Primo Piano

Giovane migrante morto assiderato tra Italia e Francia

Roma - Un giovane migrante, soccorso ieri notte lungo la strada nazionale 94 del Monginevro perché trovato in grave stato di ipotermia, è morto all'ospedale di Briancon. La Procura di Gap ha aperto un fascicolo per "omicidio involontario". Secondo quanto riferito da Le Dauphine.com, versione online del quotidiano francese dell'Alta Savoia, si tratta di un uomo di una ventina di anni.
A notarlo sarebbe stato un camionista, poco prima delle 3 di mattina, in arresto cardiocircolatorio. L'uomo ha cercato di rianimarlo e nel frattempo è intervenuta la polizia di frontiera. Il giovane africano è stato portato all'ospedale di Briancon dove è stato dichiarato morto.
Le abbondanti nevicate dei giorni scorsi rendono ancora più inaccessibili sentieri e stradine della zona. Il giovane era originario del Togo. L'anno scorso erano stati ritrovati 3 corpi di migranti assiderati.
 

Istat: oltre 5milioni gli stranieri residenti in Italia, 8,7% della popolazione

Roma - Al 1° gennaio 2019 si stima che la popolazione italiana ammonti a 60 milioni 391mila residenti, oltre 90mila in meno sull’anno precedente. La popolazione di cittadinanza italiana scende a 55 milioni 157mila unità. I cittadini stranieri residenti sono 5 milioni 234mila (+17,4 per mille) e rappresentano l’8,7% della popolazione totale. Il dato è stato fornito oggi dall’Istat con la pubblicazione del Report sugli indicatori demografici.
Il saldo migratorio con l’estero, positivo per 190mila unità, registra un lieve incremento sull’anno precedente, quando risultò pari a +188mila. Aumentano sia le immigrazioni, pari a 349mila (+1,7%), sia le emigrazioni, 160mila (+3,1%), rileva l’Istituto di statistica. 
I flussi in ingresso, perlopiù dovuti a cittadini stranieri (302mila), hanno toccato il livello più alto degli ultimi sei anni. Solo 40mila emigrazioni per l’estero, su complessive 160mila, coinvolgono cittadini stranieri. Tra i cittadini italiani continuano a essere più numerose le partenze dei ritorni. Nel 2018 risultano, infatti, 47mila rimpatri e 120mila espatri, evidenzia ancora il report dell’Istat.
 

Diocesi di Faenza-Modigliana: il progetto “Liberi di integrarsi”

Faenza - Sulla scia della Campagna CEI “Liberi di partire, liberi di restare”, volta a incentivare la sperimentazione di percorsi di accoglienza, tutela e integrazione dei migranti che giungono nel nostro paese, nasce nella diocesi di Faenza-Modigliana il progetto “Liberi di integrarsi”, frutto di un percorso di condivisione tra la Caritas diocesana e le gli uffici Pastorali Migrantes e Missionario. Il progetto, gestito dalla Fondazione Pro Solidarietate, vede come soggetti co-gestori alcune associazioni cattoliche locali, che si occupano di accoglienza di giovani migranti vittime di tratta e di trafficking: Farsi Prossimo, Comunità Papa Giovanni XXIII, Francesco Bandini, Amici Mondo Indiviso/ Coop. Soc. CEIS A.R.T.E. Il progetto è reso possibile grazie ai fondi CEI, stanziati per dare attuazione operativa alla Campagna nelle diocesi e il suo principale obiettivo è favorire percorsi di integrazione lavorativa per i richiedenti protezione internazionale accolti sul territorio, con priorità per le donne, spesso vittime di tratta o di ‘trafficking’.
Per favorire l’acquisizione di competenze professionali, facilitare un primo ingresso nel mondo del lavoro, supportare progetti di vita volti all’autonomia e sensibilizzare il mercato del lavoro locale all’integrazione dei migranti, saranno attivati corsi professionali per facilitare l’inserimento lavorativo nel campo delle pulizie, della ristorazione e per la realizzazione di semplici lavori di ristrutturazione di interni.
Il percorso, attivato ad inizio 2018, sarà avviato in collaborazione con il Cefal (Consorzio Europeo per la Formazione e l’Aggiornamento dei Lavoratori) e prevede una prima fase di formazione teorico pratica e una seconda fase di inserimento in aziende attraverso l’attivazione di stage o tirocini.
 
 

P. Czerny: “ognuno deve chiedersi: cosa posso fare io per eliminare la Tratta?”

Città del Vaticano -  “Ognuno di noi deve chiedersi: cosa posso fare io per eliminare la tratta?”. È l’invito lanciato da p. Michael Czerny, sottosegretario della Sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, durante la conferenza stampa di presentazione, in sala stampa vaticana, della Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone, che si celebra domani, memoria liturgica di santa Giuseppina Bakhita.
“Come è possibile che la piaga del traffico di esseri umani persista nel 21° secolo?”, ha esordito il religioso, citando i recenti Orientamenti pastorali pubblicati dal suo dicastero nel gennaio scorso, che “aiutano a comprendere più profondamente il fenomeno” e a trovare risposte “per un impegno a lungo termine”. Il fenomeno della tratta, ha fatto notare Czerny, “è nascosto e invisibile ma diffuso ovunque, come la corruzione. Lo Stato deve proteggere i suoi cittadini e abitanti dallo sfruttamento e dalla schiavitù e fare ogni sforzo per perseguirla e punire”.
“I testimoni ci descrivono inganni, coercizioni e sofferenze inimmaginabili”, ha fatto notare il sottosegretario del Dicastero: “La loro testimonianza mostra concretamente cosa può essere violato in una vita umana per il piacere e il profitto di altri. È inconcepibile”.
 
 

Card. Montenegro: lottare per una società più giusta e interessarsi dei poveri e dei migranti

Catania - “Noi spesso pensiamo di essere buoni cristiani perché preghiamo, qualche volta frequentiamo i sacramenti e andiamo in Chiesa. Ma non ci viene in mente che per serio è necessario anche lottare per una società più giusta, preferire e cercare la trasparenza o interessarci dei poveri e dei migranti, mostrare rispetto e offrire amicizia a chi è disprezzato, o essere disponibili verso il parente o il vicino di casa in difficoltà o dare più tempo alla moglie o al marito o ai figli o ai genitori …”. Lo ha detto il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento -  nell’omelia del solenne pontificale che ha presieduto nel duomo di Catania in memoria della patrona della città, Sant’Agata. “Queste cose – ha precisato – sono strettamente legate alla fede, anzi sono la prova del nove di essa”. Per il porporato “non basta dirsi credenti, bisogna essere credibili e lo si è quando si è coerenti e si vive la propria vita, qualunque ruolo occupi nella società, secondo ciò che il Signore chiede nel Vangelo”. “Per esempio, non si può dire di essere amici di Dio se non si sanno amare i fratelli”. “A Cristo – ha assicurato il porporato - non interessano solo le cose che facciamo, ma guarda come le facciamo, cioè quale cuore mettiamo nel farle. La fede non c’è solo quando si conoscono le cose di Dio, ma quando lo lasciamo entrare nella nostra vita. La fede non è un’inquilina comoda e tranquilla; credere, infatti, non è facile. La fede non si vive solo in chiesa ma soprattutto nella vita; si gioca allo scoperto, nelle case, lungo e strade, negli uffici, nelle scuole”. (Carmelo Petrone)
 

L’odissea degli ultimi: sull’isola di Lesbo tra i profughi traditi dall’Europa

Isola di Lesbo -  Sin dal 2015 tappa obbligata soprattutto per siriani, afghani e iracheni diretti verso il Nord Europa lungo la rotta balcanica, Lesbo e le altre isole dell’Egeo restano ancora oggi fortemente sollecitate dall’alto numero di richiedenti asilo bloccati dopo l’accordo tra Ue e Turchia del marzo 2016. Secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, nel solo mese di gennaio circa 1.640 persone, principalmente afghani, hanno raggiunto la Grecia via mare. Sono 547 quelli che sono approdati a Lesbo. Qui sorge l’hotspot di Moria, uno dei centri del sistema europeo per l’identificazione dei migranti. Allestito in una ex struttura militare, il campo dispone di 3.100 posti ma ospita cinquemila persone (a settembre novemila). È gestito dal governo greco con l’aiuto dell’esercito, ma molti servizi sono delegati a Ong spesso al collasso. All’interno è presente l’agenzia europea Easo, ma le domande d’asilo (per le quali gli appuntamenti vengono fissati per il 2020…) sono gestite direttamente dalla Grecia.
Nella recinzione metallica attorno al campo di Moria si aprono buchi abbastanza larghi da passarci attraverso, senza restare impigliati. Sopra corre il filo spinato, ma è precauzione inutile perché chi vive all’interno si mescola liberamente con chi è accampato fuori, nell’uliveto. Ai due ingressi ufficiali vengono fermati solo occidentali e giornalisti, che non entrano senza autorizzazione. È già buio quando ci infiliamo in uno squarcio della recinzione: oltre la rete, le strade del campo illuminate dai fari sono percorse da rivoli di acqua piovana che bagna container, baracche, tende piccole e grandi.
All’esterno, piantato nel terreno molle di pioggia, c’è l’accampamento dell’uliveto che di notte quasi scompare, se non fosse per qualche falò. Sohrab e sua moglie Fatima, giovanissimi afghani, ci indicano il loro rifugio: dietro un telone, si apre una stanzetta di tre metri per due, assi di legno, pareti di cartone rivestite con cura di coperte termiche. Fatima scalda l’acqua per il tè con un bollitore, ma prima stacca da una presa volante la stufetta che manda un debole alito di calore. È al quarto mese di gravidanza e per questo la febbre alta e i dolori al ventre delle ultime ore l’hanno gettata nel panico. In lacrime ha raggiunto l’ospedale di Mitilene, il tempo di una visita ed è stata subito dimessa: l’accoglienza al Pronto Soccorso si è rivelata più gelida del vento che soffia nel campo. La vita in questo hotspot, il centro europeo di identificazione per migranti, è durissima. “Per capire cosa sia Moria, guarda dove dormono i bambini e le donne, anche quelle rimandate qui dall’ospedale quattro giorni dopo il parto” spiega Abdul, coordinatore dei medici volontari di Kitrinos Healthcare, uno dei quattro operatori sanitari del campo. “Immagina di dormire in una tenda battuta dal vento mentre cerchi di tenere al caldo tuo figlio, ma poi non ce la fai, perché fa troppo freddo, con temperature sotto zero”.
I tempi di attesa per la richiesta di asilo variano da pochi mesi fino a un anno e oltre. A Lesbo ora ci sono 7mila migranti, contando anche l’altro campo di Kara Tepe. Solo a Moria sono 5mila, malgrado i posti siano 3.100. “Offriamo assistenza sanitaria di base, per malattie croniche e problemi psicologici, a volte psichiatrici. Alcuni pazienti provengono da fronti di guerra: un ragazzo ci ha raccontato del giorno in cui, di ritorno da scuola, non ha trovato più nessuno della sua famiglia, non c’era più nemmeno la casa. Tutti qui cercano di fare del loro meglio, ma non basta, abbiamo bisogno di supporto. I greci almeno tengono aperti i confini. Potrebbero bloccare le barche in mare come fanno altri Paesi, come da voi in Italia” conclude Abdul. “Com’è possibile che, in una struttura ufficiale europea, il peso delle cure sia tutto a carico di dottori volontari che restano nel campo per turni di due o tre settimane? È responsabilità delle autorità occuparsi di salute” dice amara Caroline Willemen, coordinatrice di Medici senza Frontiere che qui ha due cliniche all’esterno del campo: “Ne avevamo una all’interno, ma nel 2016 dopo l’intesa tra Turchia e Ue l’abbiamo chiusa perché non eravamo d’accordo, non volevamo essere complici: prima Moria era un campo di transito, mentre con l’intesa Ue le persone non sono più autorizzate a lasciare l’isola”. Oltre a una clinica pediatrica, ce n’è una per malattie mentali: “Vediamo pazienti con stress post traumatico, tendenze suicide e sintomi psicotici che non permettono di badare a se stessi, ad esempio, di affrontare la coda per il cibo”. A Moria i pasti si ritirano aspettando per ore, in lunghe file. L’area di distribuzione è spaventosa: un sistema di gabbie all’aperto conduce a una parete d’acciaio dove, da un’apertura stretta, fuoriescono le vaschette dei pasti precotti. “Molte docce non hanno acqua calda. La scorsa settimana una paziente con un bambino piccolo ci ha confidato di averlo lavato solo una volta da inizio anno. ‘Non sono sicura di riuscire a scaldarlo di nuovo, dopo il bagno’, ha detto. E poi, “container senza chiavi, chiusure inappropriate nelle toilette dove spesso manca la luce: molti hanno paura di andarci di notte” conclude la coordinatrice. “Se devo raggiungere il bagno quando è buio, sveglio qualcuno della famiglia per farmi accompagnare” racconta Faezeh, afghana di 20 anni. Studentessa di sociologia in Iran, da quattro mesi è a Moria dove le è capitato di essere importunata da un uomo. Lo racconta seria, ma si illumina, un minuto dopo, parlando dell’attività che svolge per l’Ong Refugee4Refugees: “Quando vengo qui al negozio per la distribuzione gratuita degli abiti mi sento bene, lascio al campo le cose negative. Mi occupo di mostrare i vestiti alle famiglie di rifugiati, cerco con loro taglie e colori”. Tra i volontari c’è anche Mouctar, guineiano. “Qui allo shopgli abiti non vengono distribuiti e basta, ma scelti con calma dalle persone”.
Incontriamo il fondatore dell’associazione, il siriano Omar Alshakal. “A volte, quando vedo lavorare gli uomini del governo e delle grandi organizzazioni non governative, mi chiedo se pensino che i rifugiati siano animali o peggio. I rifugiati vanno coinvolti nella gestione degli aiuti, capiscono la situazione perché ci vivono dentro. Chi gestisce Moria (il governo e l’esercito greco) avrebbe il potere di cambiare la situazione, di spingere l’Europa a muoversi, ma non lo fa. Anzi l’anno scorso prima di un’ispezione Ue il campo è stato ripulito per fare bella figura”.
Gli sbarchi avvengono sulla costa settentrionale, ma anche a sud, di fronte all’aeroporto, dove la Turchia sembra a un passo. Il giorno del nostro rientro in Italia qualcuno ha toccato terra proprio lì, abbandonando sulla riva un giubbotto di salvataggio. Finirà tra le migliaia di altri salvagenti ammassati nella discarica locale, coperta delle macchie arancioni dei tessuti impermeabili stracciati o scoloriti, marea solida nel silenzio di una collina. Visti da vicino, uno a uno, evocano scene di naufragi, di onde che spingono, di corpi che si stringono gli uni agli altri sui gommoni. (Francesca Ghirardelli - www.avvenire.it)
 
 

Progetti CEI: così l’Italia aiuta il mondo

Roma - Scuola, diritti, giustizia. È questo l’orizzonte dei primi 113 progetti destinati ai più poveri fra i poveri, deliberati quest’anno dalla Chiesa italiana. Li ha identificati il Comitato CEI per gli interventi caritativi a favore del Terzo Mondo nella prima delle sue riunioni bimestrali previste nel 2019. Ed è un orizzonte proiettato su tutti i continenti, per complessivi 14,8 milioni di euro: 7.2 milioni per 45 interventi in Africa, 4 milioni per 47 opere in America Latina, 2,1 per 18 destinazioni in Asia, oltre a 1,4 milioni per 3 progetti in Medio Oriente. Gli interventi, sostenuti da quasi trent’anni dalle firme 8xmille dei fedeli italiani, per statuto sono mirati alla promozione umana. Hanno significato così un futuro diverso per le nuove generazioni, con il sostegno all’istruzione; alle donne e alla minoranze, rafforzate nei diritti umani; alle comunità agricole, agli artigiani e a chi cerca lavoro, con misure a sostegno delle economie locali; fino alla dotazione per ospedali e poliambulatori al fine di migliorare l’accesso alle cure. Perché più che mai in un tempo di crisi non si può dimenticare il mondo. “È un atteggiamento miope quello di chi pensa ‘prima noi, poi gli altri’, perché sulla terra siamo come l’acqua in vasi comunicanti. Ingiustizie, migrazioni e povertà non sono contenibili – spiega don Leonardo di Mauro, responsabile del Servizio Cei per gli interventi caritativi a favore dei Paesi del Terzo Mondo –. Invece la solidarietà ci salva, a tutti i livelli. Lo sguardo d’insieme ci rende umani, ci fa agire con lealtà verso tutti i Paesi, come esige il Vangelo. Solo insieme possiamo individuare le possibili soluzioni, e solo insieme si cresce. Lo scambio arricchisce anche chi dona”.
Tra i progetti più significativi tre sono in Africa. In Costa d’Avorio la costruzione di un centro di coordinamento per l’educazione alla pace e la risoluzione dei conflitti; in Madagascar un nuovo capitolo del piano di economia solidale perseguito da anni dalle Suore di San Giovanni Battista per lo sviluppo ecosostenibile dei villaggi di Ampitolova e di Aranta, puntando su biodiversità e cultura locale: si tratta di un centro agricolo di ortofrutta e alleva- mento di qualità che creerà occupazione giovanile. Quindi in Mozambico per una struttura ricettiva nel segno del turismo responsabile nella diocesi di Nacala, a Cabaceira Grande, dando lavoro agli studenti delle scuole secondarie.
In evidenza in America Latina la campagna di formazione ai diritti fondamentali avviata dai Comboniani in Amazzonia, per il rafforzamento delle minoranze la cui sopravvivenza economica dipende dalla tutela ambientale. Poi in Brasile con la costruzione di due centri di accoglienza per i giovani a Belem, anche in questo caso con la formazione professionale mirata all’occupazione. Infine in Colombia dove la diocesi di Caldas formerà nuovi operatori sociali tra 130 giovani e adulti per diffondere i temi della pacificazione e della convivenza civile tra i cittadini provati da una guerra civile di oltre 60 anni, la più lunga della storia sudamericana.
Tra gli interventi di spicco in Asia va ricordato in Myanmar il piano per lo sviluppo integrale delle comunità contadine degli altipiani, per il miglioramento delle condizioni di vita in 10 villaggi nella diocesi di Kalay, con corsi di formazione in nuove tecnologie agricole. Gli ultimi due progetti saranno invece realizzati in Medio Oriente, tra Siria e Libano. Nel 2018 fondi per 118 milioni di euro hanno sostenuto 808 progetti, e per il 2019 sono previsti impieghi per circa 100 milioni di euro. Tutti contributi puntualmente documentati e geolocalizzati sul sito web della Chiesa italiana https://sictm.chiesacattolica.it/. Un impegno di trasparenza verso quanti con la firma hanno condiviso risorse per la missione della Chiesa, sollevando i fratelli più lontani. (Laura Del Sere)
 
 

Un’altra carovana di migranti in Messico

Washington - Una carovana di circa 1.700 migranti centroamericani è arrivata in Messico nella città di confine di Piedras Negras, a ovest di Eagle Pass, che si trova in Texas.
I gruppi precedenti avevano preferito la città di confine di Tijuana. La parte del confine attorno a Eagle Pass è segnata principalmente dal Rio Grande e manca delle lunghe e alte barriere che si trovano a Tijuana.
Tuttavia, il dipartimento della sicurezza nazionale degli Stati Uniti ha annunciato martedì che la «carovana senza legge» non sarebbe stata autorizzata.
«Circa 2.000 stranieri sono arrivati nel Messico settentrionale come parte di una carovana che cerca di attraversare il confine con il Texas. Siamo pronti a prevenirlo», ha dichiarato il segretario della sicurezza interna, Kirstjen M. Nielsen, aggiungendo che saranno adottate «tutte le misure per garantire la sicurezza del confine e del personale delle forze dell’ordine che si trovano in prima linea».
Le immagini trasmesse dai media locali mostrano agenti degli Stati Uniti con attrezzatura antisommossa schierati sul ponte che separa Eagle Pass da Piedras Negras. Le autorità hanno reso noto che agenti della pattuglia di frontiera hanno già arrestato alcuni migranti che hanno attraversato il confine durante la notte.
Il governatore dello stato di Coahuila, Miguel Ángel Riquelme Solís, ha confermato che circa 1.700
persone sono arrivate a bordo di 49 autobus dalle città di Saltillo e Arteaga. Un altro gruppo più piccolo si è diretto verso lo stato limitrofo di Nuevo León. Le strutture già predisposte hanno difficoltà ad accogliere altri migranti. Un rifugio è stato allestito in una fabbrica inutilizzata, dove sono stati forniti materassini, coperte e cibo. Funzionari statali per l’assistenza ai minori riportano la presenza di 46 giovani non accompagnati di età compresa tra i 15 e i 17 anni.
Secondo le stime del Census Bureau, entro il 2060 la popolazione negli Stati Uniti sarà di 404 milioni di persone e quasi tutta la crescita dipenderà dagli immigrati. Lo studio precisa che dei 79 milioni di persone in più previste, 75 milioni saranno gli immigrati legali e le loro famiglie. Senza l’immigrazione, l’aumento sarebbe di soli 3,7 milioni di persone, e sarebbe nu nuovo segnale
che il paese si avvicina alla crescita zero per quanto riguarda la popolazione interna. (Osservatore Romano)
 

Exodus: a Roma una mostra al Caravita

Roma - La Chiesa di San Francesco Saverio del Caravita a Roma ospiterà la mostra “EXODUS”  di Safet Zec, un ciclo di grandi opere pittoriche ispirate al tema delle migrazioni. La mostra  - che sarà inaugurata il 20 febbraio alle 18,00 - sarà aperta tutti i giorni dalle ore 10 alle 19 dal 21 febbraio al 31 luglio 2019 e sarà accompagnata da un vasto programma di incontri tematici ad ingresso libero.
L’evento, promosso e sostenuto dalla Fondazione Migrantes, Caritas Italiana, Caritas di Roma,  è stato realizzato dall’ associazione A.M.I.C.I. con la collaborazione di Agite S.r.l..
L’esposizione del ciclo pittorico Exodus di Safet Zec è accolta nell’oratorio di San Francesco Saverio del Caravita, nel cuore di Roma, a lato della Chiesa di Sant’Ignazio. In questi spazi armonici e suggestivi, il percorso della mostra può proseguire visitando anche la maestosa Chiesa del Gesù dove, nella Cappella della Passione, è collocata la Pala della Deposizione di Cristo, un’altra grande opera dipinta da Safet Zec, svelata e benedetta da papa Francesco il 27 settembre 2014. La mostra è curata da Giandomenico Romanelli, insigne storico dell’arte che per oltre 30 anni ha diretto i Musei Civici Veneziani e che ha dedicato a Safet Zec, rifugiato dalla Bosnia a Venezia, l’antologico Il potere della pittura al Museo Correr nel 2010.
“Nei suoi grandi pannelli dipinti con tecnica mista allestiti nello spazio sacro dell’Oratorio del Caravita - sottolinea Romanelli nel suo saggio in catalogo - Zec ritrova le linee portanti della sua ricerca trentennale, impegno contro ogni guerra e la feroce inutilità della violenza”.
Attraverso l’arte, Zec esprime il suo grido di dolore e di denuncia con intensa e profonda umanità, lasciando parlare i volti e le figure che animano le sue opere.
 

Seme di fratellanza

Ivan Maffeis Roma - Il racconto del viaggio del Santo Padre negli Emirati Arabi Uniti vira e si concentra su tematiche più notiziabili. Difficile, del resto, cogliere la portata di incontri che ridisegnano la storia e l’atlante, aprendo nuovi sentieri a una cultura dell’incontro.
Ottocento anni dopo la visita di San Francesco, il segno posto dal Papa esprime la fiducia nella possibilità di dialogare e rispettarsi anche nella diversità; afferma come, in virtù della fratellanza umana e della dignità inviolabile di ogni persona, non possa trovare cittadinanza alcuna forma di violenza; ripropone la ricchezza di fedi religiose che, nei loro valori, plasmano e custodiscono la vita e il senso della vita, la famiglia, l’educazione, la pace.
Perché pietre e rovi non soffochino il respiro, il contributo dell’informazione rimane decisivo nell'aiutare la terra ad accogliere il seme gettato con larghezza.
 
 

Associazione 21 luglio: un percorso per non dimenticare le vittime dei lager

Roma - Una marcia per ricordare una “shoà” dimenticata. “Abbiamo voluto organizzare questo evento per mettere al centro soprattutto l' eccidio di rom e sinti - dice Carlo Stasolla, presidente dell'Associazione 21 Luglio - che in questa Settimana della Memoria è stato dimenticato dalle istituzioni ancora una volta, perché la legge che istituisce la Giornata della Memoria è vittima di un'amnesia. La nostra intenzione è quella di riproporla ogni anno per tenere accese le luci della memoria anche sulla comunità rom”. Il presidente dell'Associazione 21 luglio ricorda come la legge 211 del 2000, istitutiva della Giornata della Memoria, cita esplicitamente solo “il popolo ebraico” e poi genericamente “gli italiani che hanno subìto la deportazione”. Per questo domenica 3 febbraio l'Associazione 21 luglio, con il patrocinio di Progetto Memoria, ha promosso una “Passeggiata urbana per abbracciare tutte le Memorie”. La manifestazione è partita alle 11 in largo 16 ottobre 1943, nel cuore del ghetto ebraico romano, dove ha dato spazio alla testimonianza di Lello Dell'Ariccia, sopravvissuto alla Shoah. I partecipanti si sono poi recati presso piazza di San Marco, dove è stato possibile ascoltare gli interventi dell' antropologo Piero Vereni e dell' antropologa e attivista antirazzista Anna Rivera. La terza tappa in piazza Madonna dei Monti, dove è stata letta la storia del “Porrajmos”. La passeggiata si è conclusa in via degli Zingari, così chiamata perché qui tra il '500 e il '600 si era insediata una comunità zingara, dove tutti hanno depositato un fiore dinanzi la targa che ricorda le morti di rom e sinti uccisi dalle barbarie fasciste. Ha preso parte all'evento anche il direttore della Fondazione Migrantes don Gianni De Robertis. Tutti i partecipanti hanno attaccato sulla giacca un adesivo con due simboli: la stella gialla a sei punte di David e il triangolo marrone con cui venivano “marchiati” i rom nei campi di sterminio, proprio a voler simboleggiare l'abbraccio delle due memorie. “Porrajmos” in lingua romanì significa “il grande divoramento”. E' il genocidio di cui sono stati vittime, nelle camere a gas e poi inceneriti nei forni crematori, centinaia di migliaia di rom e sinti. Secondo alcuni gli storici addirittura mezzo milione. Uomini, donne, anziani, bambini colpevoli solo di esistere. I rom spesso furono vittime degli esperimenti dei vari “dottor morte”, come Josef Mengele, convinti che gli “zingari”, popolazione di origine indoeuropea, fossero in origine di razza ariana, ma “contaminati” con il wandergen, un presunto “gene del nomadismo”. Le mescolanze avvenute durante il secolare nomadismo dall'India, avrebbero disperso i caratteri originali della “razza”, deviandola irrimediabilmente. Per evitare il perpetuarsi di commistioni, il nazismo prima di mettere in moto la macchina dello sterminio di massa cercò anche di imporre la sterilizzazione per tutti gli zigeuner sopra i 12 anni.
 

Diocesi di Treviso: “Non si tratta – Il diritto di essere esseri umani”

Treviso - Anche quest’anno, per il terzo anno, alcune realtà ecclesiali e associative di Treviso si sono messe insieme per continuare a dar voce al tema della tratta di esseri umani.
Si ritiene fondamentale e necessario approfondire e conoscere le dinamiche che generano e governano il traffico di persone da Paesi più poveri per lo sfruttamento in diversi ambiti: lavorativo, sessuale, dell’accattonaggio, delle economie illegali e del traffico d’organi, anche nel nostro Paese e nel nostro territorio, spiega una nota della diocesi.
La spinta è nata dall’invito di papa Francesco a promuovere una “Giornata di riflessione e preghiera contro la tratta degli esseri umani” in occasione della memoria di santa Giuseppina Bakhita (8 febbraio) che, alla fine dell’Ottocento, è arrivata dal Sudan in Italia, venduta più volte come schiava, poi liberata e divenuta religiosa canossiana. E’ la storia che si ripete oggi con nomi e volti nuovi, in “un contesto politico e sociale che comunque stenta a riconoscere la necessità di salvaguardare il diritto di essere ‘esseri umani’, qui e altrove”.
L’edizione di quest’anno dell’iniziativa “Non si tratta 2019” ha per tema “Il diritto di essere ‘esseri umani’” e vuole approfondire le cause che generano migrazioni forzate e tratta di persone e come queste cause siano strettamente legate alla negazione di alcuni diritti fondamentali nei Paesi di origine e alle politiche migratorie.
Ad aiutare la riflessione sarà la prof.ssa Paola Degani, docente di Diritti Umani delle donne (Women’s human Rights) presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Giuridiche e Studi internazionali dell’Università di Padova, che interverrà proprio sul tema “Diritti umani, migrazioni forzate e tratta di persone”. Interverrà, quindi, la mediatrice culturale Blessing Okoedion, co-autrice del libro “Il coraggio della libertà” che, attraverso la sua storia, testimonierà appunto il coraggio di “Liberarsi per liberare” e di essere oggi qui in Italia per sostenere i diritti di altre donne trafficate. L’incontro sarà introdotto e moderato dalla giornalista e scrittrice Anna Pozzi co-autrice dello stesso libro.
 

Tratta: domani la presentazione della giornata contro la Tratta

Città del Vaticano – Sarà presentata domani, giovedì 7 febbraio  presso la Sala Stampa della Santa Sede, la Giornata Mondiale di Preghiera e Riflessione contro la Tratta di Persone, promossa dall’Unione Internazionali delle Superiore e dei Superiori Generali (UISG/USG), che ricorre ogni anno l’8 febbraio, giorno di Santa Giuseppina Bakhita. Il tema di quest’anno sarà “Insieme contro la tratta di persone”.
Alla conferenza interverranno p. Michael Czerny, Sotto-Segretario della Sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale; p. Frederic Fornos, Direttore internazionale della Rete Mondiale di Preghiera del Papa e sr. Gabriella Bottani, Coordinatrice internazionale di Talitha Kum.
 

Diocesi Mazara del Vallo: a Campobello di Mazara del Vallo la Giornata contro la Tratta

Mazara del Vallo - Si celebra quest’anno a Campobello di Mazara la Giornata internazionale contro la tratta, organizzata a livello diocesano. Domenica 10 febbraio, alle 9,30 la santa messa verrà celebrata presso la parrocchia Madonna di Fatima. Alle 18,30 in chiesa madre. Al termine delle due celebrazioni, verrà allestito un banchetto espositivo con i lavori creati da giovani donne nigeriane nel percorso di integrazione “Il tuo futuro in Italia”.
Da anni la Caritas diocesana segue, con un team, l’attività di dialogo con alcune ragazze nigeriane che si prostituiscono nel territorio tra Castelvetrano, Campobello di Mazara e Mazara del Vallo. Gli incontri periodici anche fatti lungo le vie dove le donne immigrate si offrono ai clienti, hanno consentito di poter avviare con loro un dialogo nell’ottica di un allontanamento dall’attività di prostituzione.   
 

Padova: Cammino e veglia di preghiera contro la Tratta

Padova - In occasione della V Giornata mondiale di preghiera contro la tratta delle persone, venerdì 8 febbraio si terrà a Padova la veglia di preghiera “Insieme contro la tratta di persone”. Il momento di riflessione e preghiera prevede un breve tratto di cammino, dalla stazione al Tempio della Pace e poi il momento di preghiera. L’appuntamento, infatti, è alle ore 20.30 in piazzale della Stazione da dove ci si metterà in cammino verso il Tempio della pace qui, alle ore 21, inizierà il momento di preghiera.
La Giornata mondiale di preghiera contro la tratta di persone si celebra l’8 febbraio, memoria liturgica di santa Bakhita, suora canossiana di origine sudanese, divenuta simbolo universale dell’impegno della Chiesa contro la tratta.
La prima edizione venne celebrata l’8 febbraio 2015, per volontà di papa Francesco, che nel 2014 ha incaricato le Unione Internazionale delle Superiore e dei Superiori Generali di promuovere questa giornata, ne è nata una rete mondiale che coordina una serie di organizzazioni partner che preparano questa giornata a livello internazionale [Dicastero per la Vita Consacrata, Sviluppo Umana e Integrale, Unione Internazionale delle Associazioni Femminili Cattoliche e gruppo di lavoro contro la tratta della commissione giustizia e pace della UISG/USG (ATWG)]
«La “tratta di persone” oggi riguarda di fatto ogni nazione. Le donne e i bambini sono le vittime principali e vengono trafficati soprattutto per lo sfruttamento sessuale. È una delle attività criminali più redditizie e cresce rapidamente, come il traffico di droga e armi. Data la natura clandestina del fenomeno, è difficile fare statistiche, ma disponiamo di stime attendibili. Le ultime stime pubblicate dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) nel 2014 affermano che nel mondo ci sono circa 21 milioni di persone in situazione di traffico di persone.  Si stima che ogni anno vengano trafficate da 700.000 a 2.000.000 di persone. La maggior parte delle vittime è originaria dell’Asia […] gran parte delle vittime della tratta è sfruttato sessualmente; il resto è trafficato per lo sfruttamento lavorativo, adozioni illegali di bambini, espianto di organi, matrimoni forzati, vendita di spose per corrispondenza, servitù domestica, lavori forzati (nell’edilizia, per esempio), traffico di droga e altre pratiche criminali, accattonaggio e altre forme di sfruttamento».. Approfondimenti sulla giornata al sito https://preghieracontrotratta.org
 
 

Papa Francesco: appello per barcone affondato alle Bahamas

Città del Vaticano - “Sabato scorso, vicino all’arcipelago delle Bahamas, è affondato un barcone con a bordo decine di migranti provenienti da Haiti e in cerca di speranza e di un futuro di pace. Il mio pensiero affettuoso va alle famiglie provate dal dolore, nonché al popolo haitiano colpito da questa nuova tragedia”. E’ quanto ha detto al termine dell’Udienza Generale di oggi Papa Francesco invitando “ad unirvi alla mia preghiera per quanti sono drammaticamente scomparsi e per i feriti”.
 
 

Migrantes Roma: sabato incontro su “Migranti e relazioni internazionali”

Roma - “La questione dei migranti nelle relazioni internazionali” è il tema dell’incontro promosso dal Centro per la cooperazione missionaria tra le Chiese e dall’Ufficio Migrantes della diocesi di Roma, in programma il 9 febbraio alle ore 10 al Pontificio Seminario Romano Maggiore di Roma.
Il tema sarà affrontato dall’arcivescovo di Bologna, Mons. Matteo Zuppi e dal giornalista del quotidiano “Avvenire” Paolo Lambruschi.
Si tratta del secondo appuntamento del ciclo di formazione e informazione missionaria 2018-2019, dal titolo “Convivenza tra i popoli e sicurezza”.
“L’obiettivo di questo incontro è spingerci ad andare oltre i nostri confini geografici per prendere coscienza delle dinamiche relazionali tra gli Stati in rapporto al fenomeno migratorio – spiega don Michele Caiafa, addetto del Centro missionario diocesano –. Vogliamo capire come è vissuto sul campo il diritto internazionale che regola la fluidità dei popoli. Comprendere quali saranno le ricadute, per così dire, nei rapporti in particolare tra l’Africa e l’Europa, tra l’Europa e l’Italia. E ancora, favorire la presa di coscienza che prima del migrante c’è di fronte la persona umana, e per noi cristiani un fratello da amare. Cercheremo di fare chiarezza anche in rapporto a una informazione spesse volte disinformante e faziosa. Il nostro intento è aprire finestre su questo tema così delicato e complesso, finestre di verità e di ragionevolezza”.
«Quello che mi piace sottolineare dell’incontro in programma sabato  – riflette Mons. Pierpaolo Felicolo, direttore dell’Ufficio Migrantes della diocesi di Roma – è che abbiamo due relatori che davvero possono aiutarci a capire la complessità del problema, entrarci dentro in profondità. Credo che uno dei problemi di oggi, sia proprio la superficialità con cui trattiamo la questione delle migrazioni. Cercheremo infatti di capirne di più le origini, la portata, i risvolti economici e politici. E facendo questo apriremo una finestra sul mondo, che ci aiuti a conoscere di più”.
 

Diocesi Mazara del Vallo: a Campobello di Mazara del Vallo la Giornata contro la Tratta

Mazara del Vallo - Si celebra quest’anno a Campobello di Mazara la Giornata internazionale contro la tratta, organizzata a livello diocesano. Domenica 10 febbraio, alle 9,30 la santa messa verrà celebrata presso la parrocchia Madonna di Fatima. Alle 18,30 in chiesa madre. Al termine delle due celebrazioni, verrà allestito un banchetto espositivo con i lavori creati da giovani donne nigeriane nel percorso di integrazione “Il tuo futuro in Italia”.
Da anni la Caritas diocesana segue, con un team, l’attività di dialogo con alcune ragazze nigeriane che si prostituiscono nel territorio tra Castelvetrano, Campobello di Mazara e Mazara del Vallo. Gli incontri periodici anche fatti lungo le vie dove le donne immigrate si offrono ai clienti, hanno consentito di poter avviare con loro un dialogo nell’ottica di un allontanamento dall’attività di prostituzione.   
 

Migrantes Andria: “Insieme contro la tratta”

Andria - Chi si fa forte con i più indifesi e sfrutta la debolezza di uomini, donne e bambini è uno schiavista e aguzzino. Chi specula sul loro dolore è un criminale. Migliaia di uomini, donne e bambini sono vittime innocenti dello sfruttamento lavorativo e sessuale e del traffico di organi.
Venerdì 8 febbraio p.v. si celebrerà, in occasione della memoria liturgica di Santa Giuseppina Bakhita, la schiava nera divenuta santa e più conosciuta come “mamma Moretta” portò per tutta la sua vita 144 cicatrici, che le avevano fatto dopo essere stata rapita e fatta schiava quando aveva circa 9 anni, la V Giornata Mondiale di Preghiera e Riflessione contro la tratta di persone 2019.
La Giornata mette a fuoco il dramma di tante persone itineranti: i migranti, i rifugiati e gli sfollati. Difatti il tema: “Insieme contro la tratta”. Fenomeno delicato e complesso, per di più considerato scomodo da molti. Migrazioni e tratta un tempo erano separati e ben identificabili oggi hanno una contiguità tale, che li fa troppe volte sovrapporre, confondere, intrecciare in maniera sempre più difficilmente districabile.
Lo “sfruttamento lavorativo e sessuale” oppure “commercio di organi”, o ancora “accattonaggio” e “delinquenza forzata”, in qualsiasi forma la tratta di esseri umani è un crimine “vergognoso” da “contrastare con fermezza”. Sono le parole pronunciate da Papa Francesco durante l’Angelus di domenica 29 luglio scorso, viglia della Giornata internazionale contro la tratta di esseri umani, promossa dalle Nazioni Unite per ogni 30 di luglio. Questa “piaga” dilagante sempre più nella nostra società che “riduce in schiavitù molti uomini, donne e bambini”. “Anche le rotte migratorie – ha aggiunto il Papa - sono spesso utilizzate da trafficanti e sfruttatori per reclutare nuove vittime della tratta”. Nessuno può essere spettatore distaccato e tranquillo di fronte “al grido di fame – ogni sorta di ‘fame’ – di tanti fratelli e sorelle in ogni parte del mondo”.
È dunque urgente attivare corridoi umanitari, sensibilizzare i cittadini sul traffico di esseri umani e rafforzare la collaborazione tra enti, associazioni e istituzioni, che operano a vario titolo nel campo delle migrazioni e della lotta alla tratta. 
È fondamentale riaffermare la necessità di garantire diritti, libertà e dignità alle persone trafficate e ridotte in schiavitù e, dall’altro, denunciare sia le organizzazioni criminali sia coloro che usano e abusano della povertà e della vulnerabilità di queste persone per farne oggetti di piacere o fonti di guadagno.
Le Nazioni Unite definiscono il fenomeno della tratta delle persone, soprattutto di donne e bambini, come il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, il dare alloggio, mediante la minaccia, l’uso della forza o di altre forme di coercizione, di persone in situazione dei vulnerabilità, ai fini dello sfruttamento. E per sfruttamento si intende, come minimo, lo sfruttamento della prostituzione, o di altre forme di sfruttamento sessuale, il lavoro o servizi forzati, la schiavitù, o pratiche simili alla schiavitù, la servitù o il prelievo di organi.
Possa questa V Giornata Mondiale di Preghiera e Riflessione contro la tratta di persone interessare le agenzie educative, i mass media, la comunità umana e il mondo della politica, affinché dirompi una forte presa di coscienza nell’impegno a chiedere l’abolizione di tutte le forme di schiavitù moderne, orribile vergogna, crime orrendo contro l’umanità, per un Paese che vuole dirsi cristiano e civile. (don Geremia Acri - direttore ufficio Migrantes Andria)
 
 

Mattarella: esigenza di interventi e intese globali sul fenomeno migratorio

Roma - “Questa iniziativa si inserisce in un fenomeno epocale, quello delle migrazioni, fenomeno che si presenta ovunque, che irrompe ovunque. E questo ‘ovunque’ ci riguarda, riguarda tutti noi, anche la Regione Lazio, in qualunque parte del mondo si realizzi”. È quanto ha detto il Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, intervenuto questa mattina a Roma in occasione della presentazione del Centro di accoglienza “Matteo Ricci” del Centro Astalli.
“Perché il mondo è diventato e diventa sempre più raccolto, i suoi Paesi e i suoi continenti sono sempre più interconnessi, sempre più strettamente legati fra di loro, e quel che avviene in ogni parte del mondo riguarda tutte le altre parti. Questo - ha aggiunto - sottolinea “l'esigenza di interventi e intese globali sul fenomeno migratorio, perché nessun Paese da solo è in grado di affrontarlo o di regolarlo, ma occorrono intese globali, come l’ONU sollecita a fare, ricordando che nel mondo i fuggiaschi, coloro che fuggono da guerre, carestie, impossibilità di sopravvivenza, persecuzioni, sono circa 70 milioni.
Per il Presidente Mattarella questo è “un fenomeno che richiede un grande sforzo corale della comunità internazionale. Parlando di migrazioni non si può non pensare al fenomeno più rilevante che oggi è sotto gli occhi di tutti, quello del Venezuela. Oltre due milioni di venezuelani sono fuggiti dal proprio Paese trovando asilo provvisorio nei Paesi intorno al Venezuela. L'America Latina, con gli accordi di Quito, ha messo in campo un'azione solidale, concertata, fra i Paesi dell’America Latina. È una scelta di grande importanza, un’iniziativa significativa che è anche un richiamo e un insegnamento per l'Europa, per Unione Europea che non è ancora riuscita a elaborare un approccio e un programma comune per un fenomeno che è globale”.