Belgio, “pregiudizio e riscatto”. A 70 anni dalla tragedia di Marcinelle

6 Agosto 2026 – Il 23 giugno 2026 ricorrevano gli 80 anni del Protocollo italo-belga, il cosiddetto scambio di “uomini contro carbone”. E l’8 agosto 2026 si ricordano i 70 anni dalla tragedia di Marcinelle: morirono 262 persone nella miniera di Bois du Cazier, tra cui 136 italiani. Ne facciamo memoria con uno stralcio del racconto, “Pregiudizio e riscatto”, che Luigi Dal Cin ha dedicato agli emigranti del nostro Paese in Belgio nel volume “Tondi orizzonti”.

Tondi Orizzonti Dal Cin

Tutto buio

Nel dopoguerra il Belgio è stato la prima destinazione dei flussi migratori in partenza dall’Italia: i belgi avevano bisogno di braccia e l’Italia aveva bisogno di carbone. Così, nel 1946, fu stipulato tra i due Stati il primo accordo di “emigrazione assistita”, termine edulcorato rispetto al trattamento amaro riservato a chi emigrava.

Tutto fu buio: gli aspetti nascosti dell’accordo siglato tra gli Stati, una propaganda che metteva in evidenza i vantaggi di un lavoro in miniera e non citava difficoltà e rischi, la paura degli emigranti che si trovarono a lavorare nei budelli infernali delle miniere senza alcuna preparazione, la colpevole mancanza di sicurezza, le disumane sistemazioni nelle baracche, l’imbroglio delle paghe differenti da quelle prospettate e, non ultima, l’emarginazione dovuta a feroci stereotipi.

Poi la data più buia di tutte, l’8 agosto 1956, quando si verificò il disastroso incidente minerario a Marcinelle con 262 morti dei quali 136, più della metà, italiani. Da quella data terminò gradualmente l’emigrazione collettiva dall’Italia al Belgio, mentre fu lentamente superata l’ostilità che molti belgi avevano riservato agli emigranti italiani e cominciò a essere riconosciuto da tutti il contributo straordinario fornito dagli italiani all’industria carbonifera del Belgio e, più in generale, allo sviluppo della sua economia. Un po’ di luce per gli italiani delle miniere. Ma, prima, la via belga fu davvero molto, molto buia. Fu nera. Molto nera. Come il carbone.

Manodopera straniera

L’accordo con il Belgio del 1946 prevedeva che all’Italia fossero forniti 24 quintali di carbone all’anno per ogni emigrante italiano inviato in miniera. Ma, nella contrattazione, il governo italiano non riuscì a esercitare un ruolo forte per quanto riguardava la tutela dei lavoratori. Debole, nel dopoguerra, era infatti la considerazione internazionale dell’Italia e, invece, forte il ricordo del suo recente passato come Paese fascista e nemico.
L’accordo tra Belgio e Italia, che prevedeva la “deportazione economica” verso le miniere belghe di centinaia di migliaia di italiani in cambio di carbone, fu per questo una specie di punizione nei confronti dell’Italia.

Un accordo composto da un insieme di provvedimenti squilibrati: a vantaggio del governo belga e a svantaggio del governo italiano. A svantaggio soprattutto dei lavoratori emigranti. Già in partenza. Già nelle pratiche del reclutamento. Già con i primi pregiudizi.

Pregiudizi in partenza

Secondo la Fédération Charbonnière de Belgique, la selezione dei lavoratori doveva infatti garantire che questi ultimi fossero, oltre che “elementi tecnicamente capaci” e fisicamente adatti al tipo di lavoro al quale erano destinati, anche adeguati all’ambiente in cui avrebbero dovuto vivere e confacenti a “rappresentare degnamente” i lavoratori italiani all’estero.

Ed ecco il primo pregiudizio. Contro i lavoratori meridionali sussistevano molti stereotipi negativi, mentre il Nord Italia, per la più lunga esperienza di industrializzazione, era ritenuto dagli imprenditori belgi del carbone una zona di reclutamento migliore.

Inferno sotto

Tra i traumi principali che attendevano gli emigranti italiani al loro arrivo nei bacini minerari belgi il più terribile era quello dell’impatto con le condizioni di lavoro. La prima “discesa al fondo” era, per uomini del tutto inesperti del mestiere di minatore, un tale trauma da impedire a molti di scendere sottoterra una seconda volta.

La stragrande maggioranza dei minatori italiani veniva fatta lavorare sia nelle postazioni di “fondo” che di “vena”, ossia ricoprivano le posizioni più difficili e pericolose all’interno della miniera.

Inferno sopra

A causa della scarsa esperienza lavorativa, i salari risultavano molto inferiori a quelli stampati sui manifesti rosa. […] E poi c’erano le condizioni in cui i minatori italiani in Belgio vennero inizialmente alloggiati. L’alloggio “conveniente”, previsto dall’accordo bilaterale Italia-Belgio, fu garantito solo sulla carta, perché in realtà si trattò di misere baracche, inizialmente utilizzate dai tedeschi occupanti per i prigionieri russi e polacchi e, successivamente, dai belgi per i prigionieri tedeschi.

Riscatto

Dopo oltre tre quarti di secolo di presenza in Belgio, gli italiani oggi sono considerati con grande rispetto. Il prestigio degli incarichi di alcuni membri della collettività non ha eguale in nessun altro Paese europeo.

Tondi orizzonti Miniera
(Cristiano Lissoni)

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