Primo Piano
Cei: parte la Campagna 8xmille
La Guerra Fredda e il campo profughi di Latina
Card. Zuppi, “la vera emergenza è Lampedusa”
(foto Sir)
Centro Astalli: presentato oggi il Rapporto Annuale
Minori immigrati: l’assistenza sanitaria resta un caso
Ancona - È solo dal giugno scorso che i minori figli d’immigrati senza permesso di soggiorno possono iscriversi al Servizio sanitario nazionale e accedere pienamente alle cure. Ci sono voluti dieci anni e un percorso travagliato per attuare una normativa del 2012, così da garantire un diritto sancito dalla Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo. «Ora resta da capire se l’indicazione del ministero della Salute è stata recepita dai Servizi sanitari regionali». A spiegarlo è la dottoressa Patrizia Carletti dell’Agenzia Regionale Sanitaria delle Marche, ex coordinatrice del Tavolo tecnico interregionale Immigrati e servizi sanitari, composto fino al 2016, anno dell’interruzione delle attività, da esperti sanitari delle Regioni e di società scientifiche tra cui la Simm. Fino al giugno scorso i minori figli di extracomunitari senza permesso di soggiorno avevano accesso alle cure con il tesserino Stp (Straniero temporaneamente presente) che tuttavia non dà diritto al pediatra, con la conseguente mancanza di assistenza continuativa, malgrado l’Accordo Stato-Regioni n. 255 del 2012 - elaborato dal Tavolo Immigrati e servizi sanitari - prevedesse la loro iscrizione al Ssn. Ma una problematica amministrativa legata all’assegnazione del Codice fiscale aveva bloccato il tutto. «Nel 2014 il Tavolo aveva individuato, insieme all’Agenzia delle Entrate, la soluzione tecnica: sarebbe stata l’Asl a richiedere il codice fiscale del minore e a iscriverlo al Ssn – spiega Carletti –. Solamente nel giugno 2022 l’Agenzia delle Entrate, su sollecitazione del ministero della Salute e di varie Regioni, ha diramato una risoluzione affinché questo fosse fatto». La nuova normativa prevede la stessa procedura per i minori stranieri non accompagnati e l’esenzione dal pagamento del ticket per entrambe le categorie. Pertanto oggi questi minori hanno gli stessi diritti dei minori ucraini. « Per sostenere la piena e omogenea applicazione di queste normative da parte dei Servizi Sanitari Regionali sarebbe importante riattivare il Tavolo Immigrati e Servizi Sanitari», riflette Carletti. Le questioni aperte restano plurime. Come l’assistenza sanitaria per gli adulti irregolari, che avviene con il tesserino Stp, ma dove persiste il problema della “presa in carico” poiché questo non dà diritto al medico di medicina generale e non tutte le Regioni hanno individuato le modalità con cui garantire l’assistenza di base. Nelle Marche, ad esempio, dal 2006, sono stati istituiti ambulatori per gli stranieri temporaneamente presenti nei presìdi territoriali. «Ma anche in questo caso manca un monitoraggio nazionale - spiega Carletti -. Gli irregolari ricorrono all’ospedale tardivamente e in condizioni di maggiore gravità e dunque fornire risposte assistenziali territoriali sarebbe più appropriato e meno costoso». L’assistenza sanitaria per i migranti in Italia è condizionata più dalle leggi in materia di sicurezza del ministero dell’Interno che dal dicastero per la Sanità e questo, insieme ai particolarismi del federalismo sanitario regionale, comporta spesso un’erosione del diritto. Un’altra questione rilevante riguarda l’assistenza sanitaria ai richiedenti protezione internazionale, che pur avendone diritto, spesso ne rimangono esclusi a causa dei lunghi tempi di attesa per formalizzare la domanda di protezione nelle questure, senza la quale non possono essere iscritti al Ssn. Ma in tantissimi non vengono ricevuti e sono lasciati in condizioni di irregolarità e nell’impossibilità di curarsi. (Marco Benedettelli - Avvenire)
Vangelo Migrante: II domenica di Pasqua (in Albis e della Divina Misericordia) | Vangelo (Gv 20, 19-31)
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Tavolo Asilo e Immigrazione: invertire la rotta. Il 18 aprile mobilitazione nazionale contro la conversione in legge del Decreto Cutro
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Sinodo: al via i lavori per l’Instrumentum Laboris dell’assemblea sinodale di ottobre2023
Mons. Perego: lo stato di emergenza può essere utile, ma serve anche altro
Centro Astalli: giovedì la presentazione del Rapporto 2023
Albania: da oggi il pellegrinaggio della diocesi di Roma
Arrivi e un altro naufragio
Milano - Due naufragi in due giorni con almeno 53 morti e oltre 3mila persone salvate e in parte arrivate in modo autonomo sull’isola di Lampedusa. È il bilancio di quello che accade nel Mediterraneo, anche quando è festa, quando è Pasqua o Ramadan, anche quando il mare è in burrasca. A nulla servono gli inasprimenti delle pene, a nulla serve la paura di morire: l’istinto alla sopravvivenza è più forte per chi fugge dagli orrori della guerra e dalle torture libiche. La Procura di Agrigento ha aperto un’inchiesta sull’ultimo naufragio che si è registrato nella notte fra sabato e domenica di Pasqua nel Mediterraneo centrale, in acque Sar maltesi. Ventidue, fra cui 9 donne, i superstiti salvati dalla nave Nadir della Ong tedesca Resqship che ha recuperato anche i cadaveri di due uomini.
Secondo le testimonianze dei sopravvissuti vi sarebbero 18 dispersi. Gli investigatori della Squadra mobile di Agrigento stanno cercando di ascoltare i 22 sopravvissuti, ma fra i 13 uomini e le 9 donne, originari di Costa d’Avorio, Guinea, Camerun e Senegal, c’è molta ritrosia a parlare. Tutti sono sotto choc e fortemente impauriti. Al momento, l’unica cosa che hanno detto è d’aver pagato 3 mila dinari tunisini per la traversata da Sfax. La barca in ferro, di 7 metri, sulla quale viaggiavano è colata a picco e i 22 sarebbero rimasti in acqua per almeno un paio d’ore.
Il giorno prima invece un altro barcone, sempre partito dalla Tunisia, si era ribaltato a ridosso della costa provocando la morte di almeno 35 persone.
Non si ferma anche lo sforzo della Guardia costiera che nel week-end pasquale ha salvato in tutto oltre duemila persone. Solo ieri 1.200 con due diverse maxi-operazioni di soccorso. Un peschereccio, con circa 800 migranti a bordo, intercettato a oltre 120 miglia a Sud-Est di Siracusa, in acque Sar italiane. E circa 400 altre a bordo di un secondo peschereccio, segnalato anche questo da Alarm Phone e intercettato dalla nave Diciotti della Guardia Costiera, sempre in area Sar italiana a circa 170 miglia a Sud-Est di Capo Passero. A supporto delle operazioni di ricerca e soccorso in mare di questi giorni sono operativi anche mezzi aerei, sempre della Guardia Costiera e di Frontex.
Intanto continuano anche gli arrivi sull’isola di Lampedusa. Nella notte sono giunte 36 persone, tra cui 8 donne e un minore. Il gruppo é stato soccorso da una motovedetta della Guardia costiera che ha agganciato il barchino di sette metri lasciandolo alla deriva. Ai soccorritori hanno riferito di essere originari di Burkina Faso, Costa d’Avorio,
Gambia e Guinea. Nel ore precedenti ci sono stati 26 sbarchi per un totale di 974 persone. Il giorno prima erano stati 17 gli approdi con 679 migranti. All’hotspot di contrada Imbriacola, all’alba, c’erano 1.883 ospiti, a fronte dei poco meno 400 posti disponibili. La prefettura ha disposto il trasferimento di 244 persone imbarcate sul traghetto di linea Galaxy verso Porto Empedocle. Ma anche sull’isola si è festeggiata la Pasqua pensando ai più piccoli migranti. Il sindaco, Filippo Mannino, domenica, ha portato oltre 100 uova ai bambini presenti nell’hotspot. A donarli è stato un supermercato dell’isola. A conferma della solidarietà e della vicinanza degli isolani a chi arriva dal mare in fin di vita. Intanto però non c’è solo un problema di arrivi continui, sovraffollamento ed emergenza umanitaria: i pulmini utilizzati per trasferire i migranti dal molo Favarolo, dove avvengono gli sbarchi, fino a contrada Imbriacola dove sorge l’hotspot e da qui al porto commerciale da dove partono i trasferimenti con i traghetti di linea sono inidonei. Uno è totalmente inefficiente per il trasporto di persone, l’altro è necessario metterlo in moto 20 minuti prima dell’avvio in marcia. Ed è per questo motivo che, quotidianamente, quando il numero degli sbarchi è elevato, si registrano rallentamenti e difficoltà nei trasferimenti. La questura di Agrigento ha deciso di avviare delle verifiche mirate su questi mezzi e sugli organi competenti alla loro gestione, ossia la coop che si occupa dell’hotspot di Lampedusa. Si tratta – spiegano fonti della Questura – di una situazione che va avanti da mesi. Nonostante le numerose sollecitazioni fatte dalla Prefettura, la situazione però non è cambiata. (Daniela Fassini - Avvenire)
Pasqua è un affrettarsi incontro al Signore
Card. Zuppi: la Resurrezione e tutti i crocifissi
La Pasqua porta con sé il grido del Venerdì Santo. Incorpora i crocifissi del mondo. Il Risorto appare ai discepoli con i segni della croce. Nel Credo professiamo che Gesù è sceso negli inferi.
Accade anche in questa Pasqua. Gesù è sceso negli inferni di oggi. Gli inferni delle guerre, dei popoli che vedono i loro figli morire di fame, dei luoghi di morte, dei fondali del Mediterraneo e dei valichi freddi divenuti cimiteri di esseri umani. E in quanti altri inferni Gesù è disceso! Non lo sappiamo. Ma sappiamo che Lui è andato. Papa Francesco dal Vangelo della Passione ha fatto suo il grido dei crocifissi di oggi, quello della croce: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Il grido non va dimenticato se vogliamo che la Pasqua non rimanga la festa del sepolcro vuoto.
Gesù risorto ci scuote dalla rassegnazione al male e alla morte. Anzi dall’assuefazione pigra. A Pasqua, infatti, non festeggiamo Colui che si è messo in salvo da solo, abbandonandoci al nostro destino. Gesù non ha salvato sé stesso, ultima tentazione, urlata da tanti complici del male. Ha rifiutato di farlo. È morto – com’è vissuto – spendendo la vita per gli altri: non per salvarsi, ma per salvare, perdendo sé stesso per non restare solo.
La Pasqua realizza la vita di Gesù in mezzo agli uomini: non ha mai chiuso il cuore al grido di poveri, deboli, malati, ciechi, storpi, peccatori. Li ascoltava e li amava. E li guariva, certo nel cuore, ma anche nel corpo.
La Pasqua è la resurrezione del Crocifisso.
Non di un qualsiasi Gesù, si potrebbe dire, ma di Gesù carico del peccato del mondo che ci ha riscattati. Ci ha liberati dal potere del male. La resurrezione – in un certo senso – deve continuare ancora. La Pasqua è perciò una sfida totale alla rassegnazione al male e alla morte. La Pasqua è il nostro “programma” nel senso, che apre una via (parola cara agli Atti degli Apostoli) e ci dà un orientamento decisivo. La Pasqua è il nostro contenuto e continua a farci ardere il cuore. Le Pasque non sono tutte uguali: ciascuna parla in un momento della storia e della vita. Ci orienta oggi. Nel nostro Paese – ma non solo – sono rari i sogni e le visioni di un mondo nuovo. Allora è preziosa la visione della Pasqua del 2023.
I sapienti (di qualunque genere, che non mancano mai, hanno sempre ragione e pensano di spiegare tutto) consolano dicendo che bisogna farsi una ragione del male o riempiono di modi per garantirsi un benessere individuale. No, non dobbiamo accettarlo. L’acquiescenza al male non si deve trasformare in ideologia, come avviene purtroppo, tanto da divenire scuola per i più giovani. La Pasqua è liberazione dal male e ci chiede di continuare a riscattare la vita dei prigionieri. Adesso. La nostra Chiesa com’è giusto – deve prendere la forma del suo popolo. Ma è urgente una intelligenza pasquale delle Scritture.
Così possiamo sentire anche noi – come l’apostolo Paolo recalcitrante di fronte alla complessa città di Corinto – la voce di Dio: « Non aver paura; continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti d el male: in questa città [in questo Paese, l’Italia!] io ho un popolo numeroso» (At 18, 9-10). C’è un popolo più ricettivo; più di quanto ci immaginiamo. Stiamo facendo il cammino di una Chiesa sinodale, ma non camminiamo per muoverci. C’è una meta: un popolo numeroso da far emergere dalla rassegnazione, dalla paura, dalla lontananza dal Vangelo. Possiamo far nostro il sogno di Paolo, che è quello di Dio. Il cuore di ogni cosa, ordinaria o straordinaria, dovrà essere il Vangelo di Pasqua. Lasciamoci guidare dall’angelo della Pasqua che disse alle due donne: « Non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto... Presto, andate a dire ai suoi discepoli: è risorto dai morti, ed ecco vi precede in Galilea; là lo vedrete» (Mt 28,5-7). Preoccupati e piangenti, come le donne al sepolcro, ci volgiamo facilmente al passato, magari per compiere il nostro dovere. Tendenzialmente ci volgiamo indietro, anche accettando
un senso del declino. Ma l’angelo ci rivela il futuro: Gesù ci precede in Galilea. La Chiesa non è una tomba vuota che custodisce il corpo di Gesù. Ma vive il futuro nell’incontro con Lui in Galilea. A questo dobbiamo orientarci e orientare tutto. Tanti lo aspettano. Ascoltiamo l’angelo di Pasqua! Nulla è impossibile a chi crede. (Card. Matteo Zuppi - Presidente Conferenza Episcopale Italiana)