Piacenza - Costruire ponti di dialogo attraverso il canto. E' questo l'obiettivo che ha portato le suore missionarie scalabriniane a organizzare a Piacenza un concerto con due ospiti di eccezione: il coro tedesco Lady of Peace, formato da cristiani iracheni perseguitati nel loro Paese e il coro di migranti italiani in Germania Maria Knotenloeserin. Ad aprire loro le porte – musicalmente parlando – ci saranno i cori di Piacenza La Vigna di Engaddi, Corale della Misericordia, Coro di San Francesco, e la Schola Cantorum di San Giorgio Piacentino. L'appuntamento è per il prossimo 28 ottobre, alle ore 21, nella Basilica di Sant'Antonino, che ha collaborato all'organizzazione dell'iniziativa. “Nel pomeriggio i cori parteciperanno a un momento tutto particolare, con il pellegrinaggio alla tomba di Giovanni Battista Scalabrini.” Renderemo così omaggio al padre dei migranti e pregheremo per lui – ha spiegato suor Milva Caro, superiora della Provincia San Giuseppe, che sovraintende sull'Italia e l'area europea – Il nostro vuole essere un incontro che usa un linguaggio universale, quello della musica, per dimostrare che le frontiere umane possono essere facilmente abbattute”.
Primo Piano
Foligno: a novembre la mostra “Migranti, la sfida dell’incontro”
Foligno – Gli ufficio Migrantes e Caritas della diocesi di Foligno, con il patrocinio del Comune, propone alla cittadinanza e alle scuole del territorio, dal 3 al 10 novembre presso gli spazi dell’ex Teatro Piermarini in via Corso Cavour, un percorso di immedesimazione nelle vicende umane di coloro che lasciano la loro terra per varie cause come la guerra, la persecuzione, la povertà, l’assenza di diritti, in cerca di un futuro migliore. Secondo i numeri del Ministero degli Interni i migranti sbarcati in Italia nel 2016 sono stati 181.436, di cui 25.772 sono i minori non accompagnati. Per il 2017, secondo i dati UNHCR Agenzia delle Nazioni unite per i Rifugiati, tra il 1 gennaio e il 31 agosto, sono sbarcati in Italia 98.988 persone. Numeri, questi, inferiori se guardiamo ad esempio la classifica dei Paesi che accolgono più rifugiati. Tra i primi dieci, secondo i dati UNHCR, non ci sono Paesi dell’Unione Europea ma ci sono la Turchia che accoglie 1,84 milioni di migranti, il Pakistan (1,5 milioni) e il Libano (1,2 milioni). Seguono Iran, Etiopia, Giordania, Kenya, Uganda, Ciad e Sudan.
Da dove vengono, cosa cercano, di quali vicende umane sono protagonisti? Cosa significa accogliere? Come è possibile incontrare chi appartiene a una identità diversa dalla nostra? Come si può vivere insieme? Quali sono le esperienze in atto che testimoniano che l’altro è un bene? La mostra, realizzata per la XXXVII edizione per il Meeting per la pace tra i popoli, ha perciò l’obiettivo di raccontare come il rapporto con queste persone interpella ciascuno di noi, nella consapevolezza che l’incontro è la dimensione fondamentale di ogni esistenza umana. Papa Francesco, rivolgendosi ai partecipanti del Forum su migrazioni e pace lo scorso 21 febbraio 2017, parlando di migranti, di profughi e richiedenti asilo, di vittime della tratta, ha sottolineato che “La difesa dei loro diritti inalienabili, la garanzia delle libertà fondamentali e il rispetto della loro dignità sono compiti da cui nessuno si può esimere. Proteggere questi fratelli e sorelle è un imperativo morale da tradurre adottando strumenti giuridici, internazionali e nazionali, chiari e pertinenti; compiendo scelte politiche giuste e lungimiranti; prediligendo processi costruttivi, forse più lenti, ai ritorni di consenso nell’immediato; attuando programmi tempestivi e umanizzanti nella lotta contro i trafficanti di carne umana che lucrano sulle sventure altrui”. Accanto alla mostra alcuni eventi collaterali, nati dalla sinergia del Progetto Cittadini del Mondo, degli Uffici diocesani per la pastorale sociale ed il lavoro, la pastorale scolastica e l’ecumenismo, l’Associazione Casa dei Popoli. Venerdì 3 novembre alle ore 11, presso l’aula magna dell’Istituto Tecnico Tecnologico Leonardo Da Vinci, incontro su tema “Schiavitù finite?” nell’ambito del Progetto Lettura. Intervengono don Mussie Zerai, Sacerdote eritreo e fondatore dell’agenzia Habeshia, Giuseppe Carrisi, giornalista Rai, Paolo Morozzo della Rocca della Comunità di Sant’Egidio. Alle ore 21 presso lo ZUT ex Cinema Vittoria spettacolo teatrale dal titolo “Senza Terra” scritto e diretto da Giuseppe Carrisi. Lunedì 6 novembre alle ore 16 presso l’aula magna Scuola media Gentile Da Foligno, “Nuove generazioni a confronto” la presentazione della XXVI edizione del Rapporto Immigrazione realizzato da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes con Oliviero Forti, responsabile dell’ufficio immigrazione di Caritas italiana. Venerdì 10 novembre incontro con Mor Amar, rifugiato della Mauritania che presenterà agli studenti il progetto “Confini” un percorso formativo, promosso dalla cooperativa Sophia che vuole favorire, in un pubblico di giovani studenti, la riflessione sul tema dell’immigrazione.
Da dove vengono, cosa cercano, di quali vicende umane sono protagonisti? Cosa significa accogliere? Come è possibile incontrare chi appartiene a una identità diversa dalla nostra? Come si può vivere insieme? Quali sono le esperienze in atto che testimoniano che l’altro è un bene? La mostra, realizzata per la XXXVII edizione per il Meeting per la pace tra i popoli, ha perciò l’obiettivo di raccontare come il rapporto con queste persone interpella ciascuno di noi, nella consapevolezza che l’incontro è la dimensione fondamentale di ogni esistenza umana. Papa Francesco, rivolgendosi ai partecipanti del Forum su migrazioni e pace lo scorso 21 febbraio 2017, parlando di migranti, di profughi e richiedenti asilo, di vittime della tratta, ha sottolineato che “La difesa dei loro diritti inalienabili, la garanzia delle libertà fondamentali e il rispetto della loro dignità sono compiti da cui nessuno si può esimere. Proteggere questi fratelli e sorelle è un imperativo morale da tradurre adottando strumenti giuridici, internazionali e nazionali, chiari e pertinenti; compiendo scelte politiche giuste e lungimiranti; prediligendo processi costruttivi, forse più lenti, ai ritorni di consenso nell’immediato; attuando programmi tempestivi e umanizzanti nella lotta contro i trafficanti di carne umana che lucrano sulle sventure altrui”. Accanto alla mostra alcuni eventi collaterali, nati dalla sinergia del Progetto Cittadini del Mondo, degli Uffici diocesani per la pastorale sociale ed il lavoro, la pastorale scolastica e l’ecumenismo, l’Associazione Casa dei Popoli. Venerdì 3 novembre alle ore 11, presso l’aula magna dell’Istituto Tecnico Tecnologico Leonardo Da Vinci, incontro su tema “Schiavitù finite?” nell’ambito del Progetto Lettura. Intervengono don Mussie Zerai, Sacerdote eritreo e fondatore dell’agenzia Habeshia, Giuseppe Carrisi, giornalista Rai, Paolo Morozzo della Rocca della Comunità di Sant’Egidio. Alle ore 21 presso lo ZUT ex Cinema Vittoria spettacolo teatrale dal titolo “Senza Terra” scritto e diretto da Giuseppe Carrisi. Lunedì 6 novembre alle ore 16 presso l’aula magna Scuola media Gentile Da Foligno, “Nuove generazioni a confronto” la presentazione della XXVI edizione del Rapporto Immigrazione realizzato da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes con Oliviero Forti, responsabile dell’ufficio immigrazione di Caritas italiana. Venerdì 10 novembre incontro con Mor Amar, rifugiato della Mauritania che presenterà agli studenti il progetto “Confini” un percorso formativo, promosso dalla cooperativa Sophia che vuole favorire, in un pubblico di giovani studenti, la riflessione sul tema dell’immigrazione.
Scuole cattoliche: 31mila gli studenti con cittadinanza non italiana
Roma - Negli 8.322 istituti cattolici paritari del nostro Paese vi sono 54mila insegnanti e oltre 611mila alunni (il totale di allievi delle paritarie è circa 938mila, l’11% del totale nazionale della popolazione scolastica) di cui più di 31mila con cittadinanza non italiana e oltre 7mila disabili. È quanto emerge dal XIX Rapporto sulla scuola cattolica in Italia “Il valore della parità”, realizzato dal Centro studi per la scuola cattolica (Cssc) della Conferenza Episcopale Italiana, edito da Els La Scuola Morcelliana e illustrato oggi a Roma, alla Camera dei deputati, alla presenza del segretario generale della Cei, mons. Nunzio Galantino, e della ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli. Secondo il Rapporto, le scuole dell’infanzia sono 6.101 (73,3% del totale); 1.067 le scuole primarie (12,8%); 531 le secondarie di primo grado (6,4%); 623 le secondarie di secondo grado (7,5%). Il 57,9 di questi istituti è situato al Nord Italia, con il 40,7% nella sola Lombardia e il 25,6% in Veneto. Al centro si registra il 16% del totale delle scuole cattoliche, il 54,1% delle quali nel Lazio e il 32,8% in Toscana. Al Sud e nelle Isole si trova il 26,1%., di cui il 28,3% in Campania e il 22,3% in Sicilia.
Papa Francesco: entrare nel mistero di Gesù, non basta essere buoni cristiani
Città del vaticano - Il centro del mistero di Gesù Cristo è che “mi amò” e “diede se stesso alla morte", per me. Per entrare in questo mistero, il Papa, alla Messa stamani a Casa Santa Marta, indica la meditazione sulla Passione del Signore, la Via Crucis. Va bene andare a Messa, pregare, essere buoni cristiani ma la domanda centrale è se si è entrati nel mistero di Gesù Cristo, ricorda Francesco. La sua omelia parte dalla Prima Lettura tratta dalla Lettera ai Romani, nella quale San Paolo usa delle contrapposizioni – peccato, disobbedienza, grazia, perdono – per cercare di “portarci a capire qualcosa”. Sente che è “impotente" a spiegare” quello che vuole spiegare. Dietro a tutto questo, c’è la storia della salvezza. Non essendoci, quindi, parole sufficienti per spiegare Cristo, Paolo “ci spinge”, “ci scaraventa, perché cadiamo nel mistero” di Cristo, spiega Francesco. Queste contrapposizioni, quindi, sono soltanto passi nel cammino per inabissarsi nel mistero di Cristo, che non è facile da capire: è così “sovrabbondante”, “così generoso”, che non si può capire con argomentazioni perché queste portano fino ad un certo punto. Per capire “chi è Gesù Cristo per te”, “per me”, “per noi”, il Papa esorta, quindi, ad inabissarsi in questo mistero.
In un altro brano, San Paolo guardando Gesù Cristo dice: “Mi amò e diede se stesso per me”. E nota che - anche se difficilmente - si trova qualcuno disposto a morire per una persona giusta, ma solo Gesù Cristo vuole dare la vita “per un peccatore come me”. Con queste parole, San Paolo cerca di farci entrare nel mistero di Cristo. Non è facile, “è una grazia”. Lo hanno capito non solo i Santi canonizzati ma anche tanti santi “nascosti nella vita quotidiana”, gente umile che soltanto mette la sua speranza nel Signore: sono entrati nel mistero di Gesù Cristo crocifisso, “che è una pazzia”, dice Paolo notando però che se dovesse vantarsi di qualcosa, soltanto si potrebbe vantare “dei suoi peccati e di Gesù Cristo crocifisso”, non dello studio con Gamaliele nella sinagoga, né di altro. “Un’altra contraddizione”, questa, che ci porta al mistero di Gesù, crocifisso, “in dialogo con i miei peccati”. Francesco, evidenzia, quindi, che quando andiamo a Messa, sappiamo che lui è nella Parola, che Gesù viene, ma questo – avverte il Papa – non basta per poter entrare nel mistero:
“Entrare nel mistero di Gesù Cristo è di più, è lasciarsi andare in quell’abisso di misericordia dove non ci sono parole: soltanto l’abbraccio dell’amore. L’amore che Lo portò alla morte per noi. Quando noi andiamo a confessarci perché abbiamo peccati – sì, devo togliermi i peccati, diciamo; o ‘che Dio mi perdoni i peccati’ – andiamo, diciamo i peccati al confessore e siamo tranquilli e contenti. Se facciamo così, non siamo entrati nel mistero di Gesù Cristo. Se io ci vado, vado a incontrare Gesù Cristo, a entrare nel mistero di Gesù Cristo, a entrare in quell’abbraccio di perdono del quale parla Paolo; di quella gratuità del perdono”.
Alla domanda su chi è “Gesù per te”, si potrebbe rispondere “il Figlio di Dio”, si potrebbe dire tutto il Credo, tutto il Catechismo, ed è vero ma si arriverebbe ad un punto in cui non saremmo riusciti a dire il centro del mistero di Gesù Cristo, quel “mi amò” e “diede se stesso per me”. “Capire il mistero di Gesù Cristo non è una cosa di studio”, nota il Papa, perché “Gesù Cristo è capito soltanto per pura grazia”.
Viene, quindi, segnalato un esercizio di pietà che aiuta: la Via Crucis, che consiste nel camminare con Gesù nel momento in cui ci dà “l’abbraccio di perdono e di pace”.
“E’ bello fare la Via Crucis. Farlo a casa, pensando ai momenti della Passione del Signore. Anche i grandi Santi consigliavano sempre di incominciare la vita spirituale con questo incontro con il mistero di Gesù Crocifisso. Santa Teresa consigliava le sue monache: per arrivare alla preghiera di contemplazione, l’alta preghiera che lei aveva, incominciare con la meditazione della Passione del Signore. La Croce con Cristo. Cristo nella Croce. Incominciare e pensare. E così, cercare di capire con il cuore che ‘amò me e diede se stesso per me’, ‘diede se stesso alla morte per me’”.
Nella Prima Lettura, San Paolo vuole proprio portare all’abisso del mistero di Cristo, ribadisce Papa Francesco: “’Io sono un buon cristiano, vado a Messa la domenica, faccio opere di misericordia, recito le preghiere, educo bene i miei figli’: questo sta molto bene. Ma la domanda che io faccio: ‘Tu fai tutto questo: ma sei entrato nel mistero di Gesù Cristo?’. Quello che tu non puoi controllare … Chiediamo a San Paolo, un vero testimone, uno che ha incontrato Gesù Cristo e si è lasciato incontrare da Lui ed è entrato nel mistero di Gesù Cristo: preghiamo lui, Paolo, che ci dia la grazia di entrare nel mistero di Gesù Cristo che ci amò, diede se stesso alla morte per noi, che ci ha fatti giusti davanti a Dio, che ha perdonato tutti i peccati, anche le radici del peccato: di entrare nel mistero del Signore”.
E l’invito conclusivo del Papa è proprio a guardare il Crocifisso, “icona del più grande mistero della creazione, di tutto”: “Cristo crocifisso, centro della Storia, centro della mia vita”.
In un altro brano, San Paolo guardando Gesù Cristo dice: “Mi amò e diede se stesso per me”. E nota che - anche se difficilmente - si trova qualcuno disposto a morire per una persona giusta, ma solo Gesù Cristo vuole dare la vita “per un peccatore come me”. Con queste parole, San Paolo cerca di farci entrare nel mistero di Cristo. Non è facile, “è una grazia”. Lo hanno capito non solo i Santi canonizzati ma anche tanti santi “nascosti nella vita quotidiana”, gente umile che soltanto mette la sua speranza nel Signore: sono entrati nel mistero di Gesù Cristo crocifisso, “che è una pazzia”, dice Paolo notando però che se dovesse vantarsi di qualcosa, soltanto si potrebbe vantare “dei suoi peccati e di Gesù Cristo crocifisso”, non dello studio con Gamaliele nella sinagoga, né di altro. “Un’altra contraddizione”, questa, che ci porta al mistero di Gesù, crocifisso, “in dialogo con i miei peccati”. Francesco, evidenzia, quindi, che quando andiamo a Messa, sappiamo che lui è nella Parola, che Gesù viene, ma questo – avverte il Papa – non basta per poter entrare nel mistero:
“Entrare nel mistero di Gesù Cristo è di più, è lasciarsi andare in quell’abisso di misericordia dove non ci sono parole: soltanto l’abbraccio dell’amore. L’amore che Lo portò alla morte per noi. Quando noi andiamo a confessarci perché abbiamo peccati – sì, devo togliermi i peccati, diciamo; o ‘che Dio mi perdoni i peccati’ – andiamo, diciamo i peccati al confessore e siamo tranquilli e contenti. Se facciamo così, non siamo entrati nel mistero di Gesù Cristo. Se io ci vado, vado a incontrare Gesù Cristo, a entrare nel mistero di Gesù Cristo, a entrare in quell’abbraccio di perdono del quale parla Paolo; di quella gratuità del perdono”.
Alla domanda su chi è “Gesù per te”, si potrebbe rispondere “il Figlio di Dio”, si potrebbe dire tutto il Credo, tutto il Catechismo, ed è vero ma si arriverebbe ad un punto in cui non saremmo riusciti a dire il centro del mistero di Gesù Cristo, quel “mi amò” e “diede se stesso per me”. “Capire il mistero di Gesù Cristo non è una cosa di studio”, nota il Papa, perché “Gesù Cristo è capito soltanto per pura grazia”.
Viene, quindi, segnalato un esercizio di pietà che aiuta: la Via Crucis, che consiste nel camminare con Gesù nel momento in cui ci dà “l’abbraccio di perdono e di pace”.
“E’ bello fare la Via Crucis. Farlo a casa, pensando ai momenti della Passione del Signore. Anche i grandi Santi consigliavano sempre di incominciare la vita spirituale con questo incontro con il mistero di Gesù Crocifisso. Santa Teresa consigliava le sue monache: per arrivare alla preghiera di contemplazione, l’alta preghiera che lei aveva, incominciare con la meditazione della Passione del Signore. La Croce con Cristo. Cristo nella Croce. Incominciare e pensare. E così, cercare di capire con il cuore che ‘amò me e diede se stesso per me’, ‘diede se stesso alla morte per me’”.
Nella Prima Lettura, San Paolo vuole proprio portare all’abisso del mistero di Cristo, ribadisce Papa Francesco: “’Io sono un buon cristiano, vado a Messa la domenica, faccio opere di misericordia, recito le preghiere, educo bene i miei figli’: questo sta molto bene. Ma la domanda che io faccio: ‘Tu fai tutto questo: ma sei entrato nel mistero di Gesù Cristo?’. Quello che tu non puoi controllare … Chiediamo a San Paolo, un vero testimone, uno che ha incontrato Gesù Cristo e si è lasciato incontrare da Lui ed è entrato nel mistero di Gesù Cristo: preghiamo lui, Paolo, che ci dia la grazia di entrare nel mistero di Gesù Cristo che ci amò, diede se stesso alla morte per noi, che ci ha fatti giusti davanti a Dio, che ha perdonato tutti i peccati, anche le radici del peccato: di entrare nel mistero del Signore”.
E l’invito conclusivo del Papa è proprio a guardare il Crocifisso, “icona del più grande mistero della creazione, di tutto”: “Cristo crocifisso, centro della Storia, centro della mia vita”.
Milano: domenica la festa “Los Milagros”
Milano - Domenica 29 ottobre Busto Arsizio (Varese) ospita la celebrazione del «Señor de Los Milagros», una festa devozionale peruviana che, in seguito alla migrazione di migliaia di persone dal Paese sudamericano, si è ormai diffusa anche in Italia.
«Anche quest’anno seguiamo lo schema consueto, con la novena dal 19 al 28 ottobre, alle 19 nella chiesa di Santo Stefano Maggiore, e poi la tradizionale processione spiega don Alberto Vitali, responsabile del Servizio diocesano per la Pastorale dei migranti (Migrantes) . Il ritrovo è previsto per le 10 davanti al Santuario di Santa Maria di Piazza, di cui quest’anno ricorrono i cinquecento anni della fondazione». La processione partirà alle 10.30, percorrerà le vie del centro storico della città (via Cavallotti, corso Europa, piazza Manzoni, piazza San Michele, via Volta) e terminerà alle 14.30 per la Messa, celebrata nel cortile del museo del Tessile da monsignor Severino Pagani, prevosto di Busto Arsizio. La denominazione «Señor de Los Milagros» deriva dal dipinto di uno schiavo angolano sul muro di una casa di Lima. Vi sono raffigurati i misteri fondamentali della fede cristiana: Dio Padre, la Colomba che rappresenta lo Spirito Santo e Cristo in Croce. Una rappresentazione che aiuta i fedeli a riflettere sul loro credo e a pregare insieme. L’immagine, sopravvissuta al terremoto del 1655 che distrusse la capitale peruviana, ha resistito anche ad altri cataclismi e calamità che hanno colpito la città e i suoi edifici nel corso dei secoli: è quindi arrivata fino ai nostri giorni miracolosamente intatta e oggi è conservata nel Santuario de Las Nazarenas, costruito alla fine del XVII secolo. Tantissimi pellegrini si recano periodicamente nella capitale peruviana a renderle omaggio. Nella Diocesi ambrosiana la festa si è svolta in principio a Milano, richiamando l’attenzione anche dei fedeli italiani. La prima edizione si è svolta nel 1996 (in via Copernico, sede originaria della Cappellania dei Migranti). Nel 2006, in occasione del decimo anniversario della sua celebrazione in Italia, vi hanno partecipato ben 15 mila fedeli. Dal 2008 la Confraternita «Hermandad Del Señor del Los Milagros» è diventata diocesana per approvazione del cardinale Dionigi Tettamanzi. Nel corso degli anni la manifestazione è diventata itinerante e si celebra ogni volta in una località diversa.
«Quest’anno ci aspettiamo circa 3 mila partecipanti, quasi totalmente peruviani, che arriveranno a Busto Arsizio anche dal circondario sottolinea don Vitali -. È davvero bello vedere questa grande devozione, che coinvolge sempre tante persone». Durante la processione, molto lenta, l’immagine sarà al centro e verrà trasportata da una portantina (Anda) sostenuta da 24 uomini, appartenenti alla «Hermandad», che procederanno secondo una particolare andatura, mentre i bambini riceveranno una benedizione speciale. «Lungo il percorso, come sempre, si reciterà il Rosario e ci saranno canti devozionali accompagnati da una banda - aggiunge don Vitali -. Ogni tanto si effettueranno brevi soste per scambiarsi omaggi floreali: i fiori presenti sulla portantina verranno distribuiti alla gente cammin facendo». Una bella tradizione, insomma, espressione di una fede popolare ancora viva e forte, trasmessa di generazione in generazione e che resiste al logorio del tempo. Ma anche un’occasione per vivere un momento di preghiera insieme ai migranti. (C.Conti – MilanoSette)
«Anche quest’anno seguiamo lo schema consueto, con la novena dal 19 al 28 ottobre, alle 19 nella chiesa di Santo Stefano Maggiore, e poi la tradizionale processione spiega don Alberto Vitali, responsabile del Servizio diocesano per la Pastorale dei migranti (Migrantes) . Il ritrovo è previsto per le 10 davanti al Santuario di Santa Maria di Piazza, di cui quest’anno ricorrono i cinquecento anni della fondazione». La processione partirà alle 10.30, percorrerà le vie del centro storico della città (via Cavallotti, corso Europa, piazza Manzoni, piazza San Michele, via Volta) e terminerà alle 14.30 per la Messa, celebrata nel cortile del museo del Tessile da monsignor Severino Pagani, prevosto di Busto Arsizio. La denominazione «Señor de Los Milagros» deriva dal dipinto di uno schiavo angolano sul muro di una casa di Lima. Vi sono raffigurati i misteri fondamentali della fede cristiana: Dio Padre, la Colomba che rappresenta lo Spirito Santo e Cristo in Croce. Una rappresentazione che aiuta i fedeli a riflettere sul loro credo e a pregare insieme. L’immagine, sopravvissuta al terremoto del 1655 che distrusse la capitale peruviana, ha resistito anche ad altri cataclismi e calamità che hanno colpito la città e i suoi edifici nel corso dei secoli: è quindi arrivata fino ai nostri giorni miracolosamente intatta e oggi è conservata nel Santuario de Las Nazarenas, costruito alla fine del XVII secolo. Tantissimi pellegrini si recano periodicamente nella capitale peruviana a renderle omaggio. Nella Diocesi ambrosiana la festa si è svolta in principio a Milano, richiamando l’attenzione anche dei fedeli italiani. La prima edizione si è svolta nel 1996 (in via Copernico, sede originaria della Cappellania dei Migranti). Nel 2006, in occasione del decimo anniversario della sua celebrazione in Italia, vi hanno partecipato ben 15 mila fedeli. Dal 2008 la Confraternita «Hermandad Del Señor del Los Milagros» è diventata diocesana per approvazione del cardinale Dionigi Tettamanzi. Nel corso degli anni la manifestazione è diventata itinerante e si celebra ogni volta in una località diversa.
«Quest’anno ci aspettiamo circa 3 mila partecipanti, quasi totalmente peruviani, che arriveranno a Busto Arsizio anche dal circondario sottolinea don Vitali -. È davvero bello vedere questa grande devozione, che coinvolge sempre tante persone». Durante la processione, molto lenta, l’immagine sarà al centro e verrà trasportata da una portantina (Anda) sostenuta da 24 uomini, appartenenti alla «Hermandad», che procederanno secondo una particolare andatura, mentre i bambini riceveranno una benedizione speciale. «Lungo il percorso, come sempre, si reciterà il Rosario e ci saranno canti devozionali accompagnati da una banda - aggiunge don Vitali -. Ogni tanto si effettueranno brevi soste per scambiarsi omaggi floreali: i fiori presenti sulla portantina verranno distribuiti alla gente cammin facendo». Una bella tradizione, insomma, espressione di una fede popolare ancora viva e forte, trasmessa di generazione in generazione e che resiste al logorio del tempo. Ma anche un’occasione per vivere un momento di preghiera insieme ai migranti. (C.Conti – MilanoSette)
Emilia Romagna: continua il calo degli stranieri in regione
Bologna - Ancora in calo, per il secondo anno consecutivo (il 2015– 2016) gli stranieri residenti in Emilia Romagna: 3.600 in meno. Con oltre 531 mila residenti non italiani, a gennaio 2017 (531.028), la regione si conferma comunque con la più alta incidenza (11,9% contro una media nazionale dell’8,3%) di cittadini migranti rispetto al totale dei residenti. A scattare la fotografia sul fenomeno migratorio è l’Osservatorio regionale nel dossier “Cittadini stranieri in Emilia–Romagna.
Residenti e dinamiche demografiche”. Sul piano demografico, in Emilia Romagna un cittadino su dieci è straniero e nel 43% dei casi risiede nei Comuni capoluogo. La presenza maggiore si rileva a Piacenza (14%), Parma (13,5%), Modena (12,9%) e Reggio Emilia (12,3%). A Ravenna l’incidenza è del 12,1%; appena sotto la media regionale si colloca Bologna (11,7%); agli ultimi posti ci sono Rimini (10,8%), Forlì–Cesena (10,5%) e Ferrara (8,7%). Aumentano coloro che hanno acquisito la cittadinanza italiana: oltre 25.200 nel 2016 (1.153 nel 2002). Per quanto riguarda i Paesi di origine rappresentati, sono 170: in testa i rumeni (16,7%), marocchini (11,6%), albanesi (11,0%), ucraini (6,1%), cinesi e moldavi (entrambi al 5,5%). Si conferma la prevalenza femminile: 53,5%. Quanto all’età media è inferiore ai 34 anni (quella italiana è di 47). I minori sono quasi 115 mila (16,1%) di cui 45 mila con meno di 6 anni e il 93,7% è nato in Italia. Nel 2016 sono nati in regione 8.357 bambini da genitori stranieri residenti (24,2% dei nati nell’anno). (F.G.S.- BolognaSette)
Residenti e dinamiche demografiche”. Sul piano demografico, in Emilia Romagna un cittadino su dieci è straniero e nel 43% dei casi risiede nei Comuni capoluogo. La presenza maggiore si rileva a Piacenza (14%), Parma (13,5%), Modena (12,9%) e Reggio Emilia (12,3%). A Ravenna l’incidenza è del 12,1%; appena sotto la media regionale si colloca Bologna (11,7%); agli ultimi posti ci sono Rimini (10,8%), Forlì–Cesena (10,5%) e Ferrara (8,7%). Aumentano coloro che hanno acquisito la cittadinanza italiana: oltre 25.200 nel 2016 (1.153 nel 2002). Per quanto riguarda i Paesi di origine rappresentati, sono 170: in testa i rumeni (16,7%), marocchini (11,6%), albanesi (11,0%), ucraini (6,1%), cinesi e moldavi (entrambi al 5,5%). Si conferma la prevalenza femminile: 53,5%. Quanto all’età media è inferiore ai 34 anni (quella italiana è di 47). I minori sono quasi 115 mila (16,1%) di cui 45 mila con meno di 6 anni e il 93,7% è nato in Italia. Nel 2016 sono nati in regione 8.357 bambini da genitori stranieri residenti (24,2% dei nati nell’anno). (F.G.S.- BolognaSette)
MCI Germania: è morto l’ex missionario don Luigi Loda
Brescia - Lunedì 16 ottobre scorso è scomparso don Luigi Loda. Nato a Collebeato nel 1926 e già religioso degli Oblati di San Giuseppe, nel 1978 è stato incardinato nella diocesi di Brescia. Dal 1972 al 2005 è stato cappellano degli emigranti in Germania. I funerali sono stati celebrati da Mons. Pierantonio Tremolada mercoledì 18 ottobre.
Don Luigi è stato sepolto nel cimitero di Collebeato. Per lui e per i suoi familiari il nostro ricordo nella preghiera.
Don Luigi è stato sepolto nel cimitero di Collebeato. Per lui e per i suoi familiari il nostro ricordo nella preghiera.
Centro Astalli: domani la premiazione del concorso “La scrittura non va in Esilio”
Roma - Mille studenti di varie città italiane prenderanno parte, domani a Roma, alla cerimonia di premiazione del concorso “La scrittura non va in Esilio” per le scuole superiori e della terza edizione di “Scriviamo a colori” per le scuole medie realizzati dal Centro Astalli nell'ambito dei progetti per le scuole Finestre e Incontri sul diritto d'asilo e il dialogo interreligioso, attraverso i quali ogni anno testimoni di altre religioni e rifugiati incontrano più di 25.000 studenti in 15 città italiane.
La “Scrittura non va in esilio” sarà una grande festa per le scuole, un'occasione per lanciare un appello in favore dell'approvazione della legge sulla cittadinanza per i bambini nati e cresciuti in Italia. Interverranno Simonetta Agnello Hornby, Andrea Segre, Amir Issaa, Sonny Olumati, Takoua Ben Mohamed, Nicola Zingaretti coordinati da Giovanni Anversa, giornalista Rai. Ad introdurre i lavori p. Camillo Ripamonti, Presidente Centro Astalli, Romano Montroni, presidente Centro per il libro e la lettura, MiBACT, P. Giovanni La Manna, Rettore del Massimo.
Dal racconto “Il violino” di Andreea Tatiana Anghelescu dell'Istituto di Istruzione Superiore Leonardo da Vinci di Maccarese (Roma), giudicato vincitore da una giuria di esperti di cui fa parte Melania Mazzucco, è stata tratto un video con l'amichevole partecipazione di Kasia Smutniak. L'evento fa parte della campagna "I Get You", promossa dal Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (JRS Europe) in 9 Stati membri per raccontare un’Europa accogliente, aperta, positiva e solidale. I progetti nelle scuole del Centro Astalli sono un esempio concreto di come cittadini, rifugiati e migranti possano impegnarsi insieme per importanti iniziative di educazione, sensibilizzazione e valorizzazione della diversità, spiegano i promotori.
La “Scrittura non va in esilio” sarà una grande festa per le scuole, un'occasione per lanciare un appello in favore dell'approvazione della legge sulla cittadinanza per i bambini nati e cresciuti in Italia. Interverranno Simonetta Agnello Hornby, Andrea Segre, Amir Issaa, Sonny Olumati, Takoua Ben Mohamed, Nicola Zingaretti coordinati da Giovanni Anversa, giornalista Rai. Ad introdurre i lavori p. Camillo Ripamonti, Presidente Centro Astalli, Romano Montroni, presidente Centro per il libro e la lettura, MiBACT, P. Giovanni La Manna, Rettore del Massimo.
Dal racconto “Il violino” di Andreea Tatiana Anghelescu dell'Istituto di Istruzione Superiore Leonardo da Vinci di Maccarese (Roma), giudicato vincitore da una giuria di esperti di cui fa parte Melania Mazzucco, è stata tratto un video con l'amichevole partecipazione di Kasia Smutniak. L'evento fa parte della campagna "I Get You", promossa dal Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (JRS Europe) in 9 Stati membri per raccontare un’Europa accogliente, aperta, positiva e solidale. I progetti nelle scuole del Centro Astalli sono un esempio concreto di come cittadini, rifugiati e migranti possano impegnarsi insieme per importanti iniziative di educazione, sensibilizzazione e valorizzazione della diversità, spiegano i promotori.
History, l’America fatta dagli immigrati
Roma - L’immigrazione non ha solo cambiato l’America. L’immigrazione è l’America. Nella storia non esiste una società che abbia avuto più immigrati degli Stati Uniti. Un mosaico incredibile dal quale prende le mosse la mini-serie Come abbiamo fatto l’America, in onda su History (canale 407 di Sky) in due parti (venerdì scorso e venerdì prossimo) in prima serata. Nel giro di quattro secoli, ma soprattutto tra la fine dell’800 e l’inizio del ’900, sono stati milioni gli immigrati che da ogni parte del mondo sono partiti per l’America, che anche per questo è una nazione di nazioni. Tanto per ricordare alcuni dei numeri forniti dal programma, sono 50 milioni oggi gli americani di discendenza latina o ispanica, 26 milioni quelli discendenti dagli inglesi, 10 milioni di origine francese e 4 milioni persino di origine cinese. Già nel 1790 un censimento stabilì che oltre il 90 per cento degli abitanti era di origine straniera. Ed è proprio sulle storie di alcuni di loro (ricostruite anche a livello cinematografico) che si concentra la mini-serie. Dagli olandesi commercianti di pellicce che si stabilirono là dove sarebbe sorta New York, agli irlandesi che lasciarono la patria d’origine colpita dalla carestia. Dai tedeschi che si arruolarono nell’esercito unionista durante la Guerra civile, agli ebrei russi che lasciarono in massa sul finire dell’800 l’impero zarista, fino ai Quaccheri (calvinisti inglesi) che ebbero una funzione importante nel dettare le regole della convivenza. Agli immigrati si deve anche lo sviluppo tecnologico e lo slancio alle invenzioni. Albert Einstein, tanto per fare un nome, era uno di loro. Ma anche la manodopera ebbe un ruolo determinante. Ad esempio quella cinese per la costruzione della ferrovia che attraversa gli States da un oceano all’altro. Il merito di Come abbiamo fatto l’America sta dunque nel raccontare che si deve solo agli immigrati se gli Stati Uniti sono diventati la più produttiva e potente nazione del mondo. Senza nascondere le contraddizioni. Prima fra tutte il razzismo. Un buon programma, insomma, dal quale s’impara qualcosa e la cui visione farebbe bene a chi da noi si oppone allo “Ius soli”. Anche da un punto di vista tecnico, la mini-serie di History propone un sapiente mix tra fiction, immagini di repertorio, grafici e interviste. (Andrea Fagioli)
Scalabriniane: seguire l’esempio dei missionari nell’Ottocento per avviare politiche di accoglienza e integrazione
Lucca - Seguire l'esempio di Padre Giuseppe Marchetti, padre dei minori migranti, che nell'Ottocento partì dall'Italia verso il Brasile per aiutare lì, direttamente sul posto, le migliaia di emigrati che puntavano all'America Latina per cercare nuove speranze. E' questa la conclusione dei lavori di un incontro che si è svolto sabato scorso nell'arcivescovado di Lucca per affrontare la questione delle migrazioni, oggi, sul modello dello stesso padre Marchetti, cofondatore delle suore missionarie scalabriniane. L'iniziativa è stata organizzata dalla Postulazione generale dei missionari scalabriniani, dalle stesse suore scalabriniane e dall'arcidiocesi di Lucca. Padre Giuseppe Marchetti, di Lombrici di Camaiore, arrivò in Brasile nel pieno del flusso migratorio degli italiani. Nel solo Stato di San Paolo in quel momento ne vivevano 800mila, di cui 30 mila lucchesi. Lì realizzò tre grandi progetti: un Orfanotrofio per i ragazzi, uno per le ragazze e un ospedale per gli italiani. Tre strutture di assistenza all'interno delle quali l'educazione e la formazione avevano un ruolo fondamentale. “'Padre Marchetti è la dimostrazione di una Chiesa a servizio per i migranti e con i migranti, come lo testimonia oggi l'impegno quotidiano a loro sostegno e che vede in Papa Francesco un grande motore”, ha sottolineato suor Etra Modica, vicaria generale delle scalabriniane: “aveva coraggio, un dono creativo, una capacità di empatia e ostinazione umile nel fare bene. Il suo esempio a guardare con fiducia ogni uomo, ogni donna e ogni bambino che emigra”, ha aggiunto. “Siamo orgogliosi delle origini lucchesi di Padre Giuseppe e di sua sorella Madre Assunta – ha spiegato l'arcivescovo di Lucca, Italo Castellani – La loro era un'accoglienza matura, capace di andare al di là di culture e culti”. Nel dibattito l'attenzione si è concentrata su aspetti “pedagogici” della migrazione dei minori migranti. “Ai maschietti veniva offerto l'insegnamento delle prime lettere, delle arti e uffici secondo la loro indole – spiega la scalabriniana suor Leocadia Mezzomo, postulatrice della causa di canonizzazione della sorella di Padre Giuseppe, la Beata Madre Assunta Marchetti - Lì potevano imparare vari mestieri: il tipografo, il falegname, il fabbro, il sarto, il calzolaio, il panettiere, ecc. I maestri dovevano essere esperti dell'arte che insegnavano. Per quello che riguardava la sezione femminile, il programma prevedeva una accurata preparazione alla vita di famiglia. Le giovani imparavano a cucinare, a cucire e soprattutto ad essere buone madri di famiglia, ma anche avrebbero potuto diventare apprezzate infermiere, professoresse, missionarie. Padre Marchetti fu uno di quegli uomini che intravedendo un problema, una piaga, cercava e trovava subito delle soluzioni per sanarle”. Ai lavori, coordinati da padre Gabriele Bentoglio, postulatore generale della causa di canonizzazione del Venerabile Servo di Dio Giuseppe Marchetti, hanno partecipato anche Saverio Xeres, ordinario di Storia della Chiesa nella Facoltà teologica di Milano, Giovanni Giulio Valtolina, docente dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e Valerio De Cesaris della Comunità di Sant'Egidio.
Festival della Migrazione: oltre 2000 le presenze in tre giorni
Modena - Oltre 2mila persone per i dibattiti e gli spettacoli che, tra gli appuntamenti del pre festival e i tre giorni di lavori, hanno partecipato alla seconda edizione del Festival della Migrazione conclusosi ieri. A questi vanno aggiunti i 1.500 già prenotati (43 classi di scuola superiore, decine di gruppi giovanili parrocchiali) per la mostra “In fuga dalla Siria” promossa da Missio Modena e Caritas diocesana che si chiuderà sabato 28 ottobre al Centro Famiglia di Nazareth, per un totale che supera le 3.500 presenze.
Il Festival della Migrazione, giunto alla seconda edizione, cresce: la manifestazione, promossa da Fondazione Migrantes, Porta Aperta, Università di Modena e Reggio Emilia, IntegriaMo con 35 enti e associazioni aderenti e con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, oltre che di Bper, Conad, Hera e Menù ha portato a Modena personaggi di altissimo livello (in ordine sparso e tra gli altri Mons. Galantino, Segretario Generale della CEI, il sottosegretario agli Interni Domenico Manzione, Regina Catrambone del Moas, Marco Bertotto di Medici Senza Frontiere, i vescovi di Modena-Nonantola, Mons. Erio Castellucci e di Ferrara-Comacchio, Mons. Gian Carlo Perego, le europarlamentari Kyenge e Schlein, il direttore Agcom Mario Morcellini, Maria Chiara Prodi, l’onorevole Edoardo Patriarca, solo per citarne alcuni) oltre ai video messaggi di Romano Prodi e di Emma Bonino, che sono già stati ‘prenotati’ per la prossima edizione.
“Il bilancio è molto positivo – sottolinea il presidente di Porta Aperta, Luca Barbari - siamo davvero soddisfatti. Il dibattito è stato davvero di altissimo livello e abbiamo potuto ragionare su questi temi, molto sensibili, con qualità e senza stereotipi. Il connubio di terzo settore, Università, istituzioni pubbliche e Chiesa al suo massimo livello (la presenza di Mons. Galantino è stata particolarmente qualificata) ha fatto sì che potessimo vincere la scommessa. Non dimentichiamo anche gli eventi che hanno preceduto il Festival, con i sindacati e la presenza di alcuni comuni, e quelli che lo seguiranno, oltre che gli spettacoli e la mostra ‘In fuga dalla Siria’ che sta andando benissimo. L’appuntamento – conclude Barbari – è fin d’ora fissato alla terza edizione nel 2018: abbiamo in mente novità importanti per far crescere ancora questo Festival e, con esso, la cultura dell’integrazione che è indispensabile per governare il fenomeno migratorio”.
Il Festival della Migrazione, giunto alla seconda edizione, cresce: la manifestazione, promossa da Fondazione Migrantes, Porta Aperta, Università di Modena e Reggio Emilia, IntegriaMo con 35 enti e associazioni aderenti e con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, oltre che di Bper, Conad, Hera e Menù ha portato a Modena personaggi di altissimo livello (in ordine sparso e tra gli altri Mons. Galantino, Segretario Generale della CEI, il sottosegretario agli Interni Domenico Manzione, Regina Catrambone del Moas, Marco Bertotto di Medici Senza Frontiere, i vescovi di Modena-Nonantola, Mons. Erio Castellucci e di Ferrara-Comacchio, Mons. Gian Carlo Perego, le europarlamentari Kyenge e Schlein, il direttore Agcom Mario Morcellini, Maria Chiara Prodi, l’onorevole Edoardo Patriarca, solo per citarne alcuni) oltre ai video messaggi di Romano Prodi e di Emma Bonino, che sono già stati ‘prenotati’ per la prossima edizione.
“Il bilancio è molto positivo – sottolinea il presidente di Porta Aperta, Luca Barbari - siamo davvero soddisfatti. Il dibattito è stato davvero di altissimo livello e abbiamo potuto ragionare su questi temi, molto sensibili, con qualità e senza stereotipi. Il connubio di terzo settore, Università, istituzioni pubbliche e Chiesa al suo massimo livello (la presenza di Mons. Galantino è stata particolarmente qualificata) ha fatto sì che potessimo vincere la scommessa. Non dimentichiamo anche gli eventi che hanno preceduto il Festival, con i sindacati e la presenza di alcuni comuni, e quelli che lo seguiranno, oltre che gli spettacoli e la mostra ‘In fuga dalla Siria’ che sta andando benissimo. L’appuntamento – conclude Barbari – è fin d’ora fissato alla terza edizione nel 2018: abbiamo in mente novità importanti per far crescere ancora questo Festival e, con esso, la cultura dell’integrazione che è indispensabile per governare il fenomeno migratorio”.
Profughi: incontro a Poviglio
Reggio Emilia - Nei Comuni di Cadelbosco, Castelnovo Sotto, Poviglio e Sant’Ilario, parrocchie e amministrazioni locali stanno proponendo una riflessione sul tema “Rifugiati e migranti: quale verità?”, nella convinzione che la sensibilizzazione culturale passa anche attraverso la corretta informazione. Fa parte di questo percorso l’intervento che l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio Mons. Gian Carlo Perego, già direttore della Fondazione Migrantes, terrà domenica 29 ottobre alle ore 16 presso la sala-teatro dell’Oratorio di Poviglio. L’incontro avverrà secondo una modalità “interattiva” di dialogo tra i giovani e il pubblico, che metteranno in scena una sorta di spettacolo in parole e musica sul tema “Profughi e Migranti: quale verità?”.
Migrantes Messina: no all’hotspot in città
Messina -“Apprendiamo dal sito dell'Agenzia Europea per i Diritti Fondamentali che il prossimo 24 Ottobre si terrà a Messina, presso i locali del nuovo Hotspot ("newly established hotspot" cit.), un workshop sulla Carta Europea dei Diritti Fondamentali rivolto a numerose tipologie di operatori. All'evento sono invitati rappresentanti del Ministero degli Interni, autorità di altri Hotspot italiani, rappresentanti della Commissione Europea, operatori di Frontex, EASO, Europol, UNHCR, IOM, varie organizzazioni non governative, operatori sanitari locali, assistenti sociali e mediatori culturali”. E’ quanto si legge in una nota dell’Ufficio Migrantes della diocesi di Messina- santa Lucia del Mela. Dopo un “susseguirsi frammentato” di notizie ed ipotesi, e le "voci di banchina" raccolte dai volontari durante gli ultimi sbarchi, questa – sostiene l’Ufficio Migrantes diocesano – “appare come una conferma dell'apertura nella nostra città dell'undicesimo Hotspot italiano dopo Lampedusa, Pozzallo, Trapani, Taranto, Palermo, Siracusa (Augusta), Cagliari, Reggio Calabria, Crotone, Corigliano Calabro. L'ufficialità della realizzazione del nuovo Hotspot è arrivata ad “opera compiuta, fin qui tenuta – si legge nella nota - sotto stretto riserbo dalle istituzioni preposte, e si inserisce tra gli obiettivi del piano Gentiloni/Minniti sull'immigrazione. L’Ufficio Migrantes esprime “nuovamente” la “ferma contrarietà” al sistema degli Hotspot, “tristemente noto per l'utilizzo di prassi lesive della dignità umana, violazione dei diritti umani, trattenimento coatto, negazione dell'accesso alla procedura d'asilo e uso della forza durante le procedure di identificazione. Esprimiamo – si legge nella nota - il nostro rammarico per le modalità poco trasparenti utilizzate, per l'esclusione della società civile e di quanti operano sul territorio per l'accoglienza e la tutela dei migranti, per il silenzio delle istituzioni e delle forze politiche”. La Migrantes messinese riporta le parole di Mons. Gian Carlo Perego, ex-direttore della Fondazione Migrantes e oggi Arcivescovo di Ferrara-Comacchio: "La strada degli hotspot ci riporta a strutture che non tutelano la dignità della persona, oltre che essere strumenti di trattenimento indebito per persone che non hanno commesso reati e soprattutto di trattenimento indebito di tanti minori, di tante persone che invece potrebbero essere accolte meglio e più dignitosamente".
Mons. Di Tora: “ius culturae”, no a dibattito ideologico
Roma - Martedì scorso è stato presentato il “Rapporto italiani nel mondo”, uno studio sugli italiani che emigrano all’estero. Il problema delle migrazioni non ci riguarda solo nei confronti di chi arriva, ma anche di chi parte. Siamo abituati a vedere l’Italia come Paese di immigrazione, dimenticando, o addirittura disconoscendo, che anche l’Italia è Paese di emigrazione. All’inizio del 2017 sono 5 milioni gli italiani residenti all’estero. Solo nel 2016, le partenze degli italiani, tra fuga obbligata e voglia di riscatto, sono state 124.076, esattamente 16.547 in più rispetto all’anno precedente. Le migrazioni rimangono un fenomeno complesso e in continua e costante trasformazione, ed evidentemente vanno studiate, monitorate e quindi, soprattutto, governate.
Ogni immigrato è un uomo che porta attese e speranze, non è un numero o una categoria. Occorre dire “no” ad una cultura di slogan e frasi fatte; saper discernere nei segni dei tempi le opportunità, le risposte a problematiche antropologiche e lavorative, considerando la presenza dell’altro come opportunità ed arricchimento. Il rapporto della Fondazione “Moressa” per l’Italia ci dice: «Dagli immigrati 130 miliardi di Pil, senza rubare posti a nessuno». La Bibbia poi ci insegna già dal libro del Levitico: «Il forestiero dimorante tra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; l’amerai come te stesso», fino alle parole del Signore Gesù che si identifica con lo straniero accolto o rifiutato di tutti i tempi: «Venite benedetti dal Padre mio, ero forestiero e mi avete accolto». In visita alla Fao, Papa Francesco ha espresso pieno appoggio al “Patto mondiale per la migrazione sicura, ordinata e regolata” dell’Onu. La sua sollecitudine pastorale l’ha declinata nel messaggio per la Giornata mondiale delle migrazioni 2018, in quattro verbi: «accogliere, proteggere, promuovere, integrare». Nel contesto di integrazione rientra il riconoscimento di cittadinanza a coloro che nascono in questa nazione, parlano la nostra lingua, accettano la nostra Costituzione: lo “ius soli”. Legge che risolve i problemi, non li crea, e stabilisce una maggiore responsabilità impegnando tutti al benessere del Paese. Legge che prevede l’acquisizione della cittadinanza per chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri, dei quali almeno uno sia in possesso del diritto di soggiorno permanente. Non è quindi un’invasione, né un’intrusione, ma un principio di diritto internazionale contro l’«apolidia». Egualmente per lo “ius culturae”, cioè l’acquisizione della cittadinanza a seguito di un processo formativo per i minori arrivati entro il 12° anno di età, che dimostrino di avere completato un processo intero di studi e accettano pienamente le nostre leggi e la nostra Costituzione. Purtroppo, anziché approfondire la legge, ci siamo immersi in un dibattito ideologico di un cosmopolitismo poco concreto e di un identitarismo nazionale altrettanto aleatorio. La convinzione che le migrazioni non sono la “fine del mondo, ma l’inizio di un mondo nuovo”, come la storia ha più volte insegnato, unita ad un rinnovato impegno e presa di coscienza da parte di tutti, ci offrono la speranza di poter costruire una società aperta di benessere nella novità e nella continuità. (Mons. Guerino Di Tora - Presidente Fondazione Migrantes – RomaSette)
Ogni immigrato è un uomo che porta attese e speranze, non è un numero o una categoria. Occorre dire “no” ad una cultura di slogan e frasi fatte; saper discernere nei segni dei tempi le opportunità, le risposte a problematiche antropologiche e lavorative, considerando la presenza dell’altro come opportunità ed arricchimento. Il rapporto della Fondazione “Moressa” per l’Italia ci dice: «Dagli immigrati 130 miliardi di Pil, senza rubare posti a nessuno». La Bibbia poi ci insegna già dal libro del Levitico: «Il forestiero dimorante tra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; l’amerai come te stesso», fino alle parole del Signore Gesù che si identifica con lo straniero accolto o rifiutato di tutti i tempi: «Venite benedetti dal Padre mio, ero forestiero e mi avete accolto». In visita alla Fao, Papa Francesco ha espresso pieno appoggio al “Patto mondiale per la migrazione sicura, ordinata e regolata” dell’Onu. La sua sollecitudine pastorale l’ha declinata nel messaggio per la Giornata mondiale delle migrazioni 2018, in quattro verbi: «accogliere, proteggere, promuovere, integrare». Nel contesto di integrazione rientra il riconoscimento di cittadinanza a coloro che nascono in questa nazione, parlano la nostra lingua, accettano la nostra Costituzione: lo “ius soli”. Legge che risolve i problemi, non li crea, e stabilisce una maggiore responsabilità impegnando tutti al benessere del Paese. Legge che prevede l’acquisizione della cittadinanza per chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri, dei quali almeno uno sia in possesso del diritto di soggiorno permanente. Non è quindi un’invasione, né un’intrusione, ma un principio di diritto internazionale contro l’«apolidia». Egualmente per lo “ius culturae”, cioè l’acquisizione della cittadinanza a seguito di un processo formativo per i minori arrivati entro il 12° anno di età, che dimostrino di avere completato un processo intero di studi e accettano pienamente le nostre leggi e la nostra Costituzione. Purtroppo, anziché approfondire la legge, ci siamo immersi in un dibattito ideologico di un cosmopolitismo poco concreto e di un identitarismo nazionale altrettanto aleatorio. La convinzione che le migrazioni non sono la “fine del mondo, ma l’inizio di un mondo nuovo”, come la storia ha più volte insegnato, unita ad un rinnovato impegno e presa di coscienza da parte di tutti, ci offrono la speranza di poter costruire una società aperta di benessere nella novità e nella continuità. (Mons. Guerino Di Tora - Presidente Fondazione Migrantes – RomaSette)
Lucca: intitolata casa di accoglienza per minori a Giuseppe Marchetti, missionario “padre” dei minori migranti
Lucca - E' la prima casa di accoglienza al mondo intitolata a padre Giuseppe Marchetti, scalabriniano, padre dei minori migranti. Si trova a San Pietro a Vico, in Provincia di Lucca, e attualmente ospita 16 ragazzi minorenni che vengono principalmente dall'Africa e dal Sud-est asiatico. La cerimonia di intitolazione è avvenuta sabato scorso, 21 ottobre, alla presenza di Mons. Italo Castellani, Arcivescovo di Lucca. Con lui, una delegazione della Congregazione delle suore missionarie di San Carlo Borromeo/Scalabriniane, e padre Gabriele Bentoglio, postulatore generale degli Scalabriniani. Si tratta, spiegano dall'organizzazione, della prima casa per minori migranti aperta in Toscana. Attiva da circa un anno, è gestita dal Gruppo volontari accoglienza immigranti, che già coordina diverse strutture del genere a Lucca e a Porcari. “Per Lucca e per l'intera congregazione è un momento di orgoglio”, spiega suor Etra Modica, vicaria generale delle suore scalabriniane: padre Giuseppe Marchetti, insieme a sua sorella Madre Assunta, sono “i nostri cofondatori. Erano lucchesi, di Lombrici di Camaiore, e nell'Ottocento partirono per il Brasile con l'obiettivo di assistere i migranti italiani, soprattutto minori, che andavano in America Latina per cercare migliori occasioni di vita. Quella stessa storia si sta ripetendo oggi e l'Italia si è trasformata in una meta di arrivo. Scoprire la storia dei fratelli Marchetti – ha aggiunto - vuol dire dimostrare come in un mondo globale le vicende si ripetono ciclicamente ma la chiave di tutto, alla fine, sono due verbi: accogliere e integrare. Si tratta di azioni pratiche e universali alla base del pensiero dei due fratelli".
Missioni: il Papa indice un mese straordinario ad ottobre 2019
Città del Vaticano - Un Mese missionario straordinario nell’ottobre 2019. Lo indice Papa Francesco dandone nella domenica n cui si celebra la Giornata missionaria mondiale. Un mese, ha detto, “al fine di risvegliare maggiormente la consapevolezza della missio ad gentes e di riprendere con nuovo slancio la trasformazione missionaria della vita e della pastorale”. L’annuncio è contenuto nella lettera indirizzata al cardinale Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, dicastero che ha proposto l’iniziativa e ne curerà la preparazione. Papa Francesco aveva già annunciato nel giugno scorso questa sua intenzione incontrando i partecipanti all’Assemblea generale delle Pontificie Opere Missionarie. Il Papa chiede a tutti i fedeli di avere “veramente a cuore l’annuncio del Vangelo e la conversione delle loro comunità in realtà missionarie ed evangelizzatrici” affinché “si accresca l’amore per la missione, che “è una passione per Gesù ma, al tempo stesso, è una passione per il suo popolo”, come affermava San Giovanni Paolo II. Francesco ricorda che il 30 novembre 2019 “ricorrerà il centenario dalla promulgazione della Lettera apostolica ‘Maximum illud’, con la quale Benedetto XV desiderò dare nuovo slancio alla responsabilità missionaria di annunciare il Vangelo. Era il 1919: al termine di un tremendo conflitto mondiale, che egli stesso definì ‘inutile strage’, il Papa avvertì la necessità di riqualificare evangelicamente la missione nel mondo, perché fosse purificata da qualsiasi incrostazione coloniale e si tenesse lontana da quelle mire nazionalistiche ed espansionistiche che tanti disastri avevano causato. ‘La Chiesa di Dio è universale, per nulla straniera presso nessun popolo’, scrisse, esortando anche a rifiutare qualsiasi forma di interesse, in quanto solo l’annuncio e la carità del Signore Gesù, diffusi con la santità della vita e con le buone opere, sono la ragione della missione. Benedetto XV diede così speciale impulso alla missio ad gentes, adoperandosi, con lo strumentario concettuale e comunicativo in uso all’epoca, per risvegliare, in particolare presso il clero, la consapevolezza del dovere missionario”. “Esso – scrive Francesco – risponde al perenne invito di Gesù: ‘Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura’ (Mc 16,15). Aderire a questo comando del Signore non è un’opzione per la Chiesa: è suo ‘compito imprescindibile’, come ha ricordato il Concilio Vaticano II, in quanto la Chiesa ‘è per sua natura missionaria’”.
Vescovi cattolici orientali europei: annunciare, conoscere e vivere la fede in Cristo
Londra - L’incontro annuale dei vescovi cattolici orientali d’Europa si svolge quest’anno a Londra (Gran Bretagna), dal 26 al 29 ottobre, su invito di mons. Hlib Lonchyna, Vescovo dell’Eparchia Cattolica Ucraina della Sacra Famiglia di Londra in occasione del 60emo anniversario dell’istituzione dell’Esarcato Apostolico per i fedeli greco-cattolici Ucraini in Gran Bretagna. L’Esarcato è stato elevato allo status di Eparchia nel 2003. Quest’anno, al centro del loro incontro, i vescovi delle Chiese cattoliche orientali del continente si confronteranno sull’annuncio del vangelo di Cristo, il suo approfondimento e la sua celebrazione. La scelta del tema è stata dettata dalle numerose sfide, quali il fenomeno migratorio di molti cattolici orientali in regioni e Paesi di diversa tradizione cristiana o denominazioni; le sfide con una cultura individualista e consumistica che vede la religione come un mero prodotto da consumare ecc. Le Chiese cattoliche orientali stanno tentando di rispondere a queste sfide attraverso la riscoperta di alcuni elementi propri alla loro tradizione orientale. “In Europa, oggi, molte persone sono lontane dalla religione”, afferma il Vescovo mons. Hlib Lonchyna, e prosegue “Il cristianesimo, che per secoli ha animato e ispirato la vita d’intere generazioni di cittadini del continente, è oggi troppo spesso percepito solo nella sua forma istituzionale e come un insieme costringente di precetti e di regole da seguire. Bisogna invece fare riscoprire la bellezza dell’incontro personale e comunitario con Cristo. Per questo, la Chiesa ritiene essere suo dovere e sua missione annunciare a ogni uomo il vangelo di Cristo – la buona novella di un Dio che per amore del genere umano, si è fatto uomo, è morto ed è risorto (Kerigma) – aiutarlo ad approfondire il suo rapporto e la sua conoscenza di Cristo (Catechesi) e condurlo a vivere e celebrare la propria fede con una vita sacramentale (Mistagogia). Questa è stata ed è ancor oggi la missione della Chiesa, e in questa missione le Chiese cattoliche orientali – e tra le quali Chiesa greco-cattolica - hanno un contributo specifico da offrire”. I lavori inizieranno nel tardo pomeriggio del prossimo 26 ottobre con una sessione inaugurale che prevede una presentazione dell’Eparchia della Sacra Famiglia e durante la quale interverranno anche il Nunzio Apostolico in Gran Bretagna, l’Arcivescovo Edward Joseph Adams, e un rappresentante della Conferenza Episcopale d’Inghilterra e Galles. Nelle successive sessioni di lavoro, i vescovi cattolici orientali affronteranno i tre aspetti della missione evangelizzatrice della Chiesa (annuncio, catechesi e celebrazione dei sacramenti). Il programma e i temi degli interventi sono disponibili sul sito del CCEE (www.ccee.eu). L’incontro, al quale parteciperanno vescovi e membri del clero rappresentanti di 12 Chiese cattoliche orientali in Europa sarà scandito dalla celebrazione quotidiana della Divina Liturgia (eucarestia) in vari riti orientali, a testimonianza della ricchezza delle varie tradizioni liturgiche nella Chiesa cattolica. Sabato 28 ottobre, Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, Arcivescovo Maggiore di Kyiv-Halyč, presiederà una Divina Liturgia Pontificale nella cattedrale di Westminster.
Mons. Galantino: “tanti giovani chiedono di essere, non solo di sentirsi, italiani”
Modena - “Quando si parla di povertà, la mente va subito ad afferrare le immagini di chi sbarca sulle nostre coste, degli immigrati che hanno scelto di vivere stabilmente sul nostro territorio. Non si può cadere nell’errore di associare sempre e comunque l’immigrazione alla povertà”. A dirlo oggi pomeriggio il segretario generale della Cei, mons. Nunzio Galantino, intervenuto al Festival della Migrazione di Modena, iniziativa promossa da Fondazione Migrantes...
Cittadinanza, povertà, lavoro e accoglienza
Modena - Giornata clou per la seconda edizione del Festival della Migrazione, l’iniziativa promossa da Fondazione Migrantes, Porta Aperta, Università e Crid, IntegriaMo, con la presenza di 35 enti aderenti del territorio e col sostegno di Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, Hera, Bper, Conad e Menù, che si chiude domani.
Nel pomeriggio è intervenuto mons. Nunzio Galantino, Segretario Generale della Cei, mentre al mattino si è parlato di media e migrazione con un interessantissimo approfondimento sulle Ong: ‘Oltre il mare, riflessione sulle due sponde’.
“Quando si parla di povertà – ha esordito mons. Galantino - la mente va subito ad afferrare le immagini di chi sbarca sulle nostre coste, degli immigrati che hanno scelto di vivere stabilmente sul nostro territorio. Non si può cadere nell’errore di associare sempre e comunque l’immigrazione alla povertà. Questo stretto legame tra immigrazione e povertà chiede che le politiche migratorie siano strettamente connesse con le politiche di sviluppo, che la salvaguardia del diritto di migrare sia connesso con la salvaguardia del diritto di rimanere nel proprio Paese. Parlando della povertà degli immigrati in Italia, è preferibile affrontare la questione non con i parametri della povertà, sia questa assoluta o relativa, ma con quelli del disagio socio-economico che meglio descrive la condizione dei migranti oggi”.
“Prendo spunto – ha aggiunto mons. Galantino - dallo studio condotto da ben 26 anni dalla Fondazione Migrantes insieme alla Caritas Italiana , entrambi organismi pastorali della Conferenza Episcopale italiana, ovvero il Rapporto Immigrazione. Le difficoltà di accesso ad un lavoro regolare, all’abitazione, all’istruzione, alla sanità: è questo che rende la vita del migrante svantaggiata rispetto a quella degli autoctoni. Il vero nodo della questione è verificare in che modo la povertà colpisce la popolazione migrante nell’educazione, nelle competenze professionali e in tutto ciò che costituisce il naturale percorso per un corretto inserimento degli immigrati. La possibilità di accedere agli strumenti di riscatto socio-economico sono basse soprattutto se rapportate ad un mercato del lavoro sempre più precarizzato e che per questo tende a penalizzare le posizioni poco qualificate come quelle dei migranti”.
Per mons. Galantino una politica migratoria “non può non prevedere una dinamica e legittima regolamentazione all’ingresso, il facile accesso ai servizi di base, la tutela dei lavoratori e delle loro famiglie, fino ad arrivare alla protezione sociale e internazionale, ai ricongiungimenti familiari, alla partecipazione e alla cittadinanza: tutti aspetti oggi deboli nell’affrontare politicamente la migrazione in Italia. Il fenomeno dell’immigrazione chiede più che politiche di contrasto, politiche di inclusione sociale e di dialogo che aiutino a non far leggere l’incontro e il rapporto con persone e popoli nuovi ingenuamente e semplicemente con ‘orgoglio e rabbia’, ma con attenzione alla verità dei fatti e degli accadimenti e soprattutto, vista la grave situazione demografica, occupazionale, economica italiana – che coinvolge soprattutto i giovani, indistintamente italiani e di origine non italiana – occorrono lungimiranza e saggezza perché davvero si innesti un processo di rinascita e sviluppo”.
La chiusura, appassionata, è per i giovani: “Lo sviluppo deve partire dal mettere al centro i giovani: occorre dar loro la possibilità di diventare attori del loro presente e si avverte la necessità che l’Italia rinasca a partire dalla sua endemica multiculturalità. Non possiamo tralasciare 5 milioni di cittadini che vivono stabilmente nelle nostre città; non possiamo volgere le spalle ai tanti giovani che reclamano di poter essere – non solo sentirsi – italiani. L’insieme è sempre più della forza delle parti: i dati sulla povertà che abbiamo visto sono numeri gravi, seriamente preoccupanti. Numeri incredibili che dovrebbero riuscire a smuovere le coscienze, a smuovere le persone tutte, ma anche le agende politiche di chi decide affinché gli scarti non siano lasciati ai margini.
Linda Laura Sabbadini, ricercatrice sociale, ha aggiunto: “Non è vero che gli immigrati ‘rubano’ il lavoro agli italiani, questo è un falso mito. I settori dove diminuisce il lavoro degli italiani non sono gli stessi di dove lavorano le persone che vengono da altri paesi” mentre per padre Camillo Ripamonti, Presidente del Centro Astalli, “L’integrazione passa attraverso il lavoro, la casa e la salute. Sono questi i tre punti cardine da cui partire per restituire dignità agli immigrati come persone, senza questo non è data una reale integrazione”.
La mattina, invece, si è parlato di Ong. Regina Catrambone, direttrice e fondatrice Moas ha affermato: “La Libia non è un Paese sicuro, per questo motivo abbiamo fermato la missione nel Mediterraneo e, su invito di papa Francesco, ci siamo spostati in Bangladesh dove il flusso di rohingya che fuggono dal Myanmar è enorme. La comunità internazionale va richiamata prima che questo fenomeno diventi incontrollabile. Nel Mediterraneo abbiamo già incontrato tante persone provenienti dal Bangladesh, questo è un fenomeno che coinvolge già l’Europa e che aumenterà col tempo. Il popolo rohingya è apolide, non ha una cittadinanza e non ha un luogo dove andare”.
Marco Bertotto, responsabile Advocacy & Public Awareness di Medici Senza Frontiere, ha proseguito: “Le Ong hanno salvato vite in mare. Non vogliamo aperture indiscriminate, riconosciamo il diritto degli stati a presidiare i propri confini, ma senza una gestione il fenomeno migratorio diventa incontrollato. Il contenimento delle partenze, voluto dal ministro Minniti, non è la strada giusta, questa scelta ha esternalizzato la sofferenza e generato l’idea che l’Europa è una fortezza. Così, invece, naufragano anche i nostri principi”. L’europarlamentare Elly Schlein ha concluso: "È ipocrita parlare di immigrazione irregolare quando è impossibile arrivare legalmente in Europa. Così come è ipocrita parlare di successo in merito all'accordo fatto con la Turchia e con a Libia. L'Europa deve lavorare a soluzioni a breve, come la revisione del trattato di Dublino in atto".
Nel pomeriggio è intervenuto mons. Nunzio Galantino, Segretario Generale della Cei, mentre al mattino si è parlato di media e migrazione con un interessantissimo approfondimento sulle Ong: ‘Oltre il mare, riflessione sulle due sponde’.
“Quando si parla di povertà – ha esordito mons. Galantino - la mente va subito ad afferrare le immagini di chi sbarca sulle nostre coste, degli immigrati che hanno scelto di vivere stabilmente sul nostro territorio. Non si può cadere nell’errore di associare sempre e comunque l’immigrazione alla povertà. Questo stretto legame tra immigrazione e povertà chiede che le politiche migratorie siano strettamente connesse con le politiche di sviluppo, che la salvaguardia del diritto di migrare sia connesso con la salvaguardia del diritto di rimanere nel proprio Paese. Parlando della povertà degli immigrati in Italia, è preferibile affrontare la questione non con i parametri della povertà, sia questa assoluta o relativa, ma con quelli del disagio socio-economico che meglio descrive la condizione dei migranti oggi”.
“Prendo spunto – ha aggiunto mons. Galantino - dallo studio condotto da ben 26 anni dalla Fondazione Migrantes insieme alla Caritas Italiana , entrambi organismi pastorali della Conferenza Episcopale italiana, ovvero il Rapporto Immigrazione. Le difficoltà di accesso ad un lavoro regolare, all’abitazione, all’istruzione, alla sanità: è questo che rende la vita del migrante svantaggiata rispetto a quella degli autoctoni. Il vero nodo della questione è verificare in che modo la povertà colpisce la popolazione migrante nell’educazione, nelle competenze professionali e in tutto ciò che costituisce il naturale percorso per un corretto inserimento degli immigrati. La possibilità di accedere agli strumenti di riscatto socio-economico sono basse soprattutto se rapportate ad un mercato del lavoro sempre più precarizzato e che per questo tende a penalizzare le posizioni poco qualificate come quelle dei migranti”.
Per mons. Galantino una politica migratoria “non può non prevedere una dinamica e legittima regolamentazione all’ingresso, il facile accesso ai servizi di base, la tutela dei lavoratori e delle loro famiglie, fino ad arrivare alla protezione sociale e internazionale, ai ricongiungimenti familiari, alla partecipazione e alla cittadinanza: tutti aspetti oggi deboli nell’affrontare politicamente la migrazione in Italia. Il fenomeno dell’immigrazione chiede più che politiche di contrasto, politiche di inclusione sociale e di dialogo che aiutino a non far leggere l’incontro e il rapporto con persone e popoli nuovi ingenuamente e semplicemente con ‘orgoglio e rabbia’, ma con attenzione alla verità dei fatti e degli accadimenti e soprattutto, vista la grave situazione demografica, occupazionale, economica italiana – che coinvolge soprattutto i giovani, indistintamente italiani e di origine non italiana – occorrono lungimiranza e saggezza perché davvero si innesti un processo di rinascita e sviluppo”.
La chiusura, appassionata, è per i giovani: “Lo sviluppo deve partire dal mettere al centro i giovani: occorre dar loro la possibilità di diventare attori del loro presente e si avverte la necessità che l’Italia rinasca a partire dalla sua endemica multiculturalità. Non possiamo tralasciare 5 milioni di cittadini che vivono stabilmente nelle nostre città; non possiamo volgere le spalle ai tanti giovani che reclamano di poter essere – non solo sentirsi – italiani. L’insieme è sempre più della forza delle parti: i dati sulla povertà che abbiamo visto sono numeri gravi, seriamente preoccupanti. Numeri incredibili che dovrebbero riuscire a smuovere le coscienze, a smuovere le persone tutte, ma anche le agende politiche di chi decide affinché gli scarti non siano lasciati ai margini.
Linda Laura Sabbadini, ricercatrice sociale, ha aggiunto: “Non è vero che gli immigrati ‘rubano’ il lavoro agli italiani, questo è un falso mito. I settori dove diminuisce il lavoro degli italiani non sono gli stessi di dove lavorano le persone che vengono da altri paesi” mentre per padre Camillo Ripamonti, Presidente del Centro Astalli, “L’integrazione passa attraverso il lavoro, la casa e la salute. Sono questi i tre punti cardine da cui partire per restituire dignità agli immigrati come persone, senza questo non è data una reale integrazione”.
La mattina, invece, si è parlato di Ong. Regina Catrambone, direttrice e fondatrice Moas ha affermato: “La Libia non è un Paese sicuro, per questo motivo abbiamo fermato la missione nel Mediterraneo e, su invito di papa Francesco, ci siamo spostati in Bangladesh dove il flusso di rohingya che fuggono dal Myanmar è enorme. La comunità internazionale va richiamata prima che questo fenomeno diventi incontrollabile. Nel Mediterraneo abbiamo già incontrato tante persone provenienti dal Bangladesh, questo è un fenomeno che coinvolge già l’Europa e che aumenterà col tempo. Il popolo rohingya è apolide, non ha una cittadinanza e non ha un luogo dove andare”.
Marco Bertotto, responsabile Advocacy & Public Awareness di Medici Senza Frontiere, ha proseguito: “Le Ong hanno salvato vite in mare. Non vogliamo aperture indiscriminate, riconosciamo il diritto degli stati a presidiare i propri confini, ma senza una gestione il fenomeno migratorio diventa incontrollato. Il contenimento delle partenze, voluto dal ministro Minniti, non è la strada giusta, questa scelta ha esternalizzato la sofferenza e generato l’idea che l’Europa è una fortezza. Così, invece, naufragano anche i nostri principi”. L’europarlamentare Elly Schlein ha concluso: "È ipocrita parlare di immigrazione irregolare quando è impossibile arrivare legalmente in Europa. Così come è ipocrita parlare di successo in merito all'accordo fatto con la Turchia e con a Libia. L'Europa deve lavorare a soluzioni a breve, come la revisione del trattato di Dublino in atto".
Missioni: domani la Giornata Missionaria Mondiale
Roma – La missione non è una “cosa per preti” ma deve coinvolgere tutti i fedeli battezzati. Ricordando sempre che il “primo evangelizzatore è Cristo stesso”, perché Gesù “non abbandona la missionarietà della Chiesa”, ma “rimane presente” nell’opera apostolica compiuta dai suoi discepoli. Lo ha rimarcato il card. Fernando Filoni...