17 Agosto 2026 – Tondi orizzonti è il secondo libro – realizzato insieme a Fondazione Migrantes e Terre di mezzo editore, con le illustrazioni di Cristiano Lissoni –, per raccontare ai più giovani l’emigrazione degli italiani nel mondo.
Mentre i capitoli del primo volume, Sulla porta del mondo, fanno riferimento a ciascuna delle regioni d’Italia di cui ho voluto narrare storie emblematiche – drammatiche o felici – in grado di rappresentare le caratteristiche specifiche di ciascun flusso migratorio regionale (le motivazioni legate al contesto storico-geografico, le differenti destinazioni, lo specifico apporto culturale nei Paesi d’arrivo, i personaggi più rappresentativi…), in Tondi orizzonti i capitoli si riferiscono, invece, alle 10 nazioni del mondo in cui gli italiani sono emigrati in maggior numero.
Il titolo del libro vuole richiamare la forma del mondo ma, allo stesso tempo, anche evocare orizzonti di spazio e di tempo non lineari, in grado di unire gli stessi destini, gli stessi drammi, le stesse speranze, in un’esperienza, quella migratoria, che nella storia dell’umanità accomuna le generazioni e i popoli.
Si tratta di un’opera frutto di un lavoro intenso che, con l’aiuto di Fondazione Migrantes, ha richiesto notevole ricerca e studio, un percorso a volte straziante per le vicende che ho incontrato, con la volontà di far rivivere soprattutto le vicissitudini di coloro che sono spesso stati considerati dalla storia gli ultimi della società, ovvero le donne e i bambini migranti.

Dalla Ciociaria a soffiar vetro in Francia
“Nella vetreria Legras – racconta il piccolo Giuseppe Polese condotto nel 1896 dai trafficanti di bambini Vozza e Carlesimo dalla provincia di Frosinone a St. Denis, in Francia – io fui collocato in un fosso dove l’operaio soffiava il vetro rovente; era troppo faticoso, riuscii ad abbandonarlo, ma fui messo ad altro lavoro faticosissimo, a soffiare la pasta rovente, ma vi ero obbligato con palettate dagli operai francesi.
Ferito alla testa, scottato in parecchie parti, fui addetto al trasporto: 1400 viaggi al giorno, per un 400 metri, ma anche lì, sempre percosse. Il mio salario era di lire 50 al mese, ma lo riscuoteva il Vozza che sapeva il francese e mi dava mezza lira la domenica, pane duro la mattina, minestra di cavoli la sera. Quando ci coricavamo sulla paglia ci facevan levare la camicia per non farla consumare.
Una mattina, il compagno Francesco Fraioli non voleva andare a lavorare, perché non si fidava: fu obbligato dal Carlesimo ad andare. All’officina si accorsero che stava male e a mezzanotte un commesso della fabbrica lo riportò moribondo: portato all’ospedale morì lo stesso giorno. Noi compagni lo accompagnammo al cimitero e gli portammo dei fiori. La cassa ed il trasporto lo pagammo noi, compagni. Poco dopo anche l’altro Fraioli, Felice, non si fidava di lavorare. Ma Vozza veniva all’officina e l’obbligava a lavorare”.
Ernestina, dalla Val d’Aosta all’orrore di Ellis Island
Ernestine Branche era invece una ragazza valdostana che a ventidue anni, nel 1912, arrivò come emigrante a New York. Scriveva: “Soltanto quelli che hanno conosciuto la tragedia di quell’isolotto nei giorni della grande immigrazione sono in grado di comprenderne tutti gli orrori: uomini, donne, bambini gettati alla rinfusa, senza alcun riguardo, come degli animali, mentre gli impiegati, abituati a quel disordine migratorio, urlavano loro selvaggiamente in una lingua che nessuno riusciva a comprendere e li spingevano tutti come se si fosse trattato di animali spinti al macello. […]
Perché non c’era qualche donna dal cuore tenero che si prendesse pena di tante miserie, di tante lacrime? Erano considerati come dell’immondizia umana, poiché le grida continuavano senza tregua né pausa. Sì, erano considerati come dell’immondizia umana da quegli impiegati senza cuore che non si ricordavano che erano essi stessi discendenti da tutta quella miseria umana trasportata in America, dove poi, grazie al lavoro e alle privazioni, erano riusciti a crearsi una posizione mangiando un pane condito con lacrime”.
Il cuore del libro è la narrazione
Documentata ricostruzione storica, innanzitutto, ma il cuore delle pagine di Tondi orizzonti rimane comunque la narrazione.
Le parole della narrazione offrono, infatti, nuova informazione alla nostra mente, ma sono in grado di realizzare molto di più rispetto alla semplice somministrazione di dati: possono suscitare immedesimazione, emozioni, sentimenti, affetto, empatia, commozione.
E i nostri punti di vista, le nostre prospettive, le nostre vite – come quelle dei più giovani – cambiano davvero non quando riceviamo più informazioni, ma quando ci commuoviamo.
Per questo ho voluto ancora una volta che il cuore di questo libro, oltre alle rigorose informazioni storiche e alle precise statistiche, fosse narrativo: un cuore che pulsa di storie vere vissute da persone vere. Con il desiderio che, in colui che le leggerà, lo sguardo verso chi arriva da lontano possa diventare più consapevole e più familiare e, lo spero davvero, anche più umano: specie per le giovani generazioni che non hanno avuto la possibilità di ascoltare racconti personali di emigrazione da parte di testimoni familiari. E rispetto alle testimonianze familiari, sappiamo bene come i giovani lettori pretendano dall’adulto, innanzitutto, sincerità e onestà.
L’autore si mette in gioco. L’incipit
Nel definire la cornice narrativa che collega i diversi capitoli, non ho pertanto avuto alcun dubbio sulla necessità di mettermi in gioco raccontando, io per primo, la verità della mia famiglia.
Ecco l’incipit di Tondi orizzonti:
“Fisso la pila di lettere che ho qui sulla mia scrivania.
Sono 103 lettere custodite da altrettante buste azzurro chiaro, con incollato francobollo canadese ed evidenti scritte PAR AVION-VIA AIR MAIL-CORREO AEREO.
Sono 103 lettere di carta leggera perché il prezzo del francobollo si pagava a peso.
Sono le 103 lettere che mia zia Wilma, sorella di mio padre, nata nel 1929, scrisse da Toronto, Canada, dove era emigrata.
Sono le 103 lettere indirizzate a sua madre Elda Palù, mia nonna, a suo papà Lorenzo Dal Cin, mio nonno, e a suo fratello più piccolo Renzo, nato nel 1936, che poi sarebbe diventato mio padre.
La prima lettera è datata sabato 9 aprile 1955 ed è stata scritta sul piroscafo Arosa Star, l’ultima datata venerdì 23 dicembre 1955, scritta due giorni prima della tragedia che la colpì e che segnò di ulteriore dolore la mia famiglia.
Wilma e Renzo avevano infatti un fratello maggiore, Luigi, nato nel 1925.
Mio zio quindi si chiamava Luigi Dal Cin, come me.
Guardo una sua fotografia.
È maggio 1941, c’è scritto dietro, calligrafia elegante, inchiostro nero.
Ha sedici anni, è in posa davanti alla porta della casa dei miei nonni, la riconosco.
Ha i calzoncini corti, le gambe magre.
Tiene un fucile tra le braccia.
Non è un giocattolo, è un fucile vero.
È serio.
Aveva i capelli rossi e le lentiggini.
Come me.
Solo che a diciott’anni lui fu obbligato dai nazifascisti a partire soldato, sotto la brutale minaccia di incendiare la casa di mio nonno.
Costretto a combattere dalla parte sbagliata, durante un bombardamento si unì ai partigiani – a Bibbiano, in provincia di Reggio Emilia – che volevano invece un’Italia democratica e libera dall’oppressione del regime fascista.
Fu catturato e, su condanna del tribunale militare nazifascista, fucilato senza pietà nel campo sportivo di Parma, il 9 maggio 1944.
Era un ragazzo.
Aveva solo diciott’anni.
La sua uccisione ha talmente segnato di dolore la mia famiglia che io, in ricordo, porto il suo stesso identico nome: Luigi Dal Cin.
Guardo una sua fotografia, e penso al desiderio di vita, libertà, giustizia, pace per cui, ancora ragazzo, è morto Luigi Dal Cin.
E penso che, oggi, quel desiderio di vita, libertà, giustizia, pace è lo stesso desiderio di vita, libertà, giustizia, pace che mi spinge a scrivere queste parole su questo foglio bianco.
E poi tutte le prossime parole con cui riempirò i prossimi fogli.
E sento che con queste parole, mai scritte prima, ho appena riportato mio zio Luigi Dal Cin a casa sua.
Come in quei racconti irlandesi dove i fantasmi vagano afflitti e sospesi, finché qualcuno, pronunciando il loro nome, finalmente li rende liberi.
Ora sapete tutto.
No.
Quasi tutto.
Mia zia Wilma era bella, gentile, dolce, intelligente, generosa, divertente.
In paese, a Codognè, gli anziani usano queste parole quando mi parlano di lei.
Mi dicono che aveva molti pretendenti, ma non si era mai fidanzata, non si era ancora innamorata di nessuno di loro.
Guardo una sua fotografia.
È datata dicembre 1955, c’è scritto dietro, inchiostro nero.
La stessa calligrafia elegante nella foto di mio zio Luigi, è la scrittura della loro mamma.
Wilma lì aveva 26 anni.
È seduta dietro un tavolino di legno bianco, in un giardino. Sullo sfondo una foresta di betulle.
È in Canada.
È davvero bella.
Ride.
Undici anni dopo il dramma della fucilazione di mio zio Luigi, mancando il primogenito che aiutasse mio nonno e mia nonna a tirare avanti, mia zia Wilma, a 26 anni, è emigrata da sola in Canada per lavorare e inviare soldi alla famiglia, che ne aveva bisogno.
Wilma lavorava otto ore al giorno imbustando pezzi di carne che poi venivano venduti nei negozi al dettaglio.
Ho letto con grande emozione tutte le lettere di mia zia Wilma.
Poi le ho trascritte.
In queste pagine ne riporterò alcuni stralci.
Quelle parole sono un battito di cuore. Il suo, il mio, quello della mia famiglia.
Una nuova audace impresa.
Il Canada è una delle dieci nazioni dove gli italiani sono emigrati in maggior numero.
Riportare le parole di Wilma è un modo per raccontare l’impatto che può avere l’esperienza migratoria sul cuore di una ragazza di 26 anni, nata e cresciuta nella campagna trevigiana, che parte da sola per andare lavorare a Toronto, la città più popolosa del Canada, senza conoscere una parola d’inglese.
Ma sento che questo è un modo per riportare anche Wilma Dal Cin a casa sua”.
Riportare le storie a casa
“Riportare le storie a casa”: credo sia questo, in fondo, il compito dello scrittore.
Quando mi sono immerso a raccontare il dolore e i sogni di chi è emigrato è per riportare quel dolore e quei sogni a casa loro. E credo che per comprendere meglio la realtà in cui viviamo, e poter quindi immaginare tutti insieme una futura società, sia necessario, oggi più che mai, riportare a casa le storie della migrazione degli italiani nel mondo.
È un attimo poi percepire una connessione tra la nostra storia di emigranti e ogni migrazione, anche quella dei nostri tempi.
E i ragazzi, questa tonda connessione, la sanno vedere più di noi adulti. A condizione che noi adulti abbiamo la forza e l’onestà di raccontare una delle verità più dolorose e coraggiose della storia d’Italia. (Luigi Dal Cin | “Migranti Press” 6 2026)


