Primo Piano

Card. Arborelius: “grazie alle migrazioni il cattolicesimo è tornato a svilupparsi in Svezia”

Rimini -  “La Chiesa cattolica è tornata a svilupparsi in Svezia grazie alle migrazioni. L’80% dei cattolici sono immigrati di prima o seconda generazione. Sono venuti con una fede in un Paese secolarizzato. Grazie a loro anche gli svedesi hanno scoperto che la religione è oggi una realtà”. Lo ha detto il card. Anders Arborelius, vescovo di Stoccolma, intervenendo al convegno su “Una speranza dalla Svezia. Lavorare, vivere e credere insieme”, nell’ambito del Meeting di Rimini. Nella “nostra Europa” in cui “le chiese sono più vuote, mancano le vocazioni, la fede cristiana sta diminuendo”, il porporato ha segnalato che “dopo 100 anni di secolarizzazione c’è uno spiraglio aperto al mistero, alla religione, a Dio grazie alla migrazione”. “Allo stesso tempo – ha affermato il cardinale, ripreso dal Sir – vediamo che in tanti Paesi c’è una politica contro la migrazione. Anche in Svezia la politica è cambiata e sta chiudendo le sue porte ai migranti. Molti vedono la migrazione come una minaccia, ma possiamo fare la constatazione che grazie alla migrazione la Chiesa cattolica si è potuta sviluppare, grazie soprattutto alle persone giunte dal Medio Oriente”. Parlando di ecumenismo e dei rapporti con le altre Chiese cristiane, il card. Arborelius ha spiegato che, in seguito al crescente numero di cattolici, “ogni anno abbiamo potuto comprare o costruire chiese”. “Possiamo usare anche quelle protestanti – ha aggiunto -. Usiamo più di 100 chiese luterane regolarmente. È un segno di ecumenismo. Come lo è il fatto che tutte le Chiese cristiane sono unite a favore dell’accoglienza dei migranti”.
 

Nave Diciotti: preghiere e canti a bordo per i minori sbarcati

Catania -  I 150 migranti ancora sulla nave “Diciotti” non vedono l’ora di toccare la terra ferma. Per chi ce l’ha fatta, sono arrivati benedizioni e parole benauguranti.
E’ quanto è  successo, secondo alcuni testimoni - riferisce l’agenzia Agi -  ieri sera, quando dall’unità della Guardia costiera sono scesi, molto provati, i minori non accompagnati.
A quel punto chi è rimasto sul ponte ha intonato canti e preghiere con l’augurio che “dopo loro adesso tocchi a noi”.
 

Mons. Lorefice: “non si può lasciare galleggiare gente sul mare”

Palermo: “Non si può mai e poi mai lasciare galleggiare gente sul mare. Ben venga che ci sia un’Europa che si assume le proprie responsabilità, ma non dobbiamo dimenticare che su quella nave ci sono volti precisi”. A dirlo l’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice che ha assistito, insieme a Domenico Giani, capo della gendarmeria vaticana, alla pièce rappresentata nella Missione Speranza e Carità sul tema: “Siamo sulla stessa barca”. L’iniziativa, alla quale ha partecipato anche Biagio Conte, fondatore della Missione, è stata organizzata in vista della visita di Papa Francesco a Palermo del prossimo 15 settembre. “La sua presenza qui sarà uno di quei segni che resterà indelebile nella coscienza dei palermitani - ha detto mons. Lorefice -. Quel giorno riversato su Palermo ci sarà il mondo intero e i segni parlano molto, più delle parole”.
Nell’aula liturgica della “Casa di Preghiera per tutti i Popoli”, all’interno della Missione, è stata allestita una grande barca di cartone con dentro tanti bambini provenienti da diverse parti del mondo che al colore della pelle non badano proprio. La barca di cartone ha fatto il giro della chiesa trasportata dai bambini per poi arrivare vicino l’altare dove Biagio Conte l’ha accolta. “Dobbiamo comprendere che siamo tutti nella stessa barca anche noi italiani ed europei. Siamo tutti bisognosi di aiuto, stranieri in terra straniera”. Dal missionario laico anche l’invito a “Fare nostra la frase di Papa Francesco: ‘Non muri ma ponti’. Non chiudiamo il cuore a chi ci porge la mano e ci chiede aiuto. Ricordiamoci che siamo tutti stranieri in terra straniera”. All’interno della struttura di accoglienza campeggiava uno striscione con la scritta: “Insieme per costruire un mondo migliore”.
In calendario sono previsti altri tre appuntamenti prima della visita del pontefice che proprio alla Missione consumerà il pranzo insieme ad una rappresentanza di migranti, di carcerati e di ospiti della “Casa dei giovani”.
 

Diciotti: a bordo una delegazione del Garante dei diritti delle persone private di libertà

Catania - A bordo della nave “Diciotti” ormeggiata da due giorni al porto di Catania è presente una delegazione del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. La visita ha lo scopo di verificare le condizioni dei 150 migranti rimasti a bordo dopo che ieri sera 29 minori non accompagnati sono stati autorizzati a scendere. La delegazione è guidata da Daniela De Robert ed è composta dal direttore dell’ufficio del Garante, Fabrizio Leonardi, e da Elena Adamoli dell’Unita operativa "Privazione della liberta e migranti”.
A disporre la visita il Garante nazionale Maurizio Palma.
 

Ramonda (Apg23): “sbarchiamo i profughi e poi chiediamo impegno a UE”

Rimini - “É giusto ed umano che il governo italiano consenta ai migranti sulla nave Diciotti di poter sbarcare a Catania”. É quanto ha dichiarato ieri Giovanni Paolo Ramonda, presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi, in merito alla vicenda della nave della Guardia Costiera da due giorni bloccata nel porto della città siciliana.
“Ben sappiamo che il peso del flusso migratorio non può ricadere sulla sola Italia - continua Ramonda - tuttavia non possiamo far pagare il prezzo dell'inadempienza degli altri Stati europei ai migranti, già provati da un terribile viaggio in mare e dalla permanenza in Libia”.
 

Diocesi Catania: appello per i migranti della “Diciotti”

Catania - La Chiesa di Catania “unisce la sua voce alle tante che in questi giorni si levano verso le autorità competenti perchè i migranti giunti al porto della nostra città, su nave Diciotti, possano finalmente sbarcare e dopo tante peripezie e sofferenze trovare una giusta soluzione alla loro difficile situazione”. Lo si legge in una nota a firma del Vicario Generale mons. Salvatore Genchi. La diocesi siciliana chiede che “alle tante ragioni invocate venga anteposta quella umanitaria, che non può e non deve essere ultima fra le tante considerazioni. Abbiamo appreso con sollievo che ai minori - spiega mons. Genchi -  è stato permesso di lasciare la nave; chiediamo con insistenza che anche a tutti gli altri migranti, uomini e donne, sia concesso di sbarcare e porre così fine alla drammaticità che stanno vivendo. Attendiamo con fiducia - conclude la nota - risposte positive ed eleviamo al Padre, difensore dei deboli la nostra preghiera”. (R.I.)
 

Nave Diciotti: ferma ancora nel porto di Catania. Scendono solo 29 minori

Catania - La nave Diciotti, con a bordo 177 persone soccorse nei giorni scorsi al largo di Lampedusa è ancora ferma nel porto di Catania con i migranti a bordo. Ieri sera solo i  29 minori non accompagnati (tutti eritrei tra i 14 e i 16 anni) sono stati autorizzati a scendere e hanno potuto trascorrere la notte ospiti dei centri l’Airone e il Faro di Catania. La Nave Diciotti della Guardia Costiera italiana, dopo essere rimasta bloccata per 5 giorni in mare, è attraccata a Catania  alle 23.30 di lunedì scorso dopo l'autorizzazione del ministro dei Trasporti.
 

Calcio, uno sport che integra

Rimini -  “Lo sport ha il potere di cambiare il mondo, unire le persone, è più forte dei governi, può creare speranza dove prima c’era solo disperazione”. Non è un opinione, ma una testimonianza. Sono parole di Nelson Mandela. Un uomo che, grazie anche allo sport, ha riunificato un paese, sconfitto apartheid e razzismo. E non è per nulla scontato che il direttore generale delle Federazione Italiana Gioco Calcio (FIGC), Michele Uva, apra con questa citazione un incontro dedicato al gioco più bello e diffuso del mondo. Ma, come ha evidenziato Roberto Fontalan, direttore del Centro Internazionale di Comunione e Liberazione, aprendo l’incontro ieri sera al Meeting di Rimini “Integrazione il fattore calcio”, la FIGC non è solo un mondiale di Russia mancato o i top player di serie A.
E i numeri presentati da Uva presentano un panorama di cui la parte “dorata” del pallone è solo un piccola fetta: “La federazione ha un milione mezzo di iscritti, 13mila società e 70mila squadre. Lungo lo stivale in un anno un arbitro fischia l’inizio di una partita ogni 58 secondi. E una disciplina così diffusa si confronta ogni giorno con la realtà di una società in costante cambiamento, anche e soprattutto nella sua composizione etnica e di origine geografica. Nel nostro paese su dieci milioni di individui under 16, il 10% è figlio di genitori stranieri o è arrivato dall’estero. Insieme alla scuola è proprio lo sport: quel milione nell’80% dei casi fa sport dilettantistico o agonistico”.
“La UEFA – ha continuato Uva – ha stabilito dei paletti giustamente molto rigidi per il tesseramento di giovani nelle federazioni nazionali. Obiettivo è contrastare un mercato dei sogni per cui si portavano in Europa ragazzini di altri continenti per farli diventare campioni e li si abbandonava nel momento in cui mostravano i loro limiti di crescita tecnica – ha spiegato – ma di fronte alla realtà di una società sempre più multietnica abbiamo chiesto e ottenute norme diverse. Risultato: in due anni siamo arrivati a 60mila tesserati under 18 stranieri. È come se la mia città d’origine, Matera, fosse abitata solo da giovani appassionati di calcio di altri paesi”. Del resto, ha ricordato il relatore, la composizione del team francese campione del mondo ci dice quale sia oggi la realtà di integrazione offerta dal calcio: nella rosa dei 23 “Blues” solo due sono nati in Francia da genitori francesi. Gli altri hanno origine e famiglie di tutt’altra provenienza.
E c’è un programma, un’attività costante che a Uva sta molto a cuore e sui cui la FIGC sta investendo impegno e risorse. Il calcio è entrato nei centri di accoglienza per adolescenti migranti e senza famiglia. La federazione mette a disposizione istruttori, allenatori, dotazione tecniche e ha inserito nel percorso educativo di questi ragazzi anche il calcio. Non si tratta, però, di un “riserva indiana”. Le squadre dei centri partecipano a tornei, collaborano con le società calcistiche del territorio e compongono formazioni miste insieme ai loro coetanei italiani. Come recita il titolo dell’incontro il calcio è anche fattore d’integrazione. Soprattutto, come diceva Mandela: “Unisce le persone e può creare speranza dove prima c’era solo disperazione”.
 

P. Czerny: “la nostra Chiesa impari sempre più ad accompagnare i migranti”

Dublino -  “Richiamare alla mente la vita e l’insegnamento di Gesù, vedendo in essi la sua identificazione con richiedenti asilo e migranti vulnerabili”. L’invito è di p. Michael Czerny, co-sottosegretario della sezione Migranti e rifugiati del Dicastero per la promozione dello sviluppo umano integrale, intervenuto questa mattina al panel che il Congresso pastorale dell’Incontro mondiale delle famiglie in corso a Dublino dedica alle sfide incontrate dai rifugiati e a quale dovrebbe essere la risposta cristiana a questa crisi. “Avere un posto – constata Czerny facendo riferimento al titolo del panel “Nessun luogo dove posare il capo” – è normale, anche per gli uccelli, le volpi. Non avere un posto è anormale. Ma questa anormalità, per noi cristiani, non può essere solo un fatto o un po’ di sfortuna di qualcuno”. Piuttosto, avverte, noi siamo chiamati ad “accogliere lo straniero” e “noi” è “la mia famiglia, la nostra comunità, il nostro vicinato, la nostra parrocchia, la nostra diocesi, le nostre organizzazioni cattoliche” perché le famiglie di migranti vulnerabili “non sono solo bisognose e meritevoli della nostra misericordia. Sono anche ‘noi”. Queste famiglie “possono, a loro volta, aiutare a proteggere i vulnerabili, a promuovere lo sviluppo umano integrale degli altri e potrebbero riuscire ad integrare meglio coloro che inizialmente li hanno lasciati entrare”. Di qui un auspicio: “Possa la nostra Chiesa imparare sempre di più ad accompagnare i migranti e diventare una Chiesa sempre migliore in grado di accompagnare tutte le famiglie in un processo di rapida trasformazione”.

 

Brasile: Chiesa e società civile dicono “si all’accoglienza”

Roraima - Sulla frontiera con il Venezuela si inasprisce l'emergenza umanitaria per l'immigrazione, e nello stato brasiliano di Roraima crescono intolleranza, xenofobia e violenza. "Sabato 18 agosto, in risposta alla rapina e all'aggressione di un commerciante locale, parte della popolazione di Pacaraima ha attaccato con bastoni e sassi un gruppo di rifugiati ed ha successivamente dato fuoco a due accampamenti improvvisati, sebbene tali immigranti non fossero in alcun modo coinvolti nella rapina", spiega, in un comunicato, ripreso da Fides, il Comitato per le Migrazioni di Roraima (Comirr), rete di istituzioni delle società civile votata al servizio e alla tutela dei migranti. Della rete fanno parte la Pastorale Sociale, il Servizio Gesuita per i Rifugiati, le religiose Scalabriniane, altre Ong laiche. Il documento, che porta la firma di 45 organizzazioni sociali, accademiche, studentesche e di difesa dei diritti umani, esprime un deciso ripudio della violenza e afferma: "Una risposta troppo timida da parte del governo federale nell'articolare un programma di inclusione finisce per fomentare la crisi sociale nelle prime città di accoglienza". Il Comirr accusa di irresponsabilità autorità di diversi livelli dei tre poteri dello Stato, che "seminano discriminazione e invocano misure populiste e inconstituzionali" come la chiusura delle frontiere . "Episodi deplorevoli, come quello avvenuto, trovano ispirazione in discorsi e misure xenofobe da parte del potere pubblico", rileva il comunicato. "La pratica di atti violenti contro stranieri in situazione di vulnerabilità, oltre ad essere reato, provoca il loro ritorno forzato al paese dal quale sono usciti a causa delle gravi e generalizzate violazioni dei diritti umani", prosegue il testo. La mancanza di un lavoro integrato "per l'accoglienza, la protezione e l'integrazione dei migr anti genera barbarie e ci svergogna a livello mondiale", si legge.
Il documento ricorda poi che lo stesso Roraima è stato in gran parte formato da persone provenienti da altri paesi. "Diciamo basta all'odio e sì all'accoglienza", conclude richiamando alla comune responsabilità di non incitare alla violenza.
Anche mons. José Luis Azuaje, arcivescovo di Maracaibo, Presidente della confernza episcopale del Venezuela ha ricordato che "questo mondo è fatto per tutti. Le frontiere sono linee immaginarie tracciate per fare ordine, ma non per impedire la realizzazione degli esseri umani. Il migrante è un essere umano che ha dignità in sè stesso, indipendentemente dalla razza, dal credo o dall'ideologia". "Di cosa abbiamo paura? Ampiare gli orizzonti è più gratificante che chiudersi a vivere come si è sempre fatto", rileva il Vescovo, ringraziando la Chiesa brasiliana per l'accoglienza offerta con generosità ai suoi compatrioti. E sottolinea: "Noi venezuelani ci siamo sempre distinti perchè accogliamo persone di altri paesi, da sempre. Se usciamo dal paese è perchè le condizioni di sicurezza economica, personale e legale non permettono la vita. È un fatto di vita o morte per milioni di persone". Secondo stime ONU sono 2,3 milioni i venezuelani in fuga dal loro paese.
 

Malta: soccorse stamane 100 persone dalla marina militare

Roma - "Cento persone sono state soccorse stamane da una nave da pattuglia militare maltese mentre si trovavano su un'imbarcazione a rischio imminente di naufragio". Ne da' notizia oggi un comunicato delle forze armate maltesi, ripreso dall’agenzia Dire, precisando che sulla barca si trovavano anche "due corpi senza vita".
Il salvataggio sarebbe avvenuto a 68 miglia nautiche (125 km circa) a sud dell'isola.
 
 

Nave Diciotti: le valutazioni del Garante dei diritti delle persone private della libertà

Roma - Continua l’interlocuzione istituzionale del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà sul caso di “rilevanza umanitaria” della nave Diciotti, dove si trovano 177 migranti in permanenza forzata. Il Garante nazionale ha informato, si legge in una nota -  le alte cariche dello Stato con alcune sue valutazioni sul caso. “La nave della Guardia Costiera ospita da cinque giorni i migranti, che sono stati salvati in acque Sar maltesi, e si trova in rada da almeno tre giorni al largo di Lampedusa, senza che sia stato ancora individuato un luogo di approdo”, si legge nel testo.
 

Dublino: la comunità italiana in attesa di Papa Francesco

Roma - “Pregate anche per me, affinché il prossimo viaggio a Dublino, il 25 e 26 agosto prossimi, in occasione dell’Incontro Mondiale delle Famiglie, sia un momento di grazia e di ascolto della voce delle famiglie cristiane di tutto il mondo”.
Così questa mattina Papa Francesco ha invitato a pregare per il suo viaggio in Irlanda in occasione dell’Incontro Mondiale delle famiglie, in corso a Dublino fino a Domenica. Anche la comunità italiana che vive nella Capitale irlandese è molto impegnata in queste ore nell’organizzazione. Il coro parteciperà attivamente alla messa finale con Papa Francesco a Pheonix Park, domenica dove gli italiani saranno molto presenti insieme sai tanti che arrivano dall’Italia e che parteciperanno anche alla celebrazione eucaristica, venerdì 24 agosto, presso St. Joseph Church, presieduta dal presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Gualtiero Bassetti. “Siamo una comunità cattolica formata principalmente da italiani ma aperti a tutti coloro che desiderano partecipare alla messa in lingua italiana e a momenti comunitari di preghiera e meditazione”, spiegano: “apparteniamo all’Arcidiocesi di Dublino e la nostra cappella è l’Oratorio della St. Mary's Pro Cathedral di Dublino. Il nostro Cappellano mons. Fintan Gavin celebra ogni seconda domenica del mese la messa in lingua italiana e ogni ultimo sabato del mese la comunità si riunisce per un momento di lettura e riflessione della Sacra Scrittura” . Per li italiani di Dublino l’Incontro Mondiale delle Famiglia rappresenta “un'occasione di gioia per tutti noi e sicuramente una opportunità per conoscere altre persone, italiane e non, che si avvicineranno al nostro gruppo con l'intenzione di condividere il cammino verso Gesù”.
La Repubblica d'Irlanda conta oggi circa 4700000 abitanti mentre gli italiani presenti sono oltre 13mila, la maggioranza residente a Dublino dove spesso si concentrano anche le sedi delle grandi imprese multinazionali. “Molti italiani - spiegano alla comunità -  tendono per questa ragione a trasferirsi a Dublino piuttosto che nelle aree rurali anche se è possibile trovare nostri connazionali un po' ovunque nel paese, in prevalenza nei centri urbani come ad esempio Cork, Limerick o Galway”. L’emigrazione italiana in questo Paese non è recente ma risale alla fine della Seconda Guerra Mondiale con l'insediamento dei primi italiani cattolici a Dublino. Il primo italiano però ad approdare sulle coste d’Irlanda è stato Cristoforo Colombo, precisamente – come scriveva qualche anno fa il Rapporto “Italiani nel Mondo” della Fondazione Migrantes – a Galway prima di imbarcarsi nel suo viaggio alla scoperta delle Americhe. Il simbolo dell’emigrato italiano ad avere successo in Irlanda è stato Carlo Bianconi, originario della provincia di Lecco, giunto nel Paese nel 1802, imprenditore e successivamente anche Sindaco  di Clonnel, magistrato e gran giurato nella contea di Tipperay. E poi Alessandro Marconi che costruì qui la più potente delle stazioni radio da lui istituite dalla quale, nel 1907, fu realizzata la prima comunicazione radio transoceanica tra l’Irlanda e Glace Bay in Canada. E proprio in ricordo del centenario di questo evento la cittadina di Clifdel, nel 2007 – ricorda il rapporto Migrantes – si è vestita dei colori italiani “tagliando il nastro al primo museo Guglielmo Marconi, una occasione questa per ricordare lo storico evento e commemorare lo scienziato italiano”.
Una seconda ondata di emigrazione italiana è quella a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento. Gli italiani scoprirono il Fish & Chips che diventò ben presto uno dei piatti tipici irlandesi grazie al contributo dato dagli emigrati italiani. (Raffaele Iaria)
 

Libasse, salvato dall’amicizia

Rimini - Sbarcato in Italia per inseguire il sogno del pallone (pur avendo in Senegal l’opportunità di studiare), Libasse si è trovato in fuorigioco. Musulmano praticante, i programmi tv e certi eccessi dei suoi coetanei italiani si sono rivelati per lui un tackle più duro di quelli subiti in partita.
E quando anche il mito del calcio è naufragato, Libasse stava per precipitare.
L’incontro con don Claudio Burgio, l’associazione Kairos e il 26enne milanese Daniel Zaccaro, – protagonisti di uno dei primi incontri del Meeting di Rimini, in corso di svolgimento – lo ha salvato. Attraverso l’amicizia Libasse ha compreso il diverso: ripresi gli studi, a luglio si è diplomato.
«Ho scoperto nell’ospite un dono e che la paura dell’altro non è altro che il riflesso di una paura di se stessi» ha raccontato commuovendo la platea di Rimini. (Paolo Guiducci)
 

Figli dell’accoglienza figli di questa terra

Roma - Giuseppe è nato il 9 agosto a Cerignola. Salem e Saber sono nati il 29 maggio ad Aversa. Figli dell’accoglienza, figli della speranza. Figli della nostra terra.
Giuseppe è figlio di Peter, ghanese, e Mary, nigeriana. Abbiamo scritto (Avvenire, ndr) di loro il 3 agosto nell’ultima puntata del reportage sul caporalato: «Lui lavorava in nero a Tre Titoli. Conosce lei tramite Facebook. Scopre che fa la prostituta. Paga la “maman” e la libera. Ora, grazie ai volontari diocesani, non vivono più a Tre Titoli. Lui fa il custode a Cerignola con un contratto regolare. Lei aspetta un bimbo, in arrivo nei prossimi giorni. La vita e l’amore vincono. Grazie a tanti amici».
Il nome di uno di loro, Giuseppe Leone, dell’ufficio diocesano Migrantes, è stato scelto dai due giovani per il piccolo. «Ti presento il figlio di quei due ragazzi africani di cui ti ho parlato. Storia a lieto fine per questo figlio acquisito. Lo hanno chiamato come me. Simbolo del legame che si è creato nelle macerie di quel ghetto. Dio benedica grandemente la loro vita», ci ha scritto inviandoci le foto del bimbo assieme alla mamma, stanca ma felice. Un altro «invasore»? O un figlio d’Italia? Sicuramente la mamma e il papà in Italia hanno subìto troppo sfruttamento: da “clienti”, caporali e padroni. Ma hanno incontrato, per fortuna, anche un’Italia ancora più vera che accoglie, sostiene, abbraccia, vive e fa vivere nelle regole. Che non ha paura del “diverso”, che difende umanità e dignità, soprattutto laddove c’è violenza, sfruttamento, intolleranza.
Come per Salem e Saber che in eritreo vogliono dire Pace e Pazienza. Nomi più che simbolici. Mamma e papà, assieme alla sorellina di 9 anni sono arrivati a marzo coi corridoi umanitari della Cei, dopo anni di guerra e campi profughi. E ora, grazie alla diocesi di Aversa, all’impegno convinto del vescovo Angelo Spinillo e del direttore della Caritas, don Carmine Schiavone, sono ospitati nella parrocchia di San Nicola di Casal di Principe, la parrocchia di don Peppe Diana, il sacerdote ucciso della camorra il 19 marzo 1994. Negli stessi ambienti dove don Peppe già negli anni 90 ospitava migranti sfruttati e vittime di tratta. Perché già allora, prima di tanti, aveva capito il dramma di questi uomini e queste donne. E aveva aperto le porte della parrocchia. Oggi all’ingresso un bel cartello porta la scritta «Sportello informativo e di segretariato sociale per immigrati “don Peppe Diana”». Il parroco don Franco Picone, vicario generale della diocesi di Aversa, ha raccolto il testimone di don Peppe e tenuto aperte le porte. Così la speranza nasce in queste stanze.
Sul lettone i due gemellini sgambettano felici, osservati con tenerezza da mamma, papà, dalla famiglia tutor, Ivana e Nunzio, e dai volontari. Quanto sono diverse queste immagini da tante, troppe, parole “in libertà” di questi giorni. Parole cupe, dure, di chiusura a prescindere. Anche in bocca a ministri e parlamentari.
Giuseppe, Salem, Saber, sono figli della speranza, figli dell’accoglienza, figli d’Italia. Accanto a loro c’è il cuore del nostro Paese. Porte e porti aperti, con amore ed efficacia.
Per due settimane di questa estate 2018 abbiamo raccontato storie di sfruttamento, dolore, sofferenza. Ma abbiamo incontrato anche queste belle storie. Ci sono e sono concrete. Vanno conosciute, sostenute, fatte crescere come i tre piccoli, nati italiani da migranti accolti da italiani. Non ci sono solo violenti insulti, preoccupanti intolleranze, inaccettabili sopraffazioni. Ci sono cuori disponibili e sorrisi convinti. Ci sono grandi mani che stringono manine. Siamo giustamente indignati per i colpevoli ed evitabili patimenti e per le morti di tanti, troppi, piccoli. E abbiamo nel cuore gli abitini rossi dei piccoli annegati nel Mediterraneo.
Giuseppe, Salem e Saber hanno, invece, abitini bianchi, candidi come la vita che auguriamo loro. Senza mai dimenticare chi in Italia non è mai arrivato o non è riuscito a nascere, chi ha perso mamma e papà.
Tutti possono stare tranquilli: non sono mai sbarcati. Nulla hanno tolto agli italiani. Nulla toglieranno. Non “disturberanno” sulle nostre spiagge o sui nostri treni, prima o poi – nonostante una legge sulla cittadinanza vecchia e a ostacoli – quelle spiagge e quei treni saranno formalmente anche loro. E non saranno sfruttati o comprati. Non raccoglieranno pomodori con tanto lavoro e per pochi euro.
Almeno per loro il “pericolo” è passato (anche se non del tutto).
Giuseppe, Salem, Saber ce l’hanno fatta. Portano il nome del papà per eccellenza, della pace e della pazienza. Parole di cui abbiamo più che mai bisogno. Sono la memoria e il presente, il dramma e la speranza. Sono l’Italia, che è casa nostra e casa loro.
Benvenuti piccoli, buona strada. Insieme a noi, a tutti noi. (Antonio M. Mira – Avvenire)
 

Migrantes, Libera e Pax Christi sulla situazione della nave Diciotti

Roma - “Ancora una volta ci troviamo a ribadire con forza che l' immigrazione non è reato, tanto più se è migrazione forzata, in fuga da povertà e guerre, separata da affetti e legami, alla ricerca di speranza e dignità. La situazione in cui versano le 177 persone imbarcate nella nave Diciotti, a cui viene impedito di mettere piede a terra, ci retrocede  come tante altre vicende recenti e meno recenti  nel grado di civiltà e di umanità”. E’ quanto scrivono stasera, in una nota, d. Gianni De Robertis, Direttore Generale della Fondazione Migrantes, d. Luigi Ciotti, presidente di Libera  e Gruppo Abele e  mons. Giovanni Ricchiuti, Presidente nazionale di Pax Christi sulla vicenda della nave Diciotti, con a bordo 177 persone soccorse nei giorni scorsi al largo di Lampedusa, ferma nel porto di Catania.  Il pattugliatore della Guardia Costiera italiana è attraccata ieri sera nel porto siciliano dopo essere rimasta bloccata per 5 giorni in mare. Dalla nave militare però nessuno può scendere. “È giusto che l' Europa si faccia carico nel suo insieme di una tragedia che ha contribuito non poco a provocare, ma - dicono Migrantes, Libera e Pax Christi -  le inadempienze della politica non possono ricadere sulle spalle degli ultimi e degli indifesi, usati oggi come strumenti di ricatto per bassi giochi di potere. Quindi ben venga la ricerca di accordi vincolanti a livello continentale, ma intanto le persone si soccorrono e si accolgono. È questo il dovere della politica, ma è anche il compito di un popolo che ha dimostrato tante volte la sua vocazione all' ospitalità”. (Raffaele Iaria)
 

Mazara del Vallo: migrante ospitato nella casa canonica

Mazara del Vallo - E’ nella casa canonica della chiesa-rettoria San Francesco di Paola in Mazara del Vallo che si è concretizzata la prima iniziativa diocesana d’accoglienza in risposta all’appello di Papa Francesco. Il Pontefice, lo scorso gennaio, in occasione della Giornata del migrante, disse: «Per le comunità locali, accogliere, conoscere e riconoscere significa aprirsi alla ricchezza della diversità senza preconcetti, comprendere le potenzialità e le speranze dei nuovi arrivati, così come la loro vulnerabilità e i loro timori». La comunità parrocchiale della Cattedrale di Mazara (dalla quale dipende la chiesa-rettoria), con decisione presa in Consiglio pastorale, ha deciso di accogliere così un giovane migrante. Si chiama Seckou Keita, ha 19 anni ed è originario del Mali, dal 2014 a Mazara del Vallo. Il giovane è arrivato in Sicilia quando aveva quindici anni e ha seguito il percorso di minore non accompagnato. Per lui, poi intanto diventato maggiorenne, si è aperta la strada di un progetto umanitario. Dopo un periodo di permanenza (prorogato per alcuni mesi), in una comunità d’accoglienza, i primi di luglio Seckou avrebbe dovuto lasciare la struttura e trovarsi una nuova casa. La sua storia è finita così all’attenzione del Consiglio pastorale della Cattedrale; di lui ne ha parlato suor Alessandra Martin che, insieme alle altre suore francescane, presso la Casa Comunità Speranza, segue anche Seckou nel suo percorso scolastico. La casa canonica della piccola chiesa-rettoria era libera e così, dopo il sì del Consiglio pastorale, è stata sistemata «con non poche difficoltà economiche– spiega don Edoardo Bonacasa – ma con l’impegno di tantissimi parrocchiani che non si sono tirati indietro». Don Bonacasa ha chiarito anche che nella casa, visto lo spazio, sarà accolto anche un secondo ragazzo migrante che vivrà l’appartamento insieme a Seckou. «I due giovani non saranno lasciati soli – ha specificato don Bonacasa – ma la comunità parrocchiale si è impegnata ad accompagnarli».  «La nostra speranza è quella che questo piccolo segno possa diventare lievito per altrettante iniziative in Diocesi»ha chiarito Dora Polizzi, segretaria del Consiglio pastorale della Cattedrale.
 

Meeting di Rimini: “Dalle nuove generazioni una speranza per l’Italia”

Rimini -  Un viaggio affascinante dentro il mondo di coloro che sono “figli” dell’esperienza  migratoria dei genitori: i nuovi italiani, protagonisti di una società che sta cambiando pelle e costruttori di una identità arricchita. È quello che propone la mostra “Nuove generazioni. I volti giovani dell’Italia multietnica”, inaugurata al Meeting per l’amicizia tra i popoli nell’agosto 2017 e che nella versione itinerante è stata successivamente allestita in molte città italiane, contribuendo a “cambiare la narrazione” su un tema di scottante attualità e che troppo spesso diventa vittima di contrapposizioni ideologiche e politiche. (Info: www.meetingmostre.com). Migliaia di giovani hanno potuto conoscere le storie raccontate nei pannelli e nei video proposti dalla mostra, confrontarsi e maturare un giudizio sulle fatiche e sui successi di tanti coetanei che si misurano con l’eredità trasmessa dai padri e dalle terre di cui sono figli e nel contempo con i valori della società italiana in cui sono cresciuti e che sentono come la loro casa. Molte testimonianze degli incontri ospitati in scuole, centri culturali e parrocchie sono documentate nella pagina Facebook Nuove Generazioni, che propone video, immagini e resoconti.
E in questi giorni, in occasione dell’edizione 2018 del Meeting di Rimini, questo grande patrimonio umano e culturale fatto di incontri, giudizi, amicizie e iniziative nati sulla scia della mostra, verrà raccontato da coloro che lo hanno  costruito o incontrato. L’appuntamento si intitola “Un anno di incontri. Dalle nuove generazioni una speranza per l’Italia” ed è in programma giovedì 23 agosto alle 17 nei padiglioni della Fiera a Viserba, in Sala Neri. Sarà un modo per declinare il titolo del Meeting di quest’anno: “Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono l’uomo felice”.  Quest’anno la kermesse riminese mette a tema vicende umane che, a volte in sordina e apparentemente con poco rilievo, pongono semi di novità destinati a fiorire, a creare nuovi orizzonti di conoscenza. Il tutto dialogando con esperienze e culture diverse, intercettando le domande dell’uomo di oggi a partire soprattutto da quelle dei giovani, seguendo l’ipotesi affascinante che forse sono proprio le forze che possono renderci felici quelle stesse che possono muovere la storia, con tutto il tempo e la pazienza che saranno necessari.  

Rivista del Cinematografo: il regista Minervini racconta il ritorno del razzismo negli Usa

Roma - Il ritorno del razzismo, dell’odio dei bianchi verso i neri negli Stati uniti, raccontato nel numero di settembre della Rivista del Cinematografo. Autore dell’approfondimento è, con un lungo articolo in esclusiva, Roberto Minervini, il regista italiano in concorso nella sezione principale della 75esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia con il suo film “What You Gonna Do When The World’s On Fire?”. Ecco i numeri citati: “Gli afroamericani ammontano a 40 milioni (pari al 12% della popolazione Usa), dei quali 10 milioni vive ben al di sotto della soglia di povertà, 4 milioni sono ufficialmente disoccupati e 1 milione marcisce in carcere. Il numero 39 si riferisce invece ad uno dei fenomeni politici e sociologici più discussi dell’America post-Jim Crow: i crimini delle forze dell’ordine nei confronti dei neri”, dice il regista. E nel 2018 i neri giustiziati dalla polizia sono già 69. Minervini ricorda come l’escalation di violenza sia iniziata due anni fa, nel luglio 2016, con le uccisioni a sangue freddo per mano delle forze dell’ordine di persone di colore disarmate, come Sterling e Castile. Le rivolte contro la polizia per vendicare le vittime hanno riempito le pagine di cronaca: “Per quanto mi riguarda, i ricordi di tale periodo sono legati non solo agli efferati scontri tra neri e polizia, ma anche e soprattutto alla ricomparsa in pompa magna di un sentimento popolare che pareva essersi estinto: la “paura dell’Uomo Nero”, racconta Minervini. Il problema ha origini storiche mai sopite nel tempo, come dimostrano le statistiche, in base alle quali il 32% degli omicidi perpetrati dalla polizia negli States sono ai danni degli afroamericani. L’analisi dell’autore prosegue ancora ragionando sull’era Trump, sulla rinascita del Ku Klux Klan, delle Black Panthers, con le loro azioni di protesta e l’attività investigativa. Aspetti presenti nel suo film e raccontati sul numero di settembre della Rivista del Cinematografo. (Sir)
 

Migrantes: in distribuzione il nuovo numero di “Servizio Migranti”

Roma - Proporre la storia della Fondazione Migrantes oggi non significa solo “rievocare la memoria del passato, né offrire al lettore soltanto uno studio storico – sebbene certamente anche di questo si tratti, e per giunta lungo e accurato. Il rischio, in questi casi, sarebbe infatti quello di dare l’impressione di occuparsi di qualcosa di già concluso, di un percorso – per quanto lungo e significativo – ormai compiuto e nei confronti del quale, per diversi motivi, si intende voltare pagina”. E’ quanto scrive il direttore generale della Fondazione Migrantes, don Gianni De Robertis, nell’editoriale che apre il nuovo numero del periodico di formazione e di collegamento dell’Organismo pastorale della Cei dedicato, in gran parte, alla presentazione di cinque volumi sulla storia della Fondazione scritti da Simone Varisco “Impronte e Scie. 50 anni di Migrantes e Migranti”, edito da Tau.
Il volume si arricchisce di un inserto dedicato ad una riflessione su “I Millennials con Background migratorio, nuovi cittadini ‘felicemente italiani’” curata dalla Prof.ssa Cristina Pasqualini dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. La docente fa excursus nelle storie dei nuovi cittadini italiani sottolineando, nelle note conclusive, che “ancora una volta sono le giovani generazioni le più attrezzate a vivere il tempo presente, ‘naturalmente’ attrezzate di una buona capacità di integrazione, di venire a contatto e relazionarsi – in maniera spontanea e ricercata, in maniera bottom up e non top down – con le differenze; di incontrare le differenze dove le differenze sono presenti, nei tanti luoghi che frequentano, sui territori, nelle grandi città italiane, in cui molto spesso abitano. Tra i giovani, i nuovi cittadini italiani – scrive Pasqualini - sono i nativi-cosmopoliti per definizione, i più avvantaggiati a vivere il nostro tempo. Il processo di costruzione della propria identità è iniziato per questi giovani più di diciotto anni fa, una identità cosmopolita, aperta, la migliore possibile per vivere nella società presente. La cittadinanza è importante, perché rasserena e rassicura, ma soprattutto va meritata e ha un valore inestimabile, perché potenzia uno dei tratti generazionali a cui tengono di più: la libertà di muoversi in Europa e nel resto del mondo. Se compariamo le generazioni, quello che più stupisce noi adulti e studiosi dei Millennials è la loro spiccata ‘apertura’, che non possiamo fare altro che apprezzare, rispettare e preservare. Questa ‘apertura’ è la loro carta vincente per il futuro”.