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Manifestazione per la remigrazione a Piacenza: “No alle provocazioni, sì al dialogo”

19 Gennaio 2026 - Il 24 gennaio il Comitato Remigrazione e Riconquista, "promotore della legge di iniziativa popolare per attuare la Remigrazione anche in Italia", ha annunciato una mobilitazione nazionale a Piacenza con un corteo che partirà alle 16, con ritrovo in piazzale Milano. L'Ufficio di Pastorale per i migranti diocesi, sollecitato a esprimersi, ha diffuso una nota a firma del direttore dell’Ufficio, p. Mario Toffari, c.s., e del vicedirettore, diac. Giuseppe Chiodaroli, nella quale innanzi tutto ci si interroga su chi siano "i membri del comitato organizzatore" e nella quale poi ricorda la posizione della Chiesa di Piacenza-Bobbio circa la pastorale, "cioè il lavoro religioso, civile e sociale con i migranti".

Scarica il testo integrale della Nota.

logo Migrantes Piacenza-Bobbio Si fa riferimento all'intervento al Consiglio Comunale del vescovo, S.E. mons. Adriano Cevolotto, il 20 gennaio 2025: “C’è un primo dato con cui ho fatto i conti visitando la città: la città è cambiata; le comunità parrocchiali si sono modificate per la presenza consistente di famiglie immigrate. Il volto della nostra città ha assunto caratteristiche radicalmente diverse, perché non siamo più nella fase di qualche decennio fa nella quale arrivavano le persone da altri continenti che si trattava di accogliere. Ora queste persone e queste famiglie hanno qui la loro residenza. Qui il futuro loro e dei loro figli. Parliamo, e lo sappiamo bene, di oltre il 20% di persone immigrate nel comune di Piacenza! Una persona ogni cinque ha un’origine nell’immigrazione. Se fino a qualche tempo fa l’emergenza era di andare incontro a delle povertà, oggi, pur perdurando questa esigenza, possiamo dire che il nostro rapporto con chi è arrivato tra noi si sta modificando. Quasi in una forma di slogan potremmo riassumere: 'non cosa fare per…?', ma 'come costruire una convivenza con…?'. Questa è la sfida. Per tutti”. L’Ufficio di pastorale per i migranti fa sapere che sta lavorando alla comunione tra i piacentini d’origine e i piacentini di adozione "con ogni mezzo a disposizione, sempre attenti a non giustificare mai chi sbaglia gravemente o chi trasgredisce le regole e le leggi del nostro Paese". In questi casi, si scrive nella nota, "non abbiamo bisogno, francamente, di provocazioni sommarie, ma di far funzionare la giustizia". E si chiarisce: "Ci dispiace, ma c’è una netta differenza di significato delle migrazioni tra noi e gli organizzatori della inutile provocazione del 24 gennaio [...]. Per noi le migrazioni non sono ideologie: sono un fatto umano, che contribuisce, se ben governato, all’unione dei popoli e, quindi, alla pace".

“Remigration Summit”: l’inaccettabile rischio di normalizzare l’intolleranza

16 Maggio 2025 - È previsto per domani, sabato 17 maggio, in una località ancora non ufficializzata, l’incontro internazionale noto come "Remigration Summit", promosso da diversi gruppi riconducibili all’estrema destra europea. Al centro della convention: le cosiddette politiche di remigrazione. Nozione, quella di remigrazione, finora poco nota in Italia, ma che inizia a farsi strada in modo preoccupante anche nel dibattito politico nazionale. Per comprendere cosa si celi dietro il propagarsi, in ambito politico, di un concetto un tempo relegato al lessico accademico specialistico, è utile guardare a uno dei suoi principali teorici - e promotore dello stesso summit -  Martin Sellner. Attivista austriaco legato all’estrema destra identitaria, Sellner è tra i primi ad aver teorizzato la remigrazione come programma politico per l’espulsione sistematica di persone ritenute “non assimilabili”. Proprio per le sue posizioni radicali, Sellner è stato destinatario di provvedimenti che ne hanno limitato la libertà di circolazione in vari Paesi europei, tra cui la Germania. È proprio in Germania, tuttavia, che le sue teorie hanno trovato terreno fertile, influenzando settori della destra radicale e dell’AFD, partito politico recentemente classificato dai servizi segreti tedeschi come estremista. Secondo un’indagine del collettivo investigativo Correctiv, nel novembre 2023 alcuni esponenti di spicco del partito avrebbero partecipato a una riunione riservata alla presenza di Sellner. Al centro della discussione, un piano di “remigrazione” – ovvero deportazione – di due milioni di “individui non assimilabili”, tra cui richiedenti asilo, stranieri regolarmente soggiornanti e cittadini tedeschi con background migratorio. Il rischio che dalla teoria si passi alla pratica è tutt’altro che remoto. Emblematico, a tal riguardo, quanto accaduto a Karlsruhe, nel gennaio di quest’anno, dove la sezione locale dell’AFD ha distribuito falsi biglietti aerei, completi di istruzioni per il rimpatrio, nei quartieri a maggiore concentrazione di immigrati. In Francia, nel frattempo, Éric Zemmour, leader del partito di estrema destra Reconquête, ha proposto l’istituzione di un “Ministero per la remigrazione”. Iniziative che, a prescindere dai seri dubbi di compatibilità con i più basilari principi democratici, non fanno che alimentare allarme sociale, generando paure e tensioni, soprattutto tra – e con – le minoranze. E in Italia? Un tempo relegato ai margini del dibattito pubblico e associato unicamente a frange estremiste, il termine “remigrazione” — avvolto da un’ambiguità semantica di comodo — ha iniziato a insinuarsi nel linguaggio istituzionale, comparendo, con diversi gradi di esplicitazione, nelle agende di partito. Concedere spazio, e quindi legittimazione, ad appuntamenti come il "Remigration Summit" contribuisce a un processo insidioso di normalizzazione dell’intolleranza e della cultura dell’esclusione, trasformando discorsi e pratiche discriminatorie in opzioni politiche apparentemente legittime e, pertanto, concretamente percorribili. In un contesto segnato da crescenti tensioni sociali, spetta alle istituzioni e all’intera società civile il compito di esercitare una vigilanza responsabile, affinché ideologie in contrasto con i principi fondamentali del nostro ordinamento non trovino spazio né legittimazione all’interno del discorso pubblico. (Elia Tornesi)