Primo Piano

CEI: un milione di euro dai fondi 8xmille per gli alluvionati del Kerala

Roma - La presidenza della CEI ha destinato un milione di euro, dai fondi dell’8xmille, alle popolazioni indiane della municipalità di Alleppey, nello stato del Kerala, vittime delle pesantissime alluvioni verificatesi tra l’8 e il 16 agosto scorsi. Ne dà notizia questa mattina la Conferenza Episcopale Italiana ricordando che “quasi 500 persone hanno perso la vita e 140 sono rimaste ferite a causa del fango, delle frane e della apertura di ben 36 dighe. Sono andati perduti circa 24.000 ettari di terreni agricoli, ovvero la principale fonte di reddito per le popolazioni della regione”. La somma, informa la CEI, sarà affidata a Caritas Italiana, affinché, attraverso “le strutture Caritas delle sei diocesi locali e attraverso altri partners della comunità del luogo, procuri cibo e materiale igienico-sanitario e perché fornisca assistenza nella ricostruzione di ripari e nel riavvio di attività produttive in agricoltura”.
“Non manchi a questi fratelli la nostra solidarietà e il concreto sostegno della Comunità internazionale” aveva detto Papa Francesco all’Angelus di domenica 19 agosto. “Sono vicino alla Chiesa in Kerala – aveva poi aggiunto – che è in prima linea per portare soccorso alla popolazione. Anche tutti noi siamo vicini alla Chiesa in Kerala e preghiamo insieme per quanti hanno perso la vita e per tutte le persone provate da questa grande calamità”.
 
 

Migrantes Bergamo: una ricerca sulla presenza degli stranieri nelle parrocchie

Bergamo - Sono 3.500 i fedeli di origine straniera che frequentano regolarmente la Santa Messa nelle parrocchie della diocesi di Bergamo. Facendo le proporzioni, con le stime più accreditate che indicano in 17-18 mila i cattolici di altra nazionalità in Bergamasca, significa che circa il 20% partecipa alla celebrazione domenicale. Una percentuale molto simile a quanto avviene tra i fedeli “autoctoni”.
Questo è solo uno dei dati che si possono trovare nella pubblicazione “La presenza degli stranieri nelle Parrocchie della Diocesi di Bergamo”, realizzata dall’Ufficio Migrantes della diocesi orobica e curata da Marco Zucchelli, sociologo e collaboratore della Caritas diocesana, e da Raffaele Avagliano, operatore della Migrantes bergamasca.
All’interno del volume vengono analizzate (dal 2009 al 2017, con una vera e propria serie storica) i dati su battesimi, comunioni, cresime e matrimoni, partecipazione alla vita parrocchiale (catechesi, volontariato, oratorio, sport…) e molto altro ancora degli stranieri di fede cattolica.
 

Card. Turkson: “l’accoglienza dei migranti fa parte dell’essere cristiani”

Roma -  “L’accoglienza dei migranti, specialmente di chi è in pericolo, è un principio morale che trae fondamento e forza dal Vangelo e dalle Sacre Scritture, e fa parte dell’essere cristiano, cioè dell’appartenere a Cristo”. Lo ha detto il card. Peter Turkson, prefetto del Dicastero vaticano per il Servizio dello sviluppo umano integrale, questa mattina a Roma, intervenendo alla “Conferenza mondiale su xenofobia, razzismo e nazionalismi populisti nel contesto delle migrazioni globali”, promossa per la prima volta insieme dallo stesso dicastero e dal World Council of Churches (Wcc), in collaborazione con il Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani. Nel suo intervento, riferisce il Sir, il cardinale ha sottolineato che “siamo testimoni di storie di uomini e donne, bambini e bambine che mettono a rischio le loro vite e quelle dei loro cari, alla ricerca di una vita migliore”.
“Le vite di queste persone, le loro ferite e le loro speranze – ha aggiunto - interpellano le nostre coscienze e ci inducono a riflettere sullo sguardo che le società di accoglienza rivolgono sui nuovi arrivati”.
Il porporato si è chiesto se davvero l’umanità, in questi 70 anni dalla Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo, “abbia saputo costruire società nelle quali la razza, il sesso, il colore, la lingua, la religione, l’opinione politica, l’origine nazionale o sociale, la ricchezza o la povertà non siano motivi sufficienti per giustificare l’indifferenza, l’emarginazione, l’odio, l’esclusione o lo scarto di un essere umano”. Infine, una constatazione. “Ci duole constatare che, nel contesto delle migrazioni internazionali, troppo spesso la diffidenza e la paura prevalgono sulla fiducia e l’apertura all’altro. Allo stesso tempo, confidiamo nelle tante dimostrazioni di solidarietà e di compassione che pure caratterizzano i nostri tempi”.
 
 

Vescovi Triveneto: apprezzamento alle comunità cristiane per quanto stanno facendo nell’ambito migratorio

Padova -  I vescovi del Triveneto manifestano “apprezzamento per quanto le comunità cristiane dei nostri territori hanno fatto e stanno facendo” nell’ambito migratorio. E’ quanto si legge nel comunicato finale della Conferenza Episcopale del Triveneto che si sono ritrovati, ieri e oggi,
il 17 e 18 settembre a Villa Immacolata - Torreglia (Padova)  per una riunione più prolungata della Conferenza Episcopale Triveneto (Cet). Per i vescovi “come cristiani, e come ricordava anche recentemente Papa Francesco, non possiamo chiudere gli occhi su cause e riflessi di un fenomeno così vasto e complesso. Le nostre comunità cristiane sono chiamate ad aiutare la nostra società a trovare le forme e le modalità più valide e dignitose per realizzare un'accoglienza ragionevole e umana”. (R.I.)

Tv2000: da oggi “Storie e persone” con la collaborazione della Migrantes

Roma - Da stasera, martedì 18 settembre,   su Tv2000 alle ore 19.30 parte il ciclo quotidiano  di reportage “Storie e Persone” curato da Sergio Canelles. E’ un  ampio viaggio in 10 puntate  nel mondo dei  lavoratori  e tra persone che hanno fatto  scelte di vita particolari, storie raccolte  dalla diretta voce di chi ne è protagonista. Si parte dal Sulcis  dove tra pochi mesi chiuderà l'ultima miniera ancora attiva in Italia; a Piombino, nel maxi impianto siderurgico quasi gemello con quello di Taranto, tra dismissione totale e nuovi impegni per la ripresa; in terra d’ Abruzzo, dove sono nate nuove forme di lavoro per evitare lo spopolamento dei vecchi paesi.
E tante altre storie di emarginazione e di speranza a Pozzuoli, Palermo, Benevento, Empoli, Campobasso e Roma.
L’autore  porge lo sguardo anche fuori dall’Italia e raccoglie testimonianze, in collaborazione con la Fondazione Migrantes, nelle città europee con una forte presenza di emigrati italiani.
 
 

Papa Francesco: il pastore è umile, compatisce e prega se è accusato

Città del vaticano - Quello che dava autorità a Gesù come pastore era la sua umiltà, la vicinanza con la gente, la compassione, che si esprimeva in mitezza e tenerezza. E quando le cose andavano male, come sul Calvario, “stava zitto e pregava”. Papa Francesco, nell’omelia della messa del mattino a Casa Santa Marta, riferisce Vatican News,  ripropone Gesù come icona e modello di pastore, con un’ autorità che è una grazia dello Spirito Santo e gli deriva dall’esser vicino alla gente, “non ai gruppetti dei potenti, degli ideologi”.
Papa Francesco commenta il brano del Vangelo di Luca proposto dalla liturgia, quello del miracolo della resurrezione del figlio unico di madre vedova, e sottolinea che Gesù aveva autorità davanti al popolo, non per la dottrina che predicava, che era quasi la stessa degli altri, ma perché era “umile e mite di cuore”. “Lui non sgridava, Lui non diceva ‘io sono il Messia’ o ‘sono il Profeta’; non faceva suonare la tromba quando guariva qualcuno o predicava alla gente o faceva un miracolo come la moltiplicazione dei pani. No. Lui era umile. Lui faceva”. Ed era “vicino alla gente”.
I dottori della Legge, invece, “insegnavano dalla cattedra e si allontanavano dalla gente”. Non erano interessati alla gente, o solo per dare comandamenti, che “moltiplicavano fino a più di 300”. Ma non erano vicini alla gente: “Nel Vangelo, quando Gesù non era con la gente, era con il Padre, a pregare. E la maggior parte del tempo nella vita di Gesù, nella vita pubblica di Gesù, Egli la passò sulla strada, con la gente. Questa vicinanza: l’umiltà di Gesù, quello che dà autorità a Gesù, lo porta la vicinanza con la gente. Lui toccava la gente, abbracciava la gente, guardava negli occhi la gente, ascoltava la gente. Vicino. E questo gli dava autorità”.
San Luca, nel Vangelo, sottolinea la “grande compassione” che prese Gesù vedendo la madre vedova, sola, e il ragazzo morto. Lui aveva “questa capacità di patire con. Non era teorico”. Si può dire che “pensava con il cuore, non staccava la testa dal cuore”: E ci sono due tratti di questa compassione che vorrei sottolineare: la mitezza e la tenerezza. Gesù dice: ‘Imparate da me che sono umile e mite di cuore’: mite di cuore. Quella mitezza. Lui era mite, non sgridava. Non puniva la gente. Era mite. Sempre con mitezza. Si arrabbiava Gesù? Sì! Pensiamo – dice il papa - quando ha visto la casa di suo Padre diventata un shopping, per vendere delle cose, i cambia-monete … lì si arrabbiò, prese la frusta e cacciò via tutti. Ma perché amava il Padre, perché era umile davanti al Padre, aveva questa forza”.
La tenerezza, poi. Gesù non ha detto “Non piangere, signora”, stando distante. “No. Si è avvicinato, forse le ha toccato le spalle, forse l’ha accarezzata. ‘Non piangere’. Questo è Gesù. E Gesù fa lo stesso con noi, perché è vicino, è in mezzo alla gente, è pastore”. L’altro gesto di tenerezza è prendere il ragazzo e restituirlo alla madre. Insomma “Umile e mite di cuore, vicino alla gente, con capacità di compatire, con compassione e con questi due tratti di mitezza e di tenerezza. Questo è Gesù”. E fa con tutti noi, quando si avvicina, quello che ha fatto con il ragazzo e la mamma vedova.
 “Questa è l’icona del pastore” sottolinea il Pontefice, e da questa dobbiamo imparare noi pastori: “vicini alla gente, non ai gruppetti dei potenti, degli ideologi … Questi  ci avvelenano l’anima, non ci fanno bene!”. Il pastore, quindi, “deve avere la potenza e l’autorità che aveva Gesù, quella dell’umiltà, quella della mitezza, della vicinanza, della capacità di compassione, della tenerezza”.
E quando poi le cose a Gesù sono andate male, si chiede il Papa, cosa ha fatto? “Quando la gente lo insultava, quel Venerdì Santo, e gridava ‘crucifige?, rimaneva zitto perché – spiega il papa -  aveva compassione di quella gente ingannata dai potenti del denaro, del potere … Stava zitto. Pregava. Il pastore, nei momenti difficili, nei momenti in cui si scatena il diavolo, dove il pastore è accusato, ma accusato dal Grande Accusatore tramite tanta gente, tanti potenti, soffre, offre la vita e prega. E Gesù pregò. La preghiera lo portò anche alla Croce, con fortezza; e anche lì ebbe la capacità di avvicinarsi e guarire l’anima del Ladrone”.
Oggi rileggiamo il brano, è l’invito finale di Papa Francesco, di Luca, capitolo VII, per vedere “dov’è l’autorità di Gesù”. E chiediamo la grazia “che tutti noi pastori abbiamo questa autorità: un’autorità che è una grazia dello Spirito Santo”.
 

A Torino il Festival delle Migrazioni

Torino - Dal 20 al 23 settembre, a Torino, nell’ambito del programma di eventi di Terra Madre In, si terrà la prima edizione del Festival delle Migrazioni sul tema “Siediti vicino a me”. Si tratta di quattro giorni di incontri sul tema della migrazione, della convivenza, del dialogo condiviso, con il supporto di concerti, del teatro, di mostre e momenti di convivialità.
 
 

P. Czerny: dall’esempio della parrocchia di Lampedusa “un sistema per accoglienza e inclusione durature”

Lampedusa - Il modello utilizzato dalla parrocchia di Lampedusa per gestire le necessità dei migranti e quelle dei poveri italiani può essere una buona prassi da replicare. Lo ha detto padre Michael Czerny, Sotto-Segretario Sezione Migranti & Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale, nel suo intervento alla Scuola di Alta formazione in sociologia del territorio che si svolge dal 13 al 20 settembre a Lampedusa. Padre Czerny ha trascorso la Settimana Santa e la Pasqua ospite del parroco di San Gerlando (la parrocchia di Lampedusa) e qui dice di aver appreso “un modo efficace per offrire un’accoglienza che vada oltre l’emergenza, assicurando soluzioni durature. Ogni donazione ricevuta dalla sua parrocchia viene equamente divisa: 50% per soddisfare le esigenze dei migranti giunti nell’isola e 50% per assistere i poveri locali. Questo sistema – che potremmo definire “50/50” – è concreto ed efficace e promuove soluzioni di accoglienza e inclusione durature”.
“La migrazione è un’enorme sfida del mondo di oggi, è una priorità assoluta per la Chiesa”, ha ribadito parlando alla cittadinanza in un incontro pubblico, insieme al parroco don Carmelo La Magra. Padre Czerny ha ripercorso motivazioni e mission della Sezione dedicata ai migranti e ai rifugiati, guidata direttamente da Papa Francesco.
“Il nostro sconcerto e il nostro disorientamento generale – ha affermato – si deve soprattutto alla preoccupante diffusione della cultura dello scarto e all’economia che uccide”. Riguardo ai quattro verbi “accogliere, proteggere, promuovere e integrare” che riassumono le risposte della Chiesa al fenomeno della migrazione, padre Czerny ha precisato: “Migranti e rifugiati hanno diritto a una prima sistemazione in spazi adeguati e decorosi, grazie a programmi di accoglienza diffusa, evitando così i grandi assembramenti di persone, i quali spesso finiscono per acuire le situazioni di vulnerabilità e di disagio delle comunità ospitanti. Vanno bandite le deportazioni di massa, mentre vanno promossi tutti i programmi tesi ad assicurare a migranti e rifugiati la sicurezza personale e l’accesso ai servizi di base. Vanno altresì preferite soluzioni alternative alla detenzione per i migranti in situazione irregolare”. La Scuola mira a formare tecnici e professionisti dell’accoglienza a supporto delle istituzioni che gestiscono i flussi migratori, per conciliare le esigenze degli autoctoni con le domande di riconoscimento dei diritti dei migranti.
 
 

Papa Francesco: Sinodo dei vescovi al servizio del Popolo di Dio

Città del Vaticano - La consultazione del Popolo di Dio e una Chiesa sinodale in cui anche l’esercizio del primato petrino potrà ricevere maggior luce. Sono alcuni dei caratteri della Costituzione apostolica Episcopalis communio sulla struttura del Sinodo dei Vescovi, che Papa Francesco ha datato 15 settembre, quindi a meno di un mese - il prossimo 3 ottobre - dall’inizio della XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”.
Dopo aver ricordato come l'istituzione sia stata decisa da Papa Paolo VI il 15 settembre 1965 e rimanga “una delle più preziose eredità del Concilio Vaticano II”, Francesco sottolinea l’“efficace collaborazione” del Sinodo dei vescovi con il Romano Pontefice, nelle questioni di maggiore importanza, quelle cioè “che richiedono speciale scienza e prudenza per il bene di tutta la Chiesa”. In un momento storico, evidenzia, in cui la Chiesa si introduce in una nuova “tappa evangelizzatrice” attraverso uno “stato permanente di missione”, il Sinodo dei vescovi è chiamato “a diventare sempre più un canale adeguato” per l’evangelizzazione del mondo di oggi.
Già Papa Montini aveva previsto che, col passar del tempo, tale istituzione avrebbe potuto essere perfezionata: nel 2006 l’ultima edizione dell’Ordo Synodi, promulgata da Benedetto XVI. In modo particolare, è stata istituita e via via rafforzata nelle proprie funzioni la Segreteria Generale del Sinodo dei vescovi, composta dal Segretario Generale e da uno speciale Consiglio di vescovi.
Vista poi l’efficacia dell’azione sinodale “di fronte alle questioni che richiedono un intervento tempestivo e concorde dei pastori della Chiesa”, in questi anni è cresciuto il desiderio che il Sinodo diventi ancor più “una peculiare manifestazione e un’efficace attuazione della sollecitudine dell’episcopato per tutte le Chiese”, basato sulla “ferma convinzione” che tutti i pastori sono costituiti “per il servizio al Popolo santo di Dio, al quale essi stessi appartengono in virtù del sacramento del Battesimo”.
Il vescovo, ribadisce il Papa, è contemporaneamente “maestro e discepolo”, in un impegno che è insieme missione e ascolto della voce di Cristo che parla attraverso il Popolo di Dio, in modo da renderlo “infallibile in credendo”. Anche il Sinodo allora “deve sempre più diventare uno strumento privilegiato di ascolto del Popolo di Dio”, attraverso la consultazione dei fedeli nelle Chiese particolari, perché se è vero che si tratta di un organismo essenzialmente episcopale, è pur vero che non vive “separato dal resto dei fedeli”. È dunque “uno strumento adatto a dare voce all’intero Popolo di Dio proprio per mezzo dei vescovi”, “custodi, interpreti e testimoni della fede”, mostrandosi di Assemblea in Assemblea un’espressione eloquente della “sinodalità” della Chiesa stessa, in cui si rispecchia una comunione di culture diverse. Pure grazie al Sinodo dei vescovi apparirà più chiaro che in essa vige una” profonda comunione” sia tra i Pastori e i fedeli, sia tra i vescovi e il Pontefice.
La speranza di Francesco è inoltre che l’attività del Sinodo possa “a suo modo contribuire al ristabilimento dell’unità fra tutti i cristiani, secondo la volontà del Signore”. Così facendo esso aiuterà la Chiesa cattolica, secondo l’auspicio di San Giovanni Paolo II espresso nell’enciclica Ut unum sint, a “trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova”. (Giada Aquilino – VaticanNews)
 
 
 
 

Martiri Algerini: “nell’icona di beatificazione anche un musulmano”

Roma - Il prossimo 8 dicembre a Orano, presso il santuario di Notre-Dame di Santa Cruz, nella celebrazione in cui verranno proclamati beati i diciannove martiri cristiani uccisi in Algeria tra il 1994 e il 1996 “ci sarà un’icona ufficiale in cui verranno raffigurati i 19 martiri e insieme a loro anche un giovane musulmano di nome Mohamed”. Lo ha rivelato Padre Thomas Georgeon, monaco trappista e postulatore della causa di beatificazione di Pierre-Lucien Claverie e degli altri 18 religiosi e religiose, in un'intervista a InBlu Radio, il network delle radio cattoliche della CEI.
La scelta del luogo della celebrazione richiama direttamente la figura di Mons. Pierre Claverie, vescovo di Orano, ucciso il 1° agosto 1996, assieme al suo giovane autista algerino, da una bomba il 1° agosto 1996. Nell’icona dei nuovi beati ci sarà posto dunque anche per Mohammed Bouchikhi, che ovviamente non sarà beatificato ma si è voluto onorare perché ucciso insieme al vescovo di Orano a causa dell’esplosione di una bomba sulla porta della Curia. Il decreto autorizzato dal Papa che ha dato il via libera alla loro beatificazione per martirio risale al gennaio scorso. “Abbiamo incontrato Papa Francesco con i vescovi algerini – ha aggiunto Padre Thomas Georgeon - nel settembre 2017. Il Papa era aggiornato sulla causa. Abbiamo percepito la sua volontà di vedere questa causa arrivare a compimento. Il Papa però ci ha ribadito più volte la necessità di fare delle catechesi per aiutare la gente a capire bene cosa si celebrerà nella beatificazione. Non si tratta di riaprire le ferite del passato. Bisogna celebrare questa beatificazione guardando l’avvenire. E il Papa ci ha fatto inoltre capire che non si doveva ferire nessuno”.
“Il vescovo di Orano – ha proseguito il postulatore - è stato l’ultimo ad essere ucciso nel 1996. È stato ucciso insieme al suo amico musulmano il giovane Mohamed. E il Papa mi ha chiesto se questo giovane fosse stato veramente musulmano o se fosse in cammino verso la fede cristiana. Si sentiva nella voce del Papa che (nel caso si fosse avvicinato alla fede cristiana) lo avrebbe inserito volentieri nella causa di beatificazione. Durante la celebrazione della beatificazione Mohamed sarà comunque in qualche modo presente. Ci saranno infatti anche i suoi familiari”.
“In questa vicenda – ha concluso il postulatore - si mescola il sangue di cristiani e musulmani. Non si tratta per la Chiesa algerina di celebrare solo martiri cristiani perché questi beati sono stati uccisi tra il 1994 e il 1996 ma tra il 1990 e il 2000 sono stati uccisi quasi 200 mila algerini tra fanciulli, mamme e imam. In un certo senso è anche una celebrazione per loro”.
 

Pastorale spettacolo viaggiante: cinquant’anni di voti per la Piccola Sorella Genevieve

Roma - Piccola sorella Genevieve ha festeggiato il 15 agosto scorso i cinquant’anni di voti e i quarantanove anni di appartenenza al mondo del luna park. Da decenni è associata all’ANESV. Chi la conosce da vicino apprezza la sua solarità, la capacità di rispondere ai bisogni della gente e la sua discrezione. Per festeggiarla si è tenuta ad Ostia, presso il Parcolido la sera dello scorso 14 settembre una bella festa, aperta da una celebrazione liturgica presieduta dal vescovo ausiliare di Roma e delegato Migrantes della Conferenza Episcopale del Lazio, Mons. Paolo Lojudice, Nell’occasione Genevieve ha detto tra l’altro “Cinquant’anni con le giostre: mi avete dato tanto e insegnato a stare con i piedi per terra”. Il vescovo nell’omelia ha simpaticamente ricordato che per lui bambino andare al luneur costituiva il sogno di un anno, e si è rivolto simpaticamente alla suora affermando “beata te! Per cinquant’anni al luna park!”. La serata si è conclusa con un momento conviviale, grazie anche al coinvolgimento delle famiglie che gestiscono le attrazioni del parco.
Al termine della celebrazione è stata letta una email di auguri di papa Francesco, che la Piccola Sorella conosce da quando era arcivescovo in Argentina, il quale ha visitato recentemente la carovana che ospita la fraternità. In un recente incontro, papa Francesco si è rivolto a  Genevieve facendole gli auguri e dicendo “49 anni nel luna park, questo si dovrebbe scrivere sui giornali!”. Noi lo facciamo con piacere, rinnovando gli auguri a una esercente dello spettacolo viaggiante, con regolare licenza, che con le Piccole Sorelle Anna Amelia e Gemma, condivide la vita con  altri esercenti dal 1966, già prima dell’apertura del Luneur. Alla Piccola Sorella Genevieve gli auguri della Migrantes. (M.C.)
 

Ccee: don Antonio Ammirati è il nuovo Vicesegretario generale e portavoce

Roma - “Ringrazio la Presidenza del Ccee per avermi chiamato a questo incarico. Con tanta gratitudine e altrettanta trepidazione accolgo l’invito a servire più da vicino la Chiesa in Europa, affidando questo nuovo ministero alla protezione materna di Maria Santissima”. Così don Antonio Ammirati commenta al Sir la nomina a nuovo vicesegretario generale e portavoce del Consiglio delle Conferenze episcopali d'Europa. Don Ammirati, nato il 19 maggio 1974, è stato ordinato sacerdote il 17 aprile 1999 per l’arcidiocesi di Crotone-Santa Severina in Calabria. Già segretario generale della curia diocesana, è regista, giornalista e autore televisivo. Dal 2002 al 2014 ha lavorato presso l’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della CEI, in particolare nella gestione del settore televisivo e come regista della trasmissione della messa domenicale su RaiUno. È stato consulente del TG1 per le dirette delle celebrazioni papali e consulente del programma Rai “A Sua Immagine”.
Ha lavorato nella cooperazione internazionale come coordinatore del Servizio Interventi caritativi a favore del Terzo mondo della CEI. È membro del Consiglio di amministrazione della Fondazione Comunicazione e Cultura della CEI, e segretario del Consiglio di amministrazione della Fondazione Ente dello Spettacolo. È consulente editoriale, autore e regista presso l’emittente cattolica Tv2000 per la quale segue anche gli eventi presieduti dal Papa, in collaborazione con Vatican Media.
A don Ammirati i nostri auguri di un proficuo lavoro.
 

MCI Svizzera: celebrati i 70 anni delle comunità italiane in Argovia

AArau - Le Missioni Cattoliche di Lingua Italiana  in Argovia in festa per il loro settantesimo anniversario di presenza pastorale tra gli italiani. Per l’occasione ieri pomeriggio solenne celebrazione eucaristica presso la chiesa di Aarau, presieduta dal vescovo mons. Nunzio Galantino, Segretario Generale della CEI e Presidente dell’Apsa e concelebrata dal Vicario Episcopale della diocesi di Basel Christoph Sterkman e ai missionari italiani delle Mcli in Svizzera. Sabato pomeriggio incontro del segretario della CEI presso la sala parrocchiale di Suhr mentre ieri mattina altra celebrazione a Wettingen nella Missione Cattolica Italiana di Baden-Wettingen.
 “A volte può sembrare che questi anniversari abbiano quasi una cornice di nostalgia, oppure – dice don Giuseppe Bressani, coordinatore delle Missioni Cattoliche di Lingua Italiana dell’Argovia (Baden-Wettingen, Aarau, Wohlen-Lenzburg e Brugg) - che siano un mezzo per sottolineare le tante e belle cose fatte durante questi anni. Non è e non vuole essere lo scopo di questo Giubileo! Settanta anni sono tanti! Ma soprattutto sono anni di vita, per noi, di vita di fede”. “Guardandoci indietro – sottolinea - possiamo vedere come le nostre comunità italiane di fede, si siano trasformate, come anche la Chiesa sia cambiata. Questa celebrazione vuole spingerci a riprendere in mano, in modo autentico, la nostra fede. Lo scopo di questo anniversario è quello di risvegliare quella fede genuina che si è un po’ nascosta sotto il peso della abitudine, ritrovare la gioia dell’essere persone credenti, persone che non si accontentano di una spruzzatina di religioso sulla propria vita o sulle proprie tradizioni. A volte capita di guardare con nostalgia il passato. Non possiamo fermarci al passato, quello è passato, basta! Dobbiamo sempre guardare al presente, imparando dal passato ma non rimpiangendolo”.
Attualmente nelle quattro Missioni Cattoliche Italiane dell’Argovia vivono oltre quarantamila cittadini di origine italiana. Per la pastorale dei fedeli di lingua italiana in territorio elvetico vi sono oltre 50 Missioni con circa sessanta missionari. (Raffaele Iaria)
 
 

L’assalto ai Tir nella nuova Calais

Milano - Il traghetto della Brittany Ferries in arrivo da Portsmounth entra nel piccolo porto francese di Ouistreham in tarda serata, sbarcando il suo ultimo carico giornaliero di vacanzieri settembrini. La vista di ciò che, nello stesso momento, accade appena fuori dalla stazione marittima non è certo di quelle che ci si aspetta da una sobria località balneare della Normandia. Gruppi di migranti prendono d’assalto i camion che, a tutta velocità, arrivano dalla strada statale per raggiungere il molo dell’imbarco. A decine, gli corrono dietro, saltano sui predellini e aprono gli sportelloni per nascondersi tra le merci. I più veloci ce la fanno, altri cadono rotolando sull'asfalto. Sono disperati che cercano di passare la dogana e raggiungere la Gran Bretagna attraverso il Canale della Manica. La scena si ripete drammaticamente, da un anno, tre volte al giorno, a ogni nuova partenza del traghetto. Affollata è soprattutto l’occasione della notte quando gli immigrati, ad oggi più di 150, sperano di trovare nel buio un alleato nella fuga. L’assalto ai Tir si consuma sotto lo sguardo di una piccola pattuglia della Gendarmeria che, appostata ad un incrocio, spara gas sulla folla e aspetta di vedere quanti ne cadono per terra. Non vogliono spiegare che tipo di gas sia: «è un segreto», dicono. Di certo c’è che come 'arma' dissuasoria funziona.
Peccato solo che qualcuno - a quanto pare - per colpa di quel gas finisca poi in ospedale. Quando la nave suona la sirena della partenza, su Ouistreham cala il silenzio e la tristezza. I migranti si raccolgono in piccoli gruppi e provano a inventarsi qualcosa per riempire l’attesa del prossimo imbarco. Li vedi dormire sdraiati nei giardinetti, seduti a parlare sui marciapiedi, appoggiati sugli schienali delle panchine a chattare con un cellulare usato a turno da tutti. I più intraprendenti si cimentano nel taglio di barba e capelli dei loro compagni. Quel tratto di strada è ormai la loro casa a cielo aperto da mesi. Raccontano di essere arrivati lì da Calais, la città, a 400 chilometri più a nord, che ha ospitato fino al 2016 uno dei più grandi campi profughi d’Europa. Due anni fa l’hanno sgomberato per motivi di sicurezza. Spostandosi a piedi, e comunque clandestinamente su treni e autobus, hanno viaggiato di città in città fino ad arrivare lì, nel distretto di Calvados, con la speranza di riuscire a varcare il confine con la Gran Bretagna.
Il porto di Ouistreham è più piccolo rispetto a quello delle altre stazioni marittime che collegano la Francia settentrionale all'Inghilterra, come quelli di Calais o Le Havre. Qui, a loro dire, dovrebbe essere più facile eludere i controlli. È per questo che non smettono mai di provarci, incuranti del fatto che la corsa dietro un camion in movimento può anche essere molto pericolosa. Qualcuno ha provato a infilarsi persino nel portabagagli delle auto di ignari viaggiatori. Chege, sudanese, c’era quasi riuscito. Siede imbronciato sul marciapiede circondato dagli amici che cercano di consolarlo. «Ero dentro – dice arrabbiato – ma poi la polizia mi ha trovato. Io però non mi arrendo, andrò avanti fino a quando non ci riuscirò».
Tra poche settimane arriverà il primo freddo e la vita in strada sarà più dura. Continueranno a ricevere acqua e cibo dalle associazioni locali che si prendono cura di loro ma resteranno a dormire nelle aiuole. I dormitori statali in cui potrebbero trovare riparo resteranno vuoti perché, racconta Marie-Paule, albergatrice, «devono essere sempre pronti a correre dietro un camion, per loro è preziosa ogni singola occasione». È così che, per loro, Ouistreham rischia di diventare una trappola a cielo aperto, un limbo di anime in perenne attesa di un traghetto. Ciò da cui traggono la forza di persistere in questa impresa è la semplice voglia di vivere. Hanno imparato a presentarsi come ragazzi poco più che ventenni ma basta guardarli in faccia per capire che sono in gran parte minorenni.
Omar, 13 anni, ha perso il padre quando ne aveva 5 e dice di essere stato incoraggiato a lasciare il Darfur proprio da sua madre. Con timidezza esibisce le cicatrici delle ferite provocate dalle torture subite in un campo di transito in Libia. Sui polsi c’è ancora la traccia delle corde con cui era legato; i segni al volto e sulle braccia sono ciò che rimane delle botte, delle lame e del fuoco. Dopo giorni di fermo, è riuscito a partire per l’Italia. In dieci giorni di navigazione ha visto annegare cinque suoi amici; poi, è arrivato in Sicilia. Da qui, è risalito fino a Milano e ha raggiunto la Francia passando attraverso Ventimiglia. «Voglio andare in Inghilterra per studiare – dice – perché da grande voglio fare l’ingegnere e tornare a lavorare nel mio Paese».
I volontari danno cibo e bevande ai migranti in attesa di un “passaggio” per raggiungere la Gran Bretagna. La maggior parte di loro sono minorenni e provengono dall’Africa Subsahariana
Anche Asim, 15 anni, vuole studiare ingegneria. Conosce l’inglese, lo spagnolo a anche un po’ di tedesco. «Ho pagato tre milioni di dollari libici per arrivare sino a qui – dice – non posso mollare proprio adesso. Dietro di me lascio morte, guerra e povertà. Dall’altra parte della Manica c’è, forse, anche per me una vita nuova. Sogno una casa a Londra, una fidanzata italiana e un lavoro in cui mettere tutta la mia intelligenza». (Angela Napoletano)
 
 

Aosta: l’integrazione passa anche dal teatro

Aosta - La strada per l'integrazione passa anche attraverso il teatro. È quello che pensano in Valle d'Aosta, a pochi passi da Francia e Svizzera, terra un tempo di migranti alla ricerca di lavori umili nelle terre francofone. Qui alla fine del mese di settembre parte “Camminanti”, laboratorio teatrale rivolto in particolare agli immigrati e inteso come spazio di incontro in cui sperimentare nuove modalità di espressione e relazione. Un termine, “camminanti”, scelto dai promotori dell'iniziativa per indicare l'azione che accade al presente. Come il teatro. Un participio ostinato – e presente – che non contempla differite. Il progetto si concluderà in dicembre con un'azione teatrale presentata a tutta la cittadinanza di Aosta. Al laboratorio, ideato e condotto dagli attori professionisti Barbara Caviglia e Andrea Damarco di Replicante Teatro, compagnia con un'attività ormai ventennale di attenzione al territorio e al sociale, possono partecipare migranti di oggi e di ieri oltre a chi ha un particolare interesse per l'iniziativa. Destinatari un massimo 12 persone, per un totale di 10 incontri. Per accedere al laboratorio, non occorre avere esperienze precedenti in campo teatrale né conoscere bene la lingua italiana, ma soltanto aver voglia di confrontarsi in un lavoro di gruppo. L'iniziativa realizzata dal Consorzio Trait d'Union nell'ambito del progetto “Vivere in Valle d'Aosta”, vede capofila la Regione autonoma Valle d'Aosta ed è finanziata attraverso il Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione 2014-2020. Info: consorzio@traitdunion.org. (Fabrizio Favre)
 

Ancora sbarchi fantasma in Sicilia

Roma - Mentre non si fermano gli sbarchi fantasma in Italia, ugualmente non danno tregua le partenze di profughi dalla Turchia e migranti dalla Tunisia. Due donne profughe sono morte al largo delle coste della Turchia dopo che l'imbarcazione sulla quale viaggiavano si è ribaltata. Lo riferisce la guardia costiera turca, aggiungendo che altri 16 migranti, fra cui otto bambini, sono stati soccorsi. La guardia costiera spiega di essere intervenuta dopo essere stata avvertita intorno all'una di notte della presenza di migranti in situazione irregolare al largo di Bodrum, nel sudovest della Turchia. Quindici delle persone soccorse sono originarie dell'Iraq, mentre la sedicesima della Siria. Secondo le testimonianze dei migranti, a bordo si trovavano 19 persone, dunque le ricerche proseguono per cercare una donna che manca all'appello. L'agenzia di stampa di Stato turca Anadolu riporta che l'imbarcazione si dirigeva verso la Grecia. Intanto proseguono gli sbarchi fantasma nei porti italiani. Una piccola imbarcazione con a bordo alcuni migranti è approdata all'alba sulla spiaggia di Siculiana, a pochi metri dalla riserva naturale di Torre Salsa, nell'agrigentino. La barca è stata avvistata e fotografata dall'associazione Mareamico di Agrigento, prima che sul posto arrivassero i carabinieri. Dovrebbero essere meno di 10 i migranti - verosimilmente tunisini -, viste le ridotte dimensioni dell'imbarcazione, appena 5 metri, e del numero dei vestiti bagnati trovati sull'arenile. I carabinieri stanno setacciando l'intera zona alla ricerca degli stranieri. Difficile ipotizzare che l'imbarcazione, molto mal ridotta, sia giunta direttamente dalla Tunisia. Sembra più probabile che possa essere stata sganciata da una nave quasi sotto costa.
 

Missing at the borders: online il sito del progetto dedicato alle famiglie dei migranti

Milano -  “Persone non numeri”. E’ questo il principio essenziale da cui nasce il progetto Missing at the borders con l’obiettivo di dare voce ed espressione al dolore delle famiglie dei migranti deceduti o scomparsi nel loro viaggio verso l’Europa. L’iniziativa è promossa da una rete di organizzazioni, attive su entrambe le sponde del Mediterraneo, che hanno unito le forze con le famiglie dei migranti. In prima linea fin dalla nascita del progetto Milano senza frontiere, insieme ad altri soggetti coinvolti nell’opera di sensibilizzazione voluta con Missing at the borders: Como senza frontiere, Palermo senza frontiere, Carovane Migranti, Association des travailleurs Maghrèbins de France, Alarm Phone e Watch the Med. Uno degli strumenti creati dalla rete per raccontare il fenomeno è il sito internet www.missingattheborders.org attivo da alcuni giorni e dove si possono trovare storie testimonianze dei parenti delle persone decedute o scomparse Nel sito anche nuove testimonianze, videointerviste, etc.
 

Ccee su Migrazioni: “la solidarietà è la strada maestra irrinunciabile”

Poznan - I Vescovi europei durante l’incontro a Poznan, in Polonia, conclusosi ieri, hanno affrontato anche il fenomeno delle migrazioni alla luce delle “diversificate situazioni e delle scelte dei rispettivi governi, e alla luce del Vangelo”. “Noi – si legge nel comunicato finale diffuso oggi - non siamo degli esperti di geopolitica, ma, come Pastori, siamo sul campo delle nostre comunità in ogni circostanza. Rileviamo la grande complessità del fenomeno, ma ribadiamo, insieme al Santo Padre Francesco, che la solidarietà è la strada maestra irrinunciabile per l’affronto dei problemi nazionali, internazionali e mondiali. Essa è fatta di accoglienza, di integrazione e di ogni forma possibile”.
Per i vescovo europei la cultura individualista, che sembra prevalere come “pensiero unico”, porta ad “una visione economicista dove la solidarietà non ha casa, i più deboli sono sentiti un peso, e gli immigrati vengono percepiti come stranieri”.
 
 

Il grazie dei vescovi europei ai milioni di volontari cristiani

Poznan - “Il volontariato muove milioni di cristiani in Europa e si presenta come un fenomeno corposo e capillare, capace di intercettare, con singolare dinamismo caritativo, i tanti poveri ed emarginati che sono presenti nelle nostre società opulenti. […] Ai cristiani impegnati nel volontariato - da quello organizzato a quello più spontaneo, da quello strutturato a quello più occasionale - vogliamo far giungere la nostra vicinanza, il nostro incoraggiante sostegno, la nostra gratitudine.” E’ con questo sentimento di gratitudine per l’esercito di volontari che testimoniano quotidianamente la carità cristiana, contenuto nel Messaggio finale dell’Assemblea Plenaria, che i Presidenti delle Conferenze Episcopali d’Europa hanno chiuso i lavori del loro incontro annuale. L’assemblea plenaria si è svolta quest’anno a Poznan dal 13 al 16 settembre su invito di Mons. Stanisław Gądecki, arcivescovo di Poznan, Presidente della Conferenza Episcopale Polacca e Vice-presidente del CCEE.
L’incontro si è svolto Poznan nel paese di Papa Giovanni Paolo II, per celebrare il 100° anniversario del recupero dell’indipendenza della Polonia – la “rinascita” dello Stato Polacco che nel ‘700 era stato suddiviso tra gli imperi vicini; a Poznan, invece, per celebrare il 1050° anniversario del primo vescovato in Polonia a Poznan, prima diocesi dell’odierna Polonia.
I vescovi hanno posto al centro della loro riflessione il tema de Lo spirito solidale dell’Europa, in particolare il ruolo della solidarietà nella formazione delle coscienze e della società, la solidarietà tra le Nazioni in Europa e la missione della Chiesa. I lavori sono iniziati con la presentazione dei risultati di una indagine europea sul volontariato, promossa dal CCEE e svolta in questi mesi presso le conferenze episcopali, e presentata don Wojciech Sadłoń, membro dell’Istituto di Statistica della Chiesa Cattolica in Polonia.  Nel corso dell’incontro sono stati presentati e approvati i programmi delle attività future delle Commissioni CCEE. I vescovi hanno poi ascoltato i rapporti dei rappresentanti ecclesiali che seguono l’attività delle Istituzioni europee, mostrando il loro apprezzamento per il servizio svolto dalla COMECE, per quanto riguarda l’Unione Europea, e dalla Missione permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa. Venerdì 14 settembre, i Presidenti delle Conferenze Episcopali hanno eletto don Martin Michalíček Segretario Generale del CCEE per un mandato quinquennale (2018-2022). A Poznan, i vescovi europei – si legge in una nota -  hanno potuto “sperimentare la premurosa e delicata accoglienza di una comunità, fortemente radicata e attaccata alle sue radici cristiane”. Questo autentico attaccamento della società polacca all’eredità e cultura cristiana, è particolarmente evidente anche nelle parole rivolte da chi regge le istituzioni politiche dello Stato Polacco: nel Primo Ministro, Mateusz Morawiechi, che ha incontrato i partecipanti nella sessione di apertura dei lavori al Presidente della Repubblica di Polonia, Andrzej Duda, che ha incontrato nel pomeriggio di sabato 15 settembre i presidenti delle conferenze episcopali. Entrambi gli incontri hanno testimoniato i dei buoni rapporti tra Stato e Chiesa cattolica. Ogni giorno, la Santa Messa è stata celebrata in chiese gremite di fedeli e alla presenza di rappresentanti dei catechisti, di accoliti, di varie realtà caritative o di religiosi/e. L’incontro si è concluso domenica 16 settembre con la celebrazione della Santa Messa nella Cattedrale di Poznan, ritrasmessa in diretta dalla televisione nazionale TVP3.
 

Como: associazioni e diocesi contro la chiusura del centro migranti

Como - Una quindicina tra associazioni cattoliche e organismi diocesani della città di Como hanno firmato una lettera aperta nella quale chiedono  alle istituzioni di tenere aperto il Centro per migranti di via Regina Teodolinda di cui il sottosegretario al ministero dell’Interno Nicola Molteni ha annunciato la chiusura entro il 31 dicembre. “Noi firmatari chiediamo che il Campo Cappelletti continui a svolgere il suo servizio e che sia sempre desta l’attenzione a tutti i bisogni della città e di chi la vive”, si legge nella missiva. Aperto nel settembre 2016, quando la città di Como fu al centro di un ingente flusso di migranti diretti verso la Svizzera, il campo è gestito dalla Croce Rossa – su incarico della Prefettura – con la collaborazione di una cooperativa legata alla Caritas diocesana e delle Acli (che si occupano della parte legale). “Fin dal primo giorno di attività del Centro – scrivono i firmatari della lettera – tutti sapevamo che quella struttura sarebbe stata provvisoria. Ci siamo messi in gioco in prima persona – insieme a tante associazioni, a uomini e donne di buona volontà – e di fronte a innegabili problemi, che nessuno ha mai nascosto, abbiamo messo il massimo impegno per la ricerca”. Secondo le associazioni e la comunità ecclesiale la decisione non solo è sbagliata nei modi – “A maggior ragione, riteniamo ipocrita sfruttare le competenze di cittadini, associazioni e volontari, quando serve. Per poi ignorarli e non interpellarli e non ascoltarli prima di operare scelte che intaccano la vivibilità della stessa città” – ma anche nei contenuti perché il centro potrebbe continuare a svolgere un ruolo chiave in una città che resta “città di frontiera”.
“Più volte – concludono – in questi soli due anni di apertura, abbiamo visto modificare il fenomeno migratorio e le sue esigenze. Il Campo stesso ha mutato impostazione e quindi abbiamo suggerito, come facciamo ora, che possa restare e diventare risposta a tante altre forme di povertà presenti in città, legate al fenomeno migratorio e non solo, e per le quali le istituzioni stanno sempre più delegando al solo Terzo Settore la gestione ordinaria e straordinaria. Si potrebbero così alleggerire i servizi alle fragilità che, grazie alla dedizione di operatori e volontari, affrontano ritmi e numeri talvolta insostenibili. Eppure non hanno mai fatto mancare assistenza a chiunque si sia presentato a chiedere un aiuto, anche su richiesta delle istituzioni, avendo a cuore le persone, non le provenienze…”. La lettera è firmata, tra gli altri, da: Caritas diocesana, Ufficio Migrantes, Acli Como, Azione Cattolica diocesana, Opera don Guanella, Masci.