Primo Piano

Il Papa apre la Porta Santa a Bangui: “Capitale spirituale del mondo”

Bagui - Il Papa ha aperto la Porta Santa della Cattedrale di Bangui, alle 17,15 di ieri, proclamando la città "capitale spirituale del mondo". Prima di entrare nella Cattedrale, Francesco si è soffermato davanti alla porta ancora chiusa e rivoltosi al popolo di Dio, ha detto in italiano: "Oggi Bangui diviene la capitale spirituale del mondo. L'Anno Santo della Misericordia viene in anticipo a questa terra. E' una terra - ha aggiunto - che soffre da diversi anni per l'odio, l'incomprensione, la mancanza di pace". Bangui, ha ripetuto il Papa, diviene la capitale spirituale della preghiera per la misericordia del Padre. Tutti noi chiediamo pace, misericordia, riconciliazione, perdono, amore. Per Bangui, per la Repubblica Centrafricana e per tutti i Paesi che soffrono la guerra chiediamo la pace. E tutti insieme - ha sollecitato Francesco - chiediamo amore e pace". Parole che i fedeli hanno ripetuto in coro. "Con questa preghiera cominciamo l'Anno Santo in questa capitale spirituale del mondo qui oggi", ha concluso, aprendo la porta e incamminandosi verso l'altare maggiore della Cattedrale per celebrare la Messa. Le parole del Papa sono state più volte interrotte da lunghi applausi. Il suo pensiero è andato anzitutto ai "feriti dalla vita", coloro che "aspettano solo un’elemosina": del pane, della giustizia, della pace. Francesco ha chiesto vicinanza al prossimo, perdono per i nemici. I cattolici siano "artigiani del perdono, specialisti della riconciliazione, esperti della misericordia", per aiutare i fratelli. Il tempo di Avvento ricorda che Dio "viene a fare dono della sua giustizia" e a mostrare la forza dell'amore che non arretra davanti a nulla.
Poi uno dei passaggi più forti, in questo Paese martoriato dalla guerra: "A tutti quelli che usano ingiustamente le armi di questo mondo, io lancio un appello: deponete questi strumenti di morte; armatevi piuttosto della giustizia, dell’amore e della misericordia, autentiche garanzie di pace".
Il Papa è arrivato ieri a Bangui e subito ha consegnato ai centrafricani tre parole di speranza: "Unità, dignità e lavoro". Sono il motto di questa martoriata nazione, ma quanto di più inapplicato oggi nel Paese. Francesco, invece, giunto in una torrida domenica, tra l'entusiasmo della gente e gli attenti sguardi dei caschi blu disseminati ovunque e armati di tutto punto, ne fa il punto di ripartenza, "la bussola sicura - dice - per le Autorità che hanno il compito di condurre i destini del Paese". All'appuntamento con la presidente della transizione, Catherine Samba-Panza, cattolica, il Pontefice si presenta "come pellegrino di pace" e "apostolo di speranza". E tale lo vede la gente, che sotto il sole gli fa ala lungo i nove chilometri dall'aeroporto al Palazzo presidenziale, cinque dei quali percorsi da Francesco a bordo della papamobile scoperta. Per Bangui è finalmente una domenica di festa. Gli unici "scoppi" che si sentono sono quelli delle urla di giubilo. E l'approccio senza timori del Papa contribuisce a rasserenare gli animi. Specie quelli dei bambini, che ricevono la sua visita in uno dei campi profughi della città. La via della definitiva riconciliazione, tuttavia, è lunga ma non impossibile. Bergoglio elogia gli sforzi della comunità internazionale e delle autorità nazionali per normalizzare il Paese. E quindi si sofferma su ognuna delle tre parole chiave. Unità significa evitare "la tentazione della paura dell'altro, di ciò che non ci è familiare, di ciò che non appartiene al nostro gruppo etnico, alle nostre scelte politiche o alla nostra confessione religiosa". E' la descrizione di tutto ciò che è alla base delle guerre civili del Paese. Francesco invece invoca "l'unità nella diversità", una sfida che richiede "creatività, generosità, abnegazione e rispetto per gli altri".
Quindi la dignità. "Ogni persona ha una dignità", sottolinea il Papa. "Tutto deve essere fatto per tutelare la condizione e la dignità della persona umana". E chi ha di più deve "deve aiutare i più poveri". "Pertanto l'accesso all'istruzione e all'assistenza sanitaria, la lotta contro la malnutrizione e per garantire a tutti un'abitazione decente dovrebbe essere al primo posto di uno sviluppo attento alla dignità umana". Infine il lavoro. Le risorse ci sono per migliorare il Paese, afferma Francesco: gli abitanti devono impegnarsi, ma il Papa parla anche ai "partners internazionali e società multinazionali" e mette l'accento "sulla loro grave responsabilità nello sfruttamento delle risorse ambientali, nelle scelte e nei progetti di sviluppo, che in un modo o nell'altro influenzano l'intero pianeta". Quanto ai governanti locali, essi devono essere i primi a dare l'esempio di unità, dignità e lavoro. E la Chiesa in questo può dare il suo contributo. "Pertanto non dubito - afferma Francesco, che le autorità centrafricane attuali e future si adopereranno costantemente per garantire alla Chiesa condizioni favorevoli al compimento della sua missione spirituale". Infine al corpo diplomatico chiede che le organizzazioni internazionali aiutino il Paese a "progredire soprattutto nella riconciliazione, nel disarmo, nel consolidamento della pace, nell'assistenza sanitaria e nella cultura di una sana amministrazione a tutti i livelli". La tappa successiva è la visita al campo profughi di Saint Sauveur, che dista poche centinaia di metri dal palazzo presidenziale. Ci vivono 4mila persone praticamente a abbandonate a se stesse, che devono mendicare acqua e cibo, con il solo aiuto dei missionari comboniani e in parte dell'Onu che fornisce loro le tende. Le mamme hanno preparato cartelli con le parole, pace, amore, uguaglianza, rispetto.
Il Papa prende lo spunto da quei cartelli e preso un microfono, sottolinea: "Ho letto ciò che i bambini hanno scritto. Noi dobbiamo lavorare e pregare e fare di tutto per la pace. Ma la pace senza amore, senza amicizia, senza tolleranza e senza perdono non è possibile. Ognuno di noi deve fare qualcosa. Io auguro a voi e a tutti i centroafricani la pace, una grande pace tra voi. Che possiate vivere in pace qualsiasi sia l'etnia, la cultura, la religione, lo stato sociale, perché tutti siamo fratelli". Poi invita: "Mi piacerebbe che diciamo insieme: 'Tutti siamo fratelli'. Mamme e bambini lo ripetono tre volte. "E per questo, poiché tutti siamo fratelli, vogliamo la pace", conclude il Papa. (Mimmo Muolo)
 

Mons. Perego: “velocizzare il ricongiungimento familiare”

Verona -  Nell’ambito della V Edizione del Festival della Dottrina Sociale della Chiesa, in corso a Verona ieri sera si è tenuto un approfondimento sulle storie di integrazione di immigrati al quale è intervenuto anche mons. Gian Carlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes. Il sacerdote ha commentato i dati Istat diffusi ieri sull’immigrazione secondo cui oggi in Italia ci sono 5 milioni di immigrati di 196 nazionalità, chiamati dalle nostre imprese che negli anni scorsi chiedevano fino a 400mila quote. Nelle università 65mila studenti. Nelle parrocchie 1 milione di cattolici, 1 milione e mezzo di islamici, 400mila induisti, mezzo milione che non avevano un’esperienza religiosa: “Non abbiamo aiutato queste persone favorendo il ricongiungimento familiare, che la sociologia e la dottrina sociale dicono essere fattore di regolarità sociale, oltre che diritto umano. Solo in Grecia ci vuole più tempo che in Italia per il ricongiungimento. Le persone con famiglia hanno un tasso di criminalità inferiore agli italiani. Delle 196 nazionalità, 130 non hanno neanche un membro in carcere». La didattica, ha aggiunto, “è andata avanti come se le persone che arrivavano dagli altri Paesi non erano importanti, ci sono vecchie direttive mai sostenute da risorse se non quelle appassionate di insegnanti e volontari, col doposcuola nelle parrocchie”.
Sul tema dell’accoglienza, mons. Perego ha aggiunto: “Nel 2014 e 2015 sono sbarcate in Italia 320 mila persone, ma ne accogliamo negli Spra 120mila. Gli altri sono andati avanti e dal Belgio, dalla Germania, ci chiamano per ringraziarci”. Raccontando la realtà dei 2 su 3 che sbarcano in Italia e poi proseguono il viaggio verso altri Paesi europei afferma: “Centomila migranti può essere considerata un’invasione in un Paese di 60 milioni di abitanti? Può essere considerata un’emergenza? Bussano alla porta fuggendo da Paesi come Nigeria, Mali… La migrazione forzata è una grossa provocazione alla nostra democrazia, cioè ripensare la città alla luce di queste persone, facendo in modo che l’accoglienza sia razionale, perché la realtà va affrontata con razionalità. Uno su quattro di questi è ospitato in strutture ecclesiali. In Triveneto 3mila su 12mila. Come renderli presenze importanti nelle nostre comunità? La sfida della realtà ci dice che se l’incontro con una persona è incontro con un fratello, è punto di partenza che non impoverisce ma arricchisce. La cultura dell’incontro, come la chiama il Papa, non è buonismo, ma intelligenza nel leggere la realtà”.


 

Bulgaria: migranti “risorsa per il Paese”

Sofia - Migliorare la situazione economica, sostenere le famiglie con figli con misure concrete, diminuire la mortalità e ampliare l’accesso al sistema sanitario. Sono alcune delle raccomandazioni che emergono dal rapporto sullo sviluppo demografico in Bulgaria fino al 2030, elaborato dall’Accademia delle scienze bulgara, e presentato nel palazzo del Consiglio dei Ministri a Sofia. Secondo Mitko Dimitrov, Presidente dell’Istituto economico, “vista l’irreversibilità dei processi demografici, invece di rifiutare i migranti, sarebbe meglio accoglierli come risorsa per il Paese e integrarli nella società”. A suo avviso, “è necessario trovare degli stimoli per far tornare anche una parte degli emigrati bulgari all’estero”. Particolare accento è stato posto sulle proposte di sostegno alle famiglie: facilitare l’accesso agli asili nido e alle scuole materne, applicare politiche di conciliazione lavoro-famiglia, e fare cambiamenti nel sistema sociale e previdenziale che incentivino la nascita di un secondo figlio. Il tasso di natalità della Bulgaria (9,4 per mille) è vicino alla media europea mentre il tasso di mortalità è il più alto nell’UE: circa il 15 per mille.
 

Gran Bretagna: Londra non è tutt’oro

Londra - Oggi una nuova ondata migratoria spinge migliaia di italiani a partire per cercare fortuna in altri Paesi. Il Regno Unito ha sorpassato la Germania tra le mete preferite dai connazionali. I dati parlano chiaro: 600 mila, di cui la metà a Londra, sono gli italiani che vivono in questo Paese. Tra marzo 2014 e maggio 2015 sono state 57 mila le partenze di italiani verso gli aeroporti di Heathrow, Stansted o Luton. Le loro storie parlano di successo, di fortuna, di vita migliore. A Londra si trova lavoro, si socializza, si impara una lingua, si fanno molte esperienze.
Eppure, anche qui le strade non sono pavimentate d’oro e non si possono tacere problematiche che vanno aumentando con la crescita dell’emigrazione. Su internet i siti dedicati agli italiani a Londra descrivono l’alloggio come uno dei problemi che affliggono maggiormente i nuovi arrivati. Dal 2011 a oggi gli affitti sono aumentati del 17 per cento soprattutto nelle zone centrali della città. Persino le stanze in affitto hanno costi esorbitanti, senza contare le condizioni spesso fatiscenti degli appartamenti. Non resta che allontanarsi dal centro aumentando le spese di trasporto. Il vantaggioso biglietto urbano di 12 sterline (16 euro) permette di viaggiare nel centro città con più mezzi di trasporto ma, se è una spesa quotidiana, diventa un vero fardello. L’acquisto di una casa, se si può fare affidamento soltanto sul proprio stipendio, diventa una meta lontana. I costi degli immobili sono in aumento anche in quartieri come Brixton e Hackney che, fino agli anni Novanta, avevano una brutta reputazione, perché più poveri e meno sviluppati.
Il lavoro non manca in caffetterie, ristoranti e pizzerie, ma si tratta di impieghi poco stabili. Va per la maggiore il contratto a ore senza, però, nessuna sicurezza o copertura sociale. Gli imprenditori hanno maggiore facilità nel realizzare un progetto grazie alla burocrazia snella e al sistema bancario, ma la concorrenza è feroce. Il rischio di fallimento, nel primo anno di attività, è alto. Chi si inserisce, dopo avere ottenuto la National Insurance Card, (pari al codice fiscale italiano) può sperare di far parte della società inglese anche se è difficile richiedere i benefit, ovvero l’aiuto economico che il governo riconosce a chi perde il lavoro o a chi ha famiglia.
La politica inglese – sempre più lontana dalle scelte europee (nel 2017 sceglierà con un referendum se restare nell’Ue) e diffidente verso le ondate di emigrati (300 mila nel 2014) – rispecchia una società molto diversa da quella italiana. La violenza è in crescita e nelle scuole prolifera, tra gli adolescenti, l’uso di coltelli al punto tale che in molti istituti sono stati introdotti i metal detector. Vivere a Londra è un’esperienza che tanti giovani scelgono per arricchirsi ma bisogna essere consapevoli dei rischi. Le carceri di Sua Maestà pullulano di nostri connazionali e le istituzioni religiose italiane devono misurarsi con un crescente numero di senzatetto e di persone in difficoltà. Londra può essere una grande opportunità, ma solo se si parte preparati per affrontare le sfide di una grande città. (Sagida Syed - Il Messaggero di sant’Antonio)
 

Istat: italiani all’estero raddoppiati negli ultimi 5 anni

Roma – Negli ultimi 5 anni le emigrazioni sono più  che raddoppiate nel nostro Paese, passando da 67 mila a 136 mila unità. Il dato emerge questa mattina dal Rapporto Istat su “Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente”. L’aumento delle emigrazioni nel 2014 rispetto all’anno precedente è dovuto principalmente – spiega l’Istat - alle cancellazioni dall’anagrafe di cittadini italiani (da 82 mila a 89 mila, pari a +8,2%). In aumento anche le cancellazioni di cittadini stranieri, passati da 44 mila a 47 mila unità (+8,8%). “In cinque anni il numero di emigrati italiani è più che raddoppiato”. Sono tuttavia in aumento anche le cancellazioni di cittadini stranieri, da 44 mila a 47 mila unità (+8,8%). Le principali mete di destinazione per gli italiani emigrati nel 2014 sono la Germania, il Regno Unito, la Svizzera e la Francia.
Aumenta in misura consistente rispetto al 2013 (+18,6%) il numero di connazionali laureati con più di 24 anni di età che rientrano dall'estero (7 mila unità). È in leggero aumento (+3,4%) anche il numero di laureati italiani che nel 2014 lasciano il Paese (20 mila). Nel 2014 i trasferimenti di residenza interni al territorio nazionale – dice ancora l’Istat - coinvolgono 1 milione 313 mila individui. Il valore è in calo rispetto al 2013 (-49 mila unità, pari a -3,6%). Il numero dei movimenti tra Comuni italiani è il più basso degli ultimi cinque anni e supera di poco il valore del 2009, anno di forte calo degli spostamenti interni. I trasferimenti di residenza interni sono principalmente di breve e medio raggio. Nel 2014 ammontano a 994 mila i trasferimenti tra Comuni delle stessa regione (pari al 75,6% del totale), mentre sono stati 320 mila gli spostamenti di residenza tra regioni diverse (24,4%). Nel 2014 trasferimenti di residenza interni di cittadini stranieri sono stati 239 mila, quasi 10 mila in meno rispetto al 2013.
 

Istat: nel 2014 278 mila iscrizioni in anagrafe dall’estero

Roma - Nel 2014 sono state 278 mila le iscrizioni in anagrafe dall'estero nel nostro Paese. Il dato emerge dal Report sulle Migrazioni internazionali ed interne della popolazione residente diffuso questa mattina dall’Istat. Le immigrazioni (iscrizioni dall'estero) sono in calo di 30 mila unità rispetto al 2013 (-9,7%) e di 249 mila unità rispetto al 2007 (-47,3%), anno di allargamento della Ue a Romania e Bulgaria, nonché anno precedente l'inizio della lunga fase di recessione economica. Tale riduzione è in maggior parte “imputabile”, spiega l’Istituto di statistica italiano,  ai flussi che riguardano i cittadini stranieri. Tra i flussi in entrata nel 2014 la cittadinanza più rappresentata è la rumena (51 mila ingressi), seguita dalle comunità marocchina (18 mila), cinese (16 mila) e bengalese (13 mila). Rispetto al 2013 le iscrizioni di cittadini moldavi (-53%), ecuadoriani (-42%), peruviani (-36%) e ghanesi (-33%) sono in forte calo. In aumento, invece, gli ingressi di cittadini pakistani (+23%) e bengalesi (+21%).
 

Parlamento Europeo: aiutare i bambini rifugiati a integrarsi nei loro sistemi scolastici nazionali

Strasburgo - Il Parlamento Europeo in una risoluzione approvata oggi chiede a tutti i Paesi ospitanti di aiutare i bambini rifugiati a integrarsi nei loro sistemi scolastici nazionali. Il Parlamento fa notare che l'istruzione riduce il rischio per i giovani di avvicinarsi all'estremismo.
I deputati chiedono ai Paesi che ospitano i rifugiati “di assicurarsi che ai bambini sia garantito un pieno accesso all'istruzione e di promuovere per quanto possibile la loro integrazione e inclusione nei sistemi scolastici nazionali”. Inoltre, fanno appello ai donatori internazionali per dare priorità all'istruzione quando si affronta un flusso di rifugiati straordinario, attraverso programmi volti a coinvolgere e sostenere psicologicamente i bambini, così come a promuovere l'insegnamento della lingua del Paese ospitante al fine di garantire il più alto livello di integrazione.
 

Alunni stranieri: in Italia 805.800, il 9,2% della popolazione studentesca

Roma - Dopo anni di continua crescita sembra essersi stabilizzato il numero degli studenti con cittadinanza non italiana. E' quanto emerge dall'indagine statistica su Gli Alunni stranieri nel sistema scolastico italiano del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. L'indagine si riferisce all'anno scolastico 2014/2015. L'incremento degli studenti con cittadinanza non italiana, rispetto all'anno precedente, è pari a solo circa 3.000 unità, per un numero complessivo di 805.800 alunni.
Anche la percentuale degli alunni con cittadinanza non italiana, sul totale degli studenti, rimane pressoché costante: sono il 9,2%. Più esattamente, diminuiscono gli alunni stranieri nella scuola dell'infanzia e nella scuola secondaria di primo grado, mentre aumentano quelli frequentanti la scuola primaria e la scuola secondaria di secondo grado. Continua ad essere in forte crescita, invece, la quota di alunni con cittadinanza non italiana nati in Italia: si va consolidando il “sorpasso” delle seconde generazioni, seppure con una minor incidenza rispetto ad un anno fa. Questo incremento è pari al 7,3% contro l'11,8% del 2013/2014. In totale, gli alunni con cittadinanza non italiana nati in Italia rappresentano il 51,7% del totale degli alunni stranieri. Dalla lettura dei dati emerge che il sorpasso ancora non riguarda la scuola secondaria di secondo grado (18,7%). È in aumento anche la variazione degli alunni entrati per la prima volta nel sistema scolastico italiano.
Invariato rispetto allo scorso anno l'ordine dei Paesi di provenienza per numero di presenze di alunni stranieri. In testa alla classifica la Romania. Seguono Albania, Marocco, Cina, Filippine, Moldavia, India, Ucraina, Perù e Tunisia. Anche per l'anno scolastico 2014/2015, la regione italiana che ospita nelle proprie aule più alunni con cittadinanza non italiana è la Lombardia, con 201.633 studenti che però, se raffrontata con le altre regioni in termini percentuali, scende al secondo posto superata dall'Emilia Romagna che registra un'incidenza maggiore di studenti con cittadinanza non italiana sul totale, pari al 15,5%.
Il divario tra la scelta di una scuola statale e una non statale da parte degli alunni stranieri, rispetto a quelli italiani, va aumentando nel tempo. Nell'anno scolastico 2014/2015, in particolare, osserviamo che l'8,9% degli studenti con cittadinanza non italiana frequenta una scuola non statale, contro il 12,3% degli alunni italiani. Per quanto riguarda le scelte dei percorsi scolastici nella scuola secondaria di II grado: nell'anno scolastico di riferimento si osserva un deciso sorpasso dell'istruzione tecnica rispetto a quella professionale dovuto essenzialmente agli alunni stranieri nati in Italia.
Nello specifico, dei nati in Italia il 36,3% sceglie l'istruzione tecnica e il 28,2% l'istruzione professionale; degli stranieri nati all'estero, invece, il 36,8% sceglie l'istruzione tecnica e il 39,3% quella professionale.
Guardando al percorso scolastico dei bambini stranieri, pur rimanendo più difficile e a volte più lungo di quello dei compagni italiani, si riscontra una diminuzione del valore percentuale del ritardo. Si può osservare che questo valore diminuisce sia per gli alunni con cittadinanza non italiana (34,4%) che italiana (10,9%).
 

Lussemburgo: “proteggere le migranti”

Lussemburgo -  “Le donne in fuga sono esposte a pericoli particolari. Vogliamo che si faccia più attenzione a loro”. Così scrive la commissione “Donne nella Chiesa“ dell’arcidiocesi del Lussemburgo in un messaggio diffuso in relazione alla Giornata internazionale contro la violenza sulle donne che si è celebrata ieri. Quasi la metà dei profughi e rifugiati nel mondo sono donne che scappano dalla guerra, dalle lotte civili, da sistematiche discriminazioni, da ripetute violazioni dei propri diritti, dai matrimoni forzati, spiega la nota che denuncia come “in molti conflitti armati la violenza sessuale sia parte della strategia di guerra”.
Il riferimento è in particolare al Congo e alle regioni di Siria e Iraq ora occupate dall’Isis. Vittime della violenza sono però anche le donne che fuggono, e “sono particolarmente vulnerabili quando hanno anche figli di cui prendersi cura”; i rischi non diminuiscono quando “l’accoglienza e la prima sistemazione avvengono in condizioni di estrema limitatezza” sottolineano le donne lussemburghesi. Dalla commissione diocesana un invito alla preghiera in questa giornata, in particolare per tutte le donne che sono già state vittime di violenza, perché Dio “conceda loro un nuovo inizio”.
 

Cuneo: una serata per l’Albania

Cuneo - L’associazione “ Fratellanza  Vllaznia” con il patrocinio del Comune di Cuneo e in collaborazione con l’ufficio Migrantes diocesano “Migrantes” di Cuneo e “Lvia” propone, per il pomeriggio di sabato 28 novembre una  serata culturale sul tema “Racconti nell’Albania in trasformazione”, in ambito delle attività organizzate per l’anniversario dell’indipendenza dell’Albania. All’incontro interverranno Ezio Elia,  Presidente dell’Lvia impegnata nei progetti di sviluppo e cooperazione in Albania e il giurista Carmelo Cataldi .
 
 

Mattarella al Parlamento europeo: non chiudiamo le frontiere

Strasburgo - “L'architettura delle istituzioni europee è basata sui valori di democrazia, tolleranza, accoglienza”. A dirlo questa mattina è stato il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella intervenendo a Strasburgo  davanti ai deputati europei che lo hanno salutato con un lungo applauso. Una allocuzione dai forti accenti europeisti, quella del Presidente, che si è a lungo soffermato dalle sfide poste all’Europa dal terrorismo, dall’emergenza-profughi, dalla crisi economica e sociale, dagli scenari globali in fermento. “A fronte delle fortissime pressioni migratorie che provengono da Paesi dove nasce il terrorismo, e alla luce dei drammatici fatti di Parigi, ci si interroga oggi – ha etto Mattarella - se non sia il caso di porre in discussione alcuni di questi principi, a partire dalla libertà di circolazione delle persone. Da qui la ricorrente tentazione di ‘chiudere le frontiere. Sia esterne, sbarrando la strada a chi fugge da aree di guerra o dalla fame. Sia interne, comprimendo una delle tante grandi libertà che, faticosamente, abbiamo reso diritto dei nostri cittadini. Io credo che dobbiamo affrontare queste sfide alla luce dei valori per i quali dichiariamo di combattere”.
Per il presidente della Repubblica Italiana risposte “apparentemente semplici non ci aiutano, né sul piano ideale, né su quello di soluzioni adeguate ed efficaci. Su quello ideale, perché ci spingono a rinunciare a principi fondamentali del nostro essere europei, a diritti che abbiamo costruito e che abbiamo il dovere di tutelare, per noi e per le generazioni future. Le semplificazioni non sono persuasive neppure – ha spiegato -  sul piano delle soluzioni durature, perché i fenomeni ai quali assistiamo sono di carattere globale e nessun Paese, da solo, è in grado di affrontarli, per quanto forte possa essere; per quanto orgoglioso sia, come tutti, della propria storia”. La libera circolazione delle persone, messa “sotto pressione” sia dal fenomeno migratorio sia dalla minaccia del terrorismo, ha – ha detto ancora Mattarella – “come suo logico corollario il rafforzamento della collaborazione fra Paesi membri per la salvaguardia e la gestione della frontiera esterna comune e, in un secondo tempo, la creazione di Istituzioni comuni in grado di gestire i flussi migratori. Solo chi non vuol vedere può fingere di non sapere da dove viene la dolorosa carovana di persone che risale l'Africa e il Medio-Oriente verso l'Europa”.
Il mondo – ha detto ancora -  è “in movimento, sulle gambe di milioni di donne, uomini, bambini, spesso vittime di crudeli trafficanti di esseri umani: è un esercito inerme, che marcia alla ricerca della propria salvezza. Cosa possiamo opporre alle loro ragioni? Non sono loro, che fuggono dalla violenza e dalla morte, il nostro nemico! Si dirigono verso l'Europa, vista non soltanto come luogo del benessere ma ancor di più come spazio di libertà, di tutela dei diritti, di pace. Dobbiamo difendere la sicurezza dell'Europa, ma non possiamo deturparla per renderla meno attraente”. Da qui la necessita che l'Europa, nel suo complesso, “aggiorni le proprie regole per fronteggiare un fenomeno che è diverso, per natura ed entità, rispetto al momento in cui le regole sull'asilo furono scritte. Gli accordi di Dublino fotografano una realtà un passato che non c'è più. Per questo sono superati: superati dalla realtà che è un giudice inflessibile. L'esigenza è quella di definire nuove regole improntate a principi di umanità e sicurezza, di solidarietà e responsabilità, e comunque adeguate alla realtà nuova che abbiamo di fronte”.
La scelta è tra un'Unione che affronta i fenomeni cercando di regolarli e un'Europa che subisce gli eventi “senza essere capace di governarli, con il conseguente aumento degli squilibri interni e della sfiducia tra i Paesi membri. I nostri valori affermeranno la propria autenticità e consolideranno la propria autorevolezza se sapranno riscuotere riconoscenza e ammirazione anche per l'accoglienza e l'aiuto prestato a chi è in difficoltà”.
Mattarella ha poi concluso il suo discorso con una affermazione di Jean Monnet: “Non possiamo fermarci quando il mondo intero è in movimento”. (Raffaele Iaria)
 

Messina: tutori volontari per i bimbi migranti

Messina - Caritas diocesana, comunità di Sant’Egidio, Ufficio diocesano Migrantes e circolo Arci Thomas Sankara a Messina hanno dato vita ad una inedita alleanza a favore dei minori stranieri non
accompagnati che giungono nella città dello Stretto.
L’obiettivo è quello di creare un albo di tutori volontari capaci di accogliere i minorenni migranti che giungono a Messina. Questi tutori volontari saranno formati attraverso un corso e saranno indicati al giudice tutelare affinché li approvi. Saranno sempre affiancati da esperti e non saranno mai lasciati soli.
“Non una questione tecnica – commenta Andrea Nucita della comunità di S. Egidio – ma un fatto d’amore e di giustizia”.
“La questione dei minori migranti non accompagnati interroga le nostre coscienze – dice Santino Tornesi, dell’Ufficio diocesano Migrantes –. Nel 2014 in Italia ne sono arrivati 13mila e di 3.550 si sono perse le tracce”. “Importante, anzi necessaria, collaborazione tra la Chiesa e la società civile – dice padre Giuseppe Brancato della Caritas diocesana – quando si tratta di quell’accoglienza cui continuamente ci sollecita Papa Francesco e ancor più quando questa accoglienza riguarda ragazzi o, addirittura, bambini”. “Così la società civile – aggiunge Patrizia Maiorana del circolo Arci Thomas Sankara – si fa carico di un problema emergenziale e cerca, trova, soluzioni in grado di dare opportunità non solo ai ragazzi migranti ma anche agli stessi cittadini, che, in tanti, vogliono trovare un modo di dare aiuto”. (Maria Gabriella Leonardi)
 

Migranti: Comece, dibattito sulla sfida dell’integrazione in Europa

Bruxelles - “Integrazione dei migranti: prospettiva cattolica”. Questo il tema di un dibattito organizzato martedì 1 dicembre a Bruxelles dalla Comece, la Commissione degli episcopati della Comunità europea.
“L’Unione europea – si legge nell’invito – è stata recentemente testimone di un afflusso senza precedenti di rifugiati e migranti, in fuga da conflitti militari o dalla povertà nei loro Paesi di origine, alla ricerca di un futuro migliore da noi. Grazie alla sua lunga esperienza pastorale, la Chiesa ritiene che occorre guardare al di là dell’orizzonte immediato di una crisi umanitaria ed analizzare meglio il modo con il quale integrare i migranti nelle società di accoglienza.
Al dibattito parteciperanno persone appartenenti alle differenti comunità cattoliche presenti in Europa, giunte a Bruxelles per approfondire la comprensione delle sfide complesse legate alla integrazione. Prenderanno la parola Martin Wilde della Bund Katholischer Unternehmer, Arun Alphonse della parrocchia di St. Anthony a Kraainem (Belgio) Sergio Barciela della Cáritas Española e padre Damian Cichy di Varsavia. Modera l’incontro padre Patrick H. Daly, segretario generale della Comece.
 

CPSA di Pozzallo: per MSF condizioni degradanti

Palermo - “Un centro con servizi igienici che spesso non funzionano, senza un luogo adeguato per svolgere i trattamenti anti-scabbia, e dove non è garantita nessuna riservatezza non offre un’accoglienza dignitosa”. Le parole di Claudia Lodesani, medico e coordinatrice Medici Senza Frontiere in Italia, fotografano lo stato del Centro di Primo Soccorso e Accoglienza (CPSA) di Pozzallo, al cui interno l’organizzazione umanitaria opera dallo scorso mese di febbraio, fornendo assistenza medica e, su segnalazione, supporto psicologico ai migranti, richiedenti asilo e rifugiati presenti nella struttura. Servizi che MSF cerca di offrire pur scontrandosi con le inefficienze del sistema e con le insufficienti risposte delle autorità competenti alle criticità denunciate. Un quadro, quello del centro di Pozzallo, rappresentato nel rapporto “Accoglienza Migranti”, presentato qualche giorno fa alla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sistema di accoglienza, identificazione e trattenimento dei migranti e che tratteggia condizioni sotto gli standard minimi per quanto riguarda i servizi offerti e un deficit di protezione alle categorie di persone più vulnerabili. Dal documento, poi, emerge una struttura spesso sovraffollata e bisognosa di urgenti lavori di manutenzione, interventi mai eseguiti nonostante le ripetute segnalazioni.
Il centro – spiega MSF – che ha una capienza massima di 220 persone, si trova spesso a rispondere all’arrivo di numeri molto più alti, senza garantire un’adeguata separazione tra individui di diverso sesso, e una protezione adatta alle persone vulnerabili. Gli ospiti del CPSA – aggiunge l’organizzazione – riferiscono spesso di non possedere l’informativa legale e di non avere la possibilità di uscire o di chiamare i propri familiari, a causa della mancanza di accesso a linee e schede telefoniche.
Sono circa 12.483 i profughi arrivati dall’inizio dell’anno nel porto di Pozzallo e più di 2.600 le persone visitate dalle equipe mediche di MSF che lavorano all’interno della struttura pozzallese. “Oggi più che mai abbiamo bisogno di un sistema di accoglienza che tenga in considerazione le esigenze di chi ha alle spalle esperienze traumatiche – spiega la coordinatrice italiana di MSF, Claudia Lodesani –. Fin dalle prime fasi dell’arrivo, i servizi offerti dovrebbero garantire maggior protezione, come ad esempio, accesso a cure mediche rapide, disponibilità di spazi idonei ad ospitare donne e bambini e un’adeguata informativa legale. Il riconoscimento, già dalle prime ore dopo l’arrivo, delle persone più vulnerabili come per esempio delle vittime di violenza, è fondamentale”.
La presentazione del rapporto ha fornito l’occasione all’organizzazione umanitaria per chiedere alle autorità italiane di abbandonare l’approccio emergenziale e di sviluppare una risposta più strutturata, per garantire condizioni di accoglienza e servizi adeguati. “Il diritto alla salute e il benessere psico-fisico delle persone devono essere considerati prioritari e come tali devono essere tutelati e garantiti – sottolinea Stefano Di Carlo, capomissione MSF in Italia – Le persone ospitate all’interno del sistema di prima accoglienza devono essere trattate umanamente e in modo dignitoso. In particolare – aggiunge – chi desidera presentare richiesta di asilo deve essere messo nella condizione di farlo con procedure atte a individuarne le vulnerabilità”. (Luca Insalaco)
 
 

Papa: prima della partenza per l’Africa saluta donne e bambini vittime di violenza

Città del Vaticano - Questa mattina, presso la Domus Sanctae Marthae, undici donne con sei bambini, provenienti da una Casa Rifugio delle vittime della violenza domestica e della tratta della prostituzione, hanno salutato Papa Francesco prima della Sua partenza per il Viaggio in Africa.
Lo rende noto un comunicato dell’Elemosineria Vaticana spiegando che le donne sono di nazionalità italiana, nigeriana, rumena e ucraina. Sono tutte ospitate  in una struttura gestita da una Congregazione Religiosa in un paese del Lazio.
 

Germania: riuniti a Würzburg i responsabili cattolici dell’assistenza ai rifugiati

Amburgo - Il rappresentante speciale per i rifugiati della Conferenza Episcopale Tedesca (DBK), l’arcivescovo di Amburgo, monsignor Stefan Heße, presiede oggi a Würzburg un vertice con circa 100 rappresentanti di organizzazioni assistenziali, di volontariato, la Caritas e le commissioni diocesane per i profughi. I temi della riunione sono l’incoraggiamento del volontariato e la qualificazione dei lavoratori nella assistenza ai rifugiati. L’incontro, durante il quale inizierà ufficialmente la sua attività la task force di 11 esperti creata recentemente da mons. Heße e che lavorerà a stretto contatto con lui, dovrà stilare delle linee guida, dichiarazioni di missione e coordinare l’azione degli aiuti ai profughi da parte della Chiesa tedesca nelle sue diverse componenti, informa oggi l’agenzia Sir.
L’arcivescovo ha criticato i piani del governo federale tedesco di limitare il ricongiungimento familiare per alcuni rifugiati, ricordando che il “principio di unità della famiglia” è invece di primaria importanza nei processi di accoglienza. L’incontro odierno mette al centro la necessità, al contrario, di “accelerare ulteriormente le procedure d’asilo”, assicurando a chi arriva l’assistenza legale giusta perché le domande vengano esaminate “con cura e imparzialità”: per questo, ha continuato Heße, “accompagniamo gli sviluppi politici in questo settore con particolare attenzione”
 

Bruxelles in questi giorni: alcune riflessioni del missionario Don Quadri

Bruxelles - Quanto è successo in Francia, in Europa e nel mondo in questi due ultimi week-end è ben noto a tutti e fa scorrere fiumi di parole soprattutto sui media.  Probabilmente anch’io ripeterò cose già dette da molti ma vorrei cercare di aggiungere alcune riflessioni. Sono forse il meno adatto per questo compito, essendo io arrivato in Belgio solo da un anno e mezzo, ma ciò che mi ha colpito mi sembra importante. Penso ci sia molto da imparare da questa Nazione soprattutto per il modo con cui sta affrontando queste emergenze. Sui media si parla di ‘blindature’ della città; di ‘panico’ tra la gente; quasi quasi di un ‘pre-guerra’ se non addirittura chiaramente di ‘guerra’! Potrò forse sbagliare e peccare di ottimismo ma non mi sembra d’aver visto nulla di tutto questo. Certamente le Forze dell’ordine (e comprendo tutte le Autorità) hanno fatto bene il loro dovere: di fronte a una minaccia di terrorismo scatenato, hanno reagito prendendo quelle misure di sicurezza che possano salvaguardare dal pericolo la popolazione cominciando dai più piccoli: sono stati fermati i mezzi pubblici (soprattutto sotterranei) e sono state chiuse le scuole. Inoltre le azioni di Polizia si sono dirette a scoprire e ad annullare eventuali azioni di terroristi nascosti. Ma di fronte a tutto questo, per me è stato molto interessante vedere il comportamento della gente cosiddetta ‘normale’:  niente proteste inutili, niente disobbedienze, niente comportamenti da panico o terrore o altro,  ma tanta responsabilità e insieme  - oserei dire -  tanta ‘normalità’.  Certo si respira nell’aria una tensione che mi sembra del tutto normale ma tutto ‘sotto-controllo’.  Sarà la particolare psicologia delle genti del Nord; sarà il frutto di una educazione ricevuta nelle scuole e in famiglia; sarà quel che sarà ma ciò che sento nei media degli altri Paesi mi sembra davvero in contrasto con la realtà  che è tutti i giorni sotto i miei occhi: niente metrò? Bene:  o a piedi o in bicicletta o, sopportando le code, in macchina siamo andati tutti a lavorare. Anche il sottoscritto, che alla Domenica celebra  tre Messe, ha attraversato abbastanza normalmente i quartieri più nominati in questi giorni  -  Schaerbeek, quasi completamente Marocchino e Turco;  St.Gilles con percentuale altissima d’immigrazione musulmana; il tanto chiacchierato Molenbeek, dal quale sembra siano partite le cellule terroristiche;  Anderlecht, dove pare passeggiasse indisturbato il terrorista ancora in fuga. Sabato 21 novembre, Festa della Presentazione di Maria,  con gli amici Latino/Americani (dei quali mi occupo anche un po’) abbiamo celebrato la Festa della ‘Virgen del Quinche’ con grande concorso di popolo e, a seguire, una bellissima festa.  Confesserò anche un mio ‘peccato’: il primo sabato dopo la strage di Parigi, ero invitato da tre famiglie Marocchine, appunto nel quartiere di Molenbeek per un meraviglioso cous-cous! La serata si è trasformata spontaneamente in scambio di scuse, in testimonianze di fede in Dio (o Hallah, da parte loro) e in comunicazione di reciproca rinnovata amicizia (retaggio dei miei anni in Marocco!). Qualcuno potrebbe dirmi: “Qualche caso!”. Credo di potervi assicurare che il clima è questo: attenzione e serenità anche in un momento così duro.  Ma non posso mancare di accennare al buon esempio datomi dalla  Chiesa Cattolica che è qui in Belgio. Il tutto risale certo a decenni addietro, proprio per la spinta ricevuta da una Immigrazione massiccia di cui uno si rende ben conto appena arriva a Bruxelles. Così, ad esempio, l’accoglienza dei Profughi è veramente un esempio da citare. Sappiamo tutti quanto siano ormai ridotte le ‘forze’ della Chiesa Cattolica in Belgio. Eppure l’organizzazione e la quantità di aiuti ai Profughi  che le Parrocchie  stanno mettendo in campo fanno davvero meravigliare  chi  (come me )  non le conosceva prima. Anche nel caso del momento attuale, l’attenzione alle Autorità e la serenità con cui si è affrontata la situazione, mi hanno fatto veramente pensare a Comunità che, pur nello sparuto numero di Fedeli, sanno lavorare con Fede e responsabilità. Nessuna chiusura di Chiese; nessuna abolizione di Messe nei due week-end; certo attenzione soprattutto alla presenza dei bambini e giovani per le Catechesi oppure anche alle presenze nelle Chiese di persone mai viste.  In due parole, il classico adagio: “Pochi ma buoni”.   Forse il lettore si meraviglierà di una visione così diversa dalle notizie dei media.  A me la situazione di Bruxelles in questi giorni appare così.  Ed  io … ci vivo dentro!  Certo non è tutto oro! Probabilmente ci sono altri aspetti sui quali ancora c’è molto da lavorare.  Ma il fatto che si sta affrontando  una prova così pesante con tanto senso di responsabilità e insieme con tanta attenzione e serenità,  a me ha dato davvero l’impressione d’essere entrato in una Nazione e in una Chiesa  che ci possono dare tanto buon esempio. Dimenticavo una cosa (ma sono contento di poterla mettere qui quasi a chiusura!):  nelle due Domeniche di cui parliamo,  sia nelle Comunità Italiane  sia nelle Parrocchie del Belgio,  le Preghiere più ripetute e dette con Fede e convinzione, sono state queste: certamente per le Persone uccise sia a Parigi sia in Mali (la 2° Domenica). Con un ricordo di perdono e di richiesta di conversione per i terroristi;  ma si è pregato tanto anche per il viaggio di  Papa Francesco in Africa:  che il Signore l’accompagni e lo protegga sempre  e  soprattutto che ce lo riporti sano e salvo a Roma.  Siamo sicuri che sarà così. (don  Giancarlo Quadri – Missionari con gli italiani a Bruxelles).
 
 

Austria: 232 scuole cattoliche accolgono tra i banchi minori rifugiati

Vienna - L’attuale situazione dei rifugiati ha portato molte scuole cattoliche ad aprire le loro aule ai minori profughi. Numerosi bambini giunti in Austria, anche tra quelli non accompagnati, sono attualmente iscritti in 232 istituti scolastici gestiti dalle famiglie religiose e lo sforzo didattico è accompagnato dalla capacità umana e dall’accoglienza dei docenti. Rudolf Luftensteiner, capo dell’Unità educativa appena creata delle comunità religiose in Austria, ha spiegato in un’intervista a Kathpress il senso del progetto “Easy Help”, mettendo in evidenza come “i bambini rifugiati che frequentano le scuole siano studenti straordinari”. Secondo Luftensteiner, “si tenta di rispondere concretamente agli studenti particolari per fornire l’istruzione a seconda del deficit con il massimo supporto: alcuni bambini non sono alfabetizzati, molti invece hanno una buona esperienza scolastica”. Nei centri educativi che ospitano diversi tipi di scuole questa flessibilità è più concreta e gli studenti seguono materie diversificate a seconda dell’esperienza scolastica. A Vienna sono particolarmente attive delle classi esclusive per i bambini rifugiati, nelle quali viene proposto il tempo continuato con il doposcuola nel quale gli insegnanti nel proprio tempo libero, come volontari, aiutano nei compiti e nell’insegnamento del tedesco.