Tag: Sicurezza

Quale sicurezza cerchiamo?

19 Febbraio 2026 - Dopo la morte di Abanoub Youssef, 18 anni, ucciso da una coltellata del compagno Zouhair Atif tra le mura di una scuola a La Spezia, la reazione del Governo è stata immediata. Subito l’annuncio di un “pacchetto sicurezza” – non il primo, peraltro – composto da un decreto, per le materie considerate di più urgente applicazione, e da un disegno di legge che, quindi, sarà sottoposto al vaglio preventivo del Parlamento. Una prima bozza, con provvedimenti molto restrittivi, è entrata presto in circolazione ed è stata abbondantemente commentata, non senza legittime preoccupazioni. In particolare, per la Fondazione Migrantes, quella per la speciale “attenzione” dedicata ai giovani con background migratorio e ai minori stranieri non accompagnati, considerando anche l’aria pesante che arriva da Oltreoceano. Per quanto riguarda il decreto, esso dovrebbe essere già stato emanato dal Consiglio dei ministri nel momento in cui leggerete questo articolo, anche in seguito ai gravi fatti di Torino. Una riflessione si impone. Perché il bisogno di sicurezza, ieri come oggi, richiede risposte razionali, non emotive né tarate esclusivamente sulla ricerca del consenso facile: che cosa vuol dire “sentirsi sicuri” e come lo si ottiene? Bisognerebbe intanto partire da dati oggettivi. Le statistiche rispetto ai reati verso cose e persone in Europa ci dicono che in Italia i crimini più gravi sono in costante diminuzione da anni e che siamo tra i Paesi più sicuri in Europa. Le statistiche, però, non sono l’unico riferimento. È indubbio che molte persone, soprattutto nelle grandi città, non si sentano tranquille a uscire di casa o ad attraversare gli spazi pubblici in zone di periferia o nei pressi delle stazioni. D’altra parte, abbiamo sempre più giovani che ci dicono che le città non sono più pensate per loro, che gli spazi di aggregazione pubblica sono sempre di meno e che l’unica possibilità spesso è quella di ritrovarsi nei centri commerciali o all’aperto vicino a locali dove si vendono alcolici. Tra i giovani, inoltre, è vero, sta aumentando la pratica di avere e usare armi da fuoco o coltelli. Sanzionare duramente chi le porti e ne faccia uso, non solo tra i giovani, è persino ovvio; ma l’ipotesi di abbassare l’età punibile dai 14 ai 12 anni, di aumentare le pene detentive per loro e pecuniarie per i genitori o chi ne fa le veci non può essere l’unica risposta. Non sarà, in particolare, aumentando le pene pecuniarie per i tutori dei minori non accompagnati – che, ricordiamolo, sono un tassello prezioso in una comunità civile che dovrebbe educare prima di controllare e punire – che ci sentiremo più sicuri. Perché proprio quando abbiamo bisogno di più adulti attenti che facciano un pezzo di strada con questi minori è illogico spaventarli con la minaccia di multe salate per i comportamenti illeciti dei giovani che potrebbero essere loro affidati. Insomma, per evitare di continuare a spendere solo nelle “punizioni” serve investire nel costruire “relazioni”: offrire spazi – ad esempio, oratori e scuole aperte e presidiate da figure educative anche fuori dall’orario di lezione –, aprire dibattiti e non processi o gogne buone per i dati di ascolto in Tv o per qualche click sui social. Serve un potenziamento dei servizi sociali e dei percorsi di formazioni, anche per il personale scolastico. Servono ovviamente delle possibilità effettive di realizzazione per tutti i giovani. E gli studi che facciamo sulla mobilità umana, da e verso l’Italia, ce lo rammentano da tanti anni. È importante che si affrontino le questioni di ordine pubblico come pure il disagio dei minori, ma la repressione e la punizione non daranno né ai giovani né agli adulti la vera sicurezza che cerchiamo tutti: quella di “un bimbo svezzato in braccio a sua madre” (Sal 131). (mons. Pierpaolo Felicolo - "Migranti Press" 1 2026) [caption id="attachment_71892" align="aligncenter" width="520"]Lucchetto Sicurezza (foto: Unsplash/Stephen Harlan)[/caption]

Possieri: anche nel mondo cattolico “l’atteggiamento verso i migranti è spesso condizionato da visioni ideologiche o emotive e da scarsa conoscenza del fenomeno”

11 Dicembre 2025 - La nuova National Security Strategy degli Stati Uniti descrive l’Europa come un continente esposto a declino economico, pressione migratoria e rischi di “erosione civile”. Il documento sollecita gli Stati europei a rafforzare sovranità, identità e responsabilità strategica in un quadro instabile. Riccardo Benotti (SIR) ha intervistato Andrea Possieri, docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Perugia, che analizza le implicazioni politiche e culturali di questa lettura americana per il futuro del continente e per il rapporto transatlantico. Nel documento statunitense di strategia nazionale emerge una lettura severa dell’Europa, fino a evocare il rischio di una “cancellazione della civiltà europea”. Che cosa indica questa espressione e quale idea di Europa trasmette il nuovo corso americano? Quelle parole hanno suscitato sconcerto ma sono l’evoluzione di quanto affermato da James D. Vance a Monaco nel 2025. Più che una rottura con l’Europa, emerge una critica durissima all’Unione europea. Il riferimento ai valori è una presa di distanza dall’Europa tecnocratica e dall’egemonia progressista nel discorso pubblico. Si auspica il ritorno a un’Europa delle patrie, a dispetto dell’Europa di Bruxelles. Quali elementi nuovi introduce la NSS rispetto a queste critiche già note? L’idea non è nuova, ma oggi assume due forme inedite: viene formalizzata in un documento politico statunitense con tratti nazional-sovranisti, centrato su sicurezza, identità culturale e un forte culto della leadership; inoltre, in nome della stabilità tra Europa e Russia, si accompagna a una sostanziale legittimazione dell’operato di Putin in Ucraina. A quella terra serve pace, ma una pace giusta. Il documento contrappone un’Europa delle patrie all’integrazione sovranazionale. Che idea di Unione europea emerge? L’NSS mostra sfiducia verso l’integrazione europea sviluppatasi dagli anni Novanta. L’accento sulla sovranità nazionale suggerisce una preferenza per un’Europa composta da Stati forti e meno per un’unione politica. È un’impostazione che ridimensiona il ruolo dell’Unione europea nei processi decisionali e mette in discussione la sovranità condivisa.
La National Security Strategy 2025 Il documento propone una visione centrata sulla sovranità nazionale, sulla sicurezza dei confini e sul rafforzamento industriale. L’Europa è descritta come vulnerabile sul piano economico e demografico, con il rischio di “erosione civile”. La strategia chiede agli Stati europei maggiore responsabilità nella sicurezza e indica come priorità una rapida stabilizzazione del conflitto ucraino. Forte attenzione anche alla competizione con la Cina e alla protezione delle filiere strategiche.  
L’impianto “America First” ridisegna i rapporti transatlantici. La tradizione del cattolicesimo democratico può offrire criteri utili? Quella stagione è stata feconda per l’Italia e per l’Europa, pur non essendo riproponibile. Molte intuizioni restano attuali. De Gasperi richiamava la “Patria Europa” come argine agli eccessi nazionalistici. Le difficoltà che impedirono una vera Europa politica negli anni Cinquanta si ripresentano oggi. Nonostante lo sconcerto per le parole americane e l’allarme provocato dalla Russia, non emergono forti capacità politico-culturali per un’autonomia strategica europea. Conservo però una speranza nelle generazioni cresciute dopo il 1989, più libere dalle pastoie ideologiche del Novecento: giovani pragmatici che possono contribuire a un nuovo patto fondato su solidarietà, dialogo e reciproco rispetto, come ricordava Montini. Trump parla di migranti come “erosione civile”. Come si concilia questa narrazione con la visione cristiana dell’ospitalità? Non si concilia. Il mondo cattolico ha sempre unito dignità umana, accoglienza e legalità. Oggi, invece, l’atteggiamento verso i migranti è spesso condizionato da visioni ideologiche o emotive e da scarsa conoscenza del fenomeno. Il discorso pubblico è segnato da due fattori: da un lato, la critica dell’immigrazione è diventata una risorsa simbolica a fini elettorali, leggendo i flussi come minaccia all’ordine pubblico e all’identità etnica; dall’altro, politiche migratorie poco efficaci hanno generato problemi nelle periferie, alimentando insicurezza e ostilità. Il nodo del futuro sarà l’integrazione, dunque la cittadinanza. Se il rapporto transatlantico si indebolisse, quali spazi resterebbero all’Europa come mediatrice globale? Per proporre una “terza via”, l’Europa deve essere un attore politico a tutti gli effetti. L’integrazione economico-istituzionale non è più sufficiente. Servirebbe un sussulto d’anima, altrimenti si rischia l’irrilevanza. Questo momento potrebbe favorire una nuova proposta politica, ma è necessaria una volontà dal basso che lavori, per esempio, a un’Assemblea costituente dell’Europa. Le difficoltà sono molte, ma il mutamento nasce solo dalla politica. L’unico modo per reagire al declino è prendere l’iniziativa, recuperando il progetto dei padri fondatori per un’Europa unita e solidale, modellata non dalla paura ma dalla responsabilità. [caption id="attachment_68839" align="aligncenter" width="1024"]Andrea Possieri (Foto Siciliani-Gennari/SIR)[/caption]