Milano – “Oltre il 70% dei giovani intervistati ritiene che l’atteggiamento generale degli italiani nei confronti degli immigrati sia prevalentemente diffidente e ostile. Nel confronto con la rilevazione del 2015 il dato si impenna: in quell’anno, infatti, la stessa percezione riguardava il 57%”. È quanto emerge dal Rapporto Giovani 2018 curato dall’Istituto Toniolo, con il sostegno di Fondazione Cariplo e Intesa Sanpaolo. Dal rapporto emerge come la gran parte dei rispondenti esprima comunque una opinione e come “solo il 4,9% se ne astenga”. Inoltre, “in condizioni di scarsità di lavoro di cui soffrono soprattutto le nuove generazioni, i giovani tendono ad assumere un atteggiamento protezionistico: la maggioranza (soprattutto nelle classi sociali più deboli) ritiene che l’immigrazione dovrebbe essere gestita in modo da non entrare in competizione con le condizioni di lavoro di chi già è in Italia. In particolare, più del 60% ritiene – si legge in una nota - che i datori di lavoro dovrebbero prendere in considerazione l’offerta di lavoro degli italiani prima di valutare quella degli immigrati (62,6%), a fronte del 37,4% che si dichiara in disaccordo con questa affermazione. Il timore della concorrenza lavorativa degli immigrati non risulta comunque più forte rispetto al prolungamento della permanenza dei lavoratori più anziani e alla crescente automazione nei processi produttivi. Esiste quindi – spiega l’Istituto Toniolo - una preoccupazione generale sull’impatto dei cambiamenti demografici, sociali e tecnologici rispetto alle opportunità di lavoro, che spinge i giovani con capitale umano più debole verso posizioni difensive”. Inoltre, se si considera l’atteggiamento verso gli stranieri regolari presenti in Italia, si ottiene “una valutazione largamente positiva (solo uno su tre pensa che la loro presenza peggiori la sicurezza e l’economia del paese).
Primo Piano
Papa Francesco: non esiste evangelizzazione da poltrona
Città del Vaticano - Tutti i cristiani hanno l’“obbligo” e la “missione” di evangelizzare, chiedendo la grazia di essere “ascoltatori dello Spirito” per “essere in uscita”, dimostrando “vicinanza alla gente” e partendo “non dalle teorie ma dalle situazioni concrete”. E’ quanto ha detto, riferisce Vatican News, Papa Francesco alla Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il pontefice riflette sull’odierno brano degli Atti degli Apostoli, in cui un angelo del Signore dice a Filippo “Àlzati e va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che scende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta”.
Francesco spiega che, dopo il martirio di Stefano, “scoppiò una grande persecuzione” per i cristiani e “i discepoli si dispersero un po’ dappertutto”, in Giudèa, in Samarìa. Ma proprio quel “vento della persecuzione” - aggiunge - ha spinto i discepoli ad andare “oltre”.
Come fa il vento con i semi delle piante, li porta oltre e semina, così è successo qui: loro sono andati oltre, col seme della Parola, e hanno seminato la Parola di Dio. E così possiamo dire, un po’ scherzando, è nata ‘propaganda fide’. Così. Da una persecuzione, da un vento, portarono l’evangelizzazione i discepoli. E questo passo che oggi abbiamo letto, degli Atti degli Apostoli, è di una bellezza grande… Ma è un vero trattato di evangelizzazione. Così evangelizza il Signore. Così annunzia il Signore. Così vuole il Signore che evangelizziamo.
Francesco sottolinea come sia lo Spirito a spingere Filippo - e noi cristiani - all’evangelizzazione. Essa, evidenzia, “si struttura” su tre parole chiave: “alzati”, “accostati” e “parti dalla situazione”.
L’evangelizzazione non è un piano ben fatto di proselitismo: “Andiamo qui e facciamo tanti proseliti, di là, e tanti…” No… È lo Spirito che ti dice come tu devi andare per portare la Parola di Dio, per portare il nome di Gesù. E incomincia dicendo: “Alzati e va'”. Alzati e va' a quel posto. Non esiste un’evangelizzazione “da poltrona”. “Alzati e va'”. In uscita, sempre. “Vai”. In movimento. Vai al posto dove tu devi dire la Parola.
Francesco ricorda quindi i tanti uomini e le tante donne che hanno lasciato patria e famiglia per andare in terre lontane a portare la Parola di Dio. E tante volte, “non preparati fisicamente, perché non avevano gli anticorpi per resistere alle malattie di quelle terre”, morivano giovani o “martirizzati”: si tratta, dice il Papa - ricordando le parole riferitegli da un cardinale - di “martiri dell’evangelizzazione”.
Il Pontefice spiega poi che non serve alcun “vademecum della evangelizzazione”, ma occorre “vicinanza”, accostarsi “per guardare cosa succede” e partire “dalla situazione”, non da una “teoria”.
Non si può evangelizzare in teoria. L’evangelizzazione è un po’ corpo a corpo, persona a persona. Si parte dalla situazione, no dalle teorie. E annuncia Gesù Cristo, e il coraggio dello Spirito lo spinge a battezzarlo. Va’ oltre, va’, va’, fino a che senti che è finita la sua opera. Così si fa l’evangelizzazione. Queste tre parole sono chiave per tutti noi cristiani, che dobbiamo evangelizzare con la nostra vita, con il nostro esempio, e anche con la nostra parola. “Alzati, alzati”; “accostati”: vicinanza; e “parti dalla situazione”, quella concreta. Un metodo semplice, ma è il metodo di Gesù. Gesù evangelizzava così. Sempre in cammino, sempre sulla strada, sempre vicino alla gente, e sempre partiva dalle situazioni concrete, dalle concretezze. Evangelizzare soltanto si può con questi tre atteggiamenti, ma sotto la forza dello Spirito. Senza lo Spirito neppure questi tre atteggiamenti servono. È lo Spirito che ci spinge ad alzarci, ad accostarci, e a partire dalle situazioni.
Francesco spiega che, dopo il martirio di Stefano, “scoppiò una grande persecuzione” per i cristiani e “i discepoli si dispersero un po’ dappertutto”, in Giudèa, in Samarìa. Ma proprio quel “vento della persecuzione” - aggiunge - ha spinto i discepoli ad andare “oltre”.
Come fa il vento con i semi delle piante, li porta oltre e semina, così è successo qui: loro sono andati oltre, col seme della Parola, e hanno seminato la Parola di Dio. E così possiamo dire, un po’ scherzando, è nata ‘propaganda fide’. Così. Da una persecuzione, da un vento, portarono l’evangelizzazione i discepoli. E questo passo che oggi abbiamo letto, degli Atti degli Apostoli, è di una bellezza grande… Ma è un vero trattato di evangelizzazione. Così evangelizza il Signore. Così annunzia il Signore. Così vuole il Signore che evangelizziamo.
Francesco sottolinea come sia lo Spirito a spingere Filippo - e noi cristiani - all’evangelizzazione. Essa, evidenzia, “si struttura” su tre parole chiave: “alzati”, “accostati” e “parti dalla situazione”.
L’evangelizzazione non è un piano ben fatto di proselitismo: “Andiamo qui e facciamo tanti proseliti, di là, e tanti…” No… È lo Spirito che ti dice come tu devi andare per portare la Parola di Dio, per portare il nome di Gesù. E incomincia dicendo: “Alzati e va'”. Alzati e va' a quel posto. Non esiste un’evangelizzazione “da poltrona”. “Alzati e va'”. In uscita, sempre. “Vai”. In movimento. Vai al posto dove tu devi dire la Parola.
Francesco ricorda quindi i tanti uomini e le tante donne che hanno lasciato patria e famiglia per andare in terre lontane a portare la Parola di Dio. E tante volte, “non preparati fisicamente, perché non avevano gli anticorpi per resistere alle malattie di quelle terre”, morivano giovani o “martirizzati”: si tratta, dice il Papa - ricordando le parole riferitegli da un cardinale - di “martiri dell’evangelizzazione”.
Il Pontefice spiega poi che non serve alcun “vademecum della evangelizzazione”, ma occorre “vicinanza”, accostarsi “per guardare cosa succede” e partire “dalla situazione”, non da una “teoria”.
Non si può evangelizzare in teoria. L’evangelizzazione è un po’ corpo a corpo, persona a persona. Si parte dalla situazione, no dalle teorie. E annuncia Gesù Cristo, e il coraggio dello Spirito lo spinge a battezzarlo. Va’ oltre, va’, va’, fino a che senti che è finita la sua opera. Così si fa l’evangelizzazione. Queste tre parole sono chiave per tutti noi cristiani, che dobbiamo evangelizzare con la nostra vita, con il nostro esempio, e anche con la nostra parola. “Alzati, alzati”; “accostati”: vicinanza; e “parti dalla situazione”, quella concreta. Un metodo semplice, ma è il metodo di Gesù. Gesù evangelizzava così. Sempre in cammino, sempre sulla strada, sempre vicino alla gente, e sempre partiva dalle situazioni concrete, dalle concretezze. Evangelizzare soltanto si può con questi tre atteggiamenti, ma sotto la forza dello Spirito. Senza lo Spirito neppure questi tre atteggiamenti servono. È lo Spirito che ci spinge ad alzarci, ad accostarci, e a partire dalle situazioni.
Caritas Italiana: concluso ad Abano Terme il convegno nazionale
Abano Terme - Nella giornata di ieri al mattino i convegnisti presso l’Opera della Provvidenza Sant’Antonio ad Abano Terme hanno potuto conoscere meglio nove esperienze diocesane per lo sviluppo di comunità che coinvolgono giovani da altrettante diocesi del Triveneto: Belluno-Feltre, Trento, Gorizia, Bolzano-Bressanone, Treviso, Vittorio Veneto, Verona, Padova, Chioggia, Trieste, Venezia.
Nel pomeriggio sono ripresi i tavoli di confronto da cui sono emersi piste e spunti di lavoro.
L’ultimo giorno di lavori si è aperto, questa mattina, con una tavola rotonda su “Giovani per uno sviluppo di comunità. Voci dal territorio”, coordinata da Lucia Bellaspiga, giornalista di Avvenire, con la partecipazione di Ennio Ripamonti, psicosociologo e formatore, docente nel Dipartimento di Psicologia − Università di Milano-Bicocca e Paolo Beccegato, vicedirettore di Caritas Italiana e responsabile dell’area internazionale.
Infine il direttore di Caritas Italiana, don Francesco Soddu, ha delineato gli orientamenti per un cammino comune. “Già nel titolo questo Convegno – ha sottolineato don Soddu - ha voluto essere l’emblema di quanto la Chiesa avverte come urgenza nel focalizzare la propria attenzione: i giovani, la comunità e la condivisione. Ciascuno dei termini che compongono il titolo costituisce e porta in sé una peculiare attenzione del mondo Caritas; coordinati tra loro costruiscono la traccia per un più ampio campo d’azione, affinché la nostra attenzione ai tempi e ai bisogni possa sempre veicolare l’aspetto della prevalente funzione pedagogica che caratterizza il nostro mandato all’interno della Chiesa, nella società e nel mondo”.
“Occorre pertanto – ha proseguito - una carità a 360°, aperta a tutti quelli che possono essere gli ambiti di lavoro prevalenti, definiti dall’orizzonte statutario: quello della carità educativa…quello della carità concreta…quello della tutela dei diritti, cioè della carità Politica…quello della carità interna…al fine di sviluppare anche la comunione ad intra, segno e simbolo di quella generale”.
Infine il direttore ha sottolineato che “oggi le comunità entro cui viviamo sono realtà fragili, che sempre più si sfaldano e si spopolano, che cambiano, si arricchiscono di nuove persone, spesso giovani, migrate da altri Paesi, e quindi si ricompongono e si ripensano, non senza tensioni. Mutano e quindi anche noi dobbiamo mutare con loro, senza però omologarci alle mode o alle tendenze”. Lasciandoci guidare da alcune parole trasversali: coesione, riconciliazione, inclusione e, soprattutto, ripetendo sempre l’interrogativo dell’indimenticato don Giovanni Nervo: “Le nostre presenze di carità esprimono condivisione, promozione, coinvolgimento comunitario, impegno sociale e politico, preferenza per i più poveri?”… Solo così potremo riuscire ad avere un’attenzione particolare e costante al novum, ossia al futuro auspicato-voluto e tessuto con la presenza rigenerante di Dio”.
Nel pomeriggio sono ripresi i tavoli di confronto da cui sono emersi piste e spunti di lavoro.
L’ultimo giorno di lavori si è aperto, questa mattina, con una tavola rotonda su “Giovani per uno sviluppo di comunità. Voci dal territorio”, coordinata da Lucia Bellaspiga, giornalista di Avvenire, con la partecipazione di Ennio Ripamonti, psicosociologo e formatore, docente nel Dipartimento di Psicologia − Università di Milano-Bicocca e Paolo Beccegato, vicedirettore di Caritas Italiana e responsabile dell’area internazionale.
Infine il direttore di Caritas Italiana, don Francesco Soddu, ha delineato gli orientamenti per un cammino comune. “Già nel titolo questo Convegno – ha sottolineato don Soddu - ha voluto essere l’emblema di quanto la Chiesa avverte come urgenza nel focalizzare la propria attenzione: i giovani, la comunità e la condivisione. Ciascuno dei termini che compongono il titolo costituisce e porta in sé una peculiare attenzione del mondo Caritas; coordinati tra loro costruiscono la traccia per un più ampio campo d’azione, affinché la nostra attenzione ai tempi e ai bisogni possa sempre veicolare l’aspetto della prevalente funzione pedagogica che caratterizza il nostro mandato all’interno della Chiesa, nella società e nel mondo”.
“Occorre pertanto – ha proseguito - una carità a 360°, aperta a tutti quelli che possono essere gli ambiti di lavoro prevalenti, definiti dall’orizzonte statutario: quello della carità educativa…quello della carità concreta…quello della tutela dei diritti, cioè della carità Politica…quello della carità interna…al fine di sviluppare anche la comunione ad intra, segno e simbolo di quella generale”.
Infine il direttore ha sottolineato che “oggi le comunità entro cui viviamo sono realtà fragili, che sempre più si sfaldano e si spopolano, che cambiano, si arricchiscono di nuove persone, spesso giovani, migrate da altri Paesi, e quindi si ricompongono e si ripensano, non senza tensioni. Mutano e quindi anche noi dobbiamo mutare con loro, senza però omologarci alle mode o alle tendenze”. Lasciandoci guidare da alcune parole trasversali: coesione, riconciliazione, inclusione e, soprattutto, ripetendo sempre l’interrogativo dell’indimenticato don Giovanni Nervo: “Le nostre presenze di carità esprimono condivisione, promozione, coinvolgimento comunitario, impegno sociale e politico, preferenza per i più poveri?”… Solo così potremo riuscire ad avere un’attenzione particolare e costante al novum, ossia al futuro auspicato-voluto e tessuto con la presenza rigenerante di Dio”.
Mons. Bello: lettera a un “Fratello marocchino”
Molfetta – E’ tutto pronto ad Alessano, in provincia di Lecce e a Molfetta, in provincia di Bari, per accogliere domani Papa Francesco in occasione del 25mo anniversario della morte di mons. Tonino Bello (20 aprile 1993) Don Tonino Bello, che fu vescovo proprio a Molfetta. Due città per un vescovo molto amato e per il quale è in corso la causa di canonizzazione. Due città dove Don Tonino, come da tutti è ancora ricordato e come allora veniva chiamato, anche dopo la nomina a vescovo, esercitò la missione di vescovo a Molfetta, e Alessano, dove era nato e dove è stato sepolto e dove sosterà in preghiera papa Francesco prima di poi spostarsi in elicottero a Molfetta dove nella tarda mattinata celebrerà l’eucaristia nello stesso luogo dove si svolsero 25 anni fa i funerali.
Di seguito pubblichiamo una lettera di mons. Tonino Bello ad un “fratello marocchino” scritta molti anni fa e che esprime tutta la sua vicinanza a ogni straniero in cerca di pane e di dignità.
Fratello marocchino
Perdonami se ti chiamo così, anche se col Marocco non hai nulla da spartire. Ma tu sai che qui da noi, verniciandolo di disprezzo, diamo il nome di marocchino a tutti gli infelici come te, che vanno in giro per le strade, coperti di stuoie e di tappeti, lanciando ogni tanto quel grido, non si sa bene se di richiamo o di sofferenza: tapis!
La gente non conosce nulla della tua terra. Poco le importa se sei della Somalia o dell’Eritrea, dell’Etiopia o di Capo Verde. A che serve? Per il teatro delle sue marionette ha già ritagliato una maschera su misura per te. Con tanto di nome: marocchino. E con tutti i colori del palcoscenico tragico della vita. Un berretto variopinto sul volto di spugna. I pendagli di cento bretelle cadenti dal braccio. L’immancabile coperta orientale sulla spalla ricurva. E quel grido di dolore soffocato dalla paura: tapis!
Il mondo ti è indifferente. Ma forse non ne ha colpa. Perché se, passandoti accanto, ti vede dormire sul marciapiede, è convinto che lì, sulle stuoie invendute, giaccia riversa solo la tua maschera. Come quella di Arlecchino o di Stenterello, dopo lo spettacolo. Ma non la tua persona. Quella è altrove. Forse è volata su uno dei tanti tappeti che nessuno ha voluto comprare da te, nonostante l’implorante sussurro: tapis!
Dimmi, marocchino. Ma sotto quella pelle scura hai un’anima pure tu? Quando rannicchiato nella tua macchina consumi un pasto veloce, qualche volta versi anche tu lacrime amare nella scodella? Conti anche tu i soldi la sera come facevano un tempo i nostri emigranti? E a fine mese mandi a casa pure tu i poveri risparmi, immaginandoti la gioia di chi lì riceverà? E’ viva tua madre? La sera dice anche lei le orazioni per il figlio lontano e invoca Allah, guardando i minareti del villaggio addormentato? Scrivi anche tu lettere d’amore? Dici anche tu alla tua donna che sei stanco, ma che un giorno tornerai e le costruirai un tukul tutto per lei, ai margini del deserto o a ridosso della brughiera?
Mio caro fratello, perdonaci. Anche a nome di tutti gli emigrati clandestini come te, che sono penetrati in Italia, con le astuzie della disperazione, e ora sopravvivono adattandosi ai lavori più umili. Sfruttati, sottopagati, ricattati, sono costretti al silenzio sotto la minaccia continua di improvvise denunce, che farebbero immediatamente scattare il « foglio di via» obbligatorio.
Perdonaci, fratello marocchino, se, pur appartenendo a un popolo che ha sperimentato l’amarezza dell’emigrazione, non abbiamo usato misericordia verso di te. Anzi ripetiamo su di te, con le rivalse di una squallida nemesi storica, le violenze che hanno umiliato e offeso i nostri padri in terra straniera.
Perdonaci, se non abbiamo saputo levare coraggiosamente la voce per forzare la mano dei nostri legislatori. Ci manca ancora l’audacia di gridare che le norme vigenti in Italia, a proposito di clandestini come te, hanno sapore poliziesco, non tutelano i più elementari diritti umani, e sono indegne di un popolo libero come il nostro.
Perdonaci, fratello marocchino, se noi cristiani non ti diamo neppure l’ospitalità della soglia. Se nei giorni di festa, non ti abbiamo braccato per condurti a mensa con noi. Se a mezzogiorno ti abbiamo lasciato sulla piazza, deserta dopo la fiera, a mangiare in solitudine le olive nere della tua miseria.
Perdona soprattutto me, vescovo di questa città, che non ti ho mai fermato per chiederti come stai. Se leggi fedelmente il Corano. Se osservi scrupolosamente le norme di Maometto. Se hai bisogno di un luogo, fosse anche una chiesetta, dove poter riassaporare, con i tuoi fratelli di fede e di sventura, i silenzi misteriosi della tua moschea.
Perdonaci fratello marocchino. Un giorno, quando nel cielo incontreremo il nostro Dio, questo infaticabile viandante sulle strade della terra, ci accorgeremo con sorpresa che egli ha… il colore della tua pelle.
P.S. Se passi da casa mia, fermati.
don Tonino
Di seguito pubblichiamo una lettera di mons. Tonino Bello ad un “fratello marocchino” scritta molti anni fa e che esprime tutta la sua vicinanza a ogni straniero in cerca di pane e di dignità.
Fratello marocchino
Perdonami se ti chiamo così, anche se col Marocco non hai nulla da spartire. Ma tu sai che qui da noi, verniciandolo di disprezzo, diamo il nome di marocchino a tutti gli infelici come te, che vanno in giro per le strade, coperti di stuoie e di tappeti, lanciando ogni tanto quel grido, non si sa bene se di richiamo o di sofferenza: tapis!
La gente non conosce nulla della tua terra. Poco le importa se sei della Somalia o dell’Eritrea, dell’Etiopia o di Capo Verde. A che serve? Per il teatro delle sue marionette ha già ritagliato una maschera su misura per te. Con tanto di nome: marocchino. E con tutti i colori del palcoscenico tragico della vita. Un berretto variopinto sul volto di spugna. I pendagli di cento bretelle cadenti dal braccio. L’immancabile coperta orientale sulla spalla ricurva. E quel grido di dolore soffocato dalla paura: tapis!
Il mondo ti è indifferente. Ma forse non ne ha colpa. Perché se, passandoti accanto, ti vede dormire sul marciapiede, è convinto che lì, sulle stuoie invendute, giaccia riversa solo la tua maschera. Come quella di Arlecchino o di Stenterello, dopo lo spettacolo. Ma non la tua persona. Quella è altrove. Forse è volata su uno dei tanti tappeti che nessuno ha voluto comprare da te, nonostante l’implorante sussurro: tapis!
Dimmi, marocchino. Ma sotto quella pelle scura hai un’anima pure tu? Quando rannicchiato nella tua macchina consumi un pasto veloce, qualche volta versi anche tu lacrime amare nella scodella? Conti anche tu i soldi la sera come facevano un tempo i nostri emigranti? E a fine mese mandi a casa pure tu i poveri risparmi, immaginandoti la gioia di chi lì riceverà? E’ viva tua madre? La sera dice anche lei le orazioni per il figlio lontano e invoca Allah, guardando i minareti del villaggio addormentato? Scrivi anche tu lettere d’amore? Dici anche tu alla tua donna che sei stanco, ma che un giorno tornerai e le costruirai un tukul tutto per lei, ai margini del deserto o a ridosso della brughiera?
Mio caro fratello, perdonaci. Anche a nome di tutti gli emigrati clandestini come te, che sono penetrati in Italia, con le astuzie della disperazione, e ora sopravvivono adattandosi ai lavori più umili. Sfruttati, sottopagati, ricattati, sono costretti al silenzio sotto la minaccia continua di improvvise denunce, che farebbero immediatamente scattare il « foglio di via» obbligatorio.
Perdonaci, fratello marocchino, se, pur appartenendo a un popolo che ha sperimentato l’amarezza dell’emigrazione, non abbiamo usato misericordia verso di te. Anzi ripetiamo su di te, con le rivalse di una squallida nemesi storica, le violenze che hanno umiliato e offeso i nostri padri in terra straniera.
Perdonaci, se non abbiamo saputo levare coraggiosamente la voce per forzare la mano dei nostri legislatori. Ci manca ancora l’audacia di gridare che le norme vigenti in Italia, a proposito di clandestini come te, hanno sapore poliziesco, non tutelano i più elementari diritti umani, e sono indegne di un popolo libero come il nostro.
Perdonaci, fratello marocchino, se noi cristiani non ti diamo neppure l’ospitalità della soglia. Se nei giorni di festa, non ti abbiamo braccato per condurti a mensa con noi. Se a mezzogiorno ti abbiamo lasciato sulla piazza, deserta dopo la fiera, a mangiare in solitudine le olive nere della tua miseria.
Perdona soprattutto me, vescovo di questa città, che non ti ho mai fermato per chiederti come stai. Se leggi fedelmente il Corano. Se osservi scrupolosamente le norme di Maometto. Se hai bisogno di un luogo, fosse anche una chiesetta, dove poter riassaporare, con i tuoi fratelli di fede e di sventura, i silenzi misteriosi della tua moschea.
Perdonaci fratello marocchino. Un giorno, quando nel cielo incontreremo il nostro Dio, questo infaticabile viandante sulle strade della terra, ci accorgeremo con sorpresa che egli ha… il colore della tua pelle.
P.S. Se passi da casa mia, fermati.
don Tonino
Guerra in Siria: l’impegno della Chiesa italiana per la pace
di Card. Gualtiero Bassetti*
Roma - La storia la conosciamo. Racconta di un uomo che, scendendo da Gerusalemme a Gerico, incappa nei briganti che gli portano via tutto, lo percuotono a sangue e lo lasciano mezzo morto sul ciglio della strada. Oggi quell’uomo ha anche un volto: è quello – e sono milioni – dei siriani sfollati nei Paesi confinanti o costretti a farsi profughi interni; di quanti sono privi dell’acqua, del cibo e dell’accesso alle cure sanitarie essenziali; dei 27mila bambini uccisi senza un perché e di tutti gli altri privati degli affetti di una famiglia, del calore di un’aula scolastica, della stessa possibilità di avere un’infanzia.
Mi torna con prepotenza alla mente questa scena evangelica, mentre cerco di capire il dramma che si sta consumando sulla pelle di una popolazione civile stremata da otto anni di guerra. Sì, abbiamo visto ammainare la bandiera nera dell’Isis, ma la strage degli innocenti non si ferma. Continua con il ricorso alle armi chimiche. Continua con il coinvolgimento diretto delle grandi potenze, che – come ha osservato Papa Francesco domenica 15 aprile – “nonostante gli strumenti a disposizione della comunità internazionale”, faticano a “concordare un’azione comune in favore della pace”. Penso a quanto siano profetiche le parole del card. Mario Zenari, nunzio apostolico a Damasco, che lo scorso mese ci descriveva una situazione che vede agire sul terreno gli eserciti più potenti del mondo con linee rosse molto vicine e cacciabombardieri siriani, russi, israeliani e della coalizione di 60 Paesi a guida americana solcare i cieli.
Zenari ci testimoniava anche l’impegno rischioso e coraggioso di tanti buoni samaritani - Chiese, organizzazioni umanitarie, Ong - disposti a farsi prossimo nelle mille forme della carità solidale, a cui deve unirsi, secondo l’appello del Santo Padre, la nostra incessante preghiera per la giustizia e la pace.
Nel contempo, a fronte di uno scenario così preoccupante, avverto ancor più la necessità di coinvolgere la Chiesa italiana in un’iniziativa di riflessione e di spiritualità per la pace nel Mediterraneo. È chiaro che non si tratta semplicemente di organizzare un evento occasionale, destinato a restare fine a se stesso, ma di far la nostra parte per difendere il bene prezioso e fragile della pace e per proteggere ovunque la dignità umana. La pace – e torno ancora su parole di Papa Francesco – rimane un lavoro artigianale, che richiede passione, pazienza, esperienza, tenacia. Più che in altri momenti, questo è il tempo in cui crederci fino in fondo, immaginando iniziative di incontro e di scambio, convinti che ogni volta che apriamo il cuore oltre i confini di casa torniamo arricchiti per affrontare con più forza anche le problematiche che angustiano la nostra gente. (SIR)
*Presidente della CEI
Mi torna con prepotenza alla mente questa scena evangelica, mentre cerco di capire il dramma che si sta consumando sulla pelle di una popolazione civile stremata da otto anni di guerra. Sì, abbiamo visto ammainare la bandiera nera dell’Isis, ma la strage degli innocenti non si ferma. Continua con il ricorso alle armi chimiche. Continua con il coinvolgimento diretto delle grandi potenze, che – come ha osservato Papa Francesco domenica 15 aprile – “nonostante gli strumenti a disposizione della comunità internazionale”, faticano a “concordare un’azione comune in favore della pace”. Penso a quanto siano profetiche le parole del card. Mario Zenari, nunzio apostolico a Damasco, che lo scorso mese ci descriveva una situazione che vede agire sul terreno gli eserciti più potenti del mondo con linee rosse molto vicine e cacciabombardieri siriani, russi, israeliani e della coalizione di 60 Paesi a guida americana solcare i cieli.
Zenari ci testimoniava anche l’impegno rischioso e coraggioso di tanti buoni samaritani - Chiese, organizzazioni umanitarie, Ong - disposti a farsi prossimo nelle mille forme della carità solidale, a cui deve unirsi, secondo l’appello del Santo Padre, la nostra incessante preghiera per la giustizia e la pace.
Nel contempo, a fronte di uno scenario così preoccupante, avverto ancor più la necessità di coinvolgere la Chiesa italiana in un’iniziativa di riflessione e di spiritualità per la pace nel Mediterraneo. È chiaro che non si tratta semplicemente di organizzare un evento occasionale, destinato a restare fine a se stesso, ma di far la nostra parte per difendere il bene prezioso e fragile della pace e per proteggere ovunque la dignità umana. La pace – e torno ancora su parole di Papa Francesco – rimane un lavoro artigianale, che richiede passione, pazienza, esperienza, tenacia. Più che in altri momenti, questo è il tempo in cui crederci fino in fondo, immaginando iniziative di incontro e di scambio, convinti che ogni volta che apriamo il cuore oltre i confini di casa torniamo arricchiti per affrontare con più forza anche le problematiche che angustiano la nostra gente. (SIR)
*Presidente della CEI
Simi: oggi incontro su “Promuovere”
Roma - Nel suo messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2018 Papa Francesco ha consegnato al mondo delle fondamentali indicazioni per la gestione del fenomeno migratorio in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare.
Quest’anno il Simi (per ciascuna di queste parole chiave) sta dedicando un incontro.
Oggi pomeriggio la terza parola: “Promuovere” con un incontro presso l’Aula Newman della Pontificia Università Urbaniana. Interverranno Laura Zanfrini, docente di Sociologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Alberto Garcia, titolare della cattedra UNESCO Diritti Umani, democrazia e pace all’Università di Padova e Marta Bernardini di Mediterranean Hope, progetto della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia – FCEI.
Quest’anno il Simi (per ciascuna di queste parole chiave) sta dedicando un incontro.
Oggi pomeriggio la terza parola: “Promuovere” con un incontro presso l’Aula Newman della Pontificia Università Urbaniana. Interverranno Laura Zanfrini, docente di Sociologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Alberto Garcia, titolare della cattedra UNESCO Diritti Umani, democrazia e pace all’Università di Padova e Marta Bernardini di Mediterranean Hope, progetto della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia – FCEI.
Fondazione Missio: in Tanzania l’incontro dei missionari italiani
Roma - Dal 23 al 27 aprile a Dodoma, in Tanzania, si incontreranno i missionari e le missionarie italiane che operano nel Paese.
L’incontro, promosso dall’Ufficio e dagli altri organismi della CEI, avrà per tema “La missione in Tanzania dopo 150 anni”. Vi parteciperanno tra gli altri Don Michele Autuoro, Direttore dell’Ufficio per la cooperazione missionaria tra le Chiese e mons. Giuseppe Pellegrini, Vescovo di Concordia-Pordenone e membro della Commissione Episcopale per l’evangelizzazione dei popoli e la cooperazione tra le Chiese.
Maggiori informazioni sono disponibili sul sito www.missioni.chiesacattolica.it
Una testimonianza di “dignità nell’integrazione”
Città del Vaticano - Una testimonianza di “dignità nell’integrazione” è stata raccontata questa mattina a Papa Francesco, da Nicola e Alfonsina Di Matteo, coniugi bolognesi che hanno partecipato all’Udienza generale in Piazza San Pietro.
I due coniugi, riferisce l’Osservatore Romano sono protagonisti di una storia di accoglienza che ha segnato la loro vita: nel 1994 incontrarono “per caso in un bar una famiglia venuta dal Marocco — padre, madre incinta e un bambino piccolo — e offrimmo loro la colazione per diversi giorni, fino al loro rientro in patria”. La donna però morì subito dopo il parto e così, confidano, “abbiamo fatto il possibile per trovare un lavoro in Italia per il papà, aiutandolo a crescere i due bimbi”. Adesso l’uomo è un apprezzato barman, mentre il figlio minore è Adam Masina, calciatore professionista che gioca nel campionato di serie a con il Bologna. E Nicola e Alfonsina hanno regalato al Papa la maglia numero 25 del “loro” Adam, come simbolo di riscatto, dignità integrazione riuscita. E per sottolineare i valori dell’accoglienza, il pontefice ha anche incoraggiato il servizio che i marinai spagnoli della fregata Santa Maria svolgono nel Mediterraneo “per soccorrere gli immigrati che cercano di fuggire dall’Africa e dagli inumani trattamenti delle mafie”.
I due coniugi, riferisce l’Osservatore Romano sono protagonisti di una storia di accoglienza che ha segnato la loro vita: nel 1994 incontrarono “per caso in un bar una famiglia venuta dal Marocco — padre, madre incinta e un bambino piccolo — e offrimmo loro la colazione per diversi giorni, fino al loro rientro in patria”. La donna però morì subito dopo il parto e così, confidano, “abbiamo fatto il possibile per trovare un lavoro in Italia per il papà, aiutandolo a crescere i due bimbi”. Adesso l’uomo è un apprezzato barman, mentre il figlio minore è Adam Masina, calciatore professionista che gioca nel campionato di serie a con il Bologna. E Nicola e Alfonsina hanno regalato al Papa la maglia numero 25 del “loro” Adam, come simbolo di riscatto, dignità integrazione riuscita. E per sottolineare i valori dell’accoglienza, il pontefice ha anche incoraggiato il servizio che i marinai spagnoli della fregata Santa Maria svolgono nel Mediterraneo “per soccorrere gli immigrati che cercano di fuggire dall’Africa e dagli inumani trattamenti delle mafie”.
Foligno: domani convegno su “Io non ho paura”
Foligno – Domani si aprirà la Settimana “Giovani Idee per il Territorio” con un convegno dal titolo “Io non ho paura” realizzato in collaborazione con l’Istituto tecnico tecnologico Leonardo Da Vinci ed il Comitato 3 Ottobre, nell’ambito del Progetto Cittadini del Mondo promosso dalla diocesi di Foligno con il patrocinio della Regione Umbria, dell’Ufficio scolastico regionale, della Provincia di Perugia, del Comune di Foligno. Il convegno chiude un percorso, che ha coinvolto gli studenti dell’Istituto tecnico tecnologico Leonardo Da Vinci, dal titolo “L’Europa inizia a Lampedusa”. Un progetto del MIUR nato in occasione della Giornata della memoria e dell’accoglienza del 3 ottobre, per sensibilizzare gli studenti sul tema dei migranti, promuovendo processi di accoglienza e di integrazione, incentrati su uno scambio interculturale e di conoscenza reciproca con migranti, richiedenti asilo e rifugiati. Il 3 ottobre del 2013, alle 4.30 del mattino, una nave partita la sera precedente dalla Libia affonda a pochi metri di acqua da Lampedusa. L’imbarcazione aveva bordo tra 520 e 550 persone. Nonostante i tentativi di aggrapparsi a pezzi di relitto e l’intervento di alcuni pescatori attirati dalle grida, 368 persone muoiono affogate. I superstiti furono 155. Poco tempo dopo la strage di Lampedusa, si costituisce il Comitato 3 Ottobre, con lo scopo di fare riconoscere la data quale “Giornata della Memoria e dell’Accoglienza” sia a livello nazionale che Europeo.
Il programma del convegno inizierà alle ore 9.30 con il ritrovo degli studenti presso la piazzetta 3 Ottobre. Saluto del Sindaco Nando Mismetti e di don Luigi Filippucci Direttore regionale della Migrantes e Responsabile del Progetto Cittadini del Mondo.
A seguire partirà un corteo degli studenti per le vie della città aperto dallo striscione “Proteggere le persone non i confini”.
Alle ore 10.15 presso l’Auditorium San Domenico di Foligno apertura del convegno “Io non ho paura” con i saluti di Rosa Smacchi dirigente scolastica, Donatella Porzi Presidente Assemblea Legislativa Regione Umbria, Antonella Iunti Dirigente Ufficio scolastico regionale. Moderati da Carlo Felice gli interventi di Simone Varisco dell’Ufficio ricerca della Fondazione Migrantes, di Alessandro Maria Vestrelli Dirigente Regione Umbria per il Servizio Programmazione e sviluppo della rete dei servizi sociali e integrazione socio-sanitaria, di Eleonora Bigi Dirigente Regione Umbria Sezione immigrazione, protezione internazionale, promozione della cultura della pace, di Tareke Brahme Presidente Comitato 3 ottobre.
L’incontro si concluderà alle ore 12.00 con un momento di festa curato dagli operatori dello SPRAR attraverso danze e canti che vedranno coinvolti i richiedenti asilo politico presenti a Foligno.
Il programma del convegno inizierà alle ore 9.30 con il ritrovo degli studenti presso la piazzetta 3 Ottobre. Saluto del Sindaco Nando Mismetti e di don Luigi Filippucci Direttore regionale della Migrantes e Responsabile del Progetto Cittadini del Mondo.
A seguire partirà un corteo degli studenti per le vie della città aperto dallo striscione “Proteggere le persone non i confini”.
Alle ore 10.15 presso l’Auditorium San Domenico di Foligno apertura del convegno “Io non ho paura” con i saluti di Rosa Smacchi dirigente scolastica, Donatella Porzi Presidente Assemblea Legislativa Regione Umbria, Antonella Iunti Dirigente Ufficio scolastico regionale. Moderati da Carlo Felice gli interventi di Simone Varisco dell’Ufficio ricerca della Fondazione Migrantes, di Alessandro Maria Vestrelli Dirigente Regione Umbria per il Servizio Programmazione e sviluppo della rete dei servizi sociali e integrazione socio-sanitaria, di Eleonora Bigi Dirigente Regione Umbria Sezione immigrazione, protezione internazionale, promozione della cultura della pace, di Tareke Brahme Presidente Comitato 3 ottobre.
L’incontro si concluderà alle ore 12.00 con un momento di festa curato dagli operatori dello SPRAR attraverso danze e canti che vedranno coinvolti i richiedenti asilo politico presenti a Foligno.
Movimento Focolari: Cristiani e Musulmani in cammino nel carisma dell’unità
Roma - Cristiani e musulmani insieme puntano su valori condivisi e operano per il bene comune, che si tratti di famiglia, ambiente, etica, mass media, arte e cultura, impegno sociale. È il dialogo della vita che nutre esperienze concrete di fraternità. Se ne parlerà sabato 21 aprile dalle ore 16 alle ore 19, nel corso dell’evento “Insieme per dare speranza. Cristiani e Musulmani in cammino nel carisma dell'unità”, promosso dal Movimento dei Focolari, che vedrà la partecipazione di circa 600 persone da 23 nazioni, di fede cristiana e musulmana, presenti al Centro Mariapoli di Castel Gandolfo (RM) dal 19 al 22 aprile.
In un contesto sociale segnato, soprattutto in Occidente, dalla paura del diverso, dal pregiudizio e dalla diffidenza che erige muri e da una narrativa che alimenta lo scontro e la separazione – si legge in una nota del Movimento - la testimonianza di un impegno condiviso fra cristiani e musulmani uniti per la pace, la solidarietà, lo sviluppo, l’armonia fra persone di fedi, culture e tradizioni diverse, lancia un messaggio controcorrente e getta semi di speranza. “Vivere insieme nella concordia, nel rispetto, nella solidarietà e nella pace si può. E anche lavorare insieme è possibile, condividere obiettivi comuni e cooperare per raggiungerli, senza indebolire la propria identità e il proprio patrimonio di valori, ma nel confronto leale e schietto rafforzando la conoscenza reciproca e il rispetto, privilegiando ciò che unisce rispetto a ciò che divide”.
Un cammino che viene sollecitato dal carisma dell’unità di Chiara Lubich, fondatrice dei Focolari, e che in esso trova la sua spinta propulsiva. Nel suo discorso nella Moschea Malcolm X di Harlem (New York), il 18 maggio 1997, la Lubich, che stringeva con l’Imam Wallace Deen Mohammed e con la comunità mussulmana presente un patto per lavorare insieme per la pace e l’unità, disse: “Ho sperimentato qui una profonda fraternità. È qualcosa di straordinariamente bello che non può essere che opera di Dio. Egli ci ha fatto veramente una sola famiglia per i suoi piani”. E sui fondamenti di questo cammino di comunione spiegò: “La benevolenza, la compassione, o almeno la non violenza, sono presenti in varie religioni. È comune a quasi tutte, anche se con versioni diverse, la cosiddetta Regola d'oro: ‘Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te’. Basta questa Regola d'oro per garantire il nostro legame d'amore con ogni prossimo, e basterebbe quest'amore per comporre l'umanità in una sola famiglia”.
Nel solco di quella esperienza e delle iniziative per il dialogo islamo-cristiano che nacquero in vari Paesi, l’incontro prossimo a Castel Gandolfo vuole essere un nuovo passo nel cammino verso la fraternità universale, un segno di speranza per l’umanità.
“L’educazione religiosa è attenzione alla pace”, afferma Adnane Mokrani, docente alla Pontificia Università Gregoriana e al Pontificio Istituto di studi arabi e d’islamistica (PISAI) e presidente del Cipax, che sarà presente al convegno. “In questa prospettiva non ci deve essere separazione ma solidarietà, collaborazione, unità tra gli uomini di diverse fedi che sono chiamati a lavorare insieme per il bene comune dell’umanità, a servire tutti senza distinzione”.
Per il teologo Piero Coda, Preside dell’Istituto universitario Sophia di Loppiano (FI): “Il disegno di Dio sull’umanità è un disegno di pace, di amore e di unità” e “in tutte le religioni è insita una vocazione alla pace”. E ancora: “questa via del dialogo è la via maestra per essere fedeli al messaggio di Gesù e per contribuire all’unità della famiglia umana”.
In questo spazio aperto interverranno tra gli altri Maria Voce, Presidente del Movimento dei Focolari, il card. Jean-Louis Pierre Tauran, Presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, Abdullah el Radwan, Responsabile del Centro Islamico Culturale d'Italia, Izzedin Elzir, Imam di Firenze e presidente UCOII, Piero Coda, Preside dell'Istituto Universitario Sophia, Mohammad Shomali, direttore del Centro islamico di Londra.
In un contesto sociale segnato, soprattutto in Occidente, dalla paura del diverso, dal pregiudizio e dalla diffidenza che erige muri e da una narrativa che alimenta lo scontro e la separazione – si legge in una nota del Movimento - la testimonianza di un impegno condiviso fra cristiani e musulmani uniti per la pace, la solidarietà, lo sviluppo, l’armonia fra persone di fedi, culture e tradizioni diverse, lancia un messaggio controcorrente e getta semi di speranza. “Vivere insieme nella concordia, nel rispetto, nella solidarietà e nella pace si può. E anche lavorare insieme è possibile, condividere obiettivi comuni e cooperare per raggiungerli, senza indebolire la propria identità e il proprio patrimonio di valori, ma nel confronto leale e schietto rafforzando la conoscenza reciproca e il rispetto, privilegiando ciò che unisce rispetto a ciò che divide”.
Un cammino che viene sollecitato dal carisma dell’unità di Chiara Lubich, fondatrice dei Focolari, e che in esso trova la sua spinta propulsiva. Nel suo discorso nella Moschea Malcolm X di Harlem (New York), il 18 maggio 1997, la Lubich, che stringeva con l’Imam Wallace Deen Mohammed e con la comunità mussulmana presente un patto per lavorare insieme per la pace e l’unità, disse: “Ho sperimentato qui una profonda fraternità. È qualcosa di straordinariamente bello che non può essere che opera di Dio. Egli ci ha fatto veramente una sola famiglia per i suoi piani”. E sui fondamenti di questo cammino di comunione spiegò: “La benevolenza, la compassione, o almeno la non violenza, sono presenti in varie religioni. È comune a quasi tutte, anche se con versioni diverse, la cosiddetta Regola d'oro: ‘Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te’. Basta questa Regola d'oro per garantire il nostro legame d'amore con ogni prossimo, e basterebbe quest'amore per comporre l'umanità in una sola famiglia”.
Nel solco di quella esperienza e delle iniziative per il dialogo islamo-cristiano che nacquero in vari Paesi, l’incontro prossimo a Castel Gandolfo vuole essere un nuovo passo nel cammino verso la fraternità universale, un segno di speranza per l’umanità.
“L’educazione religiosa è attenzione alla pace”, afferma Adnane Mokrani, docente alla Pontificia Università Gregoriana e al Pontificio Istituto di studi arabi e d’islamistica (PISAI) e presidente del Cipax, che sarà presente al convegno. “In questa prospettiva non ci deve essere separazione ma solidarietà, collaborazione, unità tra gli uomini di diverse fedi che sono chiamati a lavorare insieme per il bene comune dell’umanità, a servire tutti senza distinzione”.
Per il teologo Piero Coda, Preside dell’Istituto universitario Sophia di Loppiano (FI): “Il disegno di Dio sull’umanità è un disegno di pace, di amore e di unità” e “in tutte le religioni è insita una vocazione alla pace”. E ancora: “questa via del dialogo è la via maestra per essere fedeli al messaggio di Gesù e per contribuire all’unità della famiglia umana”.
In questo spazio aperto interverranno tra gli altri Maria Voce, Presidente del Movimento dei Focolari, il card. Jean-Louis Pierre Tauran, Presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, Abdullah el Radwan, Responsabile del Centro Islamico Culturale d'Italia, Izzedin Elzir, Imam di Firenze e presidente UCOII, Piero Coda, Preside dell'Istituto Universitario Sophia, Mohammad Shomali, direttore del Centro islamico di Londra.
Papa Francesco: la Chiesa ha bisogno di profeti
Città del Vaticano - «La Chiesa ha bisogno che tutti noi siamo dei profeti», cioè «uomini di speranza», sempre «diretti» e mai «tiepidi», capaci di dire al popolo «parole forti quando vanno dette» e di piangere insieme se necessario. Ecco il profilo del profeta delineato da Papa Francesco nella messa celebrata oggi a Santa Marta. All’omelia il Pontefice ha proposto un vero e proprio «test» per riconoscere il profeta autentico. Che, ha spiegato, non è un annunciatore «di sventure» o «un giudice critico» e nemmeno «un rimproveratore per ufficio». Piuttosto è un cristiano che «rimprovera quando è necessario», sempre «spalancando le porte» e rischiando di persona anche «la pelle» per «la verità» e per «risanare le radici e l’appartenenza al popolo di Dio».
«Nella prima lettura c’è il racconto del martirio di Stefano» ha fatto subito presente il Papa riferendosi al passo degli Atti degli apostoli (7,51 - 8,1). «È la fine di una lunga storia che prende due capitoli del libro» e «finisce così». Una storia, ha puntualizzato Francesco, che «incomincia quando alcuni della sinagoga dei liberti, vedendo le cose, i prodigi e la sapienza con la quale parlava Stefano, sono andati da lui per discutere; e lui discuteva con loro». Ma «loro non potevano tener testa alla sapienza e allo spirito con cui parlava, e invece di riconoscere le argomentazioni, combinarono alcune calunnie e portarono Stefano in tribunale».
«Lì in tribunale — ha proseguito il Pontefice — appena entrato, la gente che era lì vide il suo volto come quello di un angelo: trasparente, forte, luminoso». E così «Stefano incominciò a parlare loro, ma dall’inizio, e raccontò tutta la storia del popolo ebreo: Stefano non voleva discutere sull’oggi soltanto; voleva risanare le radici di quella gente che era chiusa, che aveva dimenticato la storia».
Per questa ragione «fa questa lunga spiegazione nel capitolo settimo di tutta la storia di Israele, ma alla fine si accorge che quella gente era chiusa, non voleva ascoltare». Infatti, ha insistito il Papa, «era chiusa nei suoi pensieri e Stefano rimprovera loro come anche Gesù aveva rimproverato il popolo e quasi con le stesse parole: “Testardi e incirconcisi nel cuore — cioè pagani perché avete dimenticato le radici — e nelle orecchie, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo”». Come a dire: «Voi non siete coerenti con la vita che viene dalle vostre radici».
Stefano «racconta che anche i profeti sono stati perseguitati dai “vostri padri”, cioè da coloro che come voi avevano le radici secche». Il passo degli Atti fa notare che «all’udire queste cose, erano furibondi in cuor loro: si sono arrabbiati al massimo e digrignavano i denti contro Stefano».
E questo atteggiamento, ha affermato Francesco, «fa vedere la passione scatenata: quando il profeta arriva alla verità e tocca il cuore o il cuore si apre o il cuore diventa più pietra e si scatena la rabbia, la persecuzione, come si è scatenata, poi, dopo la morte di Stefano verso tutta la comunità di Gerusalemme».
Gli Atti raccontano anche la reazione di Stefano: «Pieno di Spirito Santo, fissando il cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio e disse: “Ecco contemplo i cieli aperti e il Figlio dell'uomo che sta alla destra di Dio”». Così, ha spiegato il Papa, «quel volto di angelo che aveva all’inizio si trasforma in contemplazione e vide Dio».
Ma gli Atti testimoniano che, ascoltate le parole di Stefano, i suoi interlocutori «gridando a gran voce si turarono le orecchie». Ed «era un gesto per dire; “questo non voglio ascoltarlo”. Un gesto molto significativo» per affermare; «non voglio ascoltare queste parole che sembrano una bestemmia, perché il mio cuore non vuole ascoltare, è chiuso all’ascolto della parola». E non finisce qui, riferiscono ancora gli Atti, perché «si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori dalla città e si misero a lapidarlo: così finisce la vita di un profeta».
Del resto, ha proseguito il Pontefice, «i profeti sempre hanno avuto questi problemi di persecuzione per dire la verità, e la verità è scomoda, non è piacevole tante volte». Sempre «i profeti hanno incominciato a dire la verità con dolcezza, per convincere, come Stefano, ma alla fine non essendo ascoltati hanno parlato duro». E «anche Gesù ha detto quasi le stesse parole di Stefano: “ipocriti”».
«Qual è, per me, il test che un profeta quando parla forte dice la verità?» è stata allora la questione posta dal Papa. «È quando — ha risposto — questo profeta è capace non solo di dire, ma di piangere sul popolo che ha abbandonato la verità». E infatti «Gesù da una parte rimprovera con quelle parole dure — “generazione perversa e adultera” dice ad esempio — e dall’altra parte pianse su Gerusalemme». Proprio «questo è il test: un vero profeta è quello che è capace di piangere per il suo popolo e anche di dire le cose forti quando deve dirle. Non è tiepido, sempre è così, diretto».
Per questo, ha proseguito Francesco, «il vero profeta non è un “profeta di sventure” come diceva san Giovanni XXIII», ma «un profeta di speranza: aprire porte, risanare le radici, risanare l’appartenenza al popolo di Dio per andare avanti». Dunque «non è per ufficio un rimproveratore», anzi «è un uomo di speranza: rimprovera quando è necessario e spalanca le porte guardando l’orizzonte della speranza». Oltretutto «il vero profeta, se fa bene il suo mestiere, si gioca la pelle e lo vediamo qui, Stefano».
Gli Atti degli apostoli narrano che «alla fine i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane chiamato Saulo e questo Saulo approvava l’uccisione» di Stefano». In realtà «Saulo aveva dimenticato il significato della propria radice, conosceva la legge bene, ma qui — ha detto il Papa battendosi il petto a indicare il cuore — l’aveva dimenticata qui». Ed ecco che «poi il Signore tocca il cuore» di Saulo «e noi sappiamo cosa è successo dopo».
Una storia, ha rilanciato il Pontefice, che «ci fa ricordare una bella frase detta da uno dei primi padri della Chiesa: “Il sangue dei martiri è seme dei cristiani”». E «qui, con questo fine, muore Stefano, lapidato per essere coerente con la verità e l’appartenenza al suo popolo. E sembra dare la fiaccola» a Saulo, in quel momento «ancora nemico, che era lì ma al quale Signore parlerà e farà vedere la verità». E «questo è il seme: il seme di Stefano, il seme di un martire, il seme dei nuovi cristiani».
«La Chiesa ha bisogno dei profeti» ha affermato Francesco, aggiungendo: «Dirò di più, ha bisogno che tutti noi siamo dei profeti: non critici, questa è un’altra cosa», perché non è certo un profeta che si erge sempre a «giudice critico, al quale non piace niente: “No, questo non va bene, non va bene, non va bene, non va; questo deve essere così...”». Invece «il profeta è quello che prega, guarda Dio, guarda il suo popolo, sente dolore quando il popolo sbaglia, piange — è capace di piangere sul popolo — ma è anche capace di giocarsela bene per dire la verità».
«Chiediamo al Signore — ha concluso il Papa — che non manchi alla Chiesa questo servizio della profezia e che ci invii profeti come Stefano che aiutino a rinvigorire le nostre radici, la nostra appartenenza, per andare sempre avanti».
«Nella prima lettura c’è il racconto del martirio di Stefano» ha fatto subito presente il Papa riferendosi al passo degli Atti degli apostoli (7,51 - 8,1). «È la fine di una lunga storia che prende due capitoli del libro» e «finisce così». Una storia, ha puntualizzato Francesco, che «incomincia quando alcuni della sinagoga dei liberti, vedendo le cose, i prodigi e la sapienza con la quale parlava Stefano, sono andati da lui per discutere; e lui discuteva con loro». Ma «loro non potevano tener testa alla sapienza e allo spirito con cui parlava, e invece di riconoscere le argomentazioni, combinarono alcune calunnie e portarono Stefano in tribunale».
«Lì in tribunale — ha proseguito il Pontefice — appena entrato, la gente che era lì vide il suo volto come quello di un angelo: trasparente, forte, luminoso». E così «Stefano incominciò a parlare loro, ma dall’inizio, e raccontò tutta la storia del popolo ebreo: Stefano non voleva discutere sull’oggi soltanto; voleva risanare le radici di quella gente che era chiusa, che aveva dimenticato la storia».
Per questa ragione «fa questa lunga spiegazione nel capitolo settimo di tutta la storia di Israele, ma alla fine si accorge che quella gente era chiusa, non voleva ascoltare». Infatti, ha insistito il Papa, «era chiusa nei suoi pensieri e Stefano rimprovera loro come anche Gesù aveva rimproverato il popolo e quasi con le stesse parole: “Testardi e incirconcisi nel cuore — cioè pagani perché avete dimenticato le radici — e nelle orecchie, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo”». Come a dire: «Voi non siete coerenti con la vita che viene dalle vostre radici».
Stefano «racconta che anche i profeti sono stati perseguitati dai “vostri padri”, cioè da coloro che come voi avevano le radici secche». Il passo degli Atti fa notare che «all’udire queste cose, erano furibondi in cuor loro: si sono arrabbiati al massimo e digrignavano i denti contro Stefano».
E questo atteggiamento, ha affermato Francesco, «fa vedere la passione scatenata: quando il profeta arriva alla verità e tocca il cuore o il cuore si apre o il cuore diventa più pietra e si scatena la rabbia, la persecuzione, come si è scatenata, poi, dopo la morte di Stefano verso tutta la comunità di Gerusalemme».
Gli Atti raccontano anche la reazione di Stefano: «Pieno di Spirito Santo, fissando il cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio e disse: “Ecco contemplo i cieli aperti e il Figlio dell'uomo che sta alla destra di Dio”». Così, ha spiegato il Papa, «quel volto di angelo che aveva all’inizio si trasforma in contemplazione e vide Dio».
Ma gli Atti testimoniano che, ascoltate le parole di Stefano, i suoi interlocutori «gridando a gran voce si turarono le orecchie». Ed «era un gesto per dire; “questo non voglio ascoltarlo”. Un gesto molto significativo» per affermare; «non voglio ascoltare queste parole che sembrano una bestemmia, perché il mio cuore non vuole ascoltare, è chiuso all’ascolto della parola». E non finisce qui, riferiscono ancora gli Atti, perché «si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori dalla città e si misero a lapidarlo: così finisce la vita di un profeta».
Del resto, ha proseguito il Pontefice, «i profeti sempre hanno avuto questi problemi di persecuzione per dire la verità, e la verità è scomoda, non è piacevole tante volte». Sempre «i profeti hanno incominciato a dire la verità con dolcezza, per convincere, come Stefano, ma alla fine non essendo ascoltati hanno parlato duro». E «anche Gesù ha detto quasi le stesse parole di Stefano: “ipocriti”».
«Qual è, per me, il test che un profeta quando parla forte dice la verità?» è stata allora la questione posta dal Papa. «È quando — ha risposto — questo profeta è capace non solo di dire, ma di piangere sul popolo che ha abbandonato la verità». E infatti «Gesù da una parte rimprovera con quelle parole dure — “generazione perversa e adultera” dice ad esempio — e dall’altra parte pianse su Gerusalemme». Proprio «questo è il test: un vero profeta è quello che è capace di piangere per il suo popolo e anche di dire le cose forti quando deve dirle. Non è tiepido, sempre è così, diretto».
Per questo, ha proseguito Francesco, «il vero profeta non è un “profeta di sventure” come diceva san Giovanni XXIII», ma «un profeta di speranza: aprire porte, risanare le radici, risanare l’appartenenza al popolo di Dio per andare avanti». Dunque «non è per ufficio un rimproveratore», anzi «è un uomo di speranza: rimprovera quando è necessario e spalanca le porte guardando l’orizzonte della speranza». Oltretutto «il vero profeta, se fa bene il suo mestiere, si gioca la pelle e lo vediamo qui, Stefano».
Gli Atti degli apostoli narrano che «alla fine i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane chiamato Saulo e questo Saulo approvava l’uccisione» di Stefano». In realtà «Saulo aveva dimenticato il significato della propria radice, conosceva la legge bene, ma qui — ha detto il Papa battendosi il petto a indicare il cuore — l’aveva dimenticata qui». Ed ecco che «poi il Signore tocca il cuore» di Saulo «e noi sappiamo cosa è successo dopo».
Una storia, ha rilanciato il Pontefice, che «ci fa ricordare una bella frase detta da uno dei primi padri della Chiesa: “Il sangue dei martiri è seme dei cristiani”». E «qui, con questo fine, muore Stefano, lapidato per essere coerente con la verità e l’appartenenza al suo popolo. E sembra dare la fiaccola» a Saulo, in quel momento «ancora nemico, che era lì ma al quale Signore parlerà e farà vedere la verità». E «questo è il seme: il seme di Stefano, il seme di un martire, il seme dei nuovi cristiani».
«La Chiesa ha bisogno dei profeti» ha affermato Francesco, aggiungendo: «Dirò di più, ha bisogno che tutti noi siamo dei profeti: non critici, questa è un’altra cosa», perché non è certo un profeta che si erge sempre a «giudice critico, al quale non piace niente: “No, questo non va bene, non va bene, non va bene, non va; questo deve essere così...”». Invece «il profeta è quello che prega, guarda Dio, guarda il suo popolo, sente dolore quando il popolo sbaglia, piange — è capace di piangere sul popolo — ma è anche capace di giocarsela bene per dire la verità».
«Chiediamo al Signore — ha concluso il Papa — che non manchi alla Chiesa questo servizio della profezia e che ci invii profeti come Stefano che aiutino a rinvigorire le nostre radici, la nostra appartenenza, per andare sempre avanti».
“Migrangels”: nasce la rivista online di formazione e informazione sociale sui temi dell’integrazione e del dialogo
Roma - È nata “Migrangels” la rivista di informazione sociale di “Agape srl Impresa sociale” che si propone di promuovere la conoscenza del fenomeno migratorio e della cultura del dialogo e dell’integrazione. La direzione della nuova testata, della campagna di informazione e formazione nelle scuole e dell’ufficio stampa è stata affidata a Carmine Alboretti, giornalista professionista e già vicedirettore del quotidiano di informazione “la Discussione”, fondato da Alcide De Gasperi.
“Il nostro intento - spiega - è quello di far conoscere il tema delle migrazioni in tutta la sua complessità, ponendo in evidenza la centralità della persona umana. Il tutto realizzando un’azione editoriale ed educativa che mira a coinvolgere studenti e giovani richiedenti protezione internazionale in azioni di sensibilizzazione, informazione e comunicazione sui temi della solidarietà sociale, dell’integrazione e del contrasto a tutte le forme di discriminazione”.
“Siamo convinti - aggiunge Massimo Esposito, amministratore unico di Agape Impresa sociale - facendo leva sulla professionalità dei nostri operatori e sul background del direttore Alboretti di contribuire alla formazione di una nuova sensibilità, anche giornalistica, sul tema delle migrazioni, in linea con i principi della cd. “Carta di Roma”.
I vari numeri di “Migrangels” saranno distribuiti gratuitamente attraverso internet a istituzioni, cittadini, autorità, associazioni e comunità religiose.
Dal prossimo numero la rivista sarà multilingue e la stessa sarà affiancata da una App per informazioni in tempo reale sull’immigrazione e da una web radio, realizzata anche attraverso la collaborazione dei cittadini stranieri richiedenti protezione internazionale ospiti dei Centri di Accoglienza Straordinaria gestiti da Agape.
“Il nostro intento - spiega - è quello di far conoscere il tema delle migrazioni in tutta la sua complessità, ponendo in evidenza la centralità della persona umana. Il tutto realizzando un’azione editoriale ed educativa che mira a coinvolgere studenti e giovani richiedenti protezione internazionale in azioni di sensibilizzazione, informazione e comunicazione sui temi della solidarietà sociale, dell’integrazione e del contrasto a tutte le forme di discriminazione”.
“Siamo convinti - aggiunge Massimo Esposito, amministratore unico di Agape Impresa sociale - facendo leva sulla professionalità dei nostri operatori e sul background del direttore Alboretti di contribuire alla formazione di una nuova sensibilità, anche giornalistica, sul tema delle migrazioni, in linea con i principi della cd. “Carta di Roma”.
I vari numeri di “Migrangels” saranno distribuiti gratuitamente attraverso internet a istituzioni, cittadini, autorità, associazioni e comunità religiose.
Dal prossimo numero la rivista sarà multilingue e la stessa sarà affiancata da una App per informazioni in tempo reale sull’immigrazione e da una web radio, realizzata anche attraverso la collaborazione dei cittadini stranieri richiedenti protezione internazionale ospiti dei Centri di Accoglienza Straordinaria gestiti da Agape.
Caritas: l’intervento del card. Bassetti al convegno nazionale
Abano Terme - Cammino, luce e speranza, fiducia e ascolto. Queste le parole chiave emerse dalle testimonianze dei giovani intervenuti ieri in apertura del 40° Convegno nazionale delle Caritas diocesane in corso ad Abano Terme (PD).
Parole ribadite anche dal Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, card. Gualtiero Bassetti, nel suo intervento dal titolo “Per uno sviluppo di comunità: il ruolo dei giovani”.
“Una volta che come Chiesa – ha sottolineato il cardinale - abbiamo chiarito la necessità di un accompagnamento e un’accoglienza autenticamente eucaristica dei giovani, possiamo provare, sulla base della nostra esperienza e della nostra storia, ad aiutarli ad individuare le sfide che si trovano a dover affrontare”. Ha poi aggiunto: “Per questo esprimo la mia gratitudine per le iniziative preziose e coraggiose che la creatività pastorale della nostra Chiesa sa mettere in campo” con un approccio non paternalistico, fondato “sul rigore dello studio e dell’approfondimento, sulla consapevolezza della dimensione internazionale delle sfide, ma anche delle risorse per affrontarle”. Infine un’osservazione e un auspicio: “Se prendiamo la nostra carta costituzionale troviamo una magna carta: il progetto del superamento della democrazia liberale per la democrazia sostanziale, quindi solidale. Vi sono i valori, fondati sul rispetto della dignità della persona, che hanno permesso al nostro Paese di affrontare le crisi più difficili; essi sono, per di più, il cardine di una crescita economica – in un passato non così lontano - fra le più sorprendenti del mondo. Uno sviluppo tanto più solido e forte quanto più inclusivo e capace di esprimere la cultura solidale del nostro paese…Occorre mettere in moto la speranza: l’umanità nel suo insieme è capace di dare risposte coerenti alle sfide che la riguardano… Davvero o ci si salva tutti insieme o non si salva nessuno”.
Dopo l’intervento del card. Bassetti, c’è stato un ricordo di mons. Giovanni Nervo e di mons. Giuseppe Pasini da parte di Tiziano Vecchiato, direttore Fondazione “Emanuela Zancan” e di don Andrea Toniolo, preside della Facoltà Teologica del Triveneto.
Nel pomeriggio i gruppi di confronto, orientati da un lato dalla volontà di sollecitare il protagonismo dei giovani, dar loro voce, non come spettatori del convegno, ma come attori principali con le loro esperienze, dall’altro lato dalla necessità di considerarli non come categoria sociologica, ma avendo la fortuna come Caritas di incontrarli in vari ambiti del nostro agire, partire proprio dalle loro storie, dal loro vissuto, dalla ricchezza dell’incontro che abbiamo con loro.
Da otto diocesi – Oria, Agrigento, Torino, Aversa, Pescia, Biella, Sassari – progetti e attività che vedono i giovani come protagonisti e da cui possono emergere orientamenti e piste di lavoro. A tutto questo si è aggiunto anche un momento specifico di confronto su rischi e opportunità di web e social media dove c’è stato spazio per progetti di altre due diocesi: Benevento sul tema più generale della comunicazione e la stessa Padova, con un esperimento di coinvolgimento e protagonismo dei giovani in vista del Sinodo a cura dell'Ufficio di Pastorale dei Giovani.
In precedenza c’era stata la presentazione da parte della Caritas diocesana di Padova del sito www.esperienzedivolontariato.it che raccoglie e promuove esperienze di volontariato “chiavi in mano” per giovani.
I tavoli di confronto proseguiranno anche domani, sempre nel pomeriggio. In mattinata invece i Convegnisti si recheranno presso l’Opera della Provvidenza Sant’ Antonio per la presentazione delle esperienze diocesane per lo sviluppo di comunità, con i giovani.
Parole ribadite anche dal Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, card. Gualtiero Bassetti, nel suo intervento dal titolo “Per uno sviluppo di comunità: il ruolo dei giovani”.
“Una volta che come Chiesa – ha sottolineato il cardinale - abbiamo chiarito la necessità di un accompagnamento e un’accoglienza autenticamente eucaristica dei giovani, possiamo provare, sulla base della nostra esperienza e della nostra storia, ad aiutarli ad individuare le sfide che si trovano a dover affrontare”. Ha poi aggiunto: “Per questo esprimo la mia gratitudine per le iniziative preziose e coraggiose che la creatività pastorale della nostra Chiesa sa mettere in campo” con un approccio non paternalistico, fondato “sul rigore dello studio e dell’approfondimento, sulla consapevolezza della dimensione internazionale delle sfide, ma anche delle risorse per affrontarle”. Infine un’osservazione e un auspicio: “Se prendiamo la nostra carta costituzionale troviamo una magna carta: il progetto del superamento della democrazia liberale per la democrazia sostanziale, quindi solidale. Vi sono i valori, fondati sul rispetto della dignità della persona, che hanno permesso al nostro Paese di affrontare le crisi più difficili; essi sono, per di più, il cardine di una crescita economica – in un passato non così lontano - fra le più sorprendenti del mondo. Uno sviluppo tanto più solido e forte quanto più inclusivo e capace di esprimere la cultura solidale del nostro paese…Occorre mettere in moto la speranza: l’umanità nel suo insieme è capace di dare risposte coerenti alle sfide che la riguardano… Davvero o ci si salva tutti insieme o non si salva nessuno”.
Dopo l’intervento del card. Bassetti, c’è stato un ricordo di mons. Giovanni Nervo e di mons. Giuseppe Pasini da parte di Tiziano Vecchiato, direttore Fondazione “Emanuela Zancan” e di don Andrea Toniolo, preside della Facoltà Teologica del Triveneto.
Nel pomeriggio i gruppi di confronto, orientati da un lato dalla volontà di sollecitare il protagonismo dei giovani, dar loro voce, non come spettatori del convegno, ma come attori principali con le loro esperienze, dall’altro lato dalla necessità di considerarli non come categoria sociologica, ma avendo la fortuna come Caritas di incontrarli in vari ambiti del nostro agire, partire proprio dalle loro storie, dal loro vissuto, dalla ricchezza dell’incontro che abbiamo con loro.
Da otto diocesi – Oria, Agrigento, Torino, Aversa, Pescia, Biella, Sassari – progetti e attività che vedono i giovani come protagonisti e da cui possono emergere orientamenti e piste di lavoro. A tutto questo si è aggiunto anche un momento specifico di confronto su rischi e opportunità di web e social media dove c’è stato spazio per progetti di altre due diocesi: Benevento sul tema più generale della comunicazione e la stessa Padova, con un esperimento di coinvolgimento e protagonismo dei giovani in vista del Sinodo a cura dell'Ufficio di Pastorale dei Giovani.
In precedenza c’era stata la presentazione da parte della Caritas diocesana di Padova del sito www.esperienzedivolontariato.it che raccoglie e promuove esperienze di volontariato “chiavi in mano” per giovani.
I tavoli di confronto proseguiranno anche domani, sempre nel pomeriggio. In mattinata invece i Convegnisti si recheranno presso l’Opera della Provvidenza Sant’ Antonio per la presentazione delle esperienze diocesane per lo sviluppo di comunità, con i giovani.
8xmille: storie di speranza
Roma – Da domenica scorsa, 15 aprile, con una serie di 9 interventi realizzati in Italia e nei Paesi in via di sviluppo, è tornata la campagna di comunicazione 8xmille della Conferenza Episcopale Italiana Chiedilo a loro..
In evidenza alcuni tra i progetti realizzati grazie alle firme dei contribuenti, scelti tra le migliaia sostenuti in questi anni.
“Abbiamo voluto raccontare da vicino la Chiesa in uscita che oggi in Italia annuncia il Vangelo in Parola e opere. In tutta Italia sacerdoti e progetti ecclesiali restituiscono ai giovani spazi, fiducia e formazione, dai doposcuola di qualità all’avviamento professionale. Aiutano concretamente le famiglie, gli anziani e soccorrono i più fragili con migliaia di progetti diocesani – spiega Matteo Calabresi, responsabile del Servizio promozione CEI per il sostegno economico alla Chiesa – Siamo impegnati a rendicontare l’utilizzo dei fondi che ogni anno i contribuenti italiani destinano liberamente alla Chiesa Cattolica. La campagna di comunicazione mostra alcuni di questi interventi ed invita ad esplorare sul web la Mappa 8xmille, in continuo aggiornamento. Obiettivo è far scoprire il valore della condivisione e la diffusione sul territorio di questi piani di misericordia, dai contributi ricevuti alla realizzazione”.
La campagna media CEI, per la regia di Stefano Palombi, con la fotografia di Francesco Zizola e il tema musicale tratto da The Time of Times di Badly Drown Boy, è disponibile anche quest’anno su tv e web (con gli spot da 30” e da 15”), radio, stampa e affissione.
I video resteranno disponibili on line sul sito www.8xmille.it, dove è consultabile anche la rendicontazione attuale e storica, oltre alla geo-localizzazione per diocesi, regione e comune della destinazione dei fondi in Italia e nel Terzo mondo.
Nel mediacenter di Chiesacattolica.it è disponibile anche il video “Mi fido di lui” (regia e musiche originali di Giovanni Panozzo) sul progetto vincitore dell’edizione 2017 del concorso TuttixTutti, assegnato alla parrocchia San Lazzaro di Lecce, affidata a don Pietro Liquori, dove è stata avviata la ‘Fattoria dell’interazione’, un piano di formazione-lavoro per i ‘nuovi poveri’ in un’azienda agricola multifunzionale.
La proclamazione dei vincitori dell’edizione 2018 è fissata per il 30 giugno prossimo.
In evidenza alcuni tra i progetti realizzati grazie alle firme dei contribuenti, scelti tra le migliaia sostenuti in questi anni.
“Abbiamo voluto raccontare da vicino la Chiesa in uscita che oggi in Italia annuncia il Vangelo in Parola e opere. In tutta Italia sacerdoti e progetti ecclesiali restituiscono ai giovani spazi, fiducia e formazione, dai doposcuola di qualità all’avviamento professionale. Aiutano concretamente le famiglie, gli anziani e soccorrono i più fragili con migliaia di progetti diocesani – spiega Matteo Calabresi, responsabile del Servizio promozione CEI per il sostegno economico alla Chiesa – Siamo impegnati a rendicontare l’utilizzo dei fondi che ogni anno i contribuenti italiani destinano liberamente alla Chiesa Cattolica. La campagna di comunicazione mostra alcuni di questi interventi ed invita ad esplorare sul web la Mappa 8xmille, in continuo aggiornamento. Obiettivo è far scoprire il valore della condivisione e la diffusione sul territorio di questi piani di misericordia, dai contributi ricevuti alla realizzazione”.
La campagna media CEI, per la regia di Stefano Palombi, con la fotografia di Francesco Zizola e il tema musicale tratto da The Time of Times di Badly Drown Boy, è disponibile anche quest’anno su tv e web (con gli spot da 30” e da 15”), radio, stampa e affissione.
I video resteranno disponibili on line sul sito www.8xmille.it, dove è consultabile anche la rendicontazione attuale e storica, oltre alla geo-localizzazione per diocesi, regione e comune della destinazione dei fondi in Italia e nel Terzo mondo.
Nel mediacenter di Chiesacattolica.it è disponibile anche il video “Mi fido di lui” (regia e musiche originali di Giovanni Panozzo) sul progetto vincitore dell’edizione 2017 del concorso TuttixTutti, assegnato alla parrocchia San Lazzaro di Lecce, affidata a don Pietro Liquori, dove è stata avviata la ‘Fattoria dell’interazione’, un piano di formazione-lavoro per i ‘nuovi poveri’ in un’azienda agricola multifunzionale.
La proclamazione dei vincitori dell’edizione 2018 è fissata per il 30 giugno prossimo.
Acli Bologna: giovedì si presenta una ricerca sulla situazione degli immigrati
Bologna - Giovedì 19 aprile alle ore 17, presso la Libreria Mondadori di via D’Azeglio 34, le Acli di Bologna presenteranno una ricerca sulla situazione degli immigrati a Bologna. I dati, raccolti presso il Servizio Immigrati del Patronato, sono corredati dalla presentazione di una ventina di “storie di vita”. Il volume, pubblicato per la Franco Angeli, sarà presentato dall’arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi e dal direttore di Avvenire, Marco Tarquinio. Dall’analisi emerge come “l’81,4% degli immigrati che vive a Bologna sia arrivato in Italia per motivi di lavoro, il 22,1% abbia raggiunto il nostro Paese con una laurea già conseguita e il 39% con un diploma di scuola media superiore. Solamente lo 0,7% dichiara di non aver conseguito nessun titolo di studio”.
I risultati analizzati dalle Acli di Bologna rispecchiano il target principale dell’utenza dell’Associazione, che è quello dei lavoratori domestici, fra i quali la presenza maggiore risulta essere quella “storica” della comunità filippina (24,8%), seguita da quella moldava (22,4%) e da quella ucraina (13,8%). Fra questi, il 23% ha dichiarato di aver scelto questa professione perché si trattava della più facile da trovare, il 13,1% perché l’unica che gli è stata proposta: “Le Acli di Bologna stanno sviluppando progetti rivolti proprio alla valorizzazione delle competenze professionali e trasversali dei migranti, perché la ricerca ha evidenziato come la stigmatizzazione di essi comporti una dequalificazione costante delle mansioni cui sono adibiti i lavoratori immigrati – afferma il presidente provinciale delle Acli, Filippo Diaco, curatore del volume -. Vige il luogo comune che tutti i filippini debbano fare i domestici, che tutti i bengalesi debbano vendere frutta e verdura e via dicendo: grazie a questa ricerca ci siamo interrogati su tale situazione e abbiamo trovato soluzioni operative per far emergere e valorizzare le professionalità degli immigrati presenti in città, dal momento che, crediamo, la vera integrazione passa soprattutto dalla piena realizzazione di sé, anche dal punto di vista lavorativo”. La ricerca, dunque, si è rivelata una base utile a sviluppare proposte concrete in termini di inclusione sociale e professionale: “Una difficoltà denunciata dal 28,3% degli intervistati riguarda l’apprendimento della lingua: per questo, le Acli propongono costantemente i corsi di italiano per stranieri”, osserva Diaco. Per il 14,1%, invece, l’ostacolo principale è la burocrazia legata all’ottenimento del titolo di soggiorno: “Permangono notevoli difficoltà in questo senso, per cui il nostro Patronato si mette a disposizione dei cittadini affinché la burocrazia non diventi un pretesto per non regolarizzare il soggiorno. Non a caso – afferma il presidente – solo l’1% del campione ha affermato di essersi sentito, almeno una volta, discriminato dagli italiani”.
I risultati analizzati dalle Acli di Bologna rispecchiano il target principale dell’utenza dell’Associazione, che è quello dei lavoratori domestici, fra i quali la presenza maggiore risulta essere quella “storica” della comunità filippina (24,8%), seguita da quella moldava (22,4%) e da quella ucraina (13,8%). Fra questi, il 23% ha dichiarato di aver scelto questa professione perché si trattava della più facile da trovare, il 13,1% perché l’unica che gli è stata proposta: “Le Acli di Bologna stanno sviluppando progetti rivolti proprio alla valorizzazione delle competenze professionali e trasversali dei migranti, perché la ricerca ha evidenziato come la stigmatizzazione di essi comporti una dequalificazione costante delle mansioni cui sono adibiti i lavoratori immigrati – afferma il presidente provinciale delle Acli, Filippo Diaco, curatore del volume -. Vige il luogo comune che tutti i filippini debbano fare i domestici, che tutti i bengalesi debbano vendere frutta e verdura e via dicendo: grazie a questa ricerca ci siamo interrogati su tale situazione e abbiamo trovato soluzioni operative per far emergere e valorizzare le professionalità degli immigrati presenti in città, dal momento che, crediamo, la vera integrazione passa soprattutto dalla piena realizzazione di sé, anche dal punto di vista lavorativo”. La ricerca, dunque, si è rivelata una base utile a sviluppare proposte concrete in termini di inclusione sociale e professionale: “Una difficoltà denunciata dal 28,3% degli intervistati riguarda l’apprendimento della lingua: per questo, le Acli propongono costantemente i corsi di italiano per stranieri”, osserva Diaco. Per il 14,1%, invece, l’ostacolo principale è la burocrazia legata all’ottenimento del titolo di soggiorno: “Permangono notevoli difficoltà in questo senso, per cui il nostro Patronato si mette a disposizione dei cittadini affinché la burocrazia non diventi un pretesto per non regolarizzare il soggiorno. Non a caso – afferma il presidente – solo l’1% del campione ha affermato di essersi sentito, almeno una volta, discriminato dagli italiani”.
Papa Francesco al convegno Caritas: una dedizione sempre più piena alla causa degli ultimi e dei poveri
Abano Terme - “Una dedizione sempre più piena alla causa degli ultimi e dei poveri, giungendo fino alle periferie umane ed esistenziali dell’odierna società per essere autentici apostoli della carità, animati dagli stessi sentimenti dell’unico Maestro e Buon Samaritano dell’umanità”. Questo l’auspicio che tramite il Segretario di Stato card. Pietro Parolin, Papa Francesco ha fatto pervenire al card. Francesco Montenegro Presidente di Caritas Italiana e agli oltre 600 direttori e operatori riuniti da ieri pomeriggio fino a giovedì 19 aprile per il 40° Convegno nazionale ad Abano Terme.
Al messaggio del Papa si è aggiunto anche quello del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “La nostra comunità nazionale – ha sottolineato il Presidente - ha apprezzato negli anni il lavoro tenace delle Caritas diocesane, la fedeltà quotidiana alle persone, l’impegno sincero ad includere, ad emancipare dal bisogno, a rispettare la dignità e la libertà di ciascuno…Costruire insieme un umanesimo condiviso richiede dialogo e apertura, amicizia e impegno, solidarietà e progettualità, capacità di affrontare il tempo nuovo con visione e ideali, superando sterili spinte all’individualismo che rischiano di alimentare egoismi, paura, sfiducia”.
Particolarmente significativa è la sede di questo 40° Convegno, Abano Terme, in quanto, come hanno ricordato papa Francesco nel suo messaggio e lo stesso card. Montenegro nel suo saluto introduttivo, si trova nella diocesi di mons. Giovanni Nervo, primo presidente e di mons. Giuseppe Pasini, due sacerdoti che con il loro pensiero e la loro testimonianza di vita hanno lasciato alla Chiesa un'eredità che continua a produrre proposte nuove e frutti di autentica misericordia e carità. E proprio dal territorio è arrivato anche il plauso del Governatore del Veneto, Luca Zaia, che in un messaggio al delegato regionale delle Caritas del Nord Est, don Marino Callegari, ha sottolineato come in “un sistema unico di presa in carico delle situazioni di impoverimento e di marginalità…gli sportelli e i centri di ascolto delle Caritas sono le prime antenne nel territorio, interfacciandosi con i problemi e i nuovi volti della povertà”.
Giovani e comunità sono state le due parole-chiave del confronto che si è aperto con la preghiera presieduta da mons. Carlo Redaelli, arcivescovo di Gorizia e membro di presidenza di Caritas Italiana e il saluto delle Autorità presenti. Con il coordinamento della giornalista Micaela Faggiani è stato dato spazio a esperienze e voci di giovani. Voci che hanno parlato di contatto con la povertà di strada e del Sud del mondo, di carcere, droga, mancanza di lavoro e di prospettive. Ma anche di speranza, di fede, di servizio, di vita nuova nata proprio dalle esperienze e dagli errori fatti. “Lasciamoci dunque interpellare e poniamoci in ascolto in maniera sempre nuova, dinamica, generativa – ha esortato il card. Montenegro - per opporre alla società dello ‘scarto’ un nuovo modello che non metta da parte gli esclusi; per costruire un ecosistema favorevole all’uomo, verso quella ‘ecologia integrale’ indicata da Papa Francesco nella Laudato Si’, in cui il valore della solidarietà unito a quello dell’assunzione di responsabilità, personale e collettiva, possono produrre risultati concreti. Utopie? Forse. Ma – come sottolineava don Tonino Bello al quale venerdì prossimo, a 25 anni dalla morte, anche papa Francesco renderà omaggio recandosi ad Alessano e Molfetta – così a portata di mano, che possono finalmente diventare carne e sangue sull’altare della vita”. “I poveri – ha aggiunto il cardinale - da noi oltre al servizio si aspettano l’amicizia. Dobbiamo avere uno sguardo nuovo, imparare a stare accanto a loro, anche senza dare risposte e costruire insieme comunità frizzanti, aperte e non chiuse come ripostigli.
Oggi, in mattinata, dopo la preghiera e la lectio guidata da p. Ermes Ronchi, è atteso l’intervento del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, card. Gualtiero Bassetti.
Al messaggio del Papa si è aggiunto anche quello del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “La nostra comunità nazionale – ha sottolineato il Presidente - ha apprezzato negli anni il lavoro tenace delle Caritas diocesane, la fedeltà quotidiana alle persone, l’impegno sincero ad includere, ad emancipare dal bisogno, a rispettare la dignità e la libertà di ciascuno…Costruire insieme un umanesimo condiviso richiede dialogo e apertura, amicizia e impegno, solidarietà e progettualità, capacità di affrontare il tempo nuovo con visione e ideali, superando sterili spinte all’individualismo che rischiano di alimentare egoismi, paura, sfiducia”.
Particolarmente significativa è la sede di questo 40° Convegno, Abano Terme, in quanto, come hanno ricordato papa Francesco nel suo messaggio e lo stesso card. Montenegro nel suo saluto introduttivo, si trova nella diocesi di mons. Giovanni Nervo, primo presidente e di mons. Giuseppe Pasini, due sacerdoti che con il loro pensiero e la loro testimonianza di vita hanno lasciato alla Chiesa un'eredità che continua a produrre proposte nuove e frutti di autentica misericordia e carità. E proprio dal territorio è arrivato anche il plauso del Governatore del Veneto, Luca Zaia, che in un messaggio al delegato regionale delle Caritas del Nord Est, don Marino Callegari, ha sottolineato come in “un sistema unico di presa in carico delle situazioni di impoverimento e di marginalità…gli sportelli e i centri di ascolto delle Caritas sono le prime antenne nel territorio, interfacciandosi con i problemi e i nuovi volti della povertà”.
Giovani e comunità sono state le due parole-chiave del confronto che si è aperto con la preghiera presieduta da mons. Carlo Redaelli, arcivescovo di Gorizia e membro di presidenza di Caritas Italiana e il saluto delle Autorità presenti. Con il coordinamento della giornalista Micaela Faggiani è stato dato spazio a esperienze e voci di giovani. Voci che hanno parlato di contatto con la povertà di strada e del Sud del mondo, di carcere, droga, mancanza di lavoro e di prospettive. Ma anche di speranza, di fede, di servizio, di vita nuova nata proprio dalle esperienze e dagli errori fatti. “Lasciamoci dunque interpellare e poniamoci in ascolto in maniera sempre nuova, dinamica, generativa – ha esortato il card. Montenegro - per opporre alla società dello ‘scarto’ un nuovo modello che non metta da parte gli esclusi; per costruire un ecosistema favorevole all’uomo, verso quella ‘ecologia integrale’ indicata da Papa Francesco nella Laudato Si’, in cui il valore della solidarietà unito a quello dell’assunzione di responsabilità, personale e collettiva, possono produrre risultati concreti. Utopie? Forse. Ma – come sottolineava don Tonino Bello al quale venerdì prossimo, a 25 anni dalla morte, anche papa Francesco renderà omaggio recandosi ad Alessano e Molfetta – così a portata di mano, che possono finalmente diventare carne e sangue sull’altare della vita”. “I poveri – ha aggiunto il cardinale - da noi oltre al servizio si aspettano l’amicizia. Dobbiamo avere uno sguardo nuovo, imparare a stare accanto a loro, anche senza dare risposte e costruire insieme comunità frizzanti, aperte e non chiuse come ripostigli.
Oggi, in mattinata, dopo la preghiera e la lectio guidata da p. Ermes Ronchi, è atteso l’intervento del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, card. Gualtiero Bassetti.
Foligno: giovedì convegno su “Io non ho paura”
Foligno - Giovedì 19 aprile si aprirà la Settimana “Giovani Idee per il Territorio” con un convegno dal titolo “Io non ho paura” realizzato in collaborazione con l’Istituto tecnico tecnologico Leonardo Da Vinci ed il Comitato 3 Ottobre, nell’ambito del Progetto Cittadini del Mondo promosso dalla diocesi di Foligno con il patrocinio della Regione Umbria, dell’Ufficio scolastico regionale, della Provincia di Perugia, del Comune di Foligno. Il convegno chiude un percorso, che ha coinvolto gli studenti dell’Istituto tecnico tecnologico Leonardo Da Vinci, dal titolo “L’Europa inizia a Lampedusa”. Un progetto del MIUR nato in occasione della Giornata della memoria e dell’accoglienza del 3 ottobre, per sensibilizzare gli studenti sul tema dei migranti, promuovendo processi di accoglienza e di integrazione, incentrati su uno scambio interculturale e di conoscenza reciproca con migranti, richiedenti asilo e rifugiati. Il 3 ottobre del 2013, alle 4.30 del mattino, una nave partita la sera precedente dalla Libia affonda a pochi metri di acqua da Lampedusa. L’imbarcazione aveva bordo tra 520 e 550 persone. Nonostante i tentativi di aggrapparsi a pezzi di relitto e l’intervento di alcuni pescatori attirati dalle grida, 368 persone muoiono affogate. I superstiti furono 155. Poco tempo dopo la strage di Lampedusa, si costituisce il Comitato 3 Ottobre, con lo scopo di fare riconoscere la data quale “Giornata della Memoria e dell’Accoglienza” sia a livello nazionale che Europeo.
Il programma del convegno inizierà alle ore 9.30 con il ritrovo degli studenti presso la piazzetta 3 Ottobre. Saluto del Sindaco Nando Mismetti e di don Luigi Filippucci Direttore regionale della Migrantes e Responsabile del Progetto Cittadini del Mondo.
A seguire partirà un corteo degli studenti per le vie della città aperto dallo striscione “Proteggere le persone non i confini”.
Alle ore 10.15 presso l’Auditorium San Domenico di Foligno apertura del convegno “Io non ho paura” con i saluti di Rosa Smacchi dirigente scolastica, Donatella Porzi Presidente Assemblea Legislativa Regione Umbria, Antonella Iunti Dirigente Ufficio scolastico regionale. Moderati da Carlo Felice gli interventi di Simone Varisco dell’Ufficio ricerca della Fondazione Migrantes, di Alessandro Maria Vestrelli Dirigente Regione Umbria per il Servizio Programmazione e sviluppo della rete dei servizi sociali e integrazione socio-sanitaria, di Eleonora Bigi Dirigente Regione Umbria Sezione immigrazione, protezione internazionale, promozione della cultura della pace, di Tareke Brahme Presidente Comitato 3 ottobre.
L’incontro si concluderà alle ore 12.00 con un momento di festa curato dagli operatori dello SPRAR attraverso danze e canti che vedranno coinvolti i richiedenti asilo politico presenti a Foligno.
Il programma del convegno inizierà alle ore 9.30 con il ritrovo degli studenti presso la piazzetta 3 Ottobre. Saluto del Sindaco Nando Mismetti e di don Luigi Filippucci Direttore regionale della Migrantes e Responsabile del Progetto Cittadini del Mondo.
A seguire partirà un corteo degli studenti per le vie della città aperto dallo striscione “Proteggere le persone non i confini”.
Alle ore 10.15 presso l’Auditorium San Domenico di Foligno apertura del convegno “Io non ho paura” con i saluti di Rosa Smacchi dirigente scolastica, Donatella Porzi Presidente Assemblea Legislativa Regione Umbria, Antonella Iunti Dirigente Ufficio scolastico regionale. Moderati da Carlo Felice gli interventi di Simone Varisco dell’Ufficio ricerca della Fondazione Migrantes, di Alessandro Maria Vestrelli Dirigente Regione Umbria per il Servizio Programmazione e sviluppo della rete dei servizi sociali e integrazione socio-sanitaria, di Eleonora Bigi Dirigente Regione Umbria Sezione immigrazione, protezione internazionale, promozione della cultura della pace, di Tareke Brahme Presidente Comitato 3 ottobre.
L’incontro si concluderà alle ore 12.00 con un momento di festa curato dagli operatori dello SPRAR attraverso danze e canti che vedranno coinvolti i richiedenti asilo politico presenti a Foligno.
Concluso il “SAnREMO ITALIANI 2018”
Ferrandina - “Il nostro canto libero” eseguito da due ragazzi nigeriani non ha vinto il “SAnREMO ITALIANI 2018”, che si è svolto il 13 aprile a Ferrandina (Mt), ma ha racchiuso in un titolo tutto il significato e il successo di questa particolare manifestazione canora.
“SAnREMO ITALIANI”, nato nell’ambito dell’insegnamento della lingua italiana alle persone migranti nei centri accoglienza della cooperativa Auxilium in Basilicata, infatti, è divenuto in pochi anni un modello a livello nazionale, che permette a chi è arrivato da noi fuggendo da guerre e miseria di esprimersi e integrarsi. Tanti i messaggi di saluto che hanno accompagnato la serata, che ha visto una trentina di ragazzi migranti, arrivati da tutti i centri Auxilium in Italia, cantare 18 grandi successi della musica pop italiana. Il primo messaggio video è stato quello di Carlo Conti, che ha dato appuntamento ai vincitori del SAnREMO ITALIANI ad Assisi, dove, come lo scorso anno, saranno invitati in diretta RaiUno a raccontarsi e a esibirsi sul palco di “Con Il cuore nel nome di Francesco”. Poi i saluti in diretta di Padre Enzo Fortunato, Direttore della Sala stampa del Sacro Convento di Assisi, il quale, riprendendo Carlo Conti, ha augurato a tutti di “recuperare il nostro cuore, perché se gli italiani agiscono partendo dal loro cuore buono, il mondo cambia”. Altra pausa per la telefonata in diretta di Albano Carrisi che si è complimentato per l’iniziativa e ha salutato il pubblico e i ragazzi in gara. Gara che è stata vinta a parimerito da due ragazzi africani del CARA di Brindisi: Emmanuel David con “A chi” e Mike Eghe con “Rose rosse”. In prima fila a Ferrandina c’erano il vescovo di Matera Antonio Giuseppe Caiazzo, il Prefetto di Matera Antonella Bellomo, il Sottosegretario al Ministero dell’istruzione e della Ricerca Vito De Filippo, il Segretario Generale della Fondazione Matera 2019 Giovanni Oliva. Il Prefetto di Matera al termine della manifestazione ha dichiarato: “Penso che questo modello abbia un valore enorme, perché i migranti si rendono protagonisti e si esprimono in quello che meglio sanno fare. Hanno imparato bene l’Italiano con un sistema innovativo, ma il valore maggiore consiste nel dargli modo di farsi conoscere, nel permettergli di manifestare la loro identità e personalità”. Il vescovo di Matera, mons. Giuseppe Caiazzo, ha detto salutando tutti i presenti: “Abbiamo bisogno di essere veri. Di guardarci negli occhi e capire che, pur nella diversità, deve esserci sempre la possibilità dell’incontro. Perché siamo tutti uomini e una serata come questa aumenta la nostra umanità. Angelo Chiorazzo, fondatore di Auxilium, ha salutato e ringraziato tutti, inquadrando questo modello di integrazione con la crisi migratoria e la situazione nel Mediterraneo: “Questa serata ci dice che vivere insieme è possibile e addirittura facile. Ma non possiamo dimenticare che gran parte dei ragazzi, che abbiamo ascoltato sono reduci dai lager libici, dove centinaia di migliaia di persone come loro sono oggi rinchiuse in condizioni disumane. L’Europa non può chiudergli le porte”. Ed ha aggiunto: “Quello che sta accadendo questi giorni in Siria deve interrogarci sul fatto che ci sono milioni di persone in fuga. E questa manifestazione canora ci aiuta a capire che nel mondo non è in atto una guerra di religione, perché è stata una serata che ci ha emozionato e ci ha fatto percepire che siamo tutti fratelli”
“SAnREMO ITALIANI”, nato nell’ambito dell’insegnamento della lingua italiana alle persone migranti nei centri accoglienza della cooperativa Auxilium in Basilicata, infatti, è divenuto in pochi anni un modello a livello nazionale, che permette a chi è arrivato da noi fuggendo da guerre e miseria di esprimersi e integrarsi. Tanti i messaggi di saluto che hanno accompagnato la serata, che ha visto una trentina di ragazzi migranti, arrivati da tutti i centri Auxilium in Italia, cantare 18 grandi successi della musica pop italiana. Il primo messaggio video è stato quello di Carlo Conti, che ha dato appuntamento ai vincitori del SAnREMO ITALIANI ad Assisi, dove, come lo scorso anno, saranno invitati in diretta RaiUno a raccontarsi e a esibirsi sul palco di “Con Il cuore nel nome di Francesco”. Poi i saluti in diretta di Padre Enzo Fortunato, Direttore della Sala stampa del Sacro Convento di Assisi, il quale, riprendendo Carlo Conti, ha augurato a tutti di “recuperare il nostro cuore, perché se gli italiani agiscono partendo dal loro cuore buono, il mondo cambia”. Altra pausa per la telefonata in diretta di Albano Carrisi che si è complimentato per l’iniziativa e ha salutato il pubblico e i ragazzi in gara. Gara che è stata vinta a parimerito da due ragazzi africani del CARA di Brindisi: Emmanuel David con “A chi” e Mike Eghe con “Rose rosse”. In prima fila a Ferrandina c’erano il vescovo di Matera Antonio Giuseppe Caiazzo, il Prefetto di Matera Antonella Bellomo, il Sottosegretario al Ministero dell’istruzione e della Ricerca Vito De Filippo, il Segretario Generale della Fondazione Matera 2019 Giovanni Oliva. Il Prefetto di Matera al termine della manifestazione ha dichiarato: “Penso che questo modello abbia un valore enorme, perché i migranti si rendono protagonisti e si esprimono in quello che meglio sanno fare. Hanno imparato bene l’Italiano con un sistema innovativo, ma il valore maggiore consiste nel dargli modo di farsi conoscere, nel permettergli di manifestare la loro identità e personalità”. Il vescovo di Matera, mons. Giuseppe Caiazzo, ha detto salutando tutti i presenti: “Abbiamo bisogno di essere veri. Di guardarci negli occhi e capire che, pur nella diversità, deve esserci sempre la possibilità dell’incontro. Perché siamo tutti uomini e una serata come questa aumenta la nostra umanità. Angelo Chiorazzo, fondatore di Auxilium, ha salutato e ringraziato tutti, inquadrando questo modello di integrazione con la crisi migratoria e la situazione nel Mediterraneo: “Questa serata ci dice che vivere insieme è possibile e addirittura facile. Ma non possiamo dimenticare che gran parte dei ragazzi, che abbiamo ascoltato sono reduci dai lager libici, dove centinaia di migliaia di persone come loro sono oggi rinchiuse in condizioni disumane. L’Europa non può chiudergli le porte”. Ed ha aggiunto: “Quello che sta accadendo questi giorni in Siria deve interrogarci sul fatto che ci sono milioni di persone in fuga. E questa manifestazione canora ci aiuta a capire che nel mondo non è in atto una guerra di religione, perché è stata una serata che ci ha emozionato e ci ha fatto percepire che siamo tutti fratelli”
Papa Francesco: seguire Gesù non per interesse ma per la fede
Città del Vaticano - Nell’omelia della Messa a Casa Santa Marta, Papa Francesco questa mattina ha messo in guardia dal seguire Gesù per “interesse”, cioè per i miracoli che compie, ed esorta invece a cercarlo per la fede, per ascoltare la sua Parola. Per questo, bisogna rinfrescare la memoria di quello che il Signore ha compiuto nella nostra vita e così rispondere con amore. Lo riferisce Vatican News.
Il Papa prende spunto dal Vangelo di oggi tratto da Giovanni (Gv 6,22-29) nel quale si narra che dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci, la folla voleva fare Gesù re e lo cercava non solo per ascoltarlo ma anche per “interesse”, perché faceva miracoli. Gesù però si ritira e, quando lo trovano, li rimprovera: “voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”. Francesco nota, quindi, i due aspetti, compresenti: da una parte cercavano Gesù per sentire come la sua Parola “arrivava al cuore”, per la fede, dall’altra anche per interesse. Erano anche persone buone, ma con una fede "un po’ interessata". Gesù dunque rimprovera la poca fede.
Un atteggiamento che traspare anche con la guarigione dell’indemoniato di Gerasa: quando la gente vede che aveva perso i porci, pensa che non gli conviene, che così perdevano soldi e, quindi, gli dicono di andarsene. E, di nuovo, con la guarigione dei 10 lebbrosi: uno solo torna per ringraziare mentre gli altri, dopo la guarigione, si sono dimenticati di Gesù. Per questo Gesù invita a darsi da fare non per il cibo che perisce ma per quello rimane per la vita eterna cioè per “la Parola di Dio e l’amore di Dio”.
C’è però anche un altro atteggiamento: quello di Santo Stefano che, come si vede nella Prima Lettura (Atti 6,8-15), parlava chiaro, tanto che non riuscivano a resistere alla sua sapienza: Seguiva Gesù senza bilanciare le conseguenze: questo mi conviene, non mi conviene … non era un interessato. Amava. E seguiva Gesù, sicuro; e così finì. Gli hanno teso il tranello delle calunnie, lo hanno fatto entrare lì e così finì lapidato. Ma dando testimonianza di Gesù.
Sia la folla del Vangelo, sia Stefano seguono Gesù ma ci sono due modi per farlo: dando la vita oppure “con un po’ di interesse personale”, nota il Papa. L’invito che, dunque, rivolge a ciascuno è a chiedersi come si segua Gesù. Il suo consiglio è quello di “rinfrescare la memoria” domandandosi cosa Gesù abbia fatto, non in modo generico, ma concretamente, nella propria vita: E troveremo tante cose grandi che Gesù ci ha dato gratuitamente, perché ci ama: a ognuno di noi. E una volta che io vedo le cose che Gesù ha fatto per me, mi faccio la seconda domanda: e io, cosa devo fare per Gesù? E così, con queste due domande, forse riusciremo a purificarci di ogni maniera di fede interessata. Quando vedo tutto quello che Gesù mi ha dato, la generosità del cuore va a: “Sì, Signore, do tutto! E non farò più questi sbagli, questi peccati, cambierà di vita in questo …”. La strada della conversione per amore: tu mi hai dato tanto amore, anche io ti do questo amore.
In conclusione, quindi, il Papa ribadisce l’importanza di queste due domande per purificare la fede: Questo è un bel test di come noi seguiamo Gesù: interessati o no? Rinfrescare la memoria: le due domande. Cosa ha fatto Gesù per me, nella mia vita, per amore? E vedendo questo, cosa devo fare io, per Gesù, come rispondo a questo amore. E così saremo capaci di purificare la nostra fede da ogni interesse. Che il Signore ci aiuti su questa strada.
Il Papa prende spunto dal Vangelo di oggi tratto da Giovanni (Gv 6,22-29) nel quale si narra che dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci, la folla voleva fare Gesù re e lo cercava non solo per ascoltarlo ma anche per “interesse”, perché faceva miracoli. Gesù però si ritira e, quando lo trovano, li rimprovera: “voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”. Francesco nota, quindi, i due aspetti, compresenti: da una parte cercavano Gesù per sentire come la sua Parola “arrivava al cuore”, per la fede, dall’altra anche per interesse. Erano anche persone buone, ma con una fede "un po’ interessata". Gesù dunque rimprovera la poca fede.
Un atteggiamento che traspare anche con la guarigione dell’indemoniato di Gerasa: quando la gente vede che aveva perso i porci, pensa che non gli conviene, che così perdevano soldi e, quindi, gli dicono di andarsene. E, di nuovo, con la guarigione dei 10 lebbrosi: uno solo torna per ringraziare mentre gli altri, dopo la guarigione, si sono dimenticati di Gesù. Per questo Gesù invita a darsi da fare non per il cibo che perisce ma per quello rimane per la vita eterna cioè per “la Parola di Dio e l’amore di Dio”.
C’è però anche un altro atteggiamento: quello di Santo Stefano che, come si vede nella Prima Lettura (Atti 6,8-15), parlava chiaro, tanto che non riuscivano a resistere alla sua sapienza: Seguiva Gesù senza bilanciare le conseguenze: questo mi conviene, non mi conviene … non era un interessato. Amava. E seguiva Gesù, sicuro; e così finì. Gli hanno teso il tranello delle calunnie, lo hanno fatto entrare lì e così finì lapidato. Ma dando testimonianza di Gesù.
Sia la folla del Vangelo, sia Stefano seguono Gesù ma ci sono due modi per farlo: dando la vita oppure “con un po’ di interesse personale”, nota il Papa. L’invito che, dunque, rivolge a ciascuno è a chiedersi come si segua Gesù. Il suo consiglio è quello di “rinfrescare la memoria” domandandosi cosa Gesù abbia fatto, non in modo generico, ma concretamente, nella propria vita: E troveremo tante cose grandi che Gesù ci ha dato gratuitamente, perché ci ama: a ognuno di noi. E una volta che io vedo le cose che Gesù ha fatto per me, mi faccio la seconda domanda: e io, cosa devo fare per Gesù? E così, con queste due domande, forse riusciremo a purificarci di ogni maniera di fede interessata. Quando vedo tutto quello che Gesù mi ha dato, la generosità del cuore va a: “Sì, Signore, do tutto! E non farò più questi sbagli, questi peccati, cambierà di vita in questo …”. La strada della conversione per amore: tu mi hai dato tanto amore, anche io ti do questo amore.
In conclusione, quindi, il Papa ribadisce l’importanza di queste due domande per purificare la fede: Questo è un bel test di come noi seguiamo Gesù: interessati o no? Rinfrescare la memoria: le due domande. Cosa ha fatto Gesù per me, nella mia vita, per amore? E vedendo questo, cosa devo fare io, per Gesù, come rispondo a questo amore. E così saremo capaci di purificare la nostra fede da ogni interesse. Che il Signore ci aiuti su questa strada.
Caritas: da oggi il convegno degli ufficio diocesani
Abano Terme - Prenderà il via oggi pomeriggio ad Abano Terme, nella diocesi di Padova, il 40° Convegno nazionale delle Caritas diocesane dal titolo “Giovane è... #unacomunitàchecondivide”. Il convegno si colloca nella prospettiva degli Orientamenti pastorali della CEI “Educare alla vita buona del vangelo” e del Sinodo dei Vescovi sul tema 'I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, che si svolgerà nel prossimo mese di ottobre. Ascolto e movimento sono le due parole “giovani” che Papa Francesco ha utilizzato per annunciare il Sinodo e che segnano l’intero cammino ecclesiale verso una società più giusta e fraterna da costruire insieme. A confrontarsi sul tema circa 600 tra direttori e operatori delle 200 Caritas diocesane. Nella prima giornata, dopo la preghiera di apertura dell’arcivescovo di Gorizia e membro di presidenza di Caritas Italiana mons. Carlo Redaelli, è previsto il saluto del card. Francesco Montenegro, Arcivescovo di Agrigento e Presidente della Caritas nazionale. Domani l’intervento del Presidente della CEI, il Cardinale Gualtiero Bassetti.