10 Settembre 2026 – Anche uno solo di questi bambini è la misura con cui papa Leone XIV – e, prima di lui, Cristo – ha scelto di travalicare la statistica per entrare nelle storie. Il numero è provocatorio nella sua radicalità: non una maggioranza da far valere e neppure una minoranza da proteggere, né una media da calcolare. Anche uno solo è sufficiente per misurare la qualità di un’accoglienza. Anche uno solo, se dimenticato, rivela la misura autentica di una comunità.
C’è un luogo dove questa misura viene messa alla prova ogni mattina, in ciascuna città italiana, da settembre a giugno: la scuola. Da anni, ormai, i numeri raccontano del lento accostamento alla soglia – statistica e psicologica insieme – del milione di alunne e alunni con cittadinanza non italiana inseriti nel sistema scolastico nazionale. Quasi un ragazzo o una ragazza su otto.
Dietro a questo numero si evidenzia una presenza strutturale e tutt’altro che episodica. Ancora di più, vi si nasconde un’infinità di storie – al plurale e al singolare – di bambini e bambine, ragazzi e ragazze che ogni giorno mettono alla prova, con diversi gradi di consapevolezza, il senso stesso del sistema educativo.
Anche uno solo conta: anche quello che siede nell’ultimo banco, anche quella che ancora non capisce quando l’insegnante spiega, anche quello che ha un cognome regolarmente storpiato all’appello.
Il primo volto: il minore straniero non accompagnato
Anche uno solo di questi bambini è arrivato da solo, almeno secondo la legge. Senza genitori, senza nessun adulto di riferimento. Fino allo scorso mese di maggio, erano poco più di 14 mila. Molto spesso maschi, 16-17enni, originari per lo più di Egitto, Ucraina e Bangladesh. Portano con sé pesi, sogni e aspettative che raramente si nominano in aula: traumi di viaggio, lutti, separazioni, violenze, solitudine, pressioni sociali e familiari, responsabilità, ma anche una volontà di esistere e di apprendere che sorprende chiunque li abbia mai incontrati davvero.
Anche uno solo di questi bambini a scuola è già una conquista. Tra il 2020 e il 2022, soltanto uno su cinque tra i minori stranieri non accompagnati (Msna) ha avuto accesso al sistema scolastico italiano, partecipando a percorsi condivisi con ragazzi autoctoni e avendo la possibilità di conseguire un titolo di studio. Quattro su cinque sono rimasti fuori: in una struttura di accoglienza, in un limbo burocratico, al lavoro per sopravvivere e mandare denaro a casa.
Eppure, grazie a loro la scuola scopre qualcosa. Un ragazzo che a 16 anni ha attraversato il Mediterraneo o i Balcani e decide che la sua priorità è imparare cose nuove e una nuova lingua per comunicare e comunicarsi, porta nella sua classe una lezione di socialità, coraggio e motivazione che nessun programma scolastico potrà mai trasmettere appieno. La sua presenza è già un libro di testo, se si ha la pazienza di leggerlo.
Anche uno solo di questi bambini che siede in un banco chiede alla scuola – istituzioni, insegnanti e compagni – di essere all’altezza: non soltanto della sua fragilità, ma anche della sua forza.
Il secondo volto: il neoarrivato per ricongiungimento familiare
Anche uno solo di questi bambini ha aspettato mesi, a volte anni: che il visto arrivasse, che la pratica di ricongiungimento si chiudesse, che si potesse finalmente ricomporre con quei frammenti di famiglia sparpagliati altrove. Nel frattempo, ha vissuto – nel suo, di altrove – la propria infanzia o adolescenza. All’arrivo, l’Italia è al tempo stesso il luogo atteso e sconosciuto. L’ennesimo altrove. Tanto che spesso anche il genitore, nella quotidianità, è diventato uno straniero.
Anche uno solo di questi bambini vive una condizione che richiede pedagogia, non solo burocrazia. Richiede insegnanti che sappiano interpretare la storia di ognuno, senza ridurla a un ritardo da colmare in fretta. Le rilevazioni mostrano che gli studenti con cittadinanza non italiana non costituiscono un gruppo omogeneo: i risultati cambiano sensibilmente tra neoarrivati e giovani nati in Italia, con differenze legate alla lingua, al percorso di inserimento nel Paese, al grado di supporto ricevuto dalle famiglie.
Il Rapporto Invalsi 2025 quantifica quello che gli insegnanti più attenti già sanno: gli studenti di origine straniera sono gravati da maggiori ostacoli, ma al termine del secondo ciclo di istruzione presentano una dispersione scolastica implicita – il conseguimento del diploma senza raggiungere le competenze minime attese – inferiore rispetto ai coetanei autoctoni. In altri termini, una preparazione migliore e una maggiore motivazione e tenacia.
Il dato negativo, dunque, non è immutabile: descrive una difficoltà di partenza, non un destino. Perché anche uno solo di questi bambini porta dentro sé valori che la statistica non misura: una lingua in più, una storia in più, migliori competenze digitali, uno sguardo sul mondo e sulla vita che molti coetanei non possiedono.
Oleksandr custodisce i versi di Lesja Ukraïnka da ben prima che l’Europa la scoprisse quando i carri armati hanno varcato il confine. Youssef si muove fra il berbero, l’arabo, il francese e – chissà da quando – lo spagnolo con la medesima continuità di pensiero. Quando la scuola sa riconoscerli – e non solo tollerarli o temerli – questi valori diventano patrimonio collettivo.
Il terzo volto: i nuovi italiani
Anche uno solo di questi bambini è nato in Italia. In Italia ha iniziato la scuola, imparato le hit dell’estate, postato il meme di tendenza, dato anima alle parole con il suo accento. Eppure, porta un cognome che l’ufficio postale gli chiede più volte di ripetere, un documento che lo esclude da una partecipazione piena al vivere sociale, una doppia appartenenza che nessuno dei due mondi riconosce davvero come cosa propria.
Quasi due terzi degli alunni e alunne con cittadinanza non italiana – più del 65%, pari a oltre 600 mila – sono nati in Italia. Sono il volto prevalente – e meno compreso – della presenza “straniera” nelle aule.
Anche uno solo di questi bambini è cresciuto fra lingue, culture, sistemi di riferimento diversi e, talvolta, mai sperimentati di persona, scoprendo che non è uno svantaggio da correggere, ma una forma di intelligenza da costruire ogni giorno.
I ragazzi nati in Italia da genitori stranieri sono già, senza saperlo, esperti di mediazione. E Dio solo sa quanto il mondo ne abbia bisogno, in questo momento. Sanno passare da un codice all’altro, leggere contesti diversi, abitare la contraddizione senza perdersi. Le loro esperienze sono la traccia di una risorsa che la scuola – e il Paese – faticano ancora a riconoscere pienamente. Insieme ai ragazzi autoctoni, costituiscono quel capitale umano giovane, flessibile, creativo, capace di muoversi in contesti globali, che un tempo chiamavamo “futuro”.
Il quarto volto: la comunità
Anche uno solo di questi bambini abita le nostre stesse città. Le comunità civili ed ecclesiali che vivono nelle periferie urbane dove si concentra la presenza migratoria – quelle che contribuiscono a oratori, doposcuola, centri di ascolto, corsi di italiano L2, spazi di orientamento, professionalità e volontariato – sono spesso il primo presidio di una rete educativa informale che anticipa e integra quella formale.
La presenza dell’altro cambia qualcosa nel volto di chi lo accoglie. Una scuola – e una comunità – che sanno accogliere davvero non sono solo più giuste: sono più complesse, più intelligenti, più problematiche, più ricche. Più vive. Sembriamo averlo dimenticato.
Eppure sono queste presenze i “numeri” che tengono aperte le classi, che giustificano i posti di lavoro, che danno un futuro a istituti che altrimenti avrebbero già chiuso.
È Mina che, dopo tre mesi di italiano L2, alza la mano per rispondere a una domanda di geografia, dell’Egitto oppure dell’Italia. È Yeva che porta in classe la poesia di un’amica scritta sotto le bombe. È Mamadou, nato in una qualunque città italiana da genitori nati più lontano, che scrive la tesina di terza media su Léopold Sédar Senghor e per la prima volta sente che la propria storia è abbastanza grande da occupare un’intera aula scolastica, e forse di più. (Simone M. Varisco | “Migranti Press” 7-8 2026)



