Primo Piano
Madre Cabrini raccontata a teatro
Un’esperienza dura e affascinante che ha coinvolto, e coinvolge tuttora, anche le suore della congregazione delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù da lei fondata. La drammaturgia scritta da Egidio Bertazzoni assume le forme del monologo a due, con le vicende della religiosa, impersonata da Giulia Lazzarini, alle quali si intrecciano i pensieri sull’emigrazione dell’arcivescovo di Piacenza, il beato Giovanni Battista Scalabrini (Franco Sangermano), che istituì l’ordine dei missionari di San Carlo (i cosiddetti “scalabriniani”) e le storie di uomini e donne costretti a lasciare la loro terra, cent’anni fa come oggi. Contrappunti musicali dal vivo con il coro che canta Amara terra mia e un prologo (di Enrico Bonavera) ispirato alla commedia dell’arte completano il quadro di uno spettacolo che punta lo sguardo sulla necessità dell’accoglienza in nome di un destino comune. «In fondo, fra morire di fame o annegare durante un viaggio della speranza, non c’è tanta differenza» dice Zanni, l’antenato di Arlecchino, nell’incursione che precede il racconto di santa Cabrini. In mezzo, gli inserti: una famiglia alla stazione centrale di Milano dopo un viaggio sul treno Milano-Lecce, gente che arriva dalla Calabria, dalla Sicilia, dalla Sardegna, da Napoli, in luoghi lontani e spesso ostili, le disavventure di due fratelli al confine con la Svizzera costretti a mendicare. E poi immagini d’epoca proiettate su un maxi-schermo, con la folla di poveretti che attende di imbarcarsi al porto di Genova e una testimonianza che apre alla speranza: chi lavora e riesce a integrarsi bene può affermarsi e raggiungere i suoi obiettivi anche in una terra “straniera”. Come è accaduto al regista Frank Capra, quattro premi Oscar, che all’inizio del Novecento da Palermo sbarcò con i genitori e i sette fratelli a Ellis Island, l’isola nella baia di New York, in cerca di fortuna. Racconta un pezzo della sua storia in uno spezzone di documentario, il figlio del cineasta, Frank Capra jr. Ma Matermundi è innanzitutto madre Cabrini nell’intensa interpretazione della Lazzarini che sa essere lieve e severa, dolce e al tempo stesso determinata mostrando, seduta alla sua scrivania (è quella vera, custodita dalle suore nell’istituto di Codogno) il carattere volitivo della religiosa lombarda. La santa ormai anziana, negli anni in cui viveva a Chicago, racconta di sé: da giovane era ritenuta una «cattivella» per il suo temperamento intransigente, aveva paura dell’acqua da quando, ancora ragazzina, cadde nel Lambro rischiando di affogare. È una donna ma, come le sue consorelle, per fare del bene si accolla lavori da uomini: costruisce edifici, carica masserizie, attraversa le Ande a dorso d’asino. Insegna l’inglese agli italiani, li cura, li istruisce, li fa mangiare. Non sopporta le ingiustizie: ecco la molla della sua vocazione di missionaria. Per questo diceva: «La protezione ai migranti non si discute». Non è portata a fare discorsi ma fa, realizza, con umiltà e accettazione. Fra gli interpreti dello spettacolo, Aldo Stella, gli allievi dei corsi del teatro LabArca e un gruppo di studenti dell’Ics di via Pareto. (Fulvio Fulvi – Avvenire)
Migrantes Albenga: ieri cena di beneficienza in occasione del Ramadan
L’evento fa parte del progetto “114 Pizza e Dolci” che la CO.RE.IS. Italiana realizzerà in diverse città in Italia e prevede l’offerta di una cena organizzata in collaborazione con associazioni cristiane e laiche locali che si occupano da anni di assistenza e sostegno agli immigrati dal Mediterraneo, dal Medio Oriente, dall’Africa e dall’Asia.
Il titolo e il numero “114 Pizza e Dolci” vuole fare riferimento ai 114 capitoli del Corano che durante il mese di Ramadan vengono recitati e ricordati come ispirazione e benedizione per la comunità islamica da 14 secoli.
La CO.RE.IS è convinta che questa iniziativa, molto semplice e distribuita per tappe sul territorio nazionale, possa rappresentare un segnale “molto positivo di condivisione, convivialità e conoscenza della ospitalità musulmana sia per i musulmani ma anche per le associazioni di volontari cristiani e laici e per le amministrazioni locali che collaborano a questo evento”.
Istat: nel 2016 hanno lasciato l’Italia 156mila persone
Secondo l’istituto di ricerca italiano la popolazione residente in Italia al 31 dicembre 2016 era pari a 60.589.445 di persone, di cui più di 5milioni di cittadinanza straniera, pari all'8,3% dei residenti a livello nazionale. Nel bilancio demografico pubblicato emerge, inoltre, anche che hanno lasciato il nostro Paese nel 2016 circa 157 mila persone (di cui quasi 115 mila di cittadinanza italiana), con un incremento di 12mila unità rispetto al 2015. Tra questi è in continuo aumento il numero di italiani nati all’estero: più di 23mila nel 2015 e circa 27mila nel 2016 (dato provvisorio). Si tratta prevalentemente di cittadini di origine straniera che emigrano in un Paese terzo o fanno rientro nel Paese d’origine dopo aver trascorso un periodo in Italia ed aver acquisito la cittadinanza italiana. Se a questi si sommano anche i figli nati in Italia che emigrano con il nucleo familiare, si raggiungono circa 40 mila persone.
Papa Francesco: testimonianza cristiana è sale e luce, no a sicurezze artificiali
Queste tre parole - proposte dalla Seconda Lettera di San Paolo ai Corinzi - ha evidenziato - “indicano la forza del Vangelo” che porta alla “testimonianza e anche a glorificare Dio”. In questo “sì”, dunque, troviamo “tutte le parole di Dio in Gesù, tutte le promesse di Dio”. In Gesù, ha ribadito, “si compie tutto quello che è stato promesso e per questo Lui è pienezza”: “In Gesù non c’è un ‘no’: sempre ‘sì’, per la gloria del Padre. Ma anche noi partecipiamo di questo ‘sì’ di Gesù, perché Lui ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo, ci ha dato la ‘caparra’ dello Spirito. Noi partecipiamo perché siamo unti, sigillati e abbiamo in mano quella sicurezza – la ‘caparra’ dello Spirito. Lo Spirito che ci porterà al ‘sì’ definitivo, anche alla nostra pienezza. Anche, lo stesso Spirito che ci aiuterà a diventare luce e sale, cioè lo Spirito che ci porta alla testimonianza cristiana”. “Tutto è positivo”, ha ripreso il Papa. “E quella testimonianza cristiana” è “sale e luce”. “Luce – ha spiegato – per illuminare e chi nasconde la luce fa una contro-testimonianza” rifugiandosi nell’un po’ “sì” e un po’ “no”. Questi, dunque, “ha la luce, ma non la dona, non la fa vedere e se non la fa vedere non glorifica il Padre che è nei cieli”. Ancora, ha ammonito, “ha il sale, ma lo prende per se stesso e non lo dona perché si eviti la corruzione”.
“Sì – sì”, “no – no”: parole decisive, come ci ha insegnato il Signore giacché, ha rammentato Francesco, “il superfluo proviene dal maligno”. E’ proprio “questo atteggiamento di sicurezza e di testimonianza – ha soggiunto – quello che il Signore ha affidato alla Chiesa e a tutti noi battezzati”: “Sicurezza nella pienezza delle promesse in Cristo: in Cristo tutto è compiuto. Testimonianza verso gli altri; dono ricevuto da Dio in Cristo, che ci ha dato l’unzione dello Spirito per la testimonianza. E questo è essere cristiano: illuminare, aiutare a che il messaggio e le persone non si corrompano, come fa il sale; ma se si nasconde la luce il sale diventa senza sapore, senza forza, si indebolisce – la testimonianza sarà debole. Ma questo succede quando io non accetto l’unzione, non accetto il sigillo, non accetto quella ‘caparra’ dello Spirito che è in me. E questo si fa quando non accetto il ‘sì’ in Gesù Cristo”. La proposta cristiana, ha detto Francesco, è tanto semplice ma “tanto decisiva e tanto bella, e ci dà tanta speranza”. “Io sono luce – possiamo domandarci – per gli altri? Io – ha detto ancora il Papa – sono sale per gli altri?, che insaporisce la vita e la difende dalla corruzione? Io sono aggrappato a Gesù Cristo, che è il ‘sì’? Io mi sento unto, sigillato?’ Io so che ho questa sicurezza che andrà a essere piena nel Cielo, ma almeno ne è ‘caparra’, adesso, lo Spirito?”.
Nel parlare quotidiano, ha poi osservato, “quando una persona è piena di luce, diciamo ‘questa è una persona solare’”:“Si usa dire questo: ‘E’ una persona solare’. Questo ci può aiutare a capire questo. Questo è più di solare, ancora. Questo è riflesso del Padre in Gesù nel quale le promesse sono tutte compiute. Questo è il riflesso dell’unzione dello Spirito che tutti noi abbiamo. E questo, perché? Perché abbiamo ricevuto questo? Lo dicono ambedue le Letture. Paolo dice: ‘E per questo, attraverso Cristo, sale a Dio il nostro ‘amen’ per la sua gloria’, per glorificare Dio. E Gesù dice ai discepoli: ‘Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre’. Tutto questo, per glorificare Dio. La vita del cristiano è così”.
Chiediamo questa grazia, ha concluso il Papa, “di essere aggrappati, radicati nella pienezza delle promesse in Cristo Gesù che è ‘sì’, totalmente ‘sì’, e portare questa pienezza con il sale e la luce della nostra testimonianza agli altri per dare gloria al Padre che è nei cieli”. (A. Gisotti – radio Vaticana)
MCI Krefeld: don Gabriel Cornea nuovo missionario
A don Renzo e di don Gabriel va il saluto della Delegazione delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania e Scandinavia e della Fondazione Migrantes: di “gratitudine a don Renzo per il generoso lavoro svolto; di benvenuto e di augurio per don Gabriel, perché ne continui l’impegno pastorale”.
Papa Francesco: il messaggio per la I Giornata Mondiale dei Poveri
Non amiamo a parole ma con i fatti
1. «Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1 Gv 3,18). Queste parole dell’apostolo Giovanni esprimono un imperativo da cui nessun cristiano può prescindere. La serietà con cui il “discepolo amato” trasmette fino ai nostri giorni il comando di Gesù è resa ancora più accentuata per l’opposizione che rileva tra le parole vuote che spesso sono sulla nostra bocca e i fatti concreti con i quali siamo invece chiamati a misurarci. L’amore non ammette alibi: chi intende amare come Gesù ha amato, deve fare proprio il suo esempio; soprattutto quando si è chiamati ad amare i poveri. Il modo di amare del Figlio di Dio, d’altronde, è ben conosciuto, e Giovanni lo ricorda a chiare lettere. Esso si fonda su due colonne portanti: Dio ha amato per primo (cfr 1 Gv 4,10.19); e ha amato dando tutto sé stesso, anche la propria vita (cfr 1 Gv 3,16).
Un tale amore non può rimanere senza risposta. Pur essendo donato in maniera unilaterale, senza richiedere cioè nulla in cambio, esso tuttavia accende talmente il cuore che chiunque si sente portato a ricambiarlo nonostante i propri limiti e peccati. E questo è possibile se la grazia di Dio, la sua carità misericordiosa viene accolta, per quanto possibile, nel nostro cuore, così da muovere la nostra volontà e anche i nostri affetti all’amore per Dio stesso e per il prossimo. In tal modo la misericordia che sgorga, per così dire, dal cuore della Trinità può arrivare a mettere in movimento la nostra vita e generare compassione e opere di misericordia per i fratelli e le sorelle che si trovano in necessità.
2. «Questo povero grida e il Signore lo ascolta» (Sal 34,7). Da sempre la Chiesa ha compreso l’importanza di un tale grido. Possediamo una grande testimonianza fin dalle prime pagine degli Atti degli Apostoli, là dove Pietro chiede di scegliere sette uomini «pieni di Spirito e di sapienza» (6,3) perché assumessero il servizio dell’assistenza ai poveri. È certamente questo uno dei primi segni con i quali la comunità cristiana si presentò sulla scena del mondo: il servizio ai più poveri. Tutto ciò le era possibile perché aveva compreso che la vita dei discepoli di Gesù doveva esprimersi in una fraternità e solidarietà tali, da corrispondere all’insegnamento principale del Maestro che aveva proclamato i poveri beati ed eredi del Regno dei cieli (cfr Mt 5,3).
«Vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno» (At 2,45). Questa espressione mostra con evidenza la viva preoccupazione dei primi cristiani. L’evangelista Luca, l’autore sacro che più di ogni altro ha dato spazio alla misericordia, non fa nessuna retorica quando descrive la prassi di condivisione della prima comunità. Al contrario, raccontandola intende parlare ai credenti di ogni generazione, e quindi anche a noi, per sostenerci nella testimonianza e provocare la nostra azione a favore dei più bisognosi. Lo stesso insegnamento viene dato con altrettanta convinzione dall’apostolo Giacomo, che, nella sua Lettera, usa espressioni forti ed incisive: «Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano? Voi invece avete disonorato il povero! Non sono forse i ricchi che vi opprimono e vi trascinano davanti ai tribunali? [...] A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo?Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidianoe uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve?Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta» (2,5-6.14-17).
3. Ci sono stati momenti, tuttavia, in cui i cristiani non hanno ascoltato fino in fondo questo appello, lasciandosi contagiare dalla mentalità mondana. Ma lo Spirito Santo non ha mancato di richiamarli a tenere fisso lo sguardo sull’essenziale. Ha fatto sorgere, infatti, uomini e donne che in diversi modi hanno offerto la loro vita a servizio dei poveri. Quante pagine di storia, in questi duemila anni, sono state scritte da cristiani che, in tutta semplicità e umiltà, e con la generosa fantasia della carità, hanno servito i loro fratelli più poveri!
Tra tutti spicca l’esempio di Francesco d’Assisi, che è stato seguito da numerosi altri uomini e donne santi nel corso dei secoli. Egli non si accontentò di abbracciare e dare l’elemosina ai lebbrosi, ma decise di andare a Gubbio per stare insieme con loro. Lui stesso vide in questo incontro la svolta della sua conversione: «Quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo» (Test 1-3: FF 110). Questa testimonianza manifesta la forza trasformatrice della carità e lo stile di vita dei cristiani.
Non pensiamo ai poveri solo come destinatari di una buona pratica di volontariato da fare una volta alla settimana, o tanto meno di gesti estemporanei di buona volontà per mettere in pace la coscienza. Queste esperienze, pur valide e utili a sensibilizzare alle necessità di tanti fratelli e alle ingiustizie che spesso ne sono causa, dovrebbero introdurre ad un vero incontro con i poveri e dare luogo ad una condivisione che diventi stile di vita. Infatti, la preghiera, il cammino del discepolato e la conversione trovano nella carità che si fa condivisione la verifica della loro autenticità evangelica. E da questo modo di vivere derivano gioia e serenità d’animo, perché si tocca con mano la carne di Cristo. Se vogliamo incontrare realmente Cristo, è necessario che ne tocchiamo il corpo in quello piagato dei poveri, come riscontro della comunione sacramentale ricevuta nell’Eucaristia. Il Corpo di Cristo, spezzato nella sacra liturgia, si lascia ritrovare dalla carità condivisa nei volti e nelle persone dei fratelli e delle sorelle più deboli. Sempre attuali risuonano le parole del santo vescovo Crisostomo: «Se volete onorare il corpo di Cristo, non disdegnatelo quando è nudo; non onorate il Cristo eucaristico con paramenti di seta, mentre fuori del tempio trascurate quest’altro Cristo che è afflitto dal freddo e dalla nudità» (Hom. in Matthaeum, 50, 3: PG 58).
Siamo chiamati, pertanto, a tendere la mano ai poveri, a incontrarli, guardarli negli occhi, abbracciarli, per far sentire loro il calore dell’amore che spezza il cerchio della solitudine. La loro mano tesa verso di noi è anche un invito ad uscire dalle nostre certezze e comodità, e a riconoscere il valore che la povertà in sé stessa costituisce.
4. Non dimentichiamo che per i discepoli di Cristo la povertà è anzitutto una vocazione a seguire Gesù povero. È un cammino dietro a Lui e con Lui, un cammino che conduce alla beatitudine del Regno dei cieli (cfr Mt 5,3; Lc 6,20). Povertà significa un cuore umile che sa accogliere la propria condizione di creatura limitata e peccatrice per superare la tentazione di onnipotenza, che illude di essere immortali. La povertà è un atteggiamento del cuore che impedisce di pensare al denaro, alla carriera, al lusso come obiettivo di vita e condizione per la felicità. E’ la povertà, piuttosto, che crea le condizioni per assumere liberamente le responsabilità personali e sociali, nonostante i propri limiti, confidando nella vicinanza di Dio e sostenuti dalla sua grazia. La povertà, così intesa, è il metro che permette di valutare l’uso corretto dei beni materiali, e anche di vivere in modo non egoistico e possessivo i legami e gli affetti (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 25-45).
Facciamo nostro, pertanto, l’esempio di san Francesco, testimone della genuina povertà. Egli, proprio perché teneva fissi gli occhi su Cristo, seppe riconoscerlo e servirlo nei poveri. Se, pertanto, desideriamo offrire il nostro contributo efficace per il cambiamento della storia, generando vero sviluppo, è necessario che ascoltiamo il grido dei poveri e ci impegniamo a sollevarli dalla loro condizione di emarginazione. Nello stesso tempo, ai poveri che vivono nelle nostre città e nelle nostre comunità ricordo di non perdere il senso della povertà evangelica che portano impresso nella loro vita.
5. Conosciamo la grande difficoltà che emerge nel mondo contemporaneo di poter identificare in maniera chiara la povertà. Eppure, essa ci interpella ogni giorno con i suoi mille volti segnati dal dolore, dall’emarginazione, dal sopruso, dalla violenza, dalle torture e dalla prigionia, dalla guerra, dalla privazione della libertà e della dignità, dall’ignoranza e dall’analfabetismo, dall’emergenza sanitaria e dalla mancanza di lavoro, dalle tratte e dalle schiavitù, dall’esilio e dalla miseria, dalla migrazione forzata. La povertà ha il volto di donne, di uomini e di bambini sfruttati per vili interessi, calpestati dalle logiche perverse del potere e del denaro. Quale elenco impietoso e mai completo si è costretti a comporre dinanzi alla povertà frutto dell’ingiustizia sociale, della miseria morale, dell’avidità di pochi e dell’indifferenza generalizzata!
Ai nostri giorni, purtroppo, mentre emerge sempre più la ricchezza sfacciata che si accumula nelle mani di pochi privilegiati, e spesso si accompagna all’illegalità e allo sfruttamento offensivo della dignità umana, fa scandalo l’estendersi della povertà a grandi settori della società in tutto il mondo. Dinanzi a questo scenario, non si può restare inerti e tanto meno rassegnati. Alla povertà che inibisce lo spirito di iniziativa di tanti giovani, impedendo loro di trovare un lavoro; alla povertà che anestetizza il senso di responsabilità inducendo a preferire la delega e la ricerca di favoritismi; alla povertà che avvelena i pozzi della partecipazione e restringe gli spazi della professionalità umiliando così il merito di chi lavora e produce; a tutto questo occorre rispondere con una nuova visione della vita e della società.
Tutti questi poveri – come amava dire il Beato Paolo VI – appartengono alla Chiesa per «diritto evangelico» (Discorso di apertura della II sessione del Concilio Ecumenico Vaticano II, 29 settembre 1963) e obbligano all’opzione fondamentale per loro. Benedette, pertanto, le mani che si aprono ad accogliere i poveri e a soccorrerli: sono mani che portano speranza. Benedette le mani che superano ogni barriera di cultura, di religione e di nazionalità versando olio di consolazione sulle piaghe dell’umanità. Benedette le mani che si aprono senza chiedere nulla in cambio, senza “se”, senza “però” e senza “forse”: sono mani che fanno scendere sui fratelli la benedizione di Dio.
6. Al termine del Giubileo della Misericordia ho voluto offrire alla Chiesa la Giornata Mondiale dei Poveri, perché in tutto il mondo le comunità cristiane diventino sempre più e meglio segno concreto della carità di Cristo per gli ultimi e i più bisognosi. Alle altre Giornate mondiali istituite dai miei Predecessori, che sono ormai una tradizione nella vita delle nostre comunità, desidero che si aggiunga questa, che apporta al loro insieme un elemento di completamento squisitamente evangelico, cioè la predilezione di Gesù per i poveri.
Invito la Chiesa intera e gli uomini e le donne di buona volontà a tenere fisso lo sguardo, in questo giorno, su quanti tendono le loro mani gridando aiuto e chiedendo la nostra solidarietà. Sono nostri fratelli e sorelle, creati e amati dall’unico Padre celeste. Questa Giornata intende stimolare in primo luogo i credenti perché reagiscano alla cultura dello scarto e dello spreco, facendo propria la cultura dell’incontro. Al tempo stesso l’invito è rivolto a tutti, indipendentemente dall’appartenenza religiosa, perché si aprano alla condivisione con i poveri in ogni forma di solidarietà, come segno concreto di fratellanza. Dio ha creato il cielo e la terra per tutti; sono gli uomini, purtroppo, che hanno innalzato confini, mura e recinti, tradendo il dono originario destinato all’umanità senza alcuna esclusione.
7. Desidero che le comunità cristiane, nella settimana precedente la Giornata Mondiale dei Poveri, che quest’anno sarà il 19 novembre, XXXIII domenica del Tempo Ordinario, si impegnino a creare tanti momenti di incontro e di amicizia, di solidarietà e di aiuto concreto. Potranno poi invitare i poveri e i volontari a partecipare insieme all’Eucaristia di questa domenica, in modo tale che risulti ancora più autentica la celebrazione della Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo, la domenica successiva. La regalità di Cristo, infatti, emerge in tutto il suo significato proprio sul Golgota, quando l’Innocente inchiodato sulla croce, povero, nudo e privo di tutto, incarna e rivela la pienezza dell’amore di Dio. Il suo abbandonarsi completamente al Padre, mentre esprime la sua povertà totale, rende evidente la potenza di questo Amore, che lo risuscita a vita nuova nel giorno di Pasqua.
In questa domenica, se nel nostro quartiere vivono dei poveri che cercano protezione e aiuto, avviciniamoci a loro: sarà un momento propizio per incontrare il Dio che cerchiamo. Secondo l’insegnamento delle Scritture (cfr Gen 18,3-5; Eb 13,2), accogliamoli come ospiti privilegiati alla nostra mensa; potranno essere dei maestri che ci aiutano a vivere la fede in maniera più coerente. Con la loro fiducia e disponibilità ad accettare aiuto, ci mostrano in modo sobrio, e spesso gioioso, quanto sia decisivo vivere dell’essenziale e abbandonarci alla provvidenza del Padre.
8. A fondamento delle tante iniziative concrete che si potranno realizzare in questa Giornata ci sia sempre la preghiera. Non dimentichiamo che il Padre nostro è la preghiera dei poveri. La richiesta del pane, infatti, esprime l’affidamento a Dio per i bisogni primari della nostra vita. Quanto Gesù ci ha insegnato con questa preghiera esprime e raccoglie il grido di chi soffre per la precarietà dell’esistenza e per la mancanza del necessario. Ai discepoli che chiedevano a Gesù di insegnare loro a pregare, Egli ha risposto con le parole dei poveri che si rivolgono all’unico Padre in cui tutti si riconoscono come fratelli. Il Padre nostro è una preghiera che si esprime al plurale: il pane che si chiede è “nostro”, e ciò comporta condivisione, partecipazione e responsabilità comune. In questa preghiera tutti riconosciamo l’esigenza di superare ogni forma di egoismo per accedere alla gioia dell’accoglienza reciproca.
9. Chiedo ai confratelli vescovi, ai sacerdoti, ai diaconi – che per vocazione hanno la missione del sostegno ai poveri –, alle persone consacrate, alle associazioni, ai movimenti e al vasto mondo del volontariato di impegnarsi perché con questa Giornata Mondiale dei Poveri si instauri una tradizione che sia contributo concreto all’evangelizzazione nel mondo contemporaneo.
Questa nuova Giornata Mondiale, pertanto, diventi un richiamo forte alla nostra coscienza credente affinché siamo sempre più convinti che condividere con i poveri ci permette di comprendere il Vangelo nella sua verità più profonda. I poveri non sono un problema: sono una risorsa a cui attingere per accogliere e vivere l’essenza del Vangelo.
Dal Vaticano, 13 giugno 2017
Memoria di Sant’Antonio di Padova
FRANCESCO
Santa sede: un sito in vista del Sinodo dei vescovi sui giovani
Questa iniziativa permetterà di promuovere una più ampia partecipazione di tutti i giovani del mondo, non solo ricevendo informazione sull’evento sinodale ma anche interagendo e partecipando nel cammino di preparazione.
In particolare la Sala Stampa della Santa sede informa che il suddetto sito include un questionario online rivolto direttamente ai giovani in diverse lingue (italiano, inglese, francese, spagnolo e portoghese). Le risposte dovranno pervenire alla Segreteria Generale entro il 30 novembre 2017. Esse saranno di “grande utilità nel cammino di preparazione dell’evento sinodale e faranno parte dell’ampia consultazione che questa Segreteria Generale sta svolgendo a tutti i livelli del popolo di Dio”.
P. Baggio: “16 proposte all’Onu per tutela diritti dei migranti”
"Il Papa ci ha chiesto quali possono essere gli eventi interessanti per migliorare l'accoglienza, la protezione, la promozione e l'integrazione dei migranti e i Global compacts sono un'occasione - spiega in un’intervista al Sir padre Fabio Baggio, sottosegretario della sezione Migranti e Rifugiati -. Ci ha detto: dobbiamo esserci e dobbiamo fare in modo che gli elementi propri della dottrina sociale della Chiesa, più volte riaffermati nel suo magistero - molto ricco e fecondo su questi temi - venga ripreso e riportato come riflessione ai governi. Il Vaticano insieme ai governi contribuirà alla definizione di quei punti comuni, che ci possono dare poi le garanzie operative per far rispettare i diritti e la dignità dei migranti". Padre Baggio anticipa alcune delle proposte contenute nei 16 punti, organizzati intorno ai 4 verbi suggeriti dal Papa: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. "La questione più grande è l'integrazione - dice -. Per cogliere il momento attuale non come un problema ma come un'opportunità per costruire la società che sogniamo". Ci sono poi "i corridoi umanitari, così come l'accoglienza diffusa e lo sponsorship". A proposito delle accuse contro le Ong che salvano vite umane nel Mediterraneo padre Baggio fa notare che "tutte queste critiche sono nate in seno alla Repubblica italiana, non le ho viste altrove. Noi non ci siamo occupati del problema essendo nazionale, non globale. Siamo stati molto contenti che la Chiesa italiana sia intervenuta in modo molto chiaro. La nostra sezione si affianca a tutte le dichiarazioni della Chiesa italiana".
Papa Francesco: la consolazione non sia “truccata”, quella vera si dona
L’esperienza della consolazione è al centro dell’omelia di Papa Francesco che parte dalla Prima Lettura odierna nella quale per otto volte in 19 righe si parla proprio di consolazione. Per il Papa è quindi un’occasione per riflettere su cosa sia la consolazione a cui fa riferimento San Paolo.
La sua prima caratteristica è di non essere “autonoma”: “L’esperienza della consolazione, che è un’esperienza spirituale, ha bisogno sempre di un’alterità per essere piena: nessuno può consolare se stesso, nessuno. E chi cerca di farlo, finisce guardandosi allo specchio, si guarda allo specchio, cerca di truccare se stesso, di apparire. Si consola con queste cose chiuse che non lo lasciano crescere e l’aria che respira è quell’aria narcisista dell’autoreferenzialità. Questa è la consolazione truccata che non lascia crescere. E questa non è consolazione, perché è chiusa, le manca un’alterità”. Nel Vangelo si trova tanta gente così, afferma il Papa nell’omelia a Casa Santa Marta. Ad esempio, i dottori della Legge , “pieni della propria sufficienza”, il ricco Epulone che viveva di festa in festa pensando di essere così consolato, ma soprattutto ad esprimere meglio questo atteggiamento è la preghiera del fariseo davanti all’altare, che dice: “Ti ringrazio perché non sono come gli altri”. “Questo si guardava allo specchio”, nota il Papa, “guardava la propria anima truccata da ideologie e ringraziava il Signore”. Gesù quindi fa vedere questa possibilità di essere gente che con questo modo di vivere “mai arriverà alla pienezza, al massimo alla ‘gonfiezza’”, cioè alla vanagloria.
La consolazione per essere vera ha quindi bisogno di un’alterità. Prima di tutto si riceve perché “è Dio che consola”, che dà questo “dono”. Poi la vera consolazione matura anche in un’altra alterità, quella di consolare gli altri. “La consolazione è uno stato di passaggio dal dono ricevuto al servizio donato”, spiega il Papa: “La vera consolazione ha questa doppia alterità: è dono e servizio. E così se io lascio entrare la consolazione del Signore come dono è perché ho bisogno di essere consolato. Sono bisognoso: per essere consolato è necessario riconoscere di essere bisognoso. Soltanto così il Signore viene, ci consola e ci dà la missione di consolare gli altri. E non è facile avere il cuore aperto per ricevere il dono e fare il servizio, le due alterità che fanno possibile la consolazione”.
Serve quindi un cuore aperto e per esserlo ci vuole “un cuore felice”. E proprio il Vangelo odierno delle Beatitudini dice “chi sono i felici, chi sono i beati”: “I poveri, il cuore si apre con un atteggiamento di povertà, di povertà di spirito. Quelli che sanno piangere, quelli miti, la mitezza del cuore; quelli affamati di giustizia, che lottano per la giustizia; quelli che sono misericordiosi, che hanno misericordia nei confronti degli altri; i puri di cuore; gli operatori di pace e quelli che sono perseguitati per la giustizia, per amore alla giustizia. Così il cuore si apre e il Signore viene con il dono della consolazione e la missione di consolare gli altri”.
Invece sono “chiusi” quelli che si sentono “ricchi di spirito", cioè “sufficienti”, “quelli che non hanno bisogno di piangere perché si sentono giusti”, i violenti che non sanno cosa sia la mitezza, gli ingiusti che compiono ingiustizia, coloro che sono senza misericordia, che non hanno mai bisogno di perdonare perché non sentono il bisogno di essere perdonati, “quelli sporchi di cuore”, gli “operatori di guerre” e non di pace, e coloro che non vengono mai criticati o perseguitati perché non gli importa delle ingiustizie verso le altre persone. “Questi – dice il Papa – hanno un cuore chiuso”: non sono felici perché non può entrare il dono della consolazione per poi darlo agli altri.
In conclusione, Papa Francesco invita a domandarsi come sia il nostro cuore, se sia aperto e capace di chiedere il dono della consolazione per poi darla agli altri come un dono del Signore. Bisogna tornare durante la giornata su questi pensieri e ringraziare il Signore che “sempre cerca di consolarci”. “Soltanto – conclude – ci chiede che la porta del cuore sia aperta almeno “un pochettino” : “così, Lui poi si arrangia per entrare”. (Debora Donnini – Radio Vaticana)
Rom: nasce a Berlino l’Istituto europeo per arti e cultura rom
Scalabriniani: rapporto su media e immigrazione nei paesi sudafricani
Migrantes Cosenza: LabRom a Cosenza per uno spazio di riflessione sulla situazione abitativa
Santa Sede: da oggi l’incontro dei responsabili nazionali e Direttori Migrantes delle Conferenze Episcopali dei cinque Continenti
Il Seminario si inserisce nel quadro degli impegni della Sezione in vista dei Global Compacts su Migranti e Rifugiati che saranno approvati a fine 2018. Si prefigge l’obiettivo di condividere le principali preoccupazioni pastorali in termini di migranti, sfollati, richiedenti asilo, rifugiati e vittime della tratta nelle diverse regioni del mondo. Inoltre, i lavori saranno indirizzati all’individuazione di elementi essenziali per una strategia pastorale comune e al suggerimento di contributi e aiuti da parte della Sezione.
Tutti i partecipanti collaboreranno alla programmazione di un’azione congiunta in vista dei Global Compacts 2018 e alla redazione di alcuni punti fondamentali, da presentare durante la stessa conferenza, da sottoporre all’attenzione di papa Francesco per la sua approvazione.
Papa Francesco: dietro ogni immigrato c’è un essere umano
Fondazione Missio: dal sogno al progetto missionario
L’appuntamento più atteso è stato venerdì con i lavori di gruppo: un vero e proprio brain storming missionario durato diverse ore, che ha visto impegnati i partecipanti nell'analisi di sei temi, con relative piste d’azione.
Dai tweet che sintetizzano il lavoro d’equipe: “Mettiamoci in rete, la missione non è ‘cosa nostra’ ma coinvolge tutti!”; “Anche tu sei invitato a fare della tua vita una missione”; “Forma e informa, anima e coopera, dentro e fuori, qui ed ora”.
I temi spaziavano da quello del “primo annuncio e nuove proposte per l'animazione e cooperazione missionaria”, al tema della progettazione dei nuovi compiti dei Cmd, da quello della “vocazione missionaria” al tema della “pastorale missionaria”.
Il senso è: rimanere agganciati sempre alla missione ad gentes, vivendo però con intensità le occasioni di incontro con i poveri, i migranti, gli ultimi delle periferie sotto casa.
Da uno dei laboratori è emersa ad esempio la necessità di “superare la settorialità, di offrire alla gente il contributo dei missionari rientrati come testimonianza nella pastorale ordinaria".
Si sente una grande voglia di superare lo stallo dell'azione missionaria, di capire come fare per accogliere meglio le persone, incontrare i poveri nelle periferie. La missione è lontana ma anche vicinissima, basta aprire le porte e gli occhi. Le diocesi lamentano anche una certa resistenza da parte di parroci e vescovi a dare impulso allo slancio missionario lungo percorsi di autonomia. “La testimonianza va oltre la dottrina - è stato detto in uno dei laboratori guidato da Maria Soave Buscemi - E avviene nell'incontro con la carne sofferente dell'altro. Oltre la 'prudente distanza'".
Venerdì sera il concerto Only Love Can, del gruppo Comunità Nuovi Orizzonti ha chiuso in musica e in bellezza una giornata intensa e molto creativa.
Papa Francesco saluta la comunità boliviana di Roma
Santa Sede: da domani l’incontro dei responsabili Migrantes delle Conferenze Episcopali del mondo
Città del Vaticano – Domani e martedì 13 giugno la Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale organizza un Seminario di lavoro con i Vescovi responsabili e i Direttori nazionali delle commissioni per la Pastorale di Migranti e Rifugiati delle Conferenze Episcopali dei cinque Continenti. È attesa la partecipazione di circa 40 persone direttamente impegnate nella tutela dei diritti di migranti e rifugiati e nella lotta al traffico di persone. L’incontro si terrà presso Palazzo San Calisto 16, Roma. Per la Fondazione Migrantes parteciperanno il presidente, mons. Guerino Di Tora e il neo direttore generale, don Gianni De Robertis.
Il Seminario si inserisce nel quadro degli impegni della Sezione in vista dei Global Compacts su Migranti e Rifugiati che saranno approvati a fine 2018. Si prefigge l’obiettivo di condividere le principali preoccupazioni pastorali in termini di migranti, sfollati, richiedenti asilo, rifugiati e vittime della tratta nelle diverse regioni del mondo. Inoltre, i lavori saranno indirizzati all’individuazione di elementi essenziali per una strategia pastorale comune e al suggerimento di contributi e aiuti da parte della Sezione.
Tutti i partecipanti collaboreranno alla programmazione di un’azione congiunta in vista dei Global Compacts 2018 e alla redazione di alcuni punti fondamentali, da presentare durante la stessa conferenza, da sottoporre all’attenzione di papa Francesco per la sua approvazione.