. L’inevitabile interpretazione culturale riguarda dunque ogni espressione religiosa, senza naturalmente inferire indebitamente da questo una presunta intercambiabilità delle varie fedi”. [4]
I tamil che vivono in questo contesto migratorio, allora, esistenzialmente vivono la bellezza dell’incontro delle persone; vivono una forma alta ed efficace di relazione e di dialogo interreligioso che rende il popolo tamil sempre più coeso ed aperto al nuovo contesto sociale in cui ora vivono. Sono un esempio concreto per molti altri e per la comunità degli uomini che vive nel medesimo territorio affinché ciascuno coltivi le proprie radici culturali. (p. Sergio Natoli – Migrantes Palermo)
 
 
[1] Joseph Ratzinger, Cristo, la fede e la sfida delle culture, in «Nuova Umanità» 16 (1994), n°6, 95-118 qui 103.
[2] Angelo Scola, Fede e cultura, l’insuperabile circolarità, in editoriale Rivista “Oasis”, n. 10, 2009, dedicato al tema “Le fedi alla prova della modernità”.
[3] Cfr. IOANNES PAULUS PP. II, FIDES ET RATIO ai vescovi della Chiesa cattolica circa i rapporti tra fede e ragione, 14 Settembre 1998
[4] Angelo Scola, Fede e cultura, l’insuperabile circolarità, in editoriale Rivista “Oasis”, ….

GenFest: essere uomini e donne di unità per dare speranza al mondo

Manila -  Si è conclusa a Manila l’undicesima edizione del Genfest, dove 6.000 giovani dei Focolari di oltre cento Paesi del mondo hanno lanciato il progetto “Pathways to Fraternity”: percorsi e azioni che puntano ad avvicinare persone e popoli, costruendo rapporti di fraternità nei campi dell’economia, della giustizia, della politica, dell’ambiente, del dialogo interculturale e interreligioso da avviare in tutto il mondo.
“In epoca di migrazioni crescenti e di nazionalismi che avanzano, come reazione a una globalizzazione esclusivamente economica che trascura le diversità delle singole culture e religioni, – riassume Maria Voce, presidente dei Focolari – il Genfest propone ai giovani un cambio di prospettiva: non fermarsi al di qua dei muri personali, sociali e politici, ma accogliere senza timori e pregiudizi ogni tipo di diversità”.
Nei prossimi anni i Giovani per un Mondo Unito dei Focolari saranno impegnati a dar vita ad una ragnatela di attività, mirate a radicare nei propri ambienti e Paesi, mentalità e prassi di pace e solidarietà. “Il sei luglio siamo andati, anche alla sede della FAO e dell’UNESCO qui a Manila – racconta Marco Provenzale – per presentare i nostri progetti e offrire alle organizzazioni internazionali l’impegno di tanti giovani che diventeranno ambasciatori di fraternità nei propri Paesi, con una missione precisa: promuovere azioni “beyond all borders”, come recita il titolo del Genfest, oltre i confini culturali, sociali e politici.
Vere protagoniste di questa undicesima edizione sono le storie dei giovani, che vivono il dramma della migrazione e della segregazione nella quotidianità. “Oggi si parla poco di chi vive il limite nella quotidianità – spiegano gli organizzatori – di chi convive con i muri, con il senso di impotenza e voglia di riscatto”.
 Sono storie di stringente attualità, come quella di Noé Herrera (Messico) e Josef Capacio (USA) che vivono appena al di là del confine di Stato tra i loro due Paesi. Noé deve affrontare tutti i giorni ore di fila per poter andare a scuola oltre la frontiera. Da dove gli viene la speranza? Dall’amicizia con Josef e altri ragazzi nordamericani con i quali lavora per portare una mentalità condivisa di rispetto e conoscenza reciproca.
Aziz, invece, è iracheno: ora vive in Francia e rivolge ai ragazzi del Genfest una domanda: “Vi è mai capitato di pensare che un giorno, improvvisamente, potreste perdere tutto: famiglia, casa, sogni: E tu, voi, cosa fareste?”.
Egide e Jean Paul, uno ruandese e l’altro burundese, si sono conosciuti in una circostanza drammatica. A una fermata dell’autobus Jean Paul è stato aggredito e ridotto in fin di vita. Egide l’ha salvato, assistendolo per mesi. Un gesto straordinario se si pensa alla ferita mai rimarginata per il conflitto recente tra i loro Paesi.
Esiste allora una ricetta per superare muri e confini quando tutto sembra spingere nella direzione opposta, si chiede il popolo del Genfest?
Maria Voce propone tre parole che sono anche un programma di vita per tutti i ragazzi che ora stanno tornando nei propri Paesi: amare, ricominciare e condividere. Amare i popoli altrui come il proprio; ricominciare non perdendo mai la speranza che un altro mondo è possibile e condividere ricchezze, risorse e pesi personali e collettivi. E conclude sfidando i giovani ad essere uomini e donne di unità, persone che portano in cuore i tesori di ogni cultura, ma che sanno anche donarli agli altri ed essere – in definitiva – uomini e donne globali.
 
 
 

UECOOP: 45mila migranti al lavoro nelle cooperative

Roma - Oltre 45mila stranieri lavorano nel mondo delle cooperative con una crescita del 10,9% negli ultimi cinque anni. E’ quanto emerge da un'analisi dell’Unione europea delle cooperative UECOOP su dati Camera di commercio di Milano in relazione al prossimo vertice fra Roma Vienna e Berlino sulla gestione dell’immigrazione in Europa, dai nuovi arrivi all’integrazione. “Con il lavoro regolare – sottolinea UECOOP – lo straniero trova una sua collocazione nella società, evita il rischio di cadere nelle mani della malavita, sfugge alla povertà, partecipa alla crescita delle comunità oltre a pagare le tasse e i contributi pensionistici”. In questo senso – continua UECOOP – le coop italiane svolgono “una funzione strategica tanto che sono aumentate anche le imprese cooperative gestite da stranieri, dall’edilizia all’assistenza socio sanitaria, dal commercio ai servizi di pulizia, e sono arrivate a  quota 5.248 con un balzo del 14,6% dal 2013 a oggi”.
Il lavoro - secondo l’indagine Uecoop/Ixè - viene percepito come una delle misure strategiche per l'integrazione dei migranti da oltre 6 italiani su 10 favorevoli a tirocini gratuiti nelle aziende con percorsi si inserimento a cui affiancare corsi obbligatori di lingua italiana secondo l’83% degli italiani.
 
 

Essere luce adesso

Milano - Siamo tutti gente di mare, anche se viviamo in pianura e non sappiamo nuotare. Tutti in navigazione su onde a volte così alte che non si vede la terra. Tutti mendicanti d' infinito su barche di fortuna alla ricerca di un porto sicuro per approdare. E il mare di volta in volta è un alleato, un nemico, un amplificatore di solitudine, una finestra spalancata sulla speranza. Un muro a separarci dagli altri. Un ponte a legare insieme i colori delle diversità perché diventino arcobaleno. Un altare da cui elevare la preghiera all' unico Dio della vita e dell' amore per l' uomo. Da Bari, dalla rotonda del suo lungomare, il Papa e gli altri leader cristiani riuniti con lui rilanciano l'immagine del Mediterraneo come porta aperta, come crocevia di pace, come luogo d'incontro. Lo sguardo, la mente, il cuore, sono fissi sul Medio Oriente, la terra in cui si trovano «le radici delle nostre stesse anime». Per questo le ferite inferte a quei luoghi fanno ancora più male. E negli ultimi tempi, come poche altre volte prima, le nubi sulla regione «in cui è venuto a visitarci il Signore» sono perennemente color tenebra. Un unico mistero doloroso di un infinito rosario fatto di guerre, violenza, distruzione, occupazioni forzate e fondamentalismi. Germi di odio cresciuti e pro-liferati, anche, grazie al silenzio complice. Perché l'indifferenza uccide, pur senza sparare un colpo, malgrado sia in doppio petto e non in mimetica. È omicida il silenzio che alza le braccia di fronte ai piccoli grandi soprusi quotidiani, che dice 'non mi riguarda', che fa finta di niente di fronte alla fuga forzata dei cristiani. Un'emorragia che sembra non finire mai rendendo anemico il tessuto sociale della regione, quasi dimezzando la presenza dei credenti in Gesù in Siria, riducendoli a 250mila in Iraq, quand'erano un milione e mezzo all' inizio degli Anni Novanta. No, non si può tacere di fronte all'orrore, grida il Papa e con lui gli altri leader di Chiese e comunità. Bisogna parlare, denunciare, urlare se necessario, per «dare voce a chi non ce l' ha, a chi può solo inghiottire le lacrime» a chi subisce impotente i soprusi dei cacciatori di potere e ricchezza. È la logica del Vangelo a chiederlo, è la Parola a chiamare i credenti a rifiutare le strade della gloria terrena, è l' amore per Dio e per l'uomo a far scegliere di stare dalla parte dei semplici, dei piccoli, dei feriti. Se i cristiani infatti sono la luce del mondo devono esserlo soprattutto nei momenti bui della storia, rifiutando di rassegnarsi all'oscurità, alimentando lo «stoppino della speranza con l' olio della preghiera e dell'amore». Purtroppo non è stato, non è sempre così. «Anche il nostro essere Chiesa - ha detto Francesco - è tentato dalle logiche del mondo, logiche di potenza e di guadagno, logiche sbrigative e di convenienza. E c'è il nostro peccato, l'incoerenza tra la fede e la vita a oscurare la testimonianza». Ecco allora l' importanza, la straordinarietà dell'incontro di Bari, che vede insieme il Vescovo di Roma e i Patriarchi di tutte le Chiese del Medio Oriente. Accomunati nel mea culpa. Uniti al di là delle differenze teologiche e ecclesiologiche, per dire basta agli interessi di pochi giocati sulla pelle di molti, basta alle occupazioni di terre che lacerano i popoli, basta alle sfrenate corse al riarmo, basta con il mancato riconoscimento dei diritti. «Perché solo avendo cura che a nessuno manchino il pane e il lavoro, la dignità e la speranza, le urla di guerra si muteranno in canti di pace». E tra i sentieri di riconciliazione, tra i barlumi di aurora nella notte del Medio Oriente, tra le vie di uscita dai sentieri chiusi della contrapposizione, c'è l'ascolto di chi chiede di poter convivere fraternamente con gli altri, c'è la strada «verso un diritto alla comune cittadinanza», c'è la tutela delle minoranze. Negli angoli più nascosti della Terra Santa come a Gerusalemme, diventata quasi periferica nel più recente dibattito internazionale e invece più che mai cuore della fede, «città per tutti i popoli, unica e sacra per cristiani, ebrei e musulmani». La sua martoriata storia, icona e insieme sintesi di tutte le inquietudini del Medio Oriente sta lì a ricordarci che non esiste futuro senza dialogo, che solo se uniti i cristiani possono essere testimoni credibili, che non c'è alternativa alla pace. Che la speranza ha il respiro della fede, ha il cuore di chi si prende cura degli altri, ha il volto dei bambini. Sono troppi i fanciulli che ancora oggi passano la maggior parte della vita tra le macerie invece che a scuola, costretti ad ascoltare il rumore delle bombe anziché la musica delle feste. È tempo che i loro occhi tornino a sorridere, a incantarsi di fronte a una nuvola, a perdersi nella scia di una colomba bianca, simbolo di pace, in volo sul mare. (Riccardo Maccioni – Avvenire)
 
 

Mons. Perego: “rifiutare la violenza e costruire percorsi di accoglienza e prossimità”

Ferrara -  “Anche noi piangiamo per la sofferenza, la fuga e la morte di tanti nostri fratelli della Terra Santa e del Medio Oriente. Non possiamo restare indifferenti”. Lo ha detto l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio, mons. Gian Carlo Perego, durante l’omelia della veglia di preghiera ecumenica che ha celebrato sabato scorso nella basilica di Santa Maria in Vado, riferisce il Sir. Una “preghiera di comunione” nata per accompagnare il pellegrinaggio di pace e di unità che il Papa Francesco ha svolto a Bari, lo stesso giorno, insieme con i diversi Patriarchi e Capi di Chiese e Comunità cristiane del Medio Oriente. Amare, conservare e conquistare la pace: sono stati i tre verbi attorno ai quali è ruotata la riflessione del presule. Al suo fianco padre Vasile Jora, rappresentante della comunità Ortodossa rumena a Ferrara, e padre Oleg Vascautan, alla guida della comunità Ortodossa moldava. Tante le persone presenti, diversi i diaconi e i laici che si sono alternati sull’altare per le preghiere e le letture, intramezzate dai canti. Nell’omelia mons. Perego ha ricordato che “siamo chiamati non solo a rifiutare la violenza, nelle parole e nei gesti, ma a costruire percorsi di dialogo, di accoglienza, di prossimità”. “Indebolire le condizioni della pace, cioè indebolire lo sviluppo, la responsabilità, la democrazia, il rispetto del creato e delle creature significa creare condizioni per non custodire la pace”, che invece “va costruita giorno per giorno, creando le condizioni di rispetto, giustizia, solidarietà, uguaglianza”.
 

Card. Montenegro: l’indifferenza uccide

Lampedusa -  Per ricordare il V anniversario dalla visita di Papa Francesco, l’8 luglio 2013, la comunità ecclesiale di Lampedusa  ha organizzato diverse iniziative: nel salone della parrocchia S. Gerlando  parrocchiale è stata allestita una mostra con foto e oggetti che ricordano  la visita di Francesco, la proiezione del documentario “Iuventa” dedicato a chi salva le vite in mare, ma ancora, ieri, giorno anniversario del viaggio,  la rilettura a più voci dell’omelia pronunciata dal Papa, e la celebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo di Agrigento, card. Francesco Montenegro. Tutte iniziative per rilanciare il messaggio di papa Francesco in occasione del suo viaggio a Lampedusa, che fu anche il primo del Pontificato.  Il card. Montenegro nell’omelia ha parlato della visita del Papa, come quella di un profeta che “ci ha ricordato che l’indifferenza uccide  e che noi siamo i custodi dei nostri fratelli”.  Il porporato ha denunciato, come ha fatto in occasione della festa di San Calogero,  il 1 luglio scorso,  l’incoerenza tra la fede e la vita. Ai cristiani presenti in chiesa ha detto:  “se io sono qua a nutrirmi del corpo di Cristo, lo stesso Signore è nel fratello sul barcone che cerca di salvarsi e grida ‘non voglio morire’”. Per il card. Montenegro “volere la pace, volere un mondo più giusto non è solo un pio desiderio. Ma sono fatti che costruiscono la coscienza degli uomini. E serve qualcuno che ci aiuti. Il Papa è stato quest’uomo. È venuto qui per dire al mondo quello che è importante per la società e per la Chiesa di oggi”. “Non è giusto che muoia un migrante su sette. Questa è la statistica per quest’anno. L’anno scorso ne è morto uno su 38. Vuol dire che i morti stanno aumentando”, ha sottolineato il porporato, invitando a chiederci “di chi è questa responsabilità”.  Papa Francesco – ha aggiunto l’arcivescovo di Agrigento - cinque anni fa ha cominciato un discorso che ancora non ha completato. E continua nonostante i venti contrari”.
 
 

Papa Francesco: l’incontro di Bari “segno eloquente di unità dei cristiani”

Città del Vaticano “Un segno eloquente di unità dei cristiani” e che “ha visto la partecipazione entusiasta del popolo di Dio”. Così ieri Papa Francesco, dopo la preghiera mariana dell’Angelus, ha parlato dell’incontro di sabato a Bari con i Patriarchi delle Chiese del Medio Oriente e i loro rappresentanti. Con lor – ha detto il pontefice, “abbiamo vissuto una speciale giornata di preghiera e riflessione per la pace in quella regione”.
Papa Francesco ha quindi ringraziato “i Fratelli Capi di Chiese e quanti li hanno rappresentati; sono rimasto veramente edificato – ha detto - dal loro atteggiamento e dalle loro testimonianze. Ringrazio l’Arcivescovo di Bari, fratello umile e servitore, i collaboratori e tutti i fedeli che ci hanno accompagnato e sostenuto con la preghiera e la gioiosa presenza. (R. Iaria)
 

Migrantes: “combattere cattiva accoglienza”

Roma - “Dobbiamo combattere la tanta e cattiva accoglienza che c’è in Italia e che offre alibi a qualcuno”. Lo ha detto il direttore generale della Fondazione Migrantes, don Gianni De Robertis, in un'intervista a InBlu Radio, il network delle radio cattoliche della Cei....

L’Europa e i migranti: uno speciale su Tv2000

Roma - L’Europa e i migranti è il tema dello speciale “TGtg” condotto dal giornalista Donatello Vaccarelli, che andrà in onda stasera alle 20,45 su Tv2000, primo di tre approfondimenti di attualità che la rete televisiva della CEI manderà in onda a luglio, il venerdì sera.
L’Unione europea rischia di disgregarsi sulla questione migranti? Si tratta di una vera emergenza? Le reazioni all’ondata migratoria in atto sono frutto di irrazionali timori o di giustificate preoccupazioni? Quali sono le decisioni prese nel recente vertice di Bruxelles? Di questi temi si occuperà la trasmissione che avrà in studio Nathalie Tocci, direttrice Istituto affari internazionali e il prefetto Mario Morcone, direttore del Centro Italiano per i Rifugiati già capo di gabinetto al Ministero dell’Interno. Nel corso del programma verrà trasmessa un’intervista alla senatrice a vita Liliana Segre.