Primo Piano

Trento: mons. Tisi visita il campo profughi di Rovereto

Trento - L’arcivescovo di Trento, mons. Lauro Tisi, ha visitato il campo profughi a Marco di Rovereto. Accompagnato dall’assessore provinciale Luca Zeni, dai responsabili di Cinformi e della Croce Rossa, monsignor Tisi ha potuto verificare le condizioni in cui sono ospitati, attualmente, 237 richiedenti protezione internazionale. Ha passato in rassegna gli spazi comuni – un’aula scolastica, la mensa, un locale ricreativo –  per poi soffermarsi a lungo all’interno di uno dei container, ciascuno dei quali con quattordici posti letto su strutture a castello, in spazi oggettivamente ristretti. Qui ha potuto ascoltare le ragioni di uno degli ospiti.

“E’ una situazione che parla da sola, così non va. Non si può stare in quattordici in un container”, commenta a caldo l’arcivescovo, pur riconoscendo le difficoltà gestionali in capo all’ente pubblico. Intervenendo in diretta ai microfoni della radio diocesana Trentino inBlu, mons. Tisi garantisce: “Mi sento interpellato in prima persona a muovermi, più che a parlare, per alleviare la situazione. Per questo la Diocesi mette da subito a disposizione ventidue posti in località San Nicolò, in appartamenti dove erano ospitate famiglie siriane, giunte con il corridoio umanitario. Altri nove posti saranno presto disponibili in  due diverse località”.

Mons.Tisi, anche a seguito della visita al campo rilancia un appello alle comunità cristiane: “Ho parlato con i ragazzi ospitati al campo e mi porto dentro le loro problematiche esistenziali, che vanno ben oltre il disagio di un container. Anche nel pensare una ricollocazione, bisogna tener conto dei percorsi di integrazione e formativi che in molti casi sono già stati avviati sul posto”.  “Da parte mia  e anche dei preti che sono impegnati in questi giorni nella formazione a Villa Moretta, c’è piena apertura, come dimostra il fatto che abbiamo già messo a  disposizione una ventina di canoniche in Trentino. Dobbiamo però lavorare ancora sulle nostre comunità, per accrescere la disponibilità all’accoglienza, già riscontrata, e vincere eventuali paure che si sfaldano solo con l’incontro. Il mio intento – conclude Tisi – è far di tutto per invitare le comunità ad aprirsi”. 

 

 

 

Cei: sulla rotta del Mare Nostrum

Roma - Ha suscitato un “consenso unanime e convinto” nel Consiglio Permanente della Cei conclusosi ieri, la proposta, avanzata presidente, il card. Gualtiero Bassetti, di promuovere come Conferenza Episcopale Italiana un Incontro di riflessione e di spiritualità per la pace nel Mediterraneo, coinvolgendo i Vescovi cattolici di rito latino e orientale dei Paesi che si affacciano sulle sponde del Mediterraneo.

“Uno sguardo di particolare attenzione il Consiglio – si legge nel comunicato finale - ha chiesto che sia posto per la Terrasanta, per Israele e Palestina. A partire dalla valorizzazione di alcuni luoghi a forte valenza simbolica, la finalità dell’iniziativa è quella di far incontrare culture e popoli, stimolando anche l’Europa a sentire maggiormente la realtà del Mare Nostrum”. La proposta nasce dalla “constatazione di come da diversi anni l’area mediterranea sia al centro di profonde crisi, che coniugano instabilità politica, precarietà economica e tensioni religiose: dal Medio Oriente alle coste africane, dai Balcani alla Spagna. La CEI – prosegue il comunicato finale - intende muoversi per favorire la conoscenza diretta, condizione che consente una lettura profonda delle situazioni, la difesa delle comunità cristiane perseguitate, la promozione del bene della pace e la tutela della dignità umana”. L’incontro intende collocarsi “idealmente nel solco della visione profetica” di Giorgio La Pira, che era solito definire il Mediterraneo come una sorta di «grande lago di Tiberiade», come il mare che accomuna la «triplice famiglia di Abramo».

Cesena: una settimana “tra lingue e culture” al liceo Alpi

Cesena - Al liceo linguistico “Ilaria Alpi” di Cesena  si celebra dal 29 gennaio al 3 febbraio la “Settimana delle lingue e delle culture”, giunta alla 6° edizione. Per l'occasione si svolgeranno conferenze in lingua, rappresentazioni teatrali, laboratori che coinvolgeranno le classi del biennio e del triennio. “L'ottica è quella dell'integrazione delle culture, di cui la lingua, organismo vivo e  in continuo divenire, è espressione principe” commenta la dirigente scolastica Simonetta Bini.

Tra gli appuntamenti da segnalare le conferenze “Storia della cucina francese e del lessico culinario” a cura di Giovanni Merli, enogastronomo dell'Istituto alberghiero “Artusi” di Forlimpopoli; “Economics and globalitization” con Carolyn Ann Kadas dell'Università di Bologna; “L'Austria di oggi tra tradizione e cambiamento”, relatrice Wilma Heinrich dell'Università di Bologna; “I poeti russi nella Rivoluzione d'ottobre” a cura del poeta Gianfranco Lauretano.

E' aperta alla cittadinanza la rappresentazione teatrale “La vedova scaltra” di Carlo Goldoni messo in scena dagli studenti il 31 gennaio alle 21 al Teatro Verdi.

Il 2 febbraio alle 10,30 nella sala Cacciaguerra del Credito Cooperativo Romagnolo si terranno le premiazioni del concorso di scrittura creativa. Per info: www.liceoalpi.gov.it

Immigrazione: decreto flussi per 30.850 lavoratori non comunitari

Roma - È di 30.850 la quota massima dei lavoratori non comunitari subordinati, stagionali e non stagionali, e di lavoratori autonomi  che potranno fare ingresso in Italia quest’anno. Il decreto flussi 2018, DPCM 15 dicembre 2017, è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 12 del 16 gennaio 2018.

Le istanze possono essere presentate, fino al 31 dicembre 2018, accedendo alla procedura informatica utilizzata anche nelle precedenti occasioni: https://nullaostalavoro.dlci.interno.it

Sono previste 12.850 unità di cittadini non comunitari, comprese le quote da riservare alla conversione in permessi di soggiorno per lavoro subordinato e per lavoro autonomo di permessi di soggiorno rilasciati ad altro titolo.

Dalle ore 9 del 18 gennaio 2018 sono disponibili i moduli per la pre-compilazione delle istanze.

Dalle ore 9 del 23 gennaio 2018 è possibile inviare le istanze.

​Sono previste, inoltre, 18.000 unità di cittadini non comunitari residenti all'estero, da ripartire tra le regioni e le province autonome a cura del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali.

La quota riguarda lavoratori subordinati stagionali non comunitari cittadini di: Albania, Algeria, Bosnia-Herzegovina, Corea (Repubblica di Corea), Costa d’Avorio, Egitto, El Salvador, Etiopia, Ex Repubblica  Jugoslava di Macedonia, Filippine, Gambia, Ghana, Giappone, India, Kosovo, Mali, Marocco, Mauritius, Moldova, Montenegro, Niger, Nigeria, Pakistan, Senegal, Serbia, Sri Lanka, Sudan, Tunisia, Ucraina.

Dalle ore 9 del 24 gennaio 2018 sono disponibili i moduli per la pre-compilazione delle istanze.

Dalle ore 9 del 31 gennaio 2018 è possibile inviare le istanze.

Cassino: iniziative per la GMM

Roma  - La Giornata mondiale del migrante celebrata domenica 14 gennaio ha avuto quest’anno in diocesi di Sora- Cassino-Aquino-Pontecorvo una risonanza particolare, perché simbolicamente in tutte le zone pastorali l’ufficio Migrantes diocesano, guidato da don Akuino Toma Teofilo, Luigi Pietroluongo e Maria Grazia Petricca, ha offerto la testimonianza degli stessi immigrati che hanno incontrato, al termine della celebrazione eucaristica, alcune comunità parrocchiali di Sora, Cassino, Aquino, Pontecorvo, Cervaro, Arpino, Castelliri, Santa Restitura Rosce, Atina Inferiore, San Donato Val Comino, Alvito, Fontechiari, Gallinaro. La Migrantes Migrantes diocesana ha coinvolto alcune tra le circa 30 cooperative sociali presenti nel territorio diocesano che si occupano di accogliere e accompagnare centinaia di immigrati, rifugiati, richiedenti asilo: “La speranza”, “Sole e cuore”, “La casa di Tom”, “Chrimar”, “Associazione Freedom”, “Integra”, “Etica” e “Xenia”. L’intento è stato quello di offrire un confronto diretto con i migranti e rifugiati per tentare di uscire dalla dinamica del sentito dire, che alimenta il pregiudizio e l’ignoranza. Quando si ha davanti a sé un ragazzo sui vent’anni, che racconta la sua personale storia, la dimensione comunicativa esce dall’orizzonte piatto in cui siamo abituati a collocare le troppe tragedie del mondo, per fermentare con germogli di umanità che sorprendono. Almeno questa è l’esperienza emotiva di chi ha ascoltato, pensando ad un lontano parente che è stato immigrato a sua volta, o ascoltando il grido del Cristo, che emerge dal racconto del fratello. Compito della comunità ecclesiale è quello di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e i rifugiati, superando i condizionamenti dovuti alla paura del diverso, dello straniero: cammino impervio eppure appassionante e fecondo, per quanti si incamminano per andare verso gli altri, percepiti e vissuti non come estranei ma come possibili fratelli.

Una esperienza toccante, dalla testimonianza di un giovane africano che ha raccontato la sua storia nella parrocchia di San Pietro Apostolo, a Cassino. La giovane età, il carattere mite e le esperienze terribili che aveva alle spalle, gli procuravano difficoltà nel parlare e nonostante la sua determinazione, ogni tanto si interrompeva per frenare le lacrime che prepotenti uscivano dai suoi occhi. La sua era una famiglia normale di quattro persone, ma un giorno la guerra gli portò via in un sol colpo padre, madre e sorella, lasciandolo solo.

Una sua parente lo accolse con sé in casa per prendersene cura, ma dopo qualche tempo si ammalò e fu ricoverata in ospedale dove, dopo i dovuti accertamenti, dichiararono che aveva contratto il terribile virus dell’ebola. Fecero analisi a tutti i membri della famiglia: lui risultò ancora indenne, ma il marito ed il bambino della zia avevano già contratto il virus e i medici gli dissero che entro massimo 24 ore doveva lasciare assolutamente quella casa. Così, per la seconda volta si ritrovò solo, senza casa e senza famiglia. Non faceva commenti nel raccontare le sue vicende, ma certamente i fatti parlavano da soli. Confuso, sbandato e disorientato riuscì a partire dal suo Paese e a venire, tre anni fa, in Italia. Non ha detto nulla del viaggio né di come è arrivato, ha detto solo che ha imparato l’italiano ed ora sta studiando nell’ambito dei servizi socio–sanitari. Alla domanda su quali sogni coltiva per il suo futuro, ha risposto con sicurezza: voglio diventare qualcuno che aiuta le persone che soffrono. Gli applausi dei presenti, commossi di fronte a tanta sofferenza e a tanto disarmante semplicità nel raccontare, hanno accolto la sua testimonianza, tenera e terribile al tempo stesso. Un racconto vero e lacerante, esente da ogni esibizionismo, fatto di paure, sofferenze, traumi incancellabili e tentativi – da solo o con l’aiuto di altri – di riscatto e liberazione, è davvero capace di coinvolgere ogni singola persona. Purtroppo siamo “abituati” a considerare il fenomeno migratorio guardando ai grandi numeri: ma su quei barconi non ci sono “numeri”, bensì persone in carne ed ossa. (Lazio Sette)

 

Migrazioni e tratta: una questione d’onore

Intervista a don Gianni De Robertis, direttore della Fondazione Migrantes Roma - Restituire dignità agli immigrati, dare loro voce e farli sentire parte integrante delle nostre comunità. Secondo don Gianni De Robertis, direttore della Fondazione Migrantes, serve un cambiamento di mentalità.
Papa Francesco, incontrando il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, è tornato a ribadire la necessità di “uscire da una diffusa retorica” sull’argomento dei migranti e partire dalla considerazione che si tratta innanzitutto di persone. Cosa occorre fare, anche a livello ecclesiale, sul fronte culturale?
Il Papa ci richiama continuamente alla concretezza del Vangelo. Mi viene in mente un brano del “Diario di un curato di campagna” di Bernanos in cui il dottor Delbende, ateo, dialoga con il protagonista, il prete di campagna, rimproverandogli non che ci siano i poveri, ma che essi siano abbandonati e sporchi. Secondo il medico, dopo venti secoli di Cristianesimo non ci si dovrebbe più vergognare di essere poveri. La questione sociale, diceva lui e io aggiungo anche la questione migratoria, è una questione di onore. Dobbiamo restituire dignità di esseri umani, creati ad immagine e somiglianza di Dio, a questi nostri fratelli e fare in modo che nelle nostre parrocchie, nelle nostre comunità, si sentano parte e non oggetto.
Si parla tanto di migranti, ma quasi mai – solo il 3% secondo i dati di una recente indagine – si ascolta la loro voce. Occorre invece ascoltare quello che hanno da dirci, permettere loro di parlare. Se conoscessimo veramente i loro volti sarebbe più difficile accettare che continuino ad annegare al largo delle nostre coste o che siano torturati e stuprati in Paesi poco lontani.
Dopo aver celebrato la Giornata del migrante e del rifugiato, l’8 febbraio si terrà la Giornata di preghiera contro la tratta. Sempre più spesso infatti al fenomeno delle migrazioni è legato il traffico di esseri umani, un dramma di cui non c’è ancora adeguata consapevolezza….
Il Papa ci ricorda che sono i minori e le donne a pagare il prezzo più alto. I 26 corpi senza vita arrivati a Salerno lo scorso novembre non rappresentano un episodio isolato, ma sono il segno di una tragedia che continua a consumarsi. Sono migliaia le ragazze che quotidianamente vengono stuprate: mi colpì, durante un incontro a Lampedusa, la testimonianza di un medico che raccontava di come, prima della partenza, nei campi profughi in Africa vengano fatte alle ragazze siringhe di ormoni per bloccare loro il ciclo ed evitare che rimangano incinte. Questo è intollerabile. Oggi la protezione non è un diritto, ma sembra essere solo il privilegio di alcuni dei nostri. Ci sono ragazze, poco più che bambine, obbligate a stare ai bordi delle strade delle nostre città, molti costretti all’irregolarità per le nostre leggi, persone che lavorano nei campi per pochi euro.
Quando san Paolo si recò a Filippi per evangelizzare, i magistrati lo fecero frustare e lo imprigionarono, ma poi lo liberarono e gli porsero le scuse perché era un cittadino romano. Cito questo episodio perché al giorno d’oggi stiamo tornando indietro: come se avere un giusto processo, essere tutelati nei propri diritti non sia un bene comune, ma qualcosa di esclusivo per chi ha la cittadinanza, per alcuni.
Accogliere, proteggere, promuovere ed integrare sono i quattro verbi indicati da papa Francesco. La Campagna CEI “Liberi di partire liberi di restare” è dunque un’occasione per le comunità cristiane di tradurre le parole in fatti…
Sì, ed anche per allargare gli orizzonti. Papa Francesco ci ricorda che non basta accogliere, ma che c’è un prima e un dopo. Don Tonino Bello parlava del samaritano dell’ora giusta per dire che non è sufficiente raccogliere il ferito picchiato dai briganti, ma anche rendersi conto del perché è successo, di come si può rendere sicura la strada. Bisogna cioè andare alla radici e la Campagna ha proprio questo obiettivo, oltre  a quello di offrire delle prospettive. In Italia spesso accogliere significa parcheggiare in un grande centro dove però non si costruisce futuro né per gli immigrati né per il nostro Paese. Credo che la cattiva accoglienza sia uno dei motivi per cui molti italiani sono ostili.
L’Ufficio per gli interventi caritativi a favore del terzo mondo, la Caritas Italiana, le Fondazioni Migrantes e Missio, l’Apostolato del mare, cioè le realtà coinvolte direttamente nella Campagna Cei, hanno costituito un Tavolo Migrazioni. È il segno concreto dell’importanza di un lavoro sinergico e multidisciplinare?
È l’espressione del fatto che diverse espressioni della Chiesa si muovono come un corpo solo, perché siamo un corpo solo. La radice comune è il gesto di amore di Gesù morto e risorto. Insieme poi è possibile cogliere meglio la realtà dei problemi, affrontarli da vari punti di vista.
Potrebbe essere un modello replicabile a livello locale per promuovere la diffusione della Campagna e la sensibilizzazione sul delicato e complesso tema delle migrazioni?
Certo. In ogni diocesi i vari uffici ecclesiali sono chiamati a lavorare insieme, specialmente nell’ambito dell’accoglienza. La comunione non è solo un fatto strategico, ma rivela l’amore che ci anima. Oltre a garantire maggiore efficacia, è soprattutto un modo di essere, uno stile.
 

Garante detenuti: “Hotspot Lampedusa è disgraziatamente nelle stesse condizioni di un anno fa”

Roma - “Ho disgraziatamente trovato le stesse condizioni e criticità che avevo visto un anno fa, come ad esempio sulle lunghe permanenze in un centro che invece dovrebbe al massimo tenere le persone per 24-48 ore. Questo è veramente un elemento d'inquietudine”. Lo ha detto il Garante dei detenuti, Mauro Palma, in un' intervista a InBlu Radio, il network delle radio cattoliche della CEI, a Lampedusa per una visita all’hotspot dell’isola. “Il centro di Lampedusa – ha aggiunto Palma - presenta inoltre aspetti di ambiguità perché sembra essere un improprio centro di detenzione mentre dovrebbe essere solamente un hotspot cioè un posto dove le persone vengono identificate e dove devono stare pochissimo. Siamo all'interno di un'isola e quando viene dato ad alcuni migranti l'ordine di espulsione con l'obbligo di abbandonare in 7 giorni il territorio, questo determina solo una disperazione perché come si fa ad abbandonare un'isola senza niente ? È in questo contesto che è avvenuto quel suicidio il 5 gennaio scorso”.
“Lampedusa – ha concluso Palma - è vista e gestita come fosse un'emergenza mentre invece la questione deve essere affrontata in modo sistemico cioè un qualcosa a cui dobbiamo abituarci ad affrontare con delle strutture stabili. Lampedusa continua ad essere la porta meridionale dell'Europa e sarà così anche per i prossimi anni. Dobbiamo uscire da quel senso di precarietà”.
 
 

Per farsi terra e paese

Di Ivan Maffeis Roma - Forse da ragazzi un po’ tutti, come il trovatello de La luna e i falò di Cesare Pavese, ci siamo ritrovati a chiudere gli occhi per provare se, riaprendoli, la collina fosse scomparsa, lasciando intravedere un paese migliore.
Al desiderio di «andare più lontano», la cultura digitale ha dato un contributo decisivo. L’individuo ha davvero “scollinato”, ha trovato l’America, un mondo seducente di immagini, news e commenti, che consente di trasferire sulla pubblica piazza anche i momenti più personali. L’ebbrezza della velocità, in macchina come nella vita, presenta rischi pesanti. Si può arrivare a pensare che tutti i contenuti siano uguali, che tra rappresentazione e realtà non corra chissà quale distinzione, che le proprie credenze contino più dei fatti e che, comunque, ci si possa sottrarre a tutto ciò che è dissonante.
Su questo sfondo si rafforzano facilmente pregiudizi e stereotipi, sospetti e chiusure. Diventa difficile anche riconoscere le fake news, le informazioni infondate, «basate su dati inesistenti o distorti», eppure così plausibili ed efficaci nella loro capacità di presa e tenuta.
Ha ragione chi sottolinea come il fenomeno non sia nuovo. In realtà, a renderlo preoccupante oggi è il numero di contatti che raggiunge in maniera tempestiva e poco arginabile. Se i social non possono essere considerati la causa principale delle fake news, like e condivisioni ne facilitano la propagazione, secondo un dinamismo che dei contenuti premia più la visibilità della loro stessa veridicità.
Al riguardo, nel Messaggio per la 52ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, Papa Francesco denuncia «la logica del serpente», che arriva a offuscare «l’interiorità della persona» e a rubarle «la libertà del cuore». Perfino un’argomentazione impeccabile, «se è utilizzata per ferire l’altro e per screditarlo agli occhi degli altri, per quanto giusta appaia, non è abitata dalla verità».
A quel punto, a che serve?
«Ero tornato, avevo fatto fortuna, ma le facce, le voci e le mani che dovevano toccarmi e riconoscermi, non c’erano più – riconosce il protagonista del romanzo di Pavese al suo ritorno dall’America –. Quello che restava era come una piazza l’indomani della fiera…».
Non che tale esito sia ineluttabile. Anzi, Francesco – e con lui tutto il magistero ecclesiale – è portatore di uno sguardo fiducioso nelle capacità dell’uomo di «raccontare la propria esperienza e il mondo, e di costruire così la memoria e la comprensione degli eventi».
Si tratta di «riscoprire il valore della professione», dove il giornalista è «il custode delle notizie», al cui centro «non ci sono la velocità nel darle e l’impatto sull’audience, ma le persone». Un «giornalismo di pace», attento a comprendersi a servizio di quanti «non hanno voce» e a porsi alla «ricerca delle cause reali dei conflitti».
D’altra parte – visto che, oltre che fruitori, tutti siamo diventati produttori – il Papa sottolinea «la responsabilità di ciascuno nella comunicazione della verità»; responsabilità che chiede di educarsi ed educare al discernimento, alla verifica, all’approfondimento.
Del resto, nel suo rapporto con la realtà, la verità rimane un’esigenza insopprimibile, che non si risolve in una «realtà concettuale» e nemmeno nel «portare alla luce cose oscure». Verità è «ciò su cui ci si può appoggiare per non cadere», spiega Francesco, che aggiunge: «L’uomo scopre e riscopre la verità quando la sperimenta in sé stesso come fedeltà e affidabilità di chi lo ama». Pavese direbbe: «Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante e nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».
In ultima analisi, sottolinea ancora il Messaggio, «l’unico veramente affidabile e degno di fiducia, sul quale si può contare, ossia “vero”, è il Dio vivente». L’esperienza della comunità ecclesiale ne riconosce il volto in Gesù Cristo, verità ultima e piena dell’uomo.
È questo fondamento che ci sta a cuore, anche nella comunicazione. È per questo che si torna. È per questo che – come il protagonista de La luna e i falò –  non si smette di cercare: «Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri di più che un comune giro di stagione».
 
 

Migrantes Porto Santa Rufina: le iniziative per la GMM

Porto Santa Rufina - Negli anni Ottanta si sentiva alla radio We are the world per il progetto Usa for Africa. Tanti musicisti e cantanti uniti per il continente nero. Domenica 14  gennaio «Noi siamo il mondo» l’hanno cantata i migranti e i rifugiati riuniti a Fiumicino nella giornata che la Chiesa dedica loro. Un ospite del Cara di Castelnuovo di Porto ha intonato all’improvviso il ritornello, e tutti si sono uniti con voci e strumenti: filippini, nigeriani, romeni, slovacchi, srilankesi insieme all’accogliente comunità parrocchiale guidata da don Bernardo Acuna Rincon. È stato il momento finale di un pomeriggio passato in ascolto degli altri.
L’ufficio Migrantes diocesano, con il direttore Enzo Crialesi e la collaboratrice suor Maria Grazia Pennisi, organizza annualmente un festival delle tradizioni in cui le comunità migranti cattoliche propongono il loro racconto della fede attraverso musica e danza.
Davanti al vicario generale don Alberto Mazzola, inviato dal vescovo mons. Reali, e ad Anna Maria Anselmi, vice sindaco di Fiumicino, accompagnata da Paolo Calicchio, assessore ai servizi sociale del comune, si sono esibiti tanti: dalle nonne, arrivate qui decenni fa per costruire un futuro dignitoso, ai ragazzi, nati e cresciuti in Italia.
In questa edizione, a differenza di quelle precedenti, è stato anche organizzato un momento di formazione con la proiezione di un film il sabato precedente.
Attraverso La bicicletta verde della regista saudita Haifaa Al– Mansour, i ragazzi e i loro genitori hanno avuto la possibilità di confrontarsi con la speranza e la determinazione di una bambina di Riyad.
Wadjda ha un’obiettivo: avere una bicicletta, cosa non consentita alle donne in Arabia Saudita. Per realizzare il suo desiderio deve partecipare a una gara sulla conoscenza del Corano. Vince il premio, ma le cose non vanno come immaginava. Eppure la sua determinazione avrà un risultato inaspettato, riuscendo a dare una speranza anche alla madre, la cui storia di donna e di moglie è messa in discussione da un uso islamico.
Conoscere per capire. È questo il percorso che la Chiesa invita a fare nell’incontro con i migranti. Un incontro di cui la Bibbia indica l’atteggiamento.
«“Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio”, basterebbero queste parole scelte da papa Francesco per farci riflettere sulla Giornata dei migranti e dei rifugiati», dice don Alberto Mazzola, durante la Messa celebrata dopo la kermesse.
Il vicario parla di una fraternità che inserisce ogni persona nel progetto di Dio: «Siamo tutti accomunati nell’incontro con Gesù, e da questa esperienza possiamo declinare i verbi che ci ha proposto per questa giornata il Papa: accogliere, proteggere, promuovere, integrare». Alla fine della celebrazione don Alberto consegna simbolicamente ai giovani delle comunità straniere il documento preparatorio per il Sinodo dei Vescovi del prossimo ottobre dedicato ai giovani, alla fede e al discernimento vocazionale. (Simone Ciampanella – Lazio sette)
 
 
 

Congo: appello solidale della CEI

Roma - Il sequestro di padre Robert Masinda - del clero della diocesi di Butembo-Beni - e di un suo collaboratore, avvenuto il 22 gennaio, è “sintomatico del malessere che da molto tempo attanaglia la Repubblica Democratica del Congo”. Si tratta – si legge in una nota del Consiglio Episcopale della CEI riunito a Roma - del sesto sacerdote rapito dal 2012, insieme a religiose e laici, in un contesto, quello del Kivu settentrionale, dove “la stremata popolazione civile è sottoposta, quotidianamente, ad ogni genere di vessazioni da parte di innumerevoli formazioni armate. A ciò si aggiunga la delicatissima situazione politica nazionale, segnata dalla repressione nei confronti di quei cattolici che, lo scorso 31 dicembre, hanno protestato, e continuano a farlo pacificamente, nei confronti di coloro che nel paese africano impediscono lo svolgimento delle elezioni”. I presuli italiani chiedono “l'immediata liberazione dei prigionieri” ed esprimono “la propria solidarietà alla Chiesa e al popolo congolese” stringendosi attorno all’Episcopato locale, “implorando da Dio i doni della giustizia, della riconciliazione e della pace”.
 

Card. Bassetti: domani in visita al Centro Astalli

Roma – Domani, 25 gennaio, alle ore 16.00 presso la Chiesa del Gesù, in Piazza del Gesù, a Roma, il card. Gualtiero Bassetti, presidente della CEI, incontrerà rifugiati, volontari e amici del Centro Astalli in un evento pubblico da titolo “Accogliere, Proteggere, Promuovere, Integrare”.
Sarà l’occasione per il Centro Astalli di celebrare la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato promossa dalla Chiesa Cattolica.
L’incontro introdotto dai saluti di P. Camillo Ripamonti, presidente Centro Astalli, prevede un colloquio tra rifugiati di diverse nazionalità e il porporato che pronuncerà con i presenti “la preghiera dei rifugiati” scritta per l’occasione.
P. Ripamonti sottolinea che “in un momento in cui i rifugiati nel mondo aumentano e con loro cresce il numero delle persone che muoiono nel tentativo di giungere in un Paese sicuro, l’Europa risponde con paure e incertezze che mettono a repentaglio il futuro delle nostre democrazie, oltre che le vite di migliaia di migranti. Mai come ora ci pare urgente ribadire le nostre priorità: la difesa della dignità umana in qualunque circostanza, il rispetto del diritto d’asilo e all’accoglienza. Ci pare significativo che in questa occasione a farlo con il Centro Astalli vi sia il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, una presenza che testimonia l’attenzione della Chiesa Italiana a una sfida cruciale come quella delle migrazioni. I rifugiati sono una presenza che ci interpella, che ci sprona a trovare nuovi modelli di inclusione e integrazione. I rifugiati, se accolti e protetti, possono rappresentare un’occasione per ripensare le nostre società stanche e sempre più chiuse e spaventate. Accogliere, Proteggere, Promuovere, Integrare sono la via indicata da Papa Francesco per società più ricche e al contempo più sicure”.
 
 

Migrantes Cosenza: corso di formazione per “tutore volontario MSNA”

Cosenza - In Italia ci sono più di 17.000 Minori Stranieri che vivono nelle strutture di accoglienza senza la propria famiglia: sono ragazzi tra i 15 e 17 anni arrivati da soli dopo viaggio di fortuna.
I minori non possono essere espulsi e sono considerati, in virtù della loro giovane età, persone vulnerabili. Uno dei primissimi adempimenti a cui si deve provvedere nel loro interesse è quello della nomina del tutore, ossia della persona che li rappresenti legalmente per ogni adempimento amministrativo in Italia e che, contemporaneamente, aiuti i ragazzi a comprendere il complicato mondo italiano.
La figura del tutore volontario del minore straniero non accompagnato (MSNA) è prevista dalla recente legge a tutela dei MSNA n. 47/2017, la cosiddetta legge “Zampa”.
Il tutore è una figura di riferimento opportunamente selezionato e adeguatamente formato che aiuta i ragazzi a muoversi nella società di accoglienza, accompagnandoli all’autonomia.  
Essere tutore non implica il supporto economico o la convivenza, è un gesto di solidarietà sociale volontario e gratuito che può fare la differenza nella vita del tutore ed in quella dei ragazzi.
Il tutore è semplicemente una persona che salvaguarda i diritti del minore e lo segue nel suo percorso formativo, legale e sanitario; a livello relazionale si diventa un punto di riferimento, ma ogni tutore può scegliere che spazio e tempo di relazione dare, e questo si costruisce insieme al minore, seguendo i suoi ritmi e i suoi bisogni.
Nel mese di Dicembre tra Antonio Marziale - Garante dell’Infanzia e Adolescenza della Regione Calabria (ente responsabile della formazione previsto dalla Legge “Zampa”) e mons. Francesco Nolè, arcivescovo di Cosenza-Bisignano, è stata stipulata una Convenzione che permetterà, a partire dal 16 febbraio, l’avvio di un percorso di sensibilizzazione, formazione e costituzione di una rete di tutori volontari.
Il corso di formazione per diventare tutori è organizzato dall’Ufficio Migrantes diocesano e dal Centro Mediterraneo di studi e formazione Giorgio La Pira di Pozzallo, con la collaborazione di ASGI e Fondazione Migrantes ed il sostegno della CEI attraverso la Campagna “Liberi di Partire, Liberi di Restare”.
Per informazioni sul Corso ci si può rivolgere a: Ufficio Migrantes - Tel. 0984-687757, mail migrantescosenza@gmail.com (Pino Fabiano – Direttore Migrantes Cosenza-Bisignano)
 

Luna park: celebrazioni sotto il tendone a Sanremo

Sanremo - Durante le festività natalizie nella Diocesi di Ventimiglia-Sanremo, le famiglie dei Luna Parchisti presenti hanno celebrato la Santa Messa. In particolare a Sanremo nella parrocchia di San Rocco è stata amministrata la Confermazione a quattro ragazzi e la Prima Comunione a dodici tra bambini e bambine mentre nella vicina Arma di Taggia le famiglie si sono riunite a celebrare la ricorrenza natalizia con la Santa Messa sotto il tendone allestito per l'occasione.
 

Spettacolo viaggiante: oggi la conclusione del Forum europeo dei direttori della pastorale

Monaco - Continua il forum delle organizzazioni cristiane in contemporanea con il Festival del Circo di Montecarlo. Questa mattina l’arcivescovo di Monaco mons. Bernard Barsi ha portato il suo saluto e si è intrattenuto con i partecipanti del forum. Il presule che ha voluto la Celebrazione Ecumenica, celebrata ieri sera sotto il tendone del circo, ha ricordato l’importanza di questo momento di preghiera. La diocesi di Monaco segue anche le famiglie dello Spettacolo Viaggiante che sostano nel Principato in occasione di Santa Devota, patrona della diocesi, nel mese di novembre, in modo particolare con la celebrazione della Messa per i fieranti. Mons. Barsi ha raccomandato ai presenti, l’importanza del cammino ecumenico, in modo particolare nel mondo del circo europeo, qui rappresentato come momento in cui viviamo il comandamento del Signore: “Siano anch’essi una cosa sola, perché il mondo creda...” (Gv 17,21). Per l’Italia sono presenti all’incontro il direttore generale della Fondazione Migrantes, don Gianni De Robertis, mons. Piergiorgio Saviola per anni impegnato nella pastorale con i circensi e lunaparkisti e don Mirko Dalla Torre della Commissione pastorale Migrantes per lo spettacolo viaggiante .
 

 

Con o senza scuola: i due destini dei bambini rifugiati

Roma - Chi, nonostante la fuga dalla guerra, riesce a sedersi ancora sui banchi di scuola, ha la possibilità di ricominciare a sorridere e sognare e lasciarsi alle spalle il trauma della guerra. Ed è questo il tema al centro dell'evento «Con o senza istruzione. Un bambino. Due destini» organizzato dall'Agenzia Onu per i Rifugiati (ACNUR) in occasione della seconda edizione della campagna "Mettiamocelo In Testa" che mira a sensibilizzare sull'importanza dell'istruzione per i minori rifugiati e raccogliere fondi per garantire loro l'accesso a un'istruzione di qualità.
Protagonista dell'evento, l'attore Lino Guanciale (testimonial dell'ACNUR), volto noto di numerose fiction Rai. Con lui due gemelli hanno impersonato i due destini possibili di un bimbo siriano: quello senza istruzione finisce a raccogliere carbone per venderlo casa per casa caricandosi il sacco sulle spalle; quello che, nonostante il trauma, continua a studiare può ancora sperare in una vita dignitosa. «Sono stato recentemente in Libano - racconta Lino Guanciale - e ho visto con i miei occhi cosa significa, da un giorno all'altro, perdere tutto. Ho conosciuto rifugiati e sono rimasto colpito dal fatto che per molti di loro la preoccupazione più grande non fosse il ricordo della guerra, la perdita di tutte le certezze o le tante difficoltà materiali come il freddo o la fame, ma poter garantire l'istruzione ai propri figli».
Stando ai dati emersi del rapporto Left Behind nel corso dell'ultimo anno, oltre 3,5 milioni di bambini rifugiati in tutto il mondo non hanno avuto la possibilità di andare a scuola. Se in tutto il mondo l'istruzione superiore si attesta al 36%, per i ragazzi rifugiati la percentuale rimane drammaticamente ferma all'1%. Eppure, per la sopravvivenza di un bambino rifugiato, la scuola non è meno importante di una tenda dove dormire, del cibo o delle cure mediche.
«Un bambino rifugiato ha già dovuto subire il trauma della violenza e della fuga forzata per sopravvivere, spesso ha perso anche i suoi genitori. Non possiamo e non dobbiamo permettere - commenta Carlotta Sami, portavoce dell'ACNUR per il Sud Europa - che debba rinunciare anche all'istruzione. Per queste ragioni chiediamo a tutti di sostenere la campagna: un sms o una chiamata da fisso al 45516 può avere un impatto determinante nella vita di un bambino rifugiato».
 

Cosenza: un convegno sui fedeli italo-albanesi

Cosenza - I fedeli italo – albanesi dell’Eparchia di Lungro, in cammino verso il I centenario, sono i discendenti dei profughi, che dopo la morte di Skanderbeg nel 1468, per poter rimanere in vita, liberi e cristiani, dovettero dolorosamente abbandonare la Madre Patria e giunsero nelle Terre del Meridione italiano dove furono benevolmente accolti e integrati nella Chiesa Cattolica, come isola orientale, a seguito del Concilio di Firenze.
Da allora ai nostri giorni – dice il Vicario generale don Pietro Lanza -  da quasi sei secoli, gli Arbëreshë manifestano la bellezza della Chiesa che respira con i suoi due grandi polmoni, dei cristiani uniti visibilmente, nella differenza delle tradizioni, condivise per l’arricchimento reciproco e per la maggior gloria di Dio.
Il 6 luglio del 1439 la cattedrale fiorentina di Santa Maria del Fiore fu teatro di un avvenimento importantissimo tanto per la cristianità quanto per la città stessa: la pubblica promulgazione della bolla Laetentur Coeli (“Si rallegrino i cieli”) con la quale papa Eugenio IV annunciò l’avvenuta ricomposizione dello scisma fra le Chiese di Oriente e di Occidente.
Per l’occasione è previsto una Conferenza di Padre Roberto Giraldo sul tema “Il concilio di Firenze, che si terrà giovedì 25 gennaio, ore 16.30, presso il Seminario Eparchiale “Italo - Greco - Albanese”
 

Monte Carlo: il Festival del Circo nel 250 anniversario del Circo Moderno

Montecarlo - Il circo è sempre lo spettacolo più bello del mondo! Lo sembra gridare anche questa 42^ edizione del Festival Internazionale di Monte Carlo. Che porta ancora una volta nel principato i migliori artisti del pianeta di fronte ad una folla plaudente e ad un numero elevatissimo di operatori del settore.
Ma mentre qui si celebra nella maniera migliore il 250° anniversario del Circo moderno, da più fronti istituzionali arrivano segnali non già di trascuratezza ma quasi di attacco frontale. Per restare all’Italia è da ricordare il Codice dello Spettacolo voluto dal Ministro Franceschini (per altre attività illuminato), che inizialmente prevedeva addirittura l’eliminazione degli animali dalle attività circensi, termine poi mutuato (grazie anche alle battaglie dell’Ente Nazionale Circhi) in un più vago “superamento”, ma che comunque non sembra davvero una normativa illuminata verso un settore che da sempre porta all’Italia successi internazionali oltre ad un indotto economico verso una moltitudine di piccole, medie e grandi imprese.
Pare purtroppo, che tale situazione di emergenza non si limiti al Bel Paese, almeno da quanto raccontato agli incontri dell’European Circus Association e della Federation Mondial du Cirque. Tanto che Sua Altezza Serenissima la Principessa Stephanie durante una conferenza stampa di fronte ad un’ampia platea di giornalisti ha dichiarato e quasi esclamato: “Giù le mani dal mio circo”. Che in effetti si può confermare lo spettacolo più bello del mondo come si può desumere dallo straordinario palmares.
Clown d’Oro alla coppia dello stesso metallo Josef Richter Junior e Merrylu Casselly che hanno presentato tre straordinari numeri di animali. Un Jocke di acrobati a cavallo che ricorda la specialità della famiglia ungherese. Un passo a due equestre che ridefinisce gli standard della disciplina con una serie di figurazioni mai viste e presentate in maniera impeccabile. Un tableaux di animali esotici, elefanti, cavalli, cammelli, ponies, lama, zebre, giraffe in uno sfarzoso carosello. Il tutto presentato con ritmo fra atmosfere classicamente magiare con influenze afro-orientali.
Oro ex aequo ad un numero di equilibristi cinesi della troupe di Shangai. Una dozzina di giovani artisti che hanno presentato su una piattaforma a centro pista e con costumi e musiche etniche, degli esercizi mai visti prima, aumentando il coefficiente di difficoltà della disciplina in maniera elevata. Alcuni fra i migliori colleghi del mondo, presenti in platea, avevano la faccia stupita e si chiedevano come fosse possibile presentare exploit simili.
Tre gli Argento. Uno al Duo Ballance, composto da due ex campioni di ginnastica rumeni, ha presentato una performance di mano a mano chiaramente ispirata a quella dei maestri Duo Alexis (punti di riferimento imprescindibili), pur conservando uno stile molto personale e dimostrando potenza d’esecuzione e precisione nella esecuzione volutamente lenta.  Argento anche al Duo Stauberti, equilibristi alla pertica, della repubblica ceca, un numero breve, composto solo da quattro figure, ma tutte di difficoltà incredibile. Il terzo Argento è andato al clown russo Prosvirnin per le sue pantomime del musicista, del virtuoso da tip tap e della ballerina di danza classica.
Cinque le statuette di bronzo. Una al gruppo di cinque artiste al monociclo della troupe della Mongolia interiore in un numero classico, quello del lancio delle tazzine sulla fronte con una serie di combinazioni precise al millimetro. Una al giovane giocoliere spagnolo Michael Ferreri, il “velocimane” delle palline, che presenta con grinta, carisma e sicurezza stupefacenti per la propria età al ritmo scatenato di una piacevole musica rock. Bronzo anche alla troupe Vavilov che rappresentava il Rosgoscirk e ha proposto due differenti performance entrambe assai convincenti. Una di acrobatica in banchina con salti mortali di ogni tipo presentati in stile Matrix. Ed una che utilizzava una piattaforma volante che permetteva esercizi a grande altezza. Terzo gradino del podio anche per il Duo Zen, una creazione davvero originale. Un doppio cerchio aereo utilizzato dalla coppia canadese Jonathan Morin e Marie Eve Bisson per raccontare una storia d’amore nel cielo dello chapiteau. Ultimo Bronzo al numero di trapezio volante della Troupe Aliev, che negli anni ha avuto registi del calibro di Ganeev e più di recente di Grimailo, ma che soprattutto presenta una sfilza incredibile dei più difficili esercizi della disciplina, fra i quali il leggendario triplo salto mortale.
Di nuovo, la sola lettura dell’elenco degli artisti premiati (il cast è coordinato dall’esperto Urs Pilz) rende conto di un mondo straordinario, transnazionale, tenace, talentuoso, fedele alla tradizione ma aperto alle innovazioni, e soprattutto determinato a continuare a regalare emozioni per un futuro di cui non si vede la fine. L’Italia era rappresentata dai fratelli Joe e Karel Sali con il loro numero di bolas argentine ma presentato con il carisma e la grinta del circo nostrano che proviene da generazioni di artisti. In gara anche il Duo Skating Flash. Formato da Ursula Rossi (di origine italiana) e Leandro Zeferino (portoghese) hanno presentato un numero di pattini a rotelle su una piattaforma rialzata. Unendo il brivido del rischio al ritmo di una convincente e veloce performance su rotelle.
Ricordiamo che la presenza italiana continua ad essere importante dal punto di vista tecnico con Daris Huesca e Enrico Caroli alla direzione di pista, coadiuvati quest’anno da Tommy Cardarelli per quanto riguarda il coordinamento delle esigenze tecniche relative ai gruppi di animali.
Ma soprattutto da segnalare la presenza in giuria di Flavio Togni, per altro record man proprio qui a Monte Carlo come artista più premiato della storia del Festival. E a sentire la competenza e l’entusiasmo del suo giovane figlio Bruno, promettente giocoliere che ha deciso di recente e nonostante l’aria che tira (o proprio per questo) di intraprendere il mestiere di ammaestratore di tigri, il circo classico non ha nessuna intenzione di ammainare la bandiera della sua tradizione.
È questo il circo dei sogni della Principessa Stephanie. (Alessandro Serena – www.circo.it)
 

Card. Bassetti: reagire ad una “cultura della paura”

Roma - “Bisogna reagire a una ‘cultura della paura’ che, seppur in taluni casi comprensibile, non può mai tramutarsi in xenofobia o addirittura evocare discorsi sulla razza che pensavamo fossero sepolti definitivamente. Non è chiudendo che si migliora la situazione del Paese”. A dirlo oggi pomeriggio il Presidente della CEI, il card. Gualtiero Bassetti, in apertura del Consiglio Permanente della CEI citando le parole del Papa: “avere dubbi e timori non è un peccato. Il peccato è lasciare che queste paure determinino le nostre risposte”. Parla di migrazioni il porporato “un tema complesso e cruciale, la cui discussione pubblica, però, è troppo spesso influenzata da equivoci, incomprensioni e contese politiche. Per fugare ogni dubbio e per amore alla verità, mi sembra opportuno richiamare un aspetto per noi decisivo. La Chiesa cattolica, sin dalla fondazione, si prende cura dei poveri, degli «scartati» e degli «sconfitti della storia», con uno spirito di totale obbedienza al Vangelo, perché vede nelle loro piaghe il riflesso di quelle di Cristo sulla Croce. I poveri, tutti i poveri, anche quelli forestieri di cui non sappiamo nulla, appartengono alla Chiesa «per diritto evangelico» come disse Paolo VI nel discorso di apertura della II sessione del Concilio Vaticano II. In virtù di questo «diritto evangelico» – e non certo in nome di una rivendicazione sociale – ogni cristiano è chiamato ad andare verso di loro con un atteggiamento di comprensione e compassione”.
 
 

Circhi e Luna Park: il messaggio del card. Turkson all’incontro dei direttori dalla pastorale in Europa

Monaco - “La dottrina della Chiesa cattolica sull’ecumenismo insegna che l’impegno ecumenico è ‘un imperativo della coscienza cristiana illuminata dalla fede e guidata dalla carità’ per raggiungere quell’unità, che il Signore ha donato alla sua Chiesa e nella quale egli vuole abbracciare tutti”. L’unità “può compiersi soltanto se camminiamo insieme, se percorriamo la via della fraternità nell’amore, nel servizio, nell’accoglienza reciproca. L’ecumenismo esige una collaborazione basata su una fede comune in Cristo, sulla conversione dei cuori e rinnovamento della mente, sulla preghiera e sul dialogo, e richiede anche una visione esatta della verità, ispirata dalla misericordia di Dio”. Lo scrive il Prefetto del Dicastero per lo Sviluppo Umano ed Integrale, il card. Peter Turkson, in un messaggio ai partecipanti all’incontro annuale del Consiglio Generale del Forum delle Organizzazioni cristiane per la Pastorale dei Circensi e Lunaparchisti, che si svolge in concomitanza con la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani e il Festival Internazionale del Circo di Montecarlo. “Mi congratulo con voi – scrive - per il vostro generoso impegno a rendere presente il Vangelo nel mondo dei circhi e delle fiere e promuovere, nello spirito ecumenico, lo sviluppo integrale di ogni persona operante in tale ambito”. Con la pubblicazione della Lettera enciclica Laudato si’, di Papa Francesco, anche “la questione del contributo che tutti i cristiani possono dare all’ecologia e al rispetto del nostro pianeta diventa – scrive il porporato - sempre più oggetto di dialogo ecumenico. La sollecitudine ecologica è una chiamata ad una particolare forma di giustizia intergenerazionale, la preoccupazione di lasciare alle generazioni future un mondo migliore”. E, “proprio nella chiave del cammino di conversione e di speranza in un futuro rinnovato, Papa Francesco mette al centro dell’Enciclica il concetto di ecologia integrale, come paradigma in grado di articolare le relazioni fondamentali della persona con Dio, con se stessa, con gli altri esseri umani e con il creato”. Il prefetto del Dicastero Vaticano invita quindi a riflettere sull’ecumenismo “in una interpretazione che prende in considerazione il rapporto tra l’ecumenismo e l’ecologia e, in tale ottica, esaminare l’opportunità e le possibilità di un impegno da parte di circensi e lunaparchisti, i quali - come voi sapete bene - hanno un rapporto speciale con le persone, con il creato e con l’ambiente”. Per l’Italia sono presenti il direttore generale della Fondazione Migrantes, don Gianni De Robertis, mons. Piergiorgio Saviola, per anni responsabili della Migrantes per la pastorale per i circensi e lunaparkisti e don Mirko Dalla Torre, della commissione Migrantes per lo spettacolo viaggiante. (Raffaele Iaria)