“La bestemmia di un aiuto mancato”. Arte e contemporaneità. Intervista a Marcello Silvestri

14 Gennaio 2026 – Stiamo vivendo un inferno, con sempre meno consapevolezza. Difficile costringere la mente a rifletterci, mentre la legna sussurra nel camino e il sole si inabissa fra gli alberi e il mare, oltre la finestra. Eppure c’è dolore, all’esterno e non solo. «Se la lettura del Vangelo, della Bibbia, non ti graffia dentro, non è autentica». Inizia così il pomeriggio con Marcello Silvestri, artista, pittore e scultore italiano di respiro internazionale, che ha viaggiato insieme alle sue opere a Roma, Parigi, Bruxelles, New York, Osaka. È stato uno degli artisti che hanno impreziosito la Bottega d’Arte aperta da Fondazione Migrantes sulla Terrazza del Pincio a Roma, in occasione dell’Earth Day 2025.

Marcello Silvestri
Marcello Silvestri

Impegnato nel sociale, ha interpretato la Bibbia mescolandola ad appelli ecologici, denunce della violenza bellica, meditazioni su migrazioni e rifugiati. «Come nell’Apocalisse, l’immagine della porta chiusa. Il testo dice: “Sto alla porta e busso”. Quindi c’è qualcuno che sta dietro quella porta, che vuole entrare… Ricorda la parabola dell’amico importuno. Questo Cristo che è dietro la porta e bussa, se non lo avvertiamo come una persona che ci dà fastidio, che ci fa alzare, per poi scoprire che invece è una persona che vuole stare con te, vuole mangiare insieme, non possiamo comprendere il Vangelo. Non è un racconto del passato. Ha una contemporaneità».

È una contemporaneità che passa anche attraverso le immagini?

Io leggo, in Isaia 64, che “tutti siamo avvizziti come foglie”, che “le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento”. Nessuno cerca il bene. È una fotografia che Isaia fa della contemporaneità di chi legge quel testo. Pensiamo, allora, a questa parola nella nostra contemporaneità: nei migranti e nei profughi che non vengono accolti, come se ci fosse una scritta davanti a tutte le coste d’Italia e d’Europa: “Vietato l’ingresso agli stranieri”.

Isaia ha un altro mondo nella testa, per questo dice così – “avvizziti come foglie” – usa questa immagine, ma poi aggiunge: “Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani”. Prima ci vengono messe davanti le foglie calpestate e bagnate dalla pioggia, oggi le immaginiamo calpestate dalle scarpe, dalle gomme delle macchine e dei motorini, marce. Allora, dobbiamo abbinare il testo di Isaia con quello della Genesi, perché nel creare l’uomo Dio ammucchia il fango.

Se entriamo dentro queste parole febbrili, vediamo il fango raccolto, ammucchiato, con la grazia che un vasaio usa per costruire un vaso. Un testo così vecchio diventa contemporaneo quando io vedo il vasaio che costruisce: c’è il fango delle foglie morte, c’è il gesto liturgico del vasaio che plasma, e questo modo di accarezzare il vaso sono le mani di Dio che ci accarezzano per costruire la nostra persona. Questa è la contemporaneità del testo sacro.

Marcello Silvestri, "Tombe in mare con cartiglio"
Marcello Silvestri, “Tombe in mare con cartiglio”

E la contemporaneità dell’arte?

In un’opera che ho realizzato in tema di migrazioni (Naufragio, 2016, ndr), ci sono degli occhi che ci guardano, fra le onde. È la vergogna dei cosiddetti governi emancipati, questi occhi che chiedono aiuto, chiedono pietà. Si rifà al naufragio di san Paolo, ma il suo naufragio diventa la contemporaneità del nostro oggi.

Oppure, in un’altra opera (Tombe in Mare, 2015, ndr) rappresento lapidi di differenti forme e misure, come sono differenti le fedi e il credo delle persone che l’acqua ha inghiottito. E poi, in basso, un cartiglio, l’ultimo grido soffocato dall’onda che emette chi chiede aiuto e non riesce a terminare la parola.

Un simbolo inventato, che non è nessuna lingua ma che potrebbe essere ciascuna.

Una locuzione di aiuto, inaudito e inascoltato. Cose che nessuno vuole udire e vedere. I giornali ne parlano, i politici fanno omaggi, ma rimane la bestemmia di un aiuto mancato. Allora ci vuole un’arte che dica queste cose, che vada oltre le edulcorate parole di pietà.

Dirlo come?

Sono tanti anni che traduco il testo biblico a colori. Ho dilatato la lettera, perché la lettera non si vede. Quando io parlo voi non vedete niente, ascoltate, invece la lettera scritta la vedi. Ma san Paolo vuole che la fede sia trasmessa attraverso la predicazione, “la stoltezza della predicazione”, e la predicazione può essere verbale o cromatica. Allora io dilato la verbalità della parola, la faccio diventare cromatica e parlo alle persone.

C’è un problema, però: è una predicazione non fatta di regole e dogmi ma, per così dire, di affetto e adattamento a chi ho davanti. Il mio pubblico è stato sempre quello del terzo stato. Ho vissuto per anni alla Repubblica dei Ragazzi, dove si raccoglievano giovani senza famiglia. Ho fatto per un decennio catechesi nel carcere di Civitavecchia e a ragazzi con problemi di tossicodipendenza. A queste persone non puoi presentare subito la dottrina, perché a loro non interessa. Devi presentarti con il Vangelo che è amore al prossimo.

Pensiamo a un bambino di 8 anni che vede la madre fatta a pezzi dal suo sfruttatore; oppure a un ragazzo che fa migliaia di chilometri per trovare un posto dove poter respirare e vivere: arriva in Italia, da solo, dopo aver visto gli altri annegare, è subito reclutato dalla malavita, spaccia droga e finisce in carcere. Non sappiamo da dove viene, cosa gli serve, cosa gli è successo, cosa vorrebbe fare: sappiamo solo che merita la galera. Il Vangelo è libertà, è bellezza, è un grazie per la vita.

Marcello Silvestri, "Naufragio"
Marcello Silvestri, “Naufragio”

Spetta anche all’arte mostrarlo?

Per far capire il Vangelo serve una catechesi visiva, oltre che di parole. Prendiamo l’immagine della vite, che è Cristo, e dei tralci. Ci sembra un’immagine bella, ma se si guarda come è fatto il tronco della vite, si vede che è nodoso, con lacerazioni e spacchi: sono le torsioni dell’anima che vive Gesù prima di essere crocifisso. Nella mia rappresentazione della vite, siamo alla transavanguardia, sia come tecnica che come proposta artistica.

La drammaticità di questo discorso lo dice l’opera, questa icona contemporanea che mostra la realtà, queste nervature, questi dolori, come anche la speranza del frutto. Fra l’altro, il Vangelo raccontato con questo tipo di immagini semi-astratte è accettato anche dai protestanti.

Ancora, prendiamo la Lettera agli Ebrei. Dice: “Avete assaporato la bella parola di Dio”, per-ché in greco kalòs kai agathòs, il bello e il buono, si identificano. Quindi, la bellezza e la bontà della parola di Dio coincidono. C’è un estetismo, un’architettura, che può mostrare il senso del testo originale del “gustare” qualcosa che è “bello”. Ci vogliono persone che raccontino con il colore, con la materia, la contemporaneità dei testi che si leggono.

Però anche la contemporaneità cambia, e quindi il modo di raccontarla.

Sì. Prendi il tema dell’ecologia: l’ho affrontato ripetutamente, anni fa con i dipinti figurativi del Cantico delle Creature di san Francesco; nel 2025 con la mostra “Sacra. Ecologia Dentro”, che, ispirata dalla Laudato si’, mostra la terra, l’aria, l’acqua, il fuoco, i quattro elementi della vita, in stile astratto, arte povera. Il Cantico come lo avevo rappresentato negli anni ’90 non possiamo più proporlo oggi: dovremmo invece proporre il Miserere mei, Deus, perché abbiamo lasciato che altri distruggessero la terra, diventata proprietà di miliardari e sfruttatori.

Marcello Silvestri, "La battaglia"
Marcello Silvestri, “La battaglia”

In questo senso, quale via traccia l’arte?

C’è bisogno di rivalutare l’umanità di Cristo. Dio si è incarnato. Non si è fatto solo “ebreo”, solo “bianco”, solo “nero”. Si è fatto carne, si è fatto umanità. Dobbiamo saper leggere l’unica umanità vera, la sua, perché noi siamo tutti disumani: l’unica umanità è quella di Cristo.

Per questo, vanno sottolineate le opere che ha fatto Cristo, perché noi nell’arte lo vediamo sempre rappresentato in bronzo, in gesso, in legno, in plastica. Ma quella è carne e ossa, è vissuto, è verità, è persona, è incarnato.

E va visto, letto e vissuto come umanità. Quando mangia le spighe, quando perdona, quando guarisce, sono le stesse opere che dovremmo fare noi nel nostro lavoro: compiere quelle opere lì, amare il prossimo attraverso il nostro lavoro.

Viviamo una generazione corrotta, non c’è più l’umanità, non esiste. Ecco il compito nostro: dire e fare, con tutti i limiti creaturali, che questo è il Vangelo e che questo è il senso umano di esistere. (Simone Varisco | “Migranti Press” 11-12 2025)

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