Primo Piano

Istat: 5 mln poveri, 1,6 milioni sono stranieri

Roma – Sono 5 milioni gli italiani in stato di povertà. Di questi 1,6 milioni sono di origine straniera. Il dato è stato fornito, questa mattina, dal presidente facente funzione dell’Istat, Maurizio Franzini, in audizione sulla Nota al Def. Il fenomeno interessa il 6,2% dei cittadini italiani (3 milioni 349 mila) e il 32,3% degli stranieri (pari a 1 milione e 609 mila individui).
La maggioranza degli individui in stato di povertà è residente nel Mezzogiorno, con un’incidenza dell’11,4% sulla popolazione. Al Centro e nel Nord Italia l’incidenza è invece rispettivamente al 5,1% e al 5,4%.
 

Un seminarista “in Missione”

Roma - Nel 1943, l’abate Godin scrisse il celebre libro Francia, terra di missione? Il libro fece subito scalpore dal momento che si pensava che la missione fosse sempre rivolta ai territori del Sud del mondo o, ancora, a quei territori non evangelizzati, comunque lontani dall’Europa. Pensare alla missione, invece, proprio nel centro dell’Europa, in una nazione di lunghissima tradizione cristiana sembrava quasi impensabile. Parafrasando il titolo dell’opera di Godin, possiamo scrivere oggi: Svizzera, terra di missione? Nel nostro immaginario ci sembra impensabile poter vivere una esperienza missionaria in un paese occidentale ed europeo come la Svizzera. Solitamente pensiamo che la missione sia un andare in luoghi lontani per portare il Vangelo, anzi più un posto è lontano più i missionari, nella mentalità comune, sono visti come degli eroi. Ma la missione non è propriamente questo. Missione è rintracciare in una cultura la presenza viva di Cristo e del suo Vangelo. In questa prospettiva, allora, ogni terra diventa missione, persino noi stessi. D’altronde la stessa natura della Chiesa è missionaria proprio perché aperta ad ogni cultura, proprio perché ricerca in ogni cultura e in ogni popolo la presenza di Cristo Risorto. In questa prospettiva, allora, anche la Svizzera può essere una terra di missione. Prima di tutto per la sua cultura e la sua storia che affondano le radici nel cristianesimo cattolico prima e in quello riformato poi. In secondo luogo per la particolarità della storia svizzera e del popolo svizzero. Infatti, la caratteristica della Svizzera è quella di essere un paese plurale, tanto da poter distinguere una Svizzera francese, una Svizzera italiana, una Svizzera tedesca. A questo si aggiunge la forte immigrazione che la Svizzera ha vissuto durante tutta la sua storia e, soprattutto, negli anni Sessanta del secolo scorso. Tanto da rendere la Svizzera una terra di passaggio, una terra di frontiera. Così non possiamo più parlare di una cultura ma di una pluralità di culture e di popoli che attraversano uno stesso suolo e che convivono insieme. Con questo tessuto sociale si confronta la missione in terra Svizzera. Oltre alla pluralità delle culture, come abbiamo già accennato, una missione in terra Svizzera ha bisogno di confrontarsi anche con la Chiesa Riformata, dal momento che, proprio in quei luoghi, è nato il movimento di Riforma prima con Lutero e dopo con Zwingli. 
L’idea stessa di missione come portare il Vangelo, allora, inizia a vacillare, poiché in quelle terre è già presente il primo annuncio del Vangelo. L’idea di missione cambia prospettiva, diviene dialogo e confronto con una pluralità di culture, anche le più disparate e contrapposte. La Svizzera è terra di missione proprio perché ci permette di andare oltre l’idea di essere i primi annunciatori del Vangelo e ci apre al dialogo, al cambio di prospettiva, all’accordo o al disaccordo, a discernere ciò che è buono e ciò che è dannoso. Per questo, non si può affrontare la missione in Svizzera, come in qualsiasi altro paese europeo, senza una apertura mentale, senza conoscere le lingue, senza essere disposti a mettersi sempre e comunque in discussione. Inoltre, la particolarità di una missione in Svizzera, rispetto ad una missione nei Sud del mondo, è quella del confronto con il secolarismo. Per secolarismo, molto spesso intendiamo una società in cui non c’è più una identità religiosa, dove la maggioranza o si professa atea o agnostica o semplicemente non credente. A mio parere, dopo la missione in Svizzera, il secolarismo è una semplice invenzione di chi non accetta di vivere il proprio secolo, perché il secolarismo vuol dire vivere l’epoca in cui si nasce e la nostra epoca è caratterizzata da un cristianesimo che non rispecchia più la societas christiana. Allora, bisogna rimettersi in cammino, bisogna ritornare all’essenziale della vita cristiana e comunitaria in questa storia, in cui Gesù si è fatto carne. 
Un ulteriore passo avanti nella riflessione è dato dal fatto che ho vissuto la mia esperienza nella Missione Cattolica di Lingua Italiana a Winterthur. La particolarità di una missione di lingua italiana è quella di rivolgersi ad una comunità italiana, ovviamente. Ma essere una comunità italiana, fuori dall’Italia, significa essere una comunità migrante. La prima ondata migratoria italiana in Svizzera si è avuta negli anni Sessanta, quando il Paese aveva bisogno di grande manodopera che ha portato molti a tentare la fortuna oltre le Alpi. In seguito alla prima ondata migratoria ce ne sono state delle altre, mentre i figli dei primi migranti si sono inseriti nel contesto e nel territorio svizzero, in cui le tradizioni italiane sembrano sfumare con il passare delle generazioni, anche se rimane comunque un contatto con l’Italia. La prima ondata migratoria è fatta, sostanzialmente, di operai e manovali, per cui la Chiesa Italiana pensò un aiuto e un sostegno in tutti i campi, dal religioso al sociale. Così, oggi, con il passaggio già della quarta generazione di italiani migranti, la Missione cattolica di lingua italiana è ancora una presenza importante per gli italiani all’estero, ma anche un elemento di integrazione e di collaborazione con la chiesa cattolica locale. Infatti, molti italiani frequentano sia le comunità parrocchiali svizzere sia la missione italiana, mantenendo questo duplice rapporto che difficilmente possiamo comprendere in quanto siamo legati maggiormente ad una sola parrocchia. La Missione Italiana permette alle persone di mantenere questa duplice identità svizzera e italiana, senza grandi problemi. La particolarità della missione di lingua italiana, quindi, è quella di essere una missione per migranti, una missione per gente che, in origine, non è di quel territorio, ma ha vissuto un passaggio in quel territorio. E, passando, si è mescolata con la gente del luogo, prendendo tradizioni, lasciando le proprie, reinterpretando la propria fede, perdendola o ritrovandola in altre forme. Inoltre, una missione per i migranti ci permette di comprendere ancora meglio come la nostra epoca sia segnata dalla mobilità e tutti siamo, in misura diversa, migranti. Molto spesso pensiamo che i migranti siano solo quelle persone che provengono dal continente africano a bordo di un barcone. Non ci accorgiamo che c’è tutto un mondo intorno a noi che si muove, che è di passaggio, che vive una polarità fra le proprie radici e il cammino davanti. Forse questa è una delle sfide della Chiesa tutta nei prossimi decenni, nel ripensare una pastorale non solo radicata in un territorio, ma anche negli ambienti di vita delle persone. Ripensare la missione, ripensare le migrazioni, significa ripensare l’essere umano nel suo contesto attuale, nella sua condizione di oggi, una sfida per la pastorale e per la Chiesa tutta. (Matteo Salòs Losapio)
 
 
 

Papa Francesco: il vero cristiano è innamorato del Signore

Città del Vaticano - La parola chiave per non sbagliare nella vita nostra di cristiani è l'essere “innamorati” del Signore e da Lui prendere ispirazione per le nostre azioni. Così era Paolo, l'Apostolo che oggi descrive la propria vita nella Prima Lettera ai Galati. Un equilibrio dunque tra “contemplazione e servizio”, due qualità ben illustrate dall'odierno Vangelo di Luca, incentrato sulle figure di Marta e Maria, sorelle di Lazzaro di Betania, nella cui casa Gesù è ospite.
“Sono due sorelle che, con il loro modo di agire”, spiega Francesco nell'omelia della Messa, come riferisce Vatican News, “ci insegnano come deve andare avanti la vita del cristiano”. “Maria ascoltava il Signore”, mentre Marta era “distolta” perchè “occupata nei servizi”.
Ecco, Marta è una di quelle donne “forti”, rimarca il Papa, è capace anche di rimproverare il Signore per non essere stato presente alla morte del fratello Lazzaro. Sa “farsi avanti”, è coraggiosa dunque, osserva, ma priva di “contemplazione”, incapace di “perdere il tempo guardando il Signore: “Ci sono tanti cristiani che vanno, sì, la domenica a Messa, ma poi sono indaffarati, sempre. Non hanno tempo né per i figli, neppure per giocare con i figli: è brutto, questo. ‘Ho tanto da fare, sono indaffarato …’. E alla fine diventano cultori di quella religione che è l’indaffaratismo: sono – spiega Papa Francesco - del gruppo degli indaffaratisti, che sempre stanno facendo … ma fermati, guarda il Signore, prendi il Vangelo, ascolta la Parola del Signore, apri il tuo cuore … No: sempre il linguaggio delle mani, sempre … E fanno del bene, ma non del bene cristiano: un bene umano. A questi manca la contemplazione. A Marta mancava quello. Coraggiosa, sempre andava avanti, portava le cose in mano, ma le mancava la pace: perdere il tempo guardando il Signore”.
Al contrario, Maria: il suo - chiarisce Francesco - non è un “dolce far niente”. Lei “guardava il Signore perché il Signore toccava il cuore e da lì, dall’ispirazione del Signore, è da dove viene il lavoro che si deve svolgere dopo”. E' la regola di San Benedetto, “Ora et labora”, che incarnano monaci e monache di clausura, i quali di certo - sottolinea il Papa - non “stanno tutta la giornata guardando il cielo. Pregano e lavorano”. E soprattutto è quanto ha incarnato l'Apostolo Paolo, come sta scritto nella Prima Lettura di oggi: “quando Dio lo scelse” - fa notare Francesco – “non è andato a predicare” subito, ma se “n'è andato a pregare”, “a contemplare il mistero di Gesù Cristo che gli era stato rivelato”: “Ogni cosa che faceva Paolo la faceva con questo spirito di contemplazione, di guardare il Signore. Era – ha spiegato il Papa - il Signore che parlava dal suo cuore, perché Paolo era un innamorato del Signore. E questa è la parola-chiave per non sbagliare: innamorati. Noi, per sapere da quale parte stiamo, se esageriamo perché andiamo in una contemplazione troppo astratta, anche gnostica, o se siamo troppo indaffarati, dobbiamo farci la domanda: ‘Sono innamorato del Signore? Sono sicuro, sono sicura che Lui mi ha scelto, mi ha scelta? O vivo il mio cristianesimo così, facendo delle cose … sì, faccio questo, faccio, faccio ma guarda, il cuore? Contempla?’”.
E' come quando una marito torna a casa dal lavoro e trova sua moglie ad accoglierlo: quella che è veramente innamorata non lo fa accomodare e poi continua a sbrigare le faccende di casa, ma “prende il tempo per stare con lui”.  Ecco allora, anche noi prendiamo il tempo per il Signore al servizio degli altri: “Contemplazione e servizio: questa è la strada nostra della vita. Ognuno di noi pensi: quanto tempo al giorno do a contemplare il mistero di Gesù? E poi: come lavoro? Lavoro tanto che sembra un’alienazione, o lavoro coerente alla mia fede, lavoro come un servizio che viene dal Vangelo? Ci darà bene pensare questo”.
 
 

Lugano: da oggi il festival sui diritti umani

Lugano - Inizia oggi il "Film festival diritti umani" di Lugano. Tanto cinema (proiezioni anche in orario scolastico), musica, arte, dibattiti e un corto su un’esperienza di integrazione fatto dai ragazzi del liceo Lugano 1. A ogni film segue un dibattito con approfondimento o l’incontro col regista.
Si apre alle 13 e 15 al Cinema Corso con la prima svizzera di Waiting for Barcelona, del regista Juho-Pekka Tanskanen, sulle vite, le lotte e le speranze degli immigranti senza permesso delle ramblas. Fra gli altri film, alle 9 di domani da segnalare Kinshasa Mokambo sulla rivolta contro Kabila e venerdì alle 13,15 On her Shoulders che ha per protagonista Nadia Murad nuova Nobel per la pace.
 

Mattarella: in 100 anni emigrati in 26 milioni

Roma –“In circa cento anni, tra il 1876 e il 1975, sono emigrati dall’Italia quasi 26 milioni di Italiani. Si tratta davvero di una nazione fuori dalla nazione”. Lo ha ricordato ieri il Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, in un video messaggio in occasione della prima puntata della trasmissione quotidiana “L’Italia con noi”, in onda sul canale Rai Italia. Per Mattarella parliamo dei “figli lontani, ai quali dalla madre Patria si guarda con ammirazione e con affetto particolari”.
“Per chi vive in Italia – ha aggiunto il Capo dello Stato -  è sempre motivo di orgoglio sapere che le comunità di origine italiana si sono guadagnate, nel tempo, rispetto, stima, considerazione e simpatia per l’impegno dimostrato nel Paese che li ospita, in tanti campi. Questi successi, naturalmente, non possono far smarrire il ricordo di storie di sofferenza e di privazioni, affrontate con determinazione e con coraggio dai tanti migranti che partirono verso un destino ignoto per porre le basi di una condizione di vita nuova e solida, che non gli era possibile in Patria”.
Per Mattarella l’emigrazione italiana ha “spesso dimostrato di saper dare un’impronta determinante nei Paesi di approdo, in termini di idee, di energia, di creatività: dalla politica, all’economia, dalla cultura, all’arte. E le comunità italiane – conclude  – vanno particolarmente ringraziate per la cura con cui si occupano anche di tenere vive, in ogni parte del mondo, la cultura e la lingua italiana”.
 

MCI Bradford: impegno per la costruzione di una scuola in Papua Nuova Guinea

Bradford - La Missione Cattolica Italiana di Bradford, si sta impegnando per la costruzione di una scuola in Papua Nuova Guinea. “Siamo tutti invitati a dare un sentito, nostro, gradito contributo!”, dice il missionario p. Lorenzo Frosio: “vogliamo essere vicini a  loro con le nostre responsabilità, traducendole in un impegno concreto, sperando in un piccolo cambiamento, per il bene comune”.
 
 

MCI Germania-Scandinavia: concluso il convegno nazionale 2018

Erfurt – “Il credo delle nuove generazioni”. Questo il tema del convegno nazionale delle Missioni Cattoliche Italiane di Germania e Scandinavia che si è svolto a Erfurt, capoluogo della Turingia, presso la casa St. Ursula. Un convegno che ha permesso di “conoscere da vicino una diocesi della ex-DDR e, grazie alle relazioni del dr. Schmid e di p. Keßler, dei nostri interventi e del dibattito, ci ha messo in grado di valutare meglio la presenza dei giovani nelle nostre Comunità e di orientare in modo più efficace la nostra pastorale giovanile”, dice il coordinatore nazionale, p. Tobia Bassanelli. Attualmente in Germania-Scandinavia le Missioni Cattoliche Italiane sono 83 rette da 74 sacerdoti.
 

Papa Francesco: laici e pastori non abbiano paura di sporcarsi le mani

Città del Vaticano - Un invito ad essere “cristiani sul serio”, cristiani che “non hanno paura di sporcarsi le mani, le vesti, quando si fanno vicini” al prossimo, cristiani “aperti alle sorprese” e che, come Gesù, “pagano per gli altri”. E’ quello di Papa Francesco nell’omelia della Messa mattutina a Casa Santa Marta come riferisce Vatican News.
Prendendo spunto dal vangelo di oggi il Papa riflette sui “sei personaggi” della parabola raccontata da Gesù al dottore della Legge che, per metterlo “alla prova”, gli chiede: “chi è mio prossimo?”. Quindi elenca i briganti, il ferito, il sacerdote, il levita, il Samaritano e il locandiere. I briganti che “percossero a sangue” l’uomo, “lasciandolo mezzo morto”; il sacerdote che quando vide il ferito “passò oltre”, senza tener conto della sua missione, pensando solo all’imminente “ora della Messa”. Così fece pure il levita, “uomo di cultura della Legge”. Francesco esorta proprio a soffermarsi sul passare “oltre”, un concetto che - dice - “deve entrare oggi nel nostro cuore”. Si tratta – osserva – di due “funzionari” che, “coerenti” con l’esserlo, dissero: “non tocca a me” soccorrere il ferito. Invece chi “non passa oltre” è il Samaritano, “che era un peccatore, uno scomunicato dal popolo di Israele”: il “più peccatore - sottolinea il Papa - ebbe compassione”. Forse – nota - era “un commerciante che era in viaggio per affari”, eppure: “non guardò l’orologio, non pensò al sangue. Gli si fece vicino – scese dall’asino - gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino. Si sporcò le mani, si sporcò le vesti. ‘Poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo’, tutto sporco… di sangue… E così doveva arrivare. ‘E si prese cura di lui’. Non ha detto: ‘Ma, io lo lascio qui, chiamate i medici che vengano. Io me ne vado, ho fatto il mio’. No. ‘Si prese cura’, come dicendo: ‘Adesso tu sei mio, non per possessione, ma per servirti’. Questi non era un funzionario, era un uomo con cuore, un uomo con il cuore aperto”.
Il Pontefice parla poi del locandiere che “rimase sbalordito” nel vedere uno “straniero”, un “pagano - così diciamo - perché non era del popolo di Israele” che si fermava a soccorrere l’uomo, pagando “due denari” e promettendo di saldare eventuali spese al suo ritorno. Il dubbio di non ricevere il dovuto si insinuò nell’albergatore, aggiunge Francesco, “il dubbio di uno che vive una testimonianza, di uno aperto alle sorprese di Dio”, proprio come il , Samaritano. “Ambedue non erano funzionari. ‘Tu sei cristiano? Tu sei cristiana?’. ‘Sì sì sì, vado le domeniche a Messa e cerco di fare il giusto… meno chiacchierare, perché sempre mi piace chiacchierare, ma il resto lo faccio bene’. Ma tu sei aperto? Tu sei aperta alle sorprese di Dio o sei un cristiano funzionario, chiuso? ‘Io faccio questo, faccio la Messa la domenica, la Comunione, la Confessione una volta l’anno, questo, questo… Io sono in regola’. Questi sono i cristiani funzionari, quelli che non sono aperti alle sorprese di Dio, quelli che sanno tanto di Dio ma non incontrano Dio. Quelli che mai entrano in stupore davanti a una testimonianza. Anzi: sono incapaci di dare testimonianza”.
Il Papa esorta dunque tutti, “laici e pastori”, a domandarci se siamo cristiani aperti a quello che il Signore ci dà “ogni giorno”, “alle soprese di Dio che tante volte, come questo Samaritano, ci mette in difficoltà”, oppure siamo cristiani funzionari, facendo ciò che dobbiamo, sentendoci così “in regola” e rimanendo poi costretti nelle medesime regole. Alcuni teologi antichi, ricorda infine Francesco, dicevano che in questo passo è racchiuso “tutto il Vangelo”: “ognuno di noi è l’uomo lì, ferito, e il Samaritano è Gesù. E ci ha guarito le ferite. Si è fatto vicino. Si è preso cura di noi. Ha pagato per noi. E ha detto alla sua Chiesa: ‘Ma se c’è bisogno di più, paga tu, che io tornerò e pagherò’. Pensare bene: in questo brano c’è tutto il Vangelo”.
 
 

Il Sinodo e il tema migranti

Roma - Il tema dei migranti è fortemente sentito nel Sinodo sui giovani. È quanto traspare dal briefing quotidiano che ha visto sabato come protagonisti, insieme al laico argentino Mariano Germán García, i cardinali Dieudonné Nzapalainga, arcivescovo di Bangui in Repubblica Centrafricana, e Giuseppe Versaldi, prefetto della Congregazione per l’educazione cattolica.
“Le migrazioni – ha spiegato il porporato africano – non esistono da ora, già ai tempi di Abramo c’erano le migrazioni. Ma ora, per molti, alle spalle c’è una scelta di sopravvivenza. Nei nostri Paesi molti giovani si chiedono: se resto muoio, se parto muoio, cosa scelgo? Spesso si tratta anche di un salto nel nulla. Ma quelli che partono hanno sempre le loro ragioni: e la Chiesa deve accompagnarli, sono esseri umani, non bestie”.
“A volte – ha insistito Nzapalainga – essi vengono respinti come bestie. Oppure vengono accolti solo se servono a  qualcosa, se portano dei vantaggi. No, sono esseri umani, e vanno trattati come tali. Questa è la questione che abbiamo portato al Sinodo e che speriamo venga affrontata”.
“Il problema delle migrazioni è un problema complesso – ha osservato il cardinale Versaldi –. Ci sono anche distinzioni da fare tra il modo in cui la Chiesa affronta la questione e il modo in cui lo fanno gli Stati. La Chiesa ha un ruolo di annuncio del Vangelo, e il Vangelo su questo punto è chiaro: ‘ero straniero e mi avete accolto’. Per la Chiesa l’accoglienza è un valore irrinunciabile”. La testimonianza della Chiesa – ha proseguito il porporato piemontese – è “evidente, è sotto gli occhi di tutti: i ‘porti chiusi’ non sono della Chiesa, essa anzi ha aperto le sue porte”. Versaldi poi ha voluto sottolineare quanto testimoniato da un padre sinodale della Chiesa africana, secondo cui “la Chiesa europea e occidentale fa bene a sviluppare il discorso dell’accoglienza, ma in Africa la Chiesa è impegnata a far sì che i giovani non partano, magari finendo nelle mani dei trafficanti di esseri umani. C’è chi spinge i giovani a emigrare, in modo che a livello locale non ci siano più generazioni per nuove classi dirigenti, e si favorisca così un nuovo colonialismo. Non è in contraddizione, quindi, l’idea di una Chiesa che accoglie e quella che aiuta invece a non emigrare”. Questa testimonianza è stata raccolta nel Circolo minore di lingua italiana di cui fa parte anche il presidente della CEI, il Cardinale Gualtiero Bassetti. E Versaldi ha riferito che l’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve nel contesto di questa discussione sul tema dei migranti ha ricordato che nell’incontro su Mediterraneo fissato per il novembre 2019 a Bari si lavorerà “per un’azione comune, perché ci sia la libertà e non la costrizione” di emigrare, “altrimenti si inseriscono forze che ritornano a sfruttare l’Africa”. “A molti giovani, in Africa – ha spiegato Versaldi – si infonde l’illusione che andando in Europa miglioreranno le loro condizioni di vita, che guadagneranno e manderanno i soldi alle famiglie, magari si "regala" loro anche il biglietto, ma poi, una volta nei Paesi di approdo, sono costretti a lavorare proprio per ripagare quel biglietto”. (Gianni Cardinale)
 

Migranti: non si fermano gli arrivi

Roma – In Italia non si fermano gli arrivi di migranti. In Sardegna, nelle ultime ore, una ventina di nordafricani, tutti uomini in buone condizioni di salute, sono sbarcati sull’isola.
Attorno alle 21 di ieri sera i carabinieri della stazione di Giba hanno rintracciato un primo gruppo di sette persone che camminavano vicino al porto di Teulada (Sulcis). A 17 miglia dalla costa sud-est di Sant’Antioco una motovedetta della capitaneria ha soccorso in mare altri 13 migranti che navigavano su una piccola barca di legno lunga sei metri.
I giovani sono stati trasportati nel porto commerciale di Sant’Antioco, dove li hanno presi in consegna i carabinieri della stazione di Calasetta per destinarli, poi, al centro di accoglienza di Monastir (Cagliari).
 

Migrantes Lombardia: oggi il pellegrinaggio dei migranti a Caravaggio

Milano - “Tocca anche a noi”.. Questo il tema del pellegrinaggio che si svolgerà oggi al Santuario del Caravaggio promosso dalla Migrantes della Conferenza Episcopale Lombarda. Si tratta dell’annuale pellegrinaggio dei migranti cattolici della Lombardia, che vede riuniti migranti di tutta la regione. residenti in regione. Un momento che ha l’obiettivo di rendere visibile la presenza di cattolici tra gli immigrati. (R.I.)
 

Assisi: domani la firma del manifesto “Parole non pietre”

Assisi – Si svolgerà domani ad Assisi una riflessione senza steccati di categorie o di culture fra giornalisti, giuristi, laici, religiosi, esponenti di organismi istituzionali e animatori di esperienze sociali e sindacali. Tema dell’incontro “Le parole non sono pietre”, per contrastare il pericoloso diffondersi dei discorsi d'odio nella comunicazione, per dire no all'imbarbarimento del dibattito pubblico, per mettere in rete fra loro tutte le voci che vogliono fermare questa spirale, si legge in una nota . L’iniziativa è promossa da Articolo 21, Sacro Convento di Assisi, Ordine dei giornalisti, Fnsi, Usigrai, Tavola della Pace. Dalla domanda di una comunicazione non violenta, capace di non lacerare la coesione sociale, è nata già un anno fa la bozza della Carta di Assisi che domani sarà dibattuta ed emendata. Un decalogo di principi – da “non scrivere degli altri quello che non vorresti fosse scritto di te” a “impara a dare i numeri”; da “diventa scorta mediatica della verità” a “porta il messaggio nelle nuove piazze digital”' - che verrà assunto come impegno da tutti i partecipanti e che domenica sarà ufficialmente lanciato a conclusione della Marcia Perugia-Assisi.
 

Card. Sepe: San Francesco apra nostro cuore ad accoglienza

Assisi - “San Francesco voglia benedire l’Italia intera aprendo il nostro cuore all’accoglienza e illuminando tutti perché’ prevalga la saggezza, nella consapevolezza che apparteniamo tutti alla
stessa famiglia umana, ma comunque nel rispetto delle persone,  dei diritti di ciascuno, delle regole poste in ogni Paese a  presidio della civile convivenza”. A dirlo è stato ieri il card. Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli durante la  messa in occasione della festa di San Francesco, Patrono d’Italia. E parlando del tema immigrazione ha evidenziato che “l’amore per l’altro fa miracoli: il miracolo di coniugare  insieme le esigenze dei cittadini italiani con l’esasperazione di chi vuole sfuggire pericoli gravissimi, le garanzie dei cittadini con le urgenze dei più poveri”. In Europa – ha sottolineato abbiamo bisogno di ritrovare il senso di una lunga tradizione cristiana che, nello spirito del dialogo di San Francesco, serve a dare sicurezza ai cittadini, consapevoli che la costruzione della propria identità non si sviluppa nella chiusura e nell’isolamento, ma solo nelle relazioni con chi è diverso per cultura o fede”.
 
 

Venezuela: la Chiesa in prima linea per una “accoglienza dignitosa”

Roma - Il dramma del Venezuela fa sentire, ogni giorno di più, i suoi effetti su tutto il continente. Prima erano migliaia, ora sono milioni coloro che fuggono dalla fame, dall’indigenza, dalla violenza e da un regime sordo. All’inizio il flusso era concentrato quasi in un solo punto: il ponte che divide il Venezuela dalla città di Cucuta, in Colombia. I venezuelani passavano la frontiera, si procuravano qualche genere di prima necessità, e tornavano alle loro case. Poi hanno iniziato a restare in Colombia (attualmente sono circa un milione e 200mila, secondo recenti stime), o a intraprendere un lungo viaggio per arrivare in Cile. Ma ora anche gli Stati di passaggio, Ecuador e Perù, sono al collasso. La gente si ammassa alle frontiere, e spesso si ferma. Quella andina è la rotta principale, ma non l’unica. L’altra principale, anche se con numeri inferiori, è quella che porta in Brasile, inizialmente nello stato settentrionale del Roraima. Ma non mancano neppure coloro che cercano di raggiungere le isole caraibiche, oppure gli Usa o l’Europa.
L’emigrazione venezuelana ha iniziato, a partire da quest’estate, ad assumere contorni impressionanti: i numeri ufficiali parlano di 2,3 milioni di cittadini usciti dal loro Paese, ma alcune stime arrivano a superare i tre milioni. Molti sono entrati in modo irregolare nei vari Paesi, anche perché diversi Governi, fino all’inizio di settembre, avevano iniziato a pretendere, per consentire l’ingresso ai venezuelani, il passaporto con regolare validità, mentre molti documenti risultavano scaduti. A questo si aggiungono l’invio dell’esercito alla frontiera brasiliana, mentre anche la Colombia, con il nuovo presidente Duque, aveva minacciato di farlo. Poi, i rappresentanti di 11 Paesi (Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, Messico, Panama, Paraguay, Perù e Uruguay), riuniti a Quito, hanno accettato di consentire l’ingresso dei profughi venezuelani anche con il passaporto scaduto.
La situazione resta comunque di massima emergenza. E non mancano episodi, perlopiù isolati, di chiusura e xenofobia. Come emerge da una “panoramica” che il Sir ha compiuto in alcuni di questi Paesi.
Spiega dall’Ecuador Fernando López, direttore del Servizio gesuita ai rifugiati (Sjr): “Alcune stime parlano di 430mila venezuelani entrati dalla Colombia negli ultimi mesi. Fino allo scorso luglio l’Ecuador era solo un Paese di transito”. Prosegue il direttore del Sjr: “L’Ecuador è tradizionalmente un Paese accogliente e solidale, ma il volume delle persone giunte ha messo a dura prova tutto il sistema. Le condizioni di parecchi venezuelani sono molto precarie”. Non sono mancati episodi di xenofobia a Rumichaca e a Quito, “ma si è trattato di casi isolati”. Il problema, ora, è quello di “organizzare un’accoglienza dignitosa, mentre già sono attive organizzazioni criminali che approfittano della situazione per sottopagare i venezuelani”. La Chiesa è già all’opera da mesi: “Abbiamo iniziato a rafforzare la nostra rete tra ordini e congregazioni religiose. Questo lavoro ci ha permesso di affrontare in questi mesi l’emergenza umanitaria”.
Non molto dissimile la situazione in Perù. Ne parliamo con suor Beatriz Pérez Marcassi, responsabile per il Perù del Simn (Scalabrini International Migration Network), e padre Luiz Do Artes, direttore della casa Beato Juan Bautista Scalabrini a San Miguel, nella zona di Lima. Spiega la religiosa scalabriniana: “Stiamo cercando di fare tutto il possibile, ma la verità è che per il Perù questo è un fenomeno nuovo”. Continua padre Do Arte: “Da agosto si è creata una situazione di emergenza alle frontiere. A Nord, nella regione di Tumbes, la autorità avevano iniziato a chiedere il passaporto, ma gli arrivi sono continuati”. Raccontano i religiosi scalabriniani: “L’80% dei venezuelani ora si trova a Lima, non tanto alla frontiera. Il 70% vive di economia informale. A prevalere sono i segnali di integrazione e accoglienza”. La sfida ora si chiama integrazione:
“Lo Stato ha consentito ai bambini e ragazzi venezuelani l’accesso alle scuole”.
Ci spostiamo in Cile, che è invece un Paese più “abituato” ad accogliere migranti negli ultimi anni, come ci conferma Delio Cubides, portavoce dell’Incami (Istituto cattolico cileno per le migrazioni): “La migrazione venezuelana supera le 140mila persone, sono dati ufficiali ministeriali. Molti anche gli haitiani. Sappiamo bene che i venezuelani sono privi di alimenti e medicine. In Cile c’è una stabilità economica ed è una destinazione appetita. I venezuelani hanno vissuto parecchie difficoltà, per esempio con i passaporti e l’impossibilità di porre il timbro nel documento. Questo si incrocia con un Paese rigido come il Cile, qui si sta discutendo una nuova legge sulla migrazione”. Importante, come negli altri Paesi, l’azione della Chiesa: “Stiamo assistendo le persone nei documenti da presentare, considerando che in Cile la parte burocratica è più rigida che in altri Paesi. Se non si è a posto con i documenti, non si può accedere al mercato lavorativo. Poi esistono diverse case di accoglienza, gestite perlopiù dai padri Scalabriniani. Ci sono due case di accoglienza a Santiago e un’altra ad Arica, vicino alla frontiera settentrionale. Come Incami assistiamo ogni giorno, solo a Santiago, 150 persone nuove”.
Lo scenario muta notevolmente in Brasile e in particolare nello stato di Roraima. Qui nelle scorse settimana ci sono stati gravi episodi di intolleranza e xenofobia, diversi venezuelani sono tornati nel loro Paese. Inoltre il Governo del presidente Temer ha inviato l’esercito a presidiare la frontiera. Denuncia suor Rosita Milesi, direttrice della Congregazione scalabriniana in Brasile e dell’Istituto migrazioni e diritti umani: “Gli episodi di xenofobia sono diventati ricorrenti nello stato di Roraima. In larga misura, queste manifestazioni discriminatorie sono state irresponsabilmente provocate dai leader locali, compresi i leader politici,
per i quali la xenofobia può rappresentare un modo per distrarre la popolazione in relazione alle cause strutturali dei vari problemi che affliggono i roraimenses, strategia che è stata usata con maggiore intensità durante questo periodo di campagna elettorale”. Prosegue la religiosa: “La Chiesa cattolica, in particolare attraverso la Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile e diverse congregazioni religiose, organismi pastorali, parrocchie, sotto la guida di dom Mario da Silva, vescovo di Roraima, agisce sia nel Roraima e in altri luoghi per assistere migranti e rifugiati venezuelani: si tratta di un grande insieme di istituzioni e servizi, che offrono assistenza legale, il cibo, rifugio, protezione, assistenza nella documentazione, assistenza a donne e bambini”. (Bruno Desidera – Sir)
 
 

Mons. Bregantini: “risorsa” e non” pericolo” i migranti

Campobasso - “Davanti al fatto degli arresti domiciliari del sindaco di Riace, Mimmo Lucano, esprimo la mia profonda amarezza e dolore. Per lui e per tutta la comunità del paese e della Calabria tutta, dove sono stato vescovo per ben 14 anni” della diocesi di Locri-Gerace. Così Mons. Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso-Bojano esprime “una parola di vicinanza e di solidarietà, che possa essere di conforto all’amico Mimmo e di luce per tutti i fedeli della zona”. Per il presule, “l’agire di questo sindaco, coraggioso e tenace, sia stato fecondo di bene e fortemente progettuale”. In questo cammino, ricorda l’arcivescovo, “ha coinvolto progressivamente l’intero suo paese, Riace. Specie il centro storico, dove ha potuto così riattivare e riabitare tante case vuote, perché i proprietari erano emigrati altrove. Terra quindi di emigrazione, la Calabria. E perciò terra che meglio può esprimere un cuore vivo di empatia relazionale”. Proprio su questa empatia relazionale “ha poi proseguito il suo cammino, sostenuto personalmente anche dalla nostra Chiesa di Locri-Gerace”. Secondo Bregantini, Lucano “è stato un uomo lungimirante, un sindaco che ha capito che solo valorizzando gli immigrati si porterà beneficio ai nostri cittadini italiani. Non uno contro l’altro, ma solo insieme”. E così “ha creato benessere per tutti”. Il presule, ora, confida nella magistratura “perché possa far luce su tutta questa dolorosa vicenda”, in quanto “è in gioco il bene comune del paese”. L’arcivescovo si rivolge, poi, alla politica chiedendo “di riflettere bene su questo ‘modello’, specie in questo momento di grandi battaglie, per evitare che in futuro il binomio tra sicurezza e migranti diventi negativo e di contrapposizione. I migranti, come si impara da Riace, sono una risorsa non un pericolo. Riattivano paesini che stanno morendo, come già constatiamo con tante trepidazione anche in Molise. Accoglierli con saggezza e con un buon piana di integrazione, specie insegnando loro la nostra bella lingua italiana, renderà più aperti i nostri cuori e le nostre città”.
 

Mons. Oliva: addolora l’arresto del sindaco di Riace

Riace - L’arresto del sindaco di Riace Mimmo Lucano “ci addolora, perché riguarda uno che ha fatto dell’accoglienza migranti la sua ragione di vita”. Lo scrive in un messaggio il vescovo di Locri-Gerace, Mons. Francesco Oliva dicendosi “certo che la Magistratura saprà fare luce sui fatti contestati in modo che la verità possa prevalere”. Nell’interesse di Lucano, di Riace e di tutta la Comunità ora “sconcertata e disorientata più mai. Per il presule l’accoglienza dei migranti negli ultimi anni “ha visto coinvolte tantissime realtà territoriali e la Locride lo è stata in prima linea, mettendo a disposizione le strutture ricettizie disponibili. Anche la Chiesa si è adoperata in tale senso. E’ stata una gara di solidarietà che ha visto impegnarsi in prima persona il sindaco di Riace e non solo. Sono tante le associazioni impegnate nell’accoglienza, che hanno ridato vita a realtà territoriali e centri storici in via di spopolamento. Va riconosciuto – scrive il presule nella missiva pubblicata sul sito della Conferenza Episcopale Calabra www.calabriaecclesia.org - che tanto fervore è venuto incontro alle difficoltà dello Stato e del suo apparato amministrativo. Sarebbe offensivo per quanti operano nell’accoglienza strumentalizzare quanto accaduto (del resto ancora in corso di accertamento), per attaccare tutta l’organizzazione dell’accoglienza, pur sapendo che non sono mancati i limiti e gli errori commessi. In tanti casi si è sostituita allo Stato. Oggi la buona volontà non basta”. Occorre, per Mons. Oliva, un “sussulto di umanità che aiuti a superare la tentazione di vedere nel migrante un pericoloso straniero. Anche lo Stato con le sue leggi ed il suo apparato burocratico deve tener conto di tali bisogni ed è chiamato a vigilare attraverso gli organi preposti, perché non si speculi sulla pelle del migrante e non si approfitti dei finanziamenti pubblici, così come deve sostenere chi se ne occupa nel rispetto delle leggi. La legge è per l’uomo e per una vita sociale più umana, che si faccia carico dei diritti fondamentali della persona. La burocrazia – conclude il vescovo della Locride, deve aiutare in tale senso. Guai a voltare le spalle a chi è nel bisogno e bussa alla porta delle nostre case, ne verrebbe a scadere la nostra stessa umanità”.
 

Quirinale: Mattarella emana decreto sicurezza e immigrazione e scrive a Conte

Roma - Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha emanato oggi il decreto legge in materia di Sicurezza e Immigrazione e ha contestualmente inviato una lettera al Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte evidenziando Conte. “Al riguardo avverto l’obbligo - scrive il capo dello Stato - di sottolineare che, in materia, come affermato nella Relazione di accompagnamento al decreto, restano ‘fermi gli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato’, pur se non espressamente richiamati nel testo normativo, e, in particolare, quanto direttamente disposto dall’art. 10 della Costituzione e quanto discende dagli impegni internazionali assunti dall’Italia”.
 

Mons. Zuppi: una chiesa senza pregiudizio e indifferenza

Bologna - “Vogliamo una chiesa senza barriere fisiche ma soprattutto, e dipende da ognuno di noi, senza quelle invisibili che sono la solitudine, il pregiudizio, l’indifferenza”. A dirlo, oggi pomeriggio, l’arcivescovo di Bologna, mons. Matteo Zuppi in occasione della celebrazione eucaristica nella basilica di san Petronio, patrono della città e della diocesi. Per mons. Zuppi “la paura suggerisce di alzare barriere, ma non sono queste a darci sicurezza, perché alla fine ci isolano”.
“Bologna - ha aggiunto il presule - sarà davvero come Gerusalemme a Pentecoste, quando la confusione di Babele è ricomposta da quei deboli ma fortissimi apostoli. Siamo noi, oggi, preti e laici, pieni del suo amore e nutriti dalla sua Parola, capaci di parlare la lingua che tutti capiscono e di vincere l’incomprensione, la barriera più grande che tanti conflitti genera”.
 
 

Palermo: incontro su accoglienza nella Missione Speranza e Carità

Palermo - I principali attori della città di Palermo parlano delle sfide, dall’accoglienza all’integrazione, ma anche della povertà da affrontare, nella Missione Speranza e Carità. A tenere le relazioni principali, sabato 6 ottobre, dalle 9, saranno l’arcivescovo mons. Corrado Lorefice e Giuseppe Savagnone, direttore dell’Ufficio diocesano della Pastorale della cultura. Poi, porteranno le loro testimonianze il parroco di Brancaccio, don Maurizio Francoforte, il presidente del Centro Padre Nostro, Maurizio Artale, il magistrato Vittorio Teresi, presidente del Centro Studi Paolo Borsellino e, ancora, Biagio Conte, fondatore della Missione, e il sindaco Leoluca Orlando. “Crisi E Ri-Generazione. Un nuovo pensiero e una nuova operatività nella storia” è il titolo del convegno, appuntamento che segue agli incontri organizzati in prossimità della visita di Papa Francesco nella Missione, accomunati dalla considerazione che “siamo tutti nella stessa barca”.
 

Padova: da oggi la Consulta dei Veneti nel Mondo

Padova - C’è un “altro” Veneto al di fuori dei confini nazionali: quasi 5 milioni di emigrati e discendenti di emigrati che oggi vivono e lavorano in America Latina, Stati Uniti, Canada, Australia, Sud Africa, a nord delle Alpi, e che non hanno dimenticato lingua, tradizioni, cultura, identità veneta. Da oggi al 6 ottobre a Padova, a palazzo Santo Stefano, si riunisce il loro organo di rappresentanza, la Consulta  dei Veneti nel mondo, cioè il “parlamentino” dei 126 circoli di “veneti nel mondo”, disseminati in 18 stati di quattro diversi continenti. In contemporanea alla Consulta, a Palazzo Santo Stefano si riuniranno anche i giovani veneti e i giovani oriundi veneti residenti all’estero per il meeting annuale  collegato alla Consulta.  Per tre giorni una cinquantina di rappresentanti dei “veneti” d’Europa, delle Americhe, di Asia, Australia e Africa daranno voce al composito mondo dell’emigrazione veneta e alle richieste e proposte dell’ “altro Veneto” per mantenere i legami con la terra d’origine e per valorizzare il contributo culturale, sociale, economico e imprenditoriale che i discendenti degli emigrati veneti intendono continuare a dare alla “madre-patria”.
“Dall’Unità di Italia a oggi sono più di 25 milioni gli italiani emigrati e un quinto erano veneti – ricorda l’assessore regionale ai flussi migratori Manuela Lanzarin, che presiede la Consulta dei veneti nel mondo –Non ci sono state solo le rimesse economiche degli emigranti, che hanno contribuito a sostenere lo sviluppo e la crescita economica del nostro Veneto, ma dai paesi di emigrazione sono arrivate rimesse morali, culturali e sociali non meno importanti di quelle economiche. Per questo la Regione Veneto si è data una legge, quindici anni fa, che ha istituzionalizzato i rapporti con le comunità dei veneti nel mondo chiedendone il coinvolgimento attivo nella definizione dei piani triennali e dei programmi annuali delle politiche regionali per iniziative di scambio, sostegno e relazione. C’è una circolarità di cervelli, talenti e culture tra il Veneto di oggi e l’altro Veneto’ che rappresenta un patrimonio di energie, esperienze, saperi e tradizioni al quale non possiamo e non vogliamo rinunciare”.
I lavori di Consulta e meeting si concluderanno sabato 6 ottobre con la presentazione del documento finale che farà sintesi del contributo e delle proposte dei veneti nel mondo e dei giovani oriundi al prossimo piano triennale per le politiche migratorie 2019-21.