Primo Piano
Nave Diciotti: preghiere e canti a bordo per i minori sbarcati
E’ quanto è successo, secondo alcuni testimoni - riferisce l’agenzia Agi - ieri sera, quando dall’unità della Guardia costiera sono scesi, molto provati, i minori non accompagnati.
A quel punto chi è rimasto sul ponte ha intonato canti e preghiere con l’augurio che “dopo loro adesso tocchi a noi”.
Mons. Lorefice: “non si può lasciare galleggiare gente sul mare”
Nell’aula liturgica della “Casa di Preghiera per tutti i Popoli”, all’interno della Missione, è stata allestita una grande barca di cartone con dentro tanti bambini provenienti da diverse parti del mondo che al colore della pelle non badano proprio. La barca di cartone ha fatto il giro della chiesa trasportata dai bambini per poi arrivare vicino l’altare dove Biagio Conte l’ha accolta. “Dobbiamo comprendere che siamo tutti nella stessa barca anche noi italiani ed europei. Siamo tutti bisognosi di aiuto, stranieri in terra straniera”. Dal missionario laico anche l’invito a “Fare nostra la frase di Papa Francesco: ‘Non muri ma ponti’. Non chiudiamo il cuore a chi ci porge la mano e ci chiede aiuto. Ricordiamoci che siamo tutti stranieri in terra straniera”. All’interno della struttura di accoglienza campeggiava uno striscione con la scritta: “Insieme per costruire un mondo migliore”.
In calendario sono previsti altri tre appuntamenti prima della visita del pontefice che proprio alla Missione consumerà il pranzo insieme ad una rappresentanza di migranti, di carcerati e di ospiti della “Casa dei giovani”.
Diciotti: a bordo una delegazione del Garante dei diritti delle persone private di libertà
A disporre la visita il Garante nazionale Maurizio Palma.
Ramonda (Apg23): “sbarchiamo i profughi e poi chiediamo impegno a UE”
“Ben sappiamo che il peso del flusso migratorio non può ricadere sulla sola Italia - continua Ramonda - tuttavia non possiamo far pagare il prezzo dell'inadempienza degli altri Stati europei ai migranti, già provati da un terribile viaggio in mare e dalla permanenza in Libia”.
Diocesi Catania: appello per i migranti della “Diciotti”
Nave Diciotti: ferma ancora nel porto di Catania. Scendono solo 29 minori
Calcio, uno sport che integra
E i numeri presentati da Uva presentano un panorama di cui la parte “dorata” del pallone è solo un piccola fetta: “La federazione ha un milione mezzo di iscritti, 13mila società e 70mila squadre. Lungo lo stivale in un anno un arbitro fischia l’inizio di una partita ogni 58 secondi. E una disciplina così diffusa si confronta ogni giorno con la realtà di una società in costante cambiamento, anche e soprattutto nella sua composizione etnica e di origine geografica. Nel nostro paese su dieci milioni di individui under 16, il 10% è figlio di genitori stranieri o è arrivato dall’estero. Insieme alla scuola è proprio lo sport: quel milione nell’80% dei casi fa sport dilettantistico o agonistico”.
“La UEFA – ha continuato Uva – ha stabilito dei paletti giustamente molto rigidi per il tesseramento di giovani nelle federazioni nazionali. Obiettivo è contrastare un mercato dei sogni per cui si portavano in Europa ragazzini di altri continenti per farli diventare campioni e li si abbandonava nel momento in cui mostravano i loro limiti di crescita tecnica – ha spiegato – ma di fronte alla realtà di una società sempre più multietnica abbiamo chiesto e ottenute norme diverse. Risultato: in due anni siamo arrivati a 60mila tesserati under 18 stranieri. È come se la mia città d’origine, Matera, fosse abitata solo da giovani appassionati di calcio di altri paesi”. Del resto, ha ricordato il relatore, la composizione del team francese campione del mondo ci dice quale sia oggi la realtà di integrazione offerta dal calcio: nella rosa dei 23 “Blues” solo due sono nati in Francia da genitori francesi. Gli altri hanno origine e famiglie di tutt’altra provenienza.
E c’è un programma, un’attività costante che a Uva sta molto a cuore e sui cui la FIGC sta investendo impegno e risorse. Il calcio è entrato nei centri di accoglienza per adolescenti migranti e senza famiglia. La federazione mette a disposizione istruttori, allenatori, dotazione tecniche e ha inserito nel percorso educativo di questi ragazzi anche il calcio. Non si tratta, però, di un “riserva indiana”. Le squadre dei centri partecipano a tornei, collaborano con le società calcistiche del territorio e compongono formazioni miste insieme ai loro coetanei italiani. Come recita il titolo dell’incontro il calcio è anche fattore d’integrazione. Soprattutto, come diceva Mandela: “Unisce le persone e può creare speranza dove prima c’era solo disperazione”.
P. Czerny: “la nostra Chiesa impari sempre più ad accompagnare i migranti”
Brasile: Chiesa e società civile dicono “si all’accoglienza”
Il documento ricorda poi che lo stesso Roraima è stato in gran parte formato da persone provenienti da altri paesi. "Diciamo basta all'odio e sì all'accoglienza", conclude richiamando alla comune responsabilità di non incitare alla violenza.
Anche mons. José Luis Azuaje, arcivescovo di Maracaibo, Presidente della confernza episcopale del Venezuela ha ricordato che "questo mondo è fatto per tutti. Le frontiere sono linee immaginarie tracciate per fare ordine, ma non per impedire la realizzazione degli esseri umani. Il migrante è un essere umano che ha dignità in sè stesso, indipendentemente dalla razza, dal credo o dall'ideologia". "Di cosa abbiamo paura? Ampiare gli orizzonti è più gratificante che chiudersi a vivere come si è sempre fatto", rileva il Vescovo, ringraziando la Chiesa brasiliana per l'accoglienza offerta con generosità ai suoi compatrioti. E sottolinea: "Noi venezuelani ci siamo sempre distinti perchè accogliamo persone di altri paesi, da sempre. Se usciamo dal paese è perchè le condizioni di sicurezza economica, personale e legale non permettono la vita. È un fatto di vita o morte per milioni di persone". Secondo stime ONU sono 2,3 milioni i venezuelani in fuga dal loro paese.
Malta: soccorse stamane 100 persone dalla marina militare
Il salvataggio sarebbe avvenuto a 68 miglia nautiche (125 km circa) a sud dell'isola.
Nave Diciotti: le valutazioni del Garante dei diritti delle persone private della libertà
Dublino: la comunità italiana in attesa di Papa Francesco
Così questa mattina Papa Francesco ha invitato a pregare per il suo viaggio in Irlanda in occasione dell’Incontro Mondiale delle famiglie, in corso a Dublino fino a Domenica. Anche la comunità italiana che vive nella Capitale irlandese è molto impegnata in queste ore nell’organizzazione. Il coro parteciperà attivamente alla messa finale con Papa Francesco a Pheonix Park, domenica dove gli italiani saranno molto presenti insieme sai tanti che arrivano dall’Italia e che parteciperanno anche alla celebrazione eucaristica, venerdì 24 agosto, presso St. Joseph Church, presieduta dal presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Gualtiero Bassetti. “Siamo una comunità cattolica formata principalmente da italiani ma aperti a tutti coloro che desiderano partecipare alla messa in lingua italiana e a momenti comunitari di preghiera e meditazione”, spiegano: “apparteniamo all’Arcidiocesi di Dublino e la nostra cappella è l’Oratorio della St. Mary's Pro Cathedral di Dublino. Il nostro Cappellano mons. Fintan Gavin celebra ogni seconda domenica del mese la messa in lingua italiana e ogni ultimo sabato del mese la comunità si riunisce per un momento di lettura e riflessione della Sacra Scrittura” . Per li italiani di Dublino l’Incontro Mondiale delle Famiglia rappresenta “un'occasione di gioia per tutti noi e sicuramente una opportunità per conoscere altre persone, italiane e non, che si avvicineranno al nostro gruppo con l'intenzione di condividere il cammino verso Gesù”.
La Repubblica d'Irlanda conta oggi circa 4700000 abitanti mentre gli italiani presenti sono oltre 13mila, la maggioranza residente a Dublino dove spesso si concentrano anche le sedi delle grandi imprese multinazionali. “Molti italiani - spiegano alla comunità - tendono per questa ragione a trasferirsi a Dublino piuttosto che nelle aree rurali anche se è possibile trovare nostri connazionali un po' ovunque nel paese, in prevalenza nei centri urbani come ad esempio Cork, Limerick o Galway”. L’emigrazione italiana in questo Paese non è recente ma risale alla fine della Seconda Guerra Mondiale con l'insediamento dei primi italiani cattolici a Dublino. Il primo italiano però ad approdare sulle coste d’Irlanda è stato Cristoforo Colombo, precisamente – come scriveva qualche anno fa il Rapporto “Italiani nel Mondo” della Fondazione Migrantes – a Galway prima di imbarcarsi nel suo viaggio alla scoperta delle Americhe. Il simbolo dell’emigrato italiano ad avere successo in Irlanda è stato Carlo Bianconi, originario della provincia di Lecco, giunto nel Paese nel 1802, imprenditore e successivamente anche Sindaco di Clonnel, magistrato e gran giurato nella contea di Tipperay. E poi Alessandro Marconi che costruì qui la più potente delle stazioni radio da lui istituite dalla quale, nel 1907, fu realizzata la prima comunicazione radio transoceanica tra l’Irlanda e Glace Bay in Canada. E proprio in ricordo del centenario di questo evento la cittadina di Clifdel, nel 2007 – ricorda il rapporto Migrantes – si è vestita dei colori italiani “tagliando il nastro al primo museo Guglielmo Marconi, una occasione questa per ricordare lo storico evento e commemorare lo scienziato italiano”.
Una seconda ondata di emigrazione italiana è quella a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento. Gli italiani scoprirono il Fish & Chips che diventò ben presto uno dei piatti tipici irlandesi grazie al contributo dato dagli emigrati italiani. (Raffaele Iaria)
Libasse, salvato dall’amicizia
E quando anche il mito del calcio è naufragato, Libasse stava per precipitare.
L’incontro con don Claudio Burgio, l’associazione Kairos e il 26enne milanese Daniel Zaccaro, – protagonisti di uno dei primi incontri del Meeting di Rimini, in corso di svolgimento – lo ha salvato. Attraverso l’amicizia Libasse ha compreso il diverso: ripresi gli studi, a luglio si è diplomato.
«Ho scoperto nell’ospite un dono e che la paura dell’altro non è altro che il riflesso di una paura di se stessi» ha raccontato commuovendo la platea di Rimini. (Paolo Guiducci)
Figli dell’accoglienza figli di questa terra
Giuseppe è figlio di Peter, ghanese, e Mary, nigeriana. Abbiamo scritto (Avvenire, ndr) di loro il 3 agosto nell’ultima puntata del reportage sul caporalato: «Lui lavorava in nero a Tre Titoli. Conosce lei tramite Facebook. Scopre che fa la prostituta. Paga la “maman” e la libera. Ora, grazie ai volontari diocesani, non vivono più a Tre Titoli. Lui fa il custode a Cerignola con un contratto regolare. Lei aspetta un bimbo, in arrivo nei prossimi giorni. La vita e l’amore vincono. Grazie a tanti amici».
Il nome di uno di loro, Giuseppe Leone, dell’ufficio diocesano Migrantes, è stato scelto dai due giovani per il piccolo. «Ti presento il figlio di quei due ragazzi africani di cui ti ho parlato. Storia a lieto fine per questo figlio acquisito. Lo hanno chiamato come me. Simbolo del legame che si è creato nelle macerie di quel ghetto. Dio benedica grandemente la loro vita», ci ha scritto inviandoci le foto del bimbo assieme alla mamma, stanca ma felice. Un altro «invasore»? O un figlio d’Italia? Sicuramente la mamma e il papà in Italia hanno subìto troppo sfruttamento: da “clienti”, caporali e padroni. Ma hanno incontrato, per fortuna, anche un’Italia ancora più vera che accoglie, sostiene, abbraccia, vive e fa vivere nelle regole. Che non ha paura del “diverso”, che difende umanità e dignità, soprattutto laddove c’è violenza, sfruttamento, intolleranza.
Come per Salem e Saber che in eritreo vogliono dire Pace e Pazienza. Nomi più che simbolici. Mamma e papà, assieme alla sorellina di 9 anni sono arrivati a marzo coi corridoi umanitari della Cei, dopo anni di guerra e campi profughi. E ora, grazie alla diocesi di Aversa, all’impegno convinto del vescovo Angelo Spinillo e del direttore della Caritas, don Carmine Schiavone, sono ospitati nella parrocchia di San Nicola di Casal di Principe, la parrocchia di don Peppe Diana, il sacerdote ucciso della camorra il 19 marzo 1994. Negli stessi ambienti dove don Peppe già negli anni 90 ospitava migranti sfruttati e vittime di tratta. Perché già allora, prima di tanti, aveva capito il dramma di questi uomini e queste donne. E aveva aperto le porte della parrocchia. Oggi all’ingresso un bel cartello porta la scritta «Sportello informativo e di segretariato sociale per immigrati “don Peppe Diana”». Il parroco don Franco Picone, vicario generale della diocesi di Aversa, ha raccolto il testimone di don Peppe e tenuto aperte le porte. Così la speranza nasce in queste stanze.
Sul lettone i due gemellini sgambettano felici, osservati con tenerezza da mamma, papà, dalla famiglia tutor, Ivana e Nunzio, e dai volontari. Quanto sono diverse queste immagini da tante, troppe, parole “in libertà” di questi giorni. Parole cupe, dure, di chiusura a prescindere. Anche in bocca a ministri e parlamentari.
Giuseppe, Salem, Saber, sono figli della speranza, figli dell’accoglienza, figli d’Italia. Accanto a loro c’è il cuore del nostro Paese. Porte e porti aperti, con amore ed efficacia.
Per due settimane di questa estate 2018 abbiamo raccontato storie di sfruttamento, dolore, sofferenza. Ma abbiamo incontrato anche queste belle storie. Ci sono e sono concrete. Vanno conosciute, sostenute, fatte crescere come i tre piccoli, nati italiani da migranti accolti da italiani. Non ci sono solo violenti insulti, preoccupanti intolleranze, inaccettabili sopraffazioni. Ci sono cuori disponibili e sorrisi convinti. Ci sono grandi mani che stringono manine. Siamo giustamente indignati per i colpevoli ed evitabili patimenti e per le morti di tanti, troppi, piccoli. E abbiamo nel cuore gli abitini rossi dei piccoli annegati nel Mediterraneo.
Giuseppe, Salem e Saber hanno, invece, abitini bianchi, candidi come la vita che auguriamo loro. Senza mai dimenticare chi in Italia non è mai arrivato o non è riuscito a nascere, chi ha perso mamma e papà.
Tutti possono stare tranquilli: non sono mai sbarcati. Nulla hanno tolto agli italiani. Nulla toglieranno. Non “disturberanno” sulle nostre spiagge o sui nostri treni, prima o poi – nonostante una legge sulla cittadinanza vecchia e a ostacoli – quelle spiagge e quei treni saranno formalmente anche loro. E non saranno sfruttati o comprati. Non raccoglieranno pomodori con tanto lavoro e per pochi euro.
Almeno per loro il “pericolo” è passato (anche se non del tutto).
Giuseppe, Salem, Saber ce l’hanno fatta. Portano il nome del papà per eccellenza, della pace e della pazienza. Parole di cui abbiamo più che mai bisogno. Sono la memoria e il presente, il dramma e la speranza. Sono l’Italia, che è casa nostra e casa loro.
Benvenuti piccoli, buona strada. Insieme a noi, a tutti noi. (Antonio M. Mira – Avvenire)
Migrantes, Libera e Pax Christi sulla situazione della nave Diciotti
Roma - “Ancora una volta ci troviamo a ribadire con forza che l' immigrazione non è reato, tanto più se è migrazione forzata, in fuga da povertà e guerre, separata da affetti e legami, alla ricerca di speranza e dignità. La situazione in cui versano le 177 persone imbarcate nella nave Diciotti, a cui viene impedito di mettere piede a terra, ci retrocede come tante altre vicende recenti e meno recenti nel grado di civiltà e di umanità”. E’ quanto scrivono stasera, in una nota, d. Gianni De Robertis, Direttore Generale della Fondazione Migrantes, d. Luigi Ciotti, presidente di Libera e Gruppo Abele e mons. Giovanni Ricchiuti, Presidente nazionale di Pax Christi sulla vicenda della nave Diciotti, con a bordo 177 persone soccorse nei giorni scorsi al largo di Lampedusa, ferma nel porto di Catania. Il pattugliatore della Guardia Costiera italiana è attraccata ieri sera nel porto siciliano dopo essere rimasta bloccata per 5 giorni in mare. Dalla nave militare però nessuno può scendere. “È giusto che l' Europa si faccia carico nel suo insieme di una tragedia che ha contribuito non poco a provocare, ma - dicono Migrantes, Libera e Pax Christi - le inadempienze della politica non possono ricadere sulle spalle degli ultimi e degli indifesi, usati oggi come strumenti di ricatto per bassi giochi di potere. Quindi ben venga la ricerca di accordi vincolanti a livello continentale, ma intanto le persone si soccorrono e si accolgono. È questo il dovere della politica, ma è anche il compito di un popolo che ha dimostrato tante volte la sua vocazione all' ospitalità”. (Raffaele Iaria)
Mazara del Vallo: migrante ospitato nella casa canonica
Meeting di Rimini: “Dalle nuove generazioni una speranza per l’Italia”
E in questi giorni, in occasione dell’edizione 2018 del Meeting di Rimini, questo grande patrimonio umano e culturale fatto di incontri, giudizi, amicizie e iniziative nati sulla scia della mostra, verrà raccontato da coloro che lo hanno costruito o incontrato. L’appuntamento si intitola “Un anno di incontri. Dalle nuove generazioni una speranza per l’Italia” ed è in programma giovedì 23 agosto alle 17 nei padiglioni della Fiera a Viserba, in Sala Neri. Sarà un modo per declinare il titolo del Meeting di quest’anno: “Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono l’uomo felice”. Quest’anno la kermesse riminese mette a tema vicende umane che, a volte in sordina e apparentemente con poco rilievo, pongono semi di novità destinati a fiorire, a creare nuovi orizzonti di conoscenza. Il tutto dialogando con esperienze e culture diverse, intercettando le domande dell’uomo di oggi a partire soprattutto da quelle dei giovani, seguendo l’ipotesi affascinante che forse sono proprio le forze che possono renderci felici quelle stesse che possono muovere la storia, con tutto il tempo e la pazienza che saranno necessari.
Rivista del Cinematografo: il regista Minervini racconta il ritorno del razzismo negli Usa
Migrantes: in distribuzione il nuovo numero di “Servizio Migranti”
Il volume si arricchisce di un inserto dedicato ad una riflessione su “I Millennials con Background migratorio, nuovi cittadini ‘felicemente italiani’” curata dalla Prof.ssa Cristina Pasqualini dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. La docente fa excursus nelle storie dei nuovi cittadini italiani sottolineando, nelle note conclusive, che “ancora una volta sono le giovani generazioni le più attrezzate a vivere il tempo presente, ‘naturalmente’ attrezzate di una buona capacità di integrazione, di venire a contatto e relazionarsi – in maniera spontanea e ricercata, in maniera bottom up e non top down – con le differenze; di incontrare le differenze dove le differenze sono presenti, nei tanti luoghi che frequentano, sui territori, nelle grandi città italiane, in cui molto spesso abitano. Tra i giovani, i nuovi cittadini italiani – scrive Pasqualini - sono i nativi-cosmopoliti per definizione, i più avvantaggiati a vivere il nostro tempo. Il processo di costruzione della propria identità è iniziato per questi giovani più di diciotto anni fa, una identità cosmopolita, aperta, la migliore possibile per vivere nella società presente. La cittadinanza è importante, perché rasserena e rassicura, ma soprattutto va meritata e ha un valore inestimabile, perché potenzia uno dei tratti generazionali a cui tengono di più: la libertà di muoversi in Europa e nel resto del mondo. Se compariamo le generazioni, quello che più stupisce noi adulti e studiosi dei Millennials è la loro spiccata ‘apertura’, che non possiamo fare altro che apprezzare, rispettare e preservare. Questa ‘apertura’ è la loro carta vincente per il futuro”.