Primo Piano

Migrantes: l’udienza di papa Francesco con i rom è una provocazione alle nostre Chiese

Il pellegrinaggio di 5000 rom a Roma, provenienti almeno da 20 nazioni del mondo - di cui quasi 2000 rom da 9 regioni e 26 diocesi italiane - e che si concluderà lunedì 26 ottobre con l’udienza del Papa in sala Nervi, costituisce per la Fondazione Migrantes, che ha collaborato con il Pontificio Consiglio dei Migranti e degli Itineranti alla preparazione all’evento, un gesto concreto e un segno nel cammino di preparazione del Giubileo della misericordia.
“La scelta preferenziale dei poveri, che caratterizza l’annuncio gioioso del Vangelo oggi - spiega Mons. Gian Carlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes – trova nell’udienza di papa Francesco ai rom, come già quella di papa Benedetto XVI nel 2011, una espressione concreta . I rom, infatti, sono una minoranza non riconosciuta nel nostro Paese, spesso discriminata in Europa. Molti rom – quasi 40.000 dei 180.000 presenti in Italia – vivono ancora in periferia, nei campi, tra i più poveri, tra i più lontani dalle istituzioni, tra gli ultimi”.
“L’udienza di papa Francesco, come l’udienza di Paolo VI con i rom nel campo di Pomezia, cinquant’anni fa, a poche settimane dalla chiusura del Concilio Vaticano II, costituisce una forte provocazione a riportare nel cuore e al centro della Chiesa la cura pastorale dei rom: un popolo costituito per oltre la metà di bambini e ragazzi”.
“Il Pellegrinaggio internazionale dei Gitani organizzato a Pomezia nel settembre  del 1965 è stato un significativo punto di partenza per una rinnovata pastorale dei rom in Italia. A capo del Comitato del pellegrinaggio c’era don Bruno Nicolini, con la diretta collaborazione dell’UCEI e del Vescovo incaricato S. E. Mons. Giuseppe Marafini, Vescovo di Veroli e Frosinone, in particolare attraverso don Dino Torregiani , coadiuvato anche da don Antonio Riboldi e da alcuni laici. Dopo Pomezia si intensificò un’azione di accostamento delle persone e famiglie rom e sinte in Italia. All’azione pastorale si unì un’azione educativa sociale. In poco tempo furono aperte 19  scuole per i rom in diverse città d’Italia. Quattro Piccole Sorelle di Charles de Foucauld iniziarono a seguire  con una propria roulotte i rom nei loro vari spostamenti” – spiega il Direttore Migrantes -: “in continuità con una pastorale attenta a coinvolgere il popolo rom, e con un loro diretto protagonismo, come Fondazione Migrantes siamo convinti che le nostre comunità parrocchiali, chiamate ad uscire, ad incontrare e ascoltare, a tutelare i poveri, sapranno trovare gesti e modalità concrete per un cammino pastorale insieme alle persone, alle famiglie, al popolo rom”, conclude Mons. Perego.

Migrantes: su Radio Voce il Convegno delle Mci in Europa a Brescia

Brescia - Da lunedì 26 a venerdì 30 ottobre, su Radio Voce della diocesi di Brescia - andranno in onda gli interventi raccolti durante l’ultimo convegno delle missioni cattoliche italiane in Europa promosso dalla Fondazione Migrantes sul tema “Gli emigranti italiani e le chiese in Europa, a 50 anni dal Concilio Vaticano II” svoltosi al Centro Pastorale Paolo VI dal 12 al 16 ottobre  scorso.
 

Brasile: a San Paolo un nuovo centro di accoglienza delle suore scalabriniane

San Paolo - Si apre a San Paolo del Brasile un nuovo Centro di accoglienza per i rifugiati promosso dalle suore missionarie scalabriniane. L'istituzione del centro è stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale di San Paolo ed è il secondo della città. Si chiamerà “Missione scalabriniana” e nascerà nell’antico “Collegio Santa Teresina” nel quartiere di Pari, accanto all'edificio dove già esiste il Cesprom, un centro di accoglienza diurna per immigrati latinos e senegalesi. Il centro di accoglienza ha una capienza di 225 posti, 75 per il giorno, e 150 per la notte, destinati a 120 uomini e 30 donne, e fornisce un servizio h24. Il centro dispone di un team di 30 persone per offrire accoglienza, vitto e alloggio, ascolto, guida per l'accesso ai documenti personali, inserimento in progetti e programmi di formazione e preparazione al mondo del lavoro, mobilitazione per l'esercizio della cittadinanza, coordinamento e smistamento alla rete di assistenza sociale e ai servizi di altre politiche pubbliche del comune, coordinamento e contatti con fonti di offerte di lavoro, sviluppo di attività sociali ed educative, sviluppo di eventi sociali. Inoltre, incoraggia la partecipazione alle attività nel settore pubblico e privato, sviluppa attività che stimolano il recupero di autostima, i valori culturali e religiosi, rafforza i legami sociali e la comunità. 
“La tenda scalabriniana si allarga – ha spiegato suor Neusa de Fatima Mariano, Superiora Generale delle Scalabriniane – ed apriamo questo centro in una delle zone più popolate di migranti, cioè l'America Latina. Le porte si apriranno il 25 ottobre, data della celebrazione dei 120 anni della fondazione della nostra Congregazione e nel primo anno dalla beatificazione di Madre Assunta, nostra Cofondatrice. Ringrazio il Signore per  questa grande opportunità, che è un’occasione di grazia per vivere il carisma Scalabriniano, ricevuto del nostro fondatore il Beato Giovani Batista Scalabrini, Padre dei migranti, e per contribuire al grande ideale di realizzare la fraternità universale, di cui i migranti sono i primi protagonisti”.
 

“Quando i miei vennero in Germania”: una iniziativa del “Corriere d’Italia”

Francoforte - In occasione del 60° dell’accordo italo-tedesco siglato a Roma il 20 novembre 1955 per l’invio di manodopera italiana in Germania, il “Corriere d’Italia”, mensile delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania e Scandinavia, lancia l’iniziativa “Quando i miei vennero in Germania”.
Nel 1995, in occasione del 40°, il giornale aveva invitato le prime generazioni a raccontare i tempi dell’arrivo in Germania, le difficoltà incontrate, i problemi o l’accoglienza avuta.  Oggi l’invito a scrivere è rivolto alle nuove generazioni: come loro hanno vissuto l’arrivo in Germania al seguito dei genitori, o come l’hanno sentita raccontare in casa se nati in Germania, o come hanno trascorso nei primi anni l’impatto con l’asilo e con la scuola, o in generale con la società tedesca. Potete scrivere in italiano o in tedesco.
I lavori verranno pubblicati in un inserto nel mese di dicembre e tutti i contributi verranno raccolti in un libro, che sarà pubblicati il prossimo anno, in occasione dei 65 anni del Corriere d’Italia. I lavori vanno inviati a Corriere d’Italia - Mainzer Landstr. 164; D-60327 Frankfurt oppure tramite email a: redazione this is not part of the email@I don't like SPAM corritalia.de con oggetto “La mia storia”
 

“Señor de los milagros”: la processione a Varese

Varese - Una devozione che affonda le radici nel tempo. Una tradizione che dal Perù, attraverso la migrazione, è arrivata in tutto il mondo. Domenica 25 ottobre, a Varese, si terrà la processione dedicata al Señor de los milagros. Spiega don Alberto Vitali, responsabile della Pastorale diocesana dei migranti (Migrantes) di Milano: “La devozione risale al 1600: un gruppo di schiavi portati dall’Angola si riunivano per pregare con le parole della loro tradizione e i loro canti; nella casa in cui il gruppo si ritrovava a pregare, uno di loro dipinse una crocifissione”. Gli anni passarono e accadde un fatto straordinario: “Una serie di terremoti distrusse tutte le case attorno a quella degli schiavi. Si salvò solo il muro col dipinto. Nacquero da qui la devozione, la sua propagazione e l’attestazione successiva dei miracoli”. E come è arrivata in Italia e poi in diocesi?
“Naturalmente coi migranti venuti dal Perù, che hanno portato con loro la devozione e il modo di esprimerla - riprende don Vitali -. A Milano questa processione si fa dal 1996, anno in cui i devoti del Señor de los milagros si sono organizzati qui in Confraternita”. Per la prima volta, da quando la Diocesi di Milano ospita la processione con la sacra immagine (riproduzione di quell’originale sul muro in Perù, ndr), la Pastorale dei migranti ha deciso che teatro della celebrazione, a livello diocesano, fosse Varese: “Negli anni questa processione ha visto molta partecipazione. Portandola fuori Milano chiaramente si prevede meno affluenza”, precisa don Vitali. Il programma prevede alle 10 l’inizio della processione, con l’arrivo nella basilica di San Vittore in centro città alle 13. Poi sul sagrato si terrà la celebrazione eucaristica, presieduta dallo stesso don Vitali. Tra le comunità latino-americane, quella peruviana è sicuramente la più numerosa. Il grosso della migrazione è avvenuto tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del 2000. In Diocesi i peruviani fanno parte della comunità latina, che si ritrova a Santo Stefano, parrocchia dei migranti, costituendo circa il 40% del migliaio di latinoamericani che ogni domenica vanno a Messa in questa chiesa. “Ma molti di loro lavorano su turni - rileva don Vitali -, quindi saranno sicuramente di più”. Tanti fedeli, poi, sono presenti in altre parrocchie: in alcune realtà si sono costituiti gruppi di devoti della Confraternita che fanno riferimento a quella di Milano, come per esempio a Varese e a Pioltello, i più consistenti. Quale cammino di fede fanno queste persone? “La spiritualità è molto sentita e di taglio abbastanza popolare devozionale - spiega ancora il responsabile della Pastorale dei migranti -. Il tutto non si riduce alla processione, perché il mese di ottobre è chiamato il mes morado (mese viola): i devoti vanno vestiti con un abito viola in onore del Señor de los milagros. E gli ultimi nove giorni, prima della processione, viene celebrata una novena. Da alcuni anni, poi, a Milano, ogni volta che si tiene la processione, si promuove un progetto di beneficenza dedicato a qualche realtà, non necessariamente peruviana. Così accadrà anche quest’anno”. (Francesca Lozito)

Quei fantasmi che non ci lasciano in pace

Ragusa - I fantasmi esistono e si chiamano Cadavere M, CT 30, CT 31, Obada Taktak, Ignoto N.25, Helen Kebede. I fantasmi esistono e sono tali perché non riposano in pace e non lascerebbero in pace nemmeno i vivi, se non si stesse parlando dei fantasmi dei migranti morti sulle coste della Sicilia, pianti per un  giorno (e a volte nemmeno per quello) e poi dimenticati o, peggio, utilizzati nelle interminabili discussioni che portano alle mezze soluzioni di un intero continente.
Ma quale destino attende questi corpi entrati nell’ombra dopo aver attraversato traiettorie geografiche ed esistenziali diversissime? Che cosa avviene di questi naufragati giunti per morire a pochi chilometri, a volte metri, dalle nostre coste?
Se lo è chiesto il fotografo Max Hirzel in un commovente reportage costruito su un itinerario per i cimiteri di tutta la Sicilia sud orientale. Un viaggio che onora per tutti noi un debito e, forse, contemporaneamente, libera quegli spettri dalla maledizione di un percorso in cui l’ignoto si accumula disperatamente e senza fine su se stesso.
“Il significato di questo lavoro – dice Max Hirzel che vive e lavora a Biella – sta nel concetto di memoria. L’idea originale mi è venuta durante un viaggio in Mali in cui ho incontrato un giovane migrante che mi ha descritto la paura di terminare i suoi giorni nel deserto. Lo accompagnava il pensiero angosciante di una morte anonima, senza un luogo in cui i genitori potessero piangerlo. Questa suggestione è ritornata più volte in occasione delle notizie tragiche di sbarchi, fino a questa estate, quando si è concretizzata l’occasione di andare a capire dove fossero i corpi dei morti in mare. Ho cominciato a raccogliere informazioni e ho scoperto che si trovavano sparsi in moltissimi cimiteri della Sicilia, alcuni molto piccoli, anche lontani dalla costa e ho deciso che il mio sarebbe stato un reportage, ma anche un modo di restituire una dignità”.
Inevitabilmente il viaggio ha comportato incontri con oggetti, uomini e storie in una matassa di pietà e pauroso non senso difficile da sbrogliare: Hirzel  ha conosciuto addetti ai cimiteri, necrofori, funzionari della procura, semplici cittadini, gli stessi migranti ritratti da vivi nelle foto sui passaporti o nei selfie scattati durante il viaggio, prima di essere presi dall’abisso. C’è il funzionario della procura che ha perso intere nottate per restituire una identità ai morti di un solo naufragio, c’è il padre che ha regalato una lapide a un giovane gambiano sepolto accanto al figlio, c’è la barca che cola a picco sbilanciata dal movimento dei migranti accorsi a vedere un bambino appena nato, ci sono i tasbeeh (i rosari usati dai musulmani), le fotografie anonime, i bracciali, i cartellini identificativi.
“Mi interessava – prosegue il fotografo – anche tutta l’architettura che sta intorno a queste morti: i container al porto che accolgono i cadaveri, i fascicoli che riportano le loro caratteristiche fisiche, le cause della morte, gli oggetti ritrovati con il corpo, la data del naufragio e così via. Per la prima volta nella mia carriera mi sono reso conto che la didascalia dell’immagine è a volte più forte dell’immagine stessa. Quando dico che il senso ultimo di questo reportage è una sorta di pendolo fra la memoria e la documentazione penso certamente ai defunti, ma ancora di più ai vivi, per quando qualcuno ci chiederà conto di queste morti. Perché sono tutte morti evitabili e vanno avanti da almeno venti anni. È un tentativo di spaccare il fronte nel dibattito fra favorevoli o contrari alle migrazioni, perché di fronte alla morte non c’è discussione”.  (Vincenzo La Monica - Migrantes Ragusa)

Francoforte: festa della Comunità cattolica italo-tedesca

Francoforte - Una Festa per ricordare i primi migranti venuti in Germania si è svolta a Francoforte. La cerimonia è iniziata con la Santa Messa celebrata dal decano di Francoforte: Johannes Graf von und zu Eltz capitolare del vescovato di Limburgo che nella sua predica ha ricordato ai parrocchiani la necessità di accogliere gente allo sbaraglio, meno fortunata di noi. Il celebrante ha ricordato i “Gastarbeiter”, primi tra tutti gli italiani, con amarezza ha raccontato che allora, negli anni sessanta, era una migrazione voluta, richiesta, programmata, coordinata, accettata e desiderata. L’Italia aveva eccesso di manodopera, la Germania aveva necessità di operai. Entrambi i popoli però erano uniti nella fede in Dio che è padre di tutti e in Gesù Cristo che è Signore di tutte le cose.
I lavoratori stranieri venuti in Germania non hanno soltanto arricchito la cucina, ma anche la cultura tedesca. L’emigrazione non è stata una perdita, ma per tutti un guadagno. (fonte Corriere d’Italia)

Fondazione Moressa: gli stranieri contribuiscono all’8% del Pil

Milano - Gli stranieri sono un “affare” per l’Italia, non un costo.È quanto sostiene il rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione presentato dalla Fondazione Leone Moressa e pubblicato con il contributo della Cgia di Mestre. La ricchezza prodotta dall’immigrazione, attraverso i 2,3 milioni di occupati stranieri, ha raggiunto i 125 miliardi di euro, pari all’8,6% del Pil nazionale. E con i 10,3 miliardi di euro dei contributi previdenziali dei lavoratori nati all’estero si paga la pensione a 620mila italiani. Nel 2025 si prevede una crescita a 8,2 milioni della quota di stranieri, che diventeranno così il 13,1% della popolazione del Paese. Aumentano gli stranieri e così il loro contributo alla ricchezza nazionale. Il rapporto costi/benefici dell’immigrazione, secondo i ricercatori della Fondazione Leone Moressa, è saldamente in attivo: a fronte di 12,6 miliardi di euro di spese, ci sono infatti 16,5 miliardi di benefici, con un guadagno di ben 3,9 miliardi di euro per le casse dello Stato. Nel 2014 i contribuenti stranieri hanno dichiarato redditi per 45,6 miliardi e versato 6,8 miliardi di euro di Irpef netta. Gli imprenditori nati all’estero nel 2014 sono 632mila, mentre le imprese condotte da nati all’estero sono 524mila e producono 94,8 miliardi di valore aggiunto. Nel periodo 2009-2014 gli imprenditori stranieri sono cresciuti del 21,3% mentre nello stesso periodo quelli nati in Italia sono calati del 6,9%. La relazione indica infine che gli immigrati investono nei loro Paesi d’origine più del nostro Governo. Infatti, mentre l’Italia stanzia in aiuto allo sviluppo meno di 3 miliardi di euro (appena lo 0,16% del Pil), i soldi che gli stranieri inviano in Patria superano i 4,9 miliardi di euro (0,31% del Pil). Dai dati emerge che l’immigrazione non è fatta solo di sbarchi ed accoglienza profughi, ma anche e soprattutto di lavoratori integrati nel tessuto nazionale ed il contributo dell’immigrazione è in questo momento imprescindibile per il nostro Paese.

Migrantes: preoccupazione per la tutela del diritto alla protezione internazionale negli Hotspots e per i minori non accompagnati

Roma - La presentazione del Rapporto sull’accoglienza di migranti e rifugiati in Italia, importante strumento pubblicato dal Ministero dell’Interno, mentre sottolinea un cammino crescente in Italia verso la strutturazione territoriale del sistema asilo, privilegiando un’accoglienza diffusa, non trascura di individuare problemi.
Alla luce del Rapporto ministeriale e delle indicazioni della Commissione europea sull’immigrazione, come Fondazione Migrantes esprimiamo forti perplessità sul funzionamento degli Hotspots (Centri di prima accoglienza ai porti di arrivo), che dovrebbero essere aperti sperimentalmente solo in Italia e Grecia. Gli Hotspots sarebbero “semplicemente” dei centri di prima accoglienza allo sbarco, dove accanto alla polizia italiana lavorerebbero anche funzionari dell’Unione Europea di Frontex, di Easo.
Si può uscire dagli Hotspots con quattro esiti:
- essere di una delle quattro nazionalità ricollocabili (siriani, eritrei iracheni e persone della Repubblica Centrafricana);
- essere di una nazionalità diversa, ma dare le impronte digitali e fare domanda d’asilo e finire poi in un HUB regionale e di seguito o in un CAS o in uno SPRAR;
- non voler dare le impronte digitali e, quindi,  essere espulsi o collocati in un CIE (che ritornerebbero, purtroppo, ad avere un ruolo significativo, quando il desiderio comune era di arrivare alla loro chiusura);
- essere di nazionalità di uno dei Paesi che per l’Unione Europea è considerato sicuro e quindi ottenere un foglio di rimpatrio (la lista dei Paesi sicuri verrà approvata a breve e anche l’Italia dovrà seguirla).
 Il nuovo sistema creerebbe, anzitutto, rifugiati di serie A ricollocabili in 26 paesi dell’Unione Europea, mentre in Italia e in Grecia rimarrebbero quelli di serie B non ricollocabili, che sono anche le nazionalità con un tasso di riconoscimento più basso. Di conseguenza, aumenterebbe il numero di coloro che rimarrebbero in Italia senza un documento di soggiorno.
 In secondo luogo, in questo processo non sembra si abbia alcuna considerazione per le relazioni e i familiari dei potenziali richiedenti asilo ricollocati in altri Paesi europei.
 In altre parole, gli Hotspots diventerebbero il luogo di sommarie pre-commissioni territoriali. In questo modo si minerebbe il diritto d’asilo, per non parlare delle forti perplessità sulla legalità dei respingimenti che avverrebbe al loro interno.
 Le gravi perplessità che avevamo come Fondazione Migrantes sul funzionamento e la legalità delle procedure all’interno degli Hotspots si sono rafforzate dopo la visita, nei giorni scorsi, di operatori della Fondazione Migrantes a Siracusa.
Oltre a Lampedusa, l’Hotspot è già in funzione anche a Pozzallo. Il sindaco di Pozzallo ha dichiarato, infatti, che ci sono state negli ultimi giorni persone uscite dal Centro con fogli di via entro sette giorni, persone appena sbarcate che sono state fatte uscire in ciabatte e senza cambi di abito, dopo 30 ore di permanenza all’interno dell’Hotspot. Il sindaco, inoltre, si chiedeva, e con lui anche la Fondazione Migrantes, come sia possibile che in un colloquio di pochi minuti si possa decidere:
- chi sia un richiedente asilo che abbia diritto al ricollocamento;
- chi sia un potenziale richiedente asilo per l’Italia e a chi dare un foglio di via entro sette giorni, considerato che ovviamente le persone che lo ottengono non hanno risorse economiche e sono appena scampate alla traversata. Come è immaginabile che alcune persone, entro sette giorni, possano da sole tornare da dove sono scappate?
 Come Fondazione Migrantes esprimiamo anche grande preoccupazione rispetto alla pratica inaffidabile, da lungo tempo criticata, e che dovrebbe essere definitivamente archiviata, di stabilire la maggiore età di minori stranieri non accompagnati attraverso l’esame dei raggi X del polso. Sempre a Siracusa, l’associazione “Accoglierete” ha condiviso con la Fondazione Migrantes la preoccupazione che sempre più spesso chi si dichiara minore straniero non accompagnato e viene messo nei centri di prima accoglienza per minori, prima di avere un tutore, a gruppi, viene accompagnato in Ospedale per essere sottoposto all’esame dei raggi X e dichiarato maggiorenne.
 

Cei: attentato alla vita lasciar morire i nostri fratelli sui barconi nel canale di Sicilia

Roma - Nel Messaggio per la Giornata nazionale della Vita i vescovi del Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana stilano l’“elenco impressionante” degli attentati alla vita citando le parole di Papa Francesco rivolte ai partecipanti all’incontro promosso dall’Associazione Scienza e Vita. Tra queste “È attentato alla vita lasciar morire i nostri fratelli sui barconi nel canale di Sicilia”.
“Le nostre comunità parrocchiali e le nostre associazioni – scrivono i vescovi - sanno bene che ‘la Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere’. Siamo chiamati ad assumere lo stile di Emmaus: è il vangelo della misericordia che ce lo chiede. Gesù si mette accanto, anche quando l’altro non lo riconosce o è convinto di avere già tutte le risposte”.
“ La misericordia farà fiorire la vita”, aggiungono i presuli: “quella dei migranti respinti sui barconi o ai confini dell'Europa, la vita dei bimbi costretti a fare i soldati, la vita delle persone anziane escluse dal focolare domestico e abbandonate negli ospizi, la vita di chi viene sfruttato da padroni senza scrupoli, la vita di chi non vede riconosciuto il suo diritto a nascere. Contagiare di misericordia significa osare un cambiamento interiore, che si manifesta contro corrente attraverso opere di misericordia. Opere di chi esce da se stesso, annuncia l’esistenza ricca in umanità, abita fiducioso i legami sociali, educa alla vita buona del Vangelo e trasfigura il mondo con il sogno di Dio”.

 

Migrantes Brescia: il pellegrinaggio al Santuario di Caravaggio

Brescia – Domenica scorsa il santuario di Santa Maria del Fonte di Caravaggio ha ospitato il tradizionale pellegrinaggio dei migranti. Erano circa ottocento i partecipanti, provenienti dalla diocesi di Brescia e, per una piccola parte, anche da quella di Como, suddivise nelle varie etnie da tutto il mondo. A guidare il gruppo e a coordinare la giornata, l’ Associazione Centro Migranti di Brescia, con capofila padre Mario Toffari, direttore dell'ufficio Migrantes diocesano e presidente della stessa associazione. Un incontro con la Madonna, da sempre punto di riferimento per i cristiani di tutto il mondo, che proprio a Caravaggio fece la sua “comparsa” nel 1492, negli spazi dove ora sorge il santuario.
Un grande momento di fede e di protezione, come ha spiegato padre Toffari, per tutte queste persone sradicate dalla propria terra e dalle proprie origini, che trovano nella figura di Maria la forza per proseguire nel loro cammino nel nostro paese.
Ospiti speciali della giornata sono stati una ventina di richiedenti asilo, ospitati ora a Tignale e a Collio, tra cui alcuni cattolici tre dei quali si stanno preparando a ricevere i Sacramenti. Un segno di vicinanza e di solidarietà dato dall’associazione Centro Migranti, che vuole sottolineare l'importanza oggi più che mai dell'accoglienza e del pregare insieme. Segno che si è consolidato durante la messa pomeridiana, presieduta da mons. Luciano Monari, Vescovo di Brescia. Nel momento dell'offertorio sono stati proprio i rifugiati a portare all'altare le offerte, in un momento di raccoglimento e preghiera con il vescovo e con l'intera comunità. Forte anche il messaggio che le comunità migranti presenti hanno voluto dare nel momento della raccolta delle offerte: tutto quanto raccolto è stato donato al Vescovo per i profughi presenti in diocesi.
 Un forte messaggio di solidarietà arriva quindi da Caravaggio, che prescinde dalla razza, dalla provenienza e dalla religione in questo difficile momento per le popolazioni costrette a migrare in cerca di pace e serenità. (Alice Fedeli)
 
 

Reggio Calabria: le scalabriniane ricordano Madre Assunta Marchetti

Reggio Calabria - In occasione dell’anniversario della fondazione della Congregazione delle suore missionarie Scalabriniane, 25 ottobre 1895, per opera del vescovo di Piacenza il Beato Giovanni Battista Scalabrini, del primo anniversario dalla beatificazione
della prima Madre e Cofondatrice, Beata Assunta Marchetti, le Comunità delle suore e dei padri Scalabriniani di Reggio Calabria, vivranno alcuni eventi con particolare partecipazione delle comunità locali ed etniche. Domani, 23 ottobre, alle ore  17:00 con riflessioni sulla vita della Beata Madre Assunta Marchetti e con la recita del Rosario, nella parrocchia dei santi Filippo e Giacomo, nella parrocchia di Sant’Agostino. Nella stessa parrocchia sabato sera, alle ore 19:15, una Tavola Rotonda che ha per tema “Madre Assunta Marchetti: emigrazione ieri, e immigrazioni oggi”. Domenica una Messa solenne presieduta da mons. Vittorio Mondello, Vescovo emerito di Reggio Calabria –Bova con la partecipazione  delle comunità di altra lingua e la comunità parrocchiale. Seguirà lo spettacolo: “Madre Assunta: migrazioni ieri, migrazioni oggi” con i giovani della parrocchia, italiani e filippini.

Mci Mosca: domenica la Giornata comunitaria

Mosca - Domenica prossima, 25 ottobre, si svolgerà la prima giornata comunitaria del nuovo anno pastorale della Cappellania Italiana di Mosca. Questo gesto nasce dal desiderio – spiega don Giampiero Caruso -  di “condividere un’amicizia che sia guidata al Destino di potersi incontrare e conoscere”. Si inizierà con la celebrazione della Santa Messa presso la  parrocchia di San Luigi dei Francesi. Nel pomeriggio presentazione del tema del nuovo anno pastorale e poi, come da tradizione, con un concerto. Sabato 31 ottobre, invece, la comunità italiana moscovita si ritriverà per la Giornata Caritativa che si svolgerà presso le Suore di Madre Teresa di Calcutta, nella loro casa di accoglienza per ragazzi down e disabili.
 

Viminale:100mila le persone immigrate accolte in Italia

Roma – Sono 100.000 le persone ospitate nelle strutture (dato aggiornato al 10 ottobre 2015); il 70% si trova nelle strutture temporanee; l’Italia è il terzo Paese per numero di richiedenti asilo, dopo la Germania e la Svezia; la presenza delle donne è estremamente ridotta rispetto alla media europea; i primi tre Paesi di provenienza dei richiedenti asilo in Italia sono Nigeria, Mali e Gambia; i minori sbarcati sulle nostre coste nel 2014 sono stati 26.112, di cui 13.000 non accompagnati; nel 2015 i minori non accompagnati sono cresciuti del 73%; nella gestione ordinaria dell’accoglienza si registra una drastica riduzione dei costi, pari al 70%. So9no alcuni dati che emergono dal “Rapporto sull’accoglienza di migranti e rifugiati in Italia. Aspetti, procedure, problemi” presentato ieri
a Roma. L’analisi è stata illustrata, presso la sala conferenze del Viminale, dal prefetto Rosetta Scotto Lavina e dal professor Antonio Golini. Sono intervenuti il capo dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione prefetto Mario Morcone e il sottosegretario all’Interno Domenico Manzione che ha concluso il convegno. Presenti il capo di Gabinetto Luciana Lamorgese e il capo dipartimento di Pubblica Sicurezza Alessandro Pansa.
Il sottosegretario Manzione, sostenitore del progetto, ha inteso così valutare le risposte che il sistema di accoglienza in Italia è in grado di fornire. Una “policy evaluation”, insomma, messa a punto da esperti che hanno potuto lavorare dall’interno ottenendo un’istantanea aggiornatissima della situazione. “Abbiamo collaborato – ha assicurato il professor Golini che ha coordinato il gruppo di lavoro – in totale libertà di pensiero e di scrittura, senza alcun condizionamento né tecnico, né politico”. 
Il sistema di accoglienza in Italia, ha osservato Manzione, “è cresciuto negli ultimi due anni e ha funzionato. I posti a disposizione dei migranti sono aumentati, passando da 10-15 mila a 100 mila. Ora si tratta di mettere tutto a regime, in collaborazione con i territori”.
Il prefetto Morcone ha sottolineato nel suo intervento come sia cambiata la filosofia in tema di accoglienza: “Il futuro - ha detto - è l’accoglienza diffusa, da condividere sul territorio, è finito il tempo dei grandi centri”. “Chiediamo ai sindaci – ha proseguito – di riscoprire il loro ruolo di protagonismo”, per arrivare a riequilibrare la distribuzione dei migranti su tutto il territorio nazionale. All’accusa dei tempi troppo lunghi per la definizione delle richieste di asilo, Morcone ha risposto che ogni storia va ascoltata con attenzione per garantire i diritti di protezione a tutte le persone interessate.
Il rapporto è stato illustrato dal prefetto Scotto Lavina che ha precisato come il documento non voglia proporre soluzioni risolutive, ma approfondimenti sul sistema italiano di accoglienza con l’obiettivo di verificare la presenza di risposte adeguate per un fenomeno che appare molto flessibile. L’analisi è stata effettuata: basando il lavoro su dati affidabili, lasciando emergere le best practice da replicare e fornendo risposte alle criticità rilevate.

 

Mons. Perego: “per gli emigrati italiani già in atto in Europa nuovi modelli pastorali”

Brescia - Dal 12 al 16 ottobre la Fondazione Migrantes ha convocato a Brescia i missionari e gli operatori pastorali impegnati accanto agli emigrati italiani in Europa. Il convegno, sul tema “Gli emigrati italiani e le Chiese in Europa”, ha riletto 50 anni di vita pastorale nelle Missioni cattoliche italiane (Mci) in Europa con una serie di relazioni, tavole rotonde e tre pellegrinaggi: a Sotto il Monte, luogo natale di papa Giovanni XXIII con la concelebrazione presieduta dal vescovo di Bergamo, mons. Francesco Beschi; a Concesio, luogo natale di Paolo VI con la concelebrazione presieduta dal vescovo di Brescia, mons. Luciano Monari, e a Nigoline, patria del vescovo Geremia Bonomelli, con la concelebrazione presieduta dal segretario generale della Conferenza episcopale italiana, mons. Nunzio Galantino. Per fare un bilancio dei lavori abbiamo rivolto alcune domande al direttore generale della Migrantes, mons. Gian Carlo Perego.

Cinquant’anni di emigrazione in Europa: quale il ruolo delle Mci?

“Il volto dell’emigrazione italiana è cambiato dagli anni ‘60 ad oggi: da lavoratori in prevalenza operai, artigiani, si è passati a famiglie studenti, laureati; da un calo dell’emigrazione, con un aumento dei rientri dalla metà degli anni ‘70 fino a metà del primo decennio del Duemila si è ritornati nell’ultimo decennio a una crescita, complice la crisi economica, delle partenze, con un aumento di oltre il 50% di emigranti, passati da 3 milioni a oltre 4 milioni e mezzo, come ha ricordato il recente ‘Rapporto Italiani nel mondo’, che la Migrantes pubblica da un decennio. Questo cammino diverso dell’emigrazione ha sempre visto la compagnia della Chiesa, attraverso le missioni/comunità e presbiteri diocesani e religiosi. Una compagnia che viene, da una parte, dall’essere la Chiesa stessa - come ricorda Lumen Gentium 10 - un popolo formato anche da coloro che camminano, che sono emigranti; dall’altra, dall’essere la Chiesa stessa in cammino, pellegrinante (G.S.40). La pastorale dell’emigrazione in questi cinquant’anni, attraverso le Missioni cattoliche di lingua italiana, ha rappresentato questo volto di Chiesa estroversa, ‘in uscita’, per dirla con Papa Francesco, coniugando sempre la storia delle persone migranti, le loro esigenze familiari e sociali, le loro sofferenze e i loro progetti, con l’annuncio del Vangelo”.
In Europa cambia l’emigrazione italiana: cosa è emerso dal convegno di Brescia?

“Il convegno di Brescia, con il contributo attento e vivace di oltre 150 presbiteri e operatori pastorali, ha voluto fare il punto da una parte sul volto di un’Europa che sta cambiando sul piano politico e sociale, ma anche ecclesiale, ma al tempo stesso che deve ancora crescere insieme. Come una politica sull’immigrazione e sull’asilo è ancora debole e disorganica, così anche l’azione pastorale risente di modelli nazionali differenti. A Brescia, però, è emersa la sfida di una pastorale delle migrazioni in Europa che sia condivisa, guardando più che ai vecchi modelli di organizzazione su base linguistica (Chiese nazionali, parrocchie linguistiche, cappellanie…) a nuovi modelli fondati su storie di relazioni, legami nuovi con al centro la Chiesa locale e strutture agili che sappiano incontrare i nuovi emigranti, soprattutto giovani, ma anche provocare a una rilettura della propria esperienza di vita alla luce della fede. Anche le esperienze di ‘comunità di comunione’, dove si valorizzano le differenze (il progetto in Belgio) o la parrocchia multietnica di Helsinki, o la pastorale in strada a Barcellona, meta di molti giovani italiani, sono esperienze interessanti in atto nel contesto europeo”.

Quali le principali difficoltà e quale ruolo possono avere le Mci oggi?

“La difficoltà maggiore di oggi è quella di ripensare i modelli pastorali alla luce di un’emigrazione che cambia volti, fatta spesso di tempi brevi - pensiamo, ad esempio, ai lavoratori precari o stagionali o agli studenti Erasmus - di spostamenti continui anche nel contesto europeo, di andata e ritorno dai Paesi di provenienza per la facilità dei mezzi di trasporto. Sul piano pastorale una difficoltà è riuscire a condividere strutture e spazi per un’attività insieme, nello stesso luogo, sentendo la parrocchia o l’unità pastorale una ‘casa comune’ - come ha detto il vescovo ausiliare di Losanna-Ginevra-Friburgo, monsignor Alain de Raemy, intervenendo al convegno. Un’ultima difficoltà è il calo dei presbiteri e dei religiosi che si dedicano alla pastorale dei nostri emigrati: un calo che s’inserisce nella cosiddetta parabola del clero e che sta interessando Istituti religiosi e diocesi italiane. Per questa ragione, anche alla luce del Concilio Vaticano II, il protagonismo di laici emigranti, con le loro famiglie, può diventare la vera risorsa per un’esperienza di Chiesa anche lontano dalle proprie parrocchie, condivisa con le parrocchie dei luoghi dove si lavora o si studia in Europa”. (Raffaele Iaria – SIR)

 

L’accoglienza come occasione reale di “Grazia”

Torino - Sono stati due i momenti di incontro il 15 ottobre che l’Ufficio Migrantes della diocesi di Torino ha organizzato in città. La mattina, presso la sala Multimediale della Regione Piemonte, la presentazione pubblica del Rapporto 2015 sulla Protezione Internazionale (a cura di Migrantes, Caritas Italiana, Cittalia, Anci, Sprar in collaborazione con UNHCR) è stata occasione di approfondimento e confronto sulla situazione delle accoglienze a livello nazionale, regionale e cittadino. Il pomeriggio, presso la sede dell’Ufficio Pastorale Migranti, si è tenuto un incontro di formazione rivolto a operatori pastorali, volontari delle parrocchie, parroci e famiglie delle comunità parrocchiali sul tema della protezione internazionale e sulle modalità dell’accoglienza presso strutture parrocchiali e religiose, alla luce dell’invito del Santo Padre e del Vescovo Cesare Nosiglia. Di fronte alla sala gremita, sono stati ripresi i suggerimenti del Vademecum pubblicato dalla Conferenza Episcopale Italiana, utili a quelle realtà che si affacciano all’accoglienza di rifugiati, e si è dato spazio alle domande e al dibattito. L’accoglienza ha infatti bisogno di formazione, ma anche del tempo necessario per valutare gli abbinamenti e quindi nel far conciliare le esigenze dei rifugiati con le caratteristiche delle strutture che accolgono (dimensioni fisiche, posizione geografica, opportunità presenti sul territorio). Al di là del numero significativo di parrocchie che si sono candidate all’ospitalità – dato caro ai mass media -, ciò che vale la pena sottolineare è il processo nato all’interno delle comunità ecclesiali, di informazione, di coinvolgimento, di dibattito e riflessione. L’accoglienza, così com’è vissuta, è un’occasione reale di “Grazia”. Diventa espressione di una comunità che cresce nella dimensione della solidarietà e dell’incontro con l’altro. La Chiesa, da parte sua, gioca da tempo un ruolo importante nell’accoglienza di rifugiati. Su oltre 7000 persone accolte in programmi di prima accoglienza in Piemonte, metà si trovano in strutture religiose. Dato che fa pensare a un cammino che non si esaurirà con l’Anno Giubilare, ma che diventerà parte integrante della vita pastorale, di un’organizzazione che prevede l’accoglienza del “povero” come tratto distintivo della sequela di Cristo. La Diocesi, attraverso l’Ufficio Pastorale Migranti, sta accompagnando le tante parrocchie pronte ad accogliere i rifugiati. Il 30 settembre scorso il Direttore della Pastorale Migranti, Sergio Durando, ha incontrato in Curia parroci e direttori delle Unità Pastorali proprio per dare informazioni sui percorsi di accoglienza possibili. Il 12 ottobre 2015, a Villanova d’Asti, i Vescovi piemontesi hanno incontrato i Coordinamenti regionali di Migrantes e Caritas in una mattinata di formazione e confronto. La giornata del 15 ottobre è stata dedicata intermante all’informazione e formazione sul tema. La prossima tappa sarà la Giornata Mondiale del Migrante e Rifugiato”, il 17 gennaio prossimo. Tema del 2016 sarà “Migranti e rifugiati ci interpellano. La risposta del Vangelo della misericordia”. In ogni parrocchia questa data potrà diventare occasione per organizzare iniziative di sensibilizzazione delle comunità sul tema dei rifugiati e dell’accoglienza dell’altro.
Per richiesta informazioni e invio candidature: segreteria@upmtorino.it
 
 

Amburgo: un convegno sulla nuova emigrazione

Amburgo - Il governo della Repubblica italiana e il governo della Repubblica federale tedesca firmarono, il 20 dicembre 1955, l’accordo per il reclutamento e il collocamento di manodopera italiana nella Germania federale. In occasione dei 60 anni di emigrazione italiana verso la Repubblica federale tedesca si svolgerà, quindi, un Convegno che metterà in risalto un aspetto importante della presenza italiana in Germania. Titolo del convegno dal titolo “La cultura dell’Emigrazione italiana nel mondo - La nuova emigrazione italiana in Germania: Opportunità e rischi”, che si terrà sabato 31 ottobre dalle ore 18,00 alle 20,00, presso la Missione Cattolica Italiana in Bürgerweide 31. Parteciperanno il Console Generale di Hannover, dr. Flavio Rodilosso ed altri esponenti politici ed istituzionale. Come sempre noi del Consiglio Pastorale di Missione vogliamo trasmettere la cultura italiana in tutte le sue forme, volendo dare un contributo alla nostra Comunità Italiana ed a tutti quegli italiani che in particolare vivono nel Nord della Germania. (don Pierluigi Vignola)
 

Elezioni in Svizzera: svolta a destra o ritorno alla normalità?

Zurigo - Dopo il voto, “svolta a destra” è il giudizio che viene espresso, quasi unanimemente nella Svizzera romanda, mentre in quella tedesca, ivi compresi i media più autorevoli come ad esempio l’NZZ (Neue Zürcher Zeitung), si parla senza mezzi termini di “ritorno alla normalità”. Tutta la campagna elettorale è stata concentrata sulla questione migrazione, con sfumature e accenti addirittura più marcati rispetto agli anni Settanta (periodo Schwarzenbach). D’altronde, il risultato dell’Udc è stato commentato e giustificato, dal presidente Toni Brunner, come l’espressione diretta di un popolo stufo degli arrivi, dei profughi, di quanti bussano alla porta elvetica. Ciò è accaduto nonostante la Svizzera non rientri affatto, e forse non ci rientrerà mai, nelle traiettorie di quest’ultima ondata di disperati. Tuttavia, l’accento è stato posto esclusivamente sulla migrazione, tanto che alla domanda su quali siano le altre questioni prioritarie che Berna dovrà affrontare, ci si limita ad argomentazioni tentennanti sul dibattito energetico. Dal risultato di queste elezioni, al di là delle performance positive o meno dei singoli partiti e degli scenari futuri, emerge per l’ennesima volta come la paura dell’invasione sia ancora l’arma più potente dei populismi. Che la Svizzera subisca pressioni migratorie da decenni, o meglio da più di un secolo, è un fatto storico accertato. Che il fenomeno migratorio nella Confederazione incida in termini percentuali in maniera notevole è un altro dato riconosciuto. Che questo sia ben superiore rispetto alle risibili cifre che riguardano, ad esempio, l’Italia, è altresì un fatto. Come è un fatto accertato che, da più di trent’anni, i partiti antistranieri abbiano scalato i vertici delle istituzioni elvetiche. D’altronde gli stessi partiti si istituzionalizzano in seguito alla stagione referendaria degli anni Settanta, che aveva come bersaglio gli stranieri, in maggioranza italiani, all’epoca e in gran parte ancora oggi. Su tutti, è indicativo il risultato della Lega Ticinese a Chiasso, comune medio piccolo ma emblema di cosa significhino le difficoltà quotidiane, da un lato generate dagli oltre 60-70mila frontalieri quotidiani e, dall’altro, dagli extracomunitari e non che cercano una soluzione alla proprio miseria. Il caso di Chiasso è significativo non per i fatti di cronaca di questi giorni, bensì quale modello interpretativo di un disagio che accomuna tutti, da più e diversi punti di vista, e che non può e non troverà alcuna soluzione nel recente risultato elettorale. Il sistema produttivo della piccola cittadina è pressoché sparito. La convenienza economica d’avamposto di frontiera, da oltre vent’anni, si è ribaltata a favore dell’Italia, dove per gli svizzeri risulta più conveniente spendere quotidianamente i soldi. Parimenti, sono più di vent’anni che il cantone soffre di forte distacco nei confronti delle politiche federali. In più, chi oggi si lamenta maggiormente sono gli italiani, trasferitisi nell’immediato secondo dopoguerra in questi luoghi e che hanno contribuito in maniera determinante, sia economicamente che socialmente, al loro sviluppo e alla loro crescita. Ovviamente quest’ultima affermazione è estendibile ad ogni latitudine della Confederazione, senza alcuna paura che possa essere smentita. D’altronde oggi i cittadini italiani sono percepiti quale parte integrante di questo paese. Neppure Magdalena Martullo-Blocher, la nuova Le Pen svizzera, figlia dello storico leader ultranazionalista Blocher, appena eletta, può mettere in discussione questa affermazione: è sposata con un italiano, Roberto Martullo. Ma questi sono dettagli di colore. Ciò che invece preoccupa è che proprio in un momento così delicato per le sorti dell’Europa, che inevitabilmente si trova a fare i conti con la propria storia, prevalgano la chiusura e la paura. I muri non hanno mai prodotto né crescita né sviluppo e questo dovrebbe essere già abbastanza chiaro dopo quanto successo in seguito al referendum del 9 febbraio 2014. La Svizzera e tutto quello che essa oggi rappresenta, i risultati raggiunti a partire dal secondo dopoguerra, sono figli di centinaia di migliaia di migranti che hanno consentito questi risultati. Le tante umanità che per decenni, mentre contribuivano al benessere del paese, dovettero sottostare a momenti non dissimili da quelli quotidiani dovrebbero assumere quale dovere morale e civile – e perché no pedagogico – la responsabilità di raccontare le proprie esperienze, affinché, alla debolezza ed al consociativismo della politica elvetica, si posso sopperire con una verità storica. Questa, se acquisita e fatta propria, con ogni probabilità modificherebbe il sentire comune di tanti cittadini che, travolti dalle paure e dalla spregiudicatezza di chi le sfrutta, decidono di optare per soluzioni di chiusura nei momenti meno appropriati. Come mero esperimento da manuale, sarebbe il caso di chiedere a quanti cavalcano paure per scalare posizioni di potere di chiudere per sole 48-72 ore le frontiere della Svizzera, per poi farci raccontare i danni provocati da questa decisione, in primis dal punto di vista prettamente economico. Probabilmente a queste domande costoro non saprebbero rispondere. (don Carlo De Stasio – Coordinatore Missioni Cattoliche di Lingua Italiana in Svizzera)

Rom e sinti: a Reggio Calabria il seminario conclusivo del “Progetto per l’inclusione e l’integrazione dei bambini rom”

Reggio Calabria – Oggi pomeriggio nei locali della sala Ciprioti del Centro Civico di Arghillà, si terrà il Seminario conclusivo del Progetto nazionale per l’inclusione e l’integrazione dei bambini rom, sinti e camminanti – promosso dall’Istituto degli Innocenti di Firenze e finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dal Comune di Reggio Calabria – per presentare i risultati conseguiti nella seconda annualità del progetto. L’iniziativa sperimentale, ampia e articolata, ha coinvolto 11 città italiane. Le scuole sono state individuate per l’alto numero di alunni di etnia rom e l’intervento è stato orientato a riqualificare il contesto/ambiente. Gli Istituti Comprensivi “Radice-Alighieri” e “Galluppi-Collodi-Bevacqua” hanno predisposto tutte le misure utili alla realizzazione di azioni che hanno promosso forme aggregative ispirate alla metodologia del Cooperative-learning e del Learning by doing, per migliorare il clima della classe e favorire l’integrazione, eliminando così la stigmatizzazione delle classi sociali più svantaggiate.
 

Mons. Plotti: oggi i funerali a Roma

Roma – Si svolgeranno questa mattina, alle 12,00, i funerali di mons. Alessandro Plotti, vescovo emerito di Pisa e da alcuni giorni nominato membro della Commissione CEI per le Migrazioni. Le esequie del presule, morto ieri mattina, si svolgeranno nella chiesa centrale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore a Roma. Domani alle 11.30 nella Cattedrale di Pisa. Infine giovedì mattina si terrà una Messa nella chiesa parrocchiale di Moltrasio dove il corpo di monsignor Plotti sarà tumulato. 83 anni mons. Plotti era nato a Bologna l’8 agosto 1932. Trasferitosi con la famiglia prima a Moltrasio - sul lago di Como - poi a Roma, era stato ordinato sacerdote il 25 luglio 1959. Incardinato nel clero romano, fu parroco e poi nel 1980 la nomina a vescovo ausiliare di Roma. Incarico che mantenne fino alla nomina, nel 1986, ad arcivescovo di Pisa. Ritiratosi a Roma nel 2012 venne chiamato come amministratore apostolico a Trapani dove rimase fino alla nomina del nuovo vescovo. Qualche settimana fa la nomina, come vescovo emerito nella Commissione Episcopale per le Migrazioni della CEI. (Raffaele Iaria)