Bruxelles - “Nel 2018 gli attraversamenti illegali delle frontiere europee ha raggiunto il livello più basso in cinque anni, ma la pressione migratoria è rimasta relativamente elevata alle frontiere esterne dell’Ue”: lo si legge nel rapporto Analisi del rischio di Frontex per il 2019 pubblicato ieri. “La cifra totale degli arrivi – 150.114 nell’anno – è scesa del 27% rispetto all’anno precedente, ed è inferiore del 92% rispetto al picco migratorio del 2015. Ciò è dovuto in gran parte al drammatico calo del numero di migranti sulla rotta del Mediterraneo centrale” verso l’Italia: gli arrivi attraverso questo tratto di mare sono stati 23.485. Hanno invece attraversato il Mediterraneo occidentale, verso la Spagna, 57.034 persone, “il doppio rispetto al 2017”.
Primo Piano
Il Requiem di Fauré suona per i migranti
Milano - «La loro morte è la nostra morte». Una morte fisica – quella di chi non sopravvive alla traversata del Mediterraneo perché le carrette del mare colano a picco – si fa morte civile, morte di una società ormai anestetizzata dal dolore, indifferente alla conta delle vittime, sorda al richiamo della coscienza, anche perché frastornata e confusa da certa politica che fa di respingimenti e porti chiusi un punto di forza del governare. Lunedì nel Duomo di Torino risuonerà il Requiem in re minore di Gabriel Fauré «per fare memoria di tanti nostri fratelli che sono nati da altre parti del mondo e che hanno trovato la morte nel nostro mare fuggendo da guerra e miseria» racconta Davide Livermore che ha raccolto l’invito di un gruppo di coristi del Teatro Regio «per dire una parola, da artisti, su una delle tragedie più lancinanti e terribili di questo periodo storico».
Musica sacra per le vittime dell’immigrazione. Il Requiem scritto nel 1888 dal compositore francese mettendo nelle note un sentimento di abbandono: niente squarci laceranti nella musica, niente Dies Irae, piuttosto un ripiegamento che porta la preghiera in una dimensione tutta interiore. Note che risuoneranno nella cattedrale di San Giovanni Battista – messa a disposizione dall’arcivescovo di Torino monsignor Cesare Nosiglia, coinvolto nel progetto insieme alla pastorale dei migranti diocesana – proprio accanto alla Sindone, accanto all’icona del volto sofferente dell’uomo della croce. «Ci piacerebbe essere in grado di dare pace a quelle anime, ma soprattutto aiutare noi stessi a ricordare non solo che uno vale uno, ma che uno vale tutti, che noi siamo quei morti», riflette Livermore, tra i registi di lirica oggi più richiesti: ha aperto la stagione del Teatro alla Scala lo scorso 7 dicembre con Attila di Giuseppe Verdi e non è escluso che sarà lui a firmare la Tosca di Giacomo Puccini che inaugurerà il prossimo cartellone scaligero. Ma dal 2002 anche anima del cineteatro Baretti di Torino, «uno spazio che fa militanza culturale attiva attraverso il teatro e la musica, sempre in primissima linea sul fronte sociale. Penso che la chiamata dei coristi del Regio sia arrivata anche per ciò che facciamo al Baretti. Siamo nati in un territorio difficile, multietnico che anche grazie al nostro impegno culturale ha visto migliorare la qualità di vita del quartiere di San Salvario. Uno spazio piccolo. Ma quando c’è una grande idea e una grande sincerità di cuore si riesce sempre a smuove le persone».
Ecco la forza del Requiem per i morti nel Mediterraneo. All’appello degli artisti del Regio hanno riposto (si esibiranno gratuitamente e saranno a Torino a loro spese) una settantina di colleghi dei cori del Teatro alla Scala e della Fenice di Venezia, dell’Opera di Roma e del Maggio musicale fiorentino, del Comunale di Bologna e del Lirico di Cagliari, dell’Arena di Verona e dell’Accademia di Santa Cecilia. E poi le voci di Roberto De Candia e Valentina Escobar, il pianista Carlo Caputo, il quintetto d’archi dell’orchestra Europa galante. Tutti diretti da Fabio Biondi. «Siamo artisti e la musica è ciò che sappiamo fare. Non possiamo fare politica, possiamo, però, dedicare la nostra arte alla sensibilizzazione delle anime, a creare un senso di comunità. Proponendo un Requiem per i morti nel mediterraneo andiamo agli albori del canto, perché, raccontano gli antropologi, la prima volta che un essere umano ha cantato è stato per aiutare un’anima a passare dal regno dei vivi al regno dei morti, ad andare nella luce – spiega Livermore, che ha scelto alcuni testi – che abbracciano diverse culture letterarie, etnie, religioni, filosofie»: le parole di Virgilio e Bruce Chatwin, di Erri de Luca e Bob Dylan, della somala Igiaba Scego e dell’eritreo Tesfalidet Tesform faranno da prologo alla musica di Fauré. «La musica è un patrimonio per il quale l’Italia è riconosciuta in tutto il mondo. Il melodramma in particolare fa parte del nostro Dna, ci identifica come popolo, ci fa sentire uniti. Anche per questo la musica può essere qualcosa che cura le ferite, che attenua il veleno di chi vuole divisioni e muri».
Un progetto al quale ha collaborato Walter Vergnano, sino alla scorsa primavera sovrintendete del Teatro Regio di Torino. Coinvolti la Cgil del capoluogo piemontese e il comitato nazionale fondazioni lirico- sinfoniche. Insieme, naturalmente, all’arcidiocesi. «Oggi la Chiesa è l’ultimo baluardo di speranza, un avamposto di resistenza umana – dice Livermore –. Da vent’anni sono buddista, ma da ragazzo ho fatto alcuni mesi di seminario e durante gli anni dell’adolescenza ero impegnato nella parrocchia Gesù Buon Pastore. Gli anni Settanta, quando l’allora arcivescovo di Torino, il cardinale Michele Pellegrino, apriva ai preti operai, quando si faceva volontariato non perché era di moda, ma perché era giusto: ogni mattina mi svegliavo all’alba e prima di andare a scuola distribuivo il cibo in San Vincenzo ai senzatetto della stazione. Ci veniva naturale perché la società di allora, cattolica e laica, ci educava a questa sensibilità».
Un impegno che anche gli artisti, oggi più che mai, si devono assumere. «La musica e il canto sono ciò che uno che nella vita fa arte può mettere a disposizione degli altri perché la società possa fare la propria rivoluzione umana. Il Requiem che eseguiremo in Duomo va in questa direzione: il tentativo di creare un senso di comunità, di sentirci insieme per una volta, di fare, di partecipare perché ciò che sta accadendo ci dice che è ancora attualissimo quello che cantava Giorgio Gaber, libertà è partecipazione – dice Livermore, per il quale – la musica è sempre militanza culturale». Agenda piena quella dell’artista torinese, classe 1966, un diploma in conservatorio, una carriera come tenore prima di debuttare, nel 1998, come regista: lo attendono una Lakmé di Leo Delibes a marzo in Oman, un’Anna Bolena di Donizetti a luglio a Sidney e la ripresa del Demetrio e Polibio ad agosto al Rossini opera festival di Pesaro. «Ma l’esperienza del Baretti mi riporta sempre al senso di fare questo mestiere: è un monito che ho davanti sia che lavori in periferia a Torino o sul palco della Scala. Tutto può essere ego, anche lavorare alle poste. Tutto può essere fuorviante. E se è vero che in tutto possiamo cercare la felicità nostra e degli altri, il senso di profonda compassione verso l’essere umano è anche vero che basta poco per essere aridi, riducendo il mondo a puro intrattenimento: l’arte, la musica che tocca lo spirito, ci mette al riparo da questo rischio». (Pierachille Dolfini – Avvenire)
Musica sacra per le vittime dell’immigrazione. Il Requiem scritto nel 1888 dal compositore francese mettendo nelle note un sentimento di abbandono: niente squarci laceranti nella musica, niente Dies Irae, piuttosto un ripiegamento che porta la preghiera in una dimensione tutta interiore. Note che risuoneranno nella cattedrale di San Giovanni Battista – messa a disposizione dall’arcivescovo di Torino monsignor Cesare Nosiglia, coinvolto nel progetto insieme alla pastorale dei migranti diocesana – proprio accanto alla Sindone, accanto all’icona del volto sofferente dell’uomo della croce. «Ci piacerebbe essere in grado di dare pace a quelle anime, ma soprattutto aiutare noi stessi a ricordare non solo che uno vale uno, ma che uno vale tutti, che noi siamo quei morti», riflette Livermore, tra i registi di lirica oggi più richiesti: ha aperto la stagione del Teatro alla Scala lo scorso 7 dicembre con Attila di Giuseppe Verdi e non è escluso che sarà lui a firmare la Tosca di Giacomo Puccini che inaugurerà il prossimo cartellone scaligero. Ma dal 2002 anche anima del cineteatro Baretti di Torino, «uno spazio che fa militanza culturale attiva attraverso il teatro e la musica, sempre in primissima linea sul fronte sociale. Penso che la chiamata dei coristi del Regio sia arrivata anche per ciò che facciamo al Baretti. Siamo nati in un territorio difficile, multietnico che anche grazie al nostro impegno culturale ha visto migliorare la qualità di vita del quartiere di San Salvario. Uno spazio piccolo. Ma quando c’è una grande idea e una grande sincerità di cuore si riesce sempre a smuove le persone».
Ecco la forza del Requiem per i morti nel Mediterraneo. All’appello degli artisti del Regio hanno riposto (si esibiranno gratuitamente e saranno a Torino a loro spese) una settantina di colleghi dei cori del Teatro alla Scala e della Fenice di Venezia, dell’Opera di Roma e del Maggio musicale fiorentino, del Comunale di Bologna e del Lirico di Cagliari, dell’Arena di Verona e dell’Accademia di Santa Cecilia. E poi le voci di Roberto De Candia e Valentina Escobar, il pianista Carlo Caputo, il quintetto d’archi dell’orchestra Europa galante. Tutti diretti da Fabio Biondi. «Siamo artisti e la musica è ciò che sappiamo fare. Non possiamo fare politica, possiamo, però, dedicare la nostra arte alla sensibilizzazione delle anime, a creare un senso di comunità. Proponendo un Requiem per i morti nel mediterraneo andiamo agli albori del canto, perché, raccontano gli antropologi, la prima volta che un essere umano ha cantato è stato per aiutare un’anima a passare dal regno dei vivi al regno dei morti, ad andare nella luce – spiega Livermore, che ha scelto alcuni testi – che abbracciano diverse culture letterarie, etnie, religioni, filosofie»: le parole di Virgilio e Bruce Chatwin, di Erri de Luca e Bob Dylan, della somala Igiaba Scego e dell’eritreo Tesfalidet Tesform faranno da prologo alla musica di Fauré. «La musica è un patrimonio per il quale l’Italia è riconosciuta in tutto il mondo. Il melodramma in particolare fa parte del nostro Dna, ci identifica come popolo, ci fa sentire uniti. Anche per questo la musica può essere qualcosa che cura le ferite, che attenua il veleno di chi vuole divisioni e muri».
Un progetto al quale ha collaborato Walter Vergnano, sino alla scorsa primavera sovrintendete del Teatro Regio di Torino. Coinvolti la Cgil del capoluogo piemontese e il comitato nazionale fondazioni lirico- sinfoniche. Insieme, naturalmente, all’arcidiocesi. «Oggi la Chiesa è l’ultimo baluardo di speranza, un avamposto di resistenza umana – dice Livermore –. Da vent’anni sono buddista, ma da ragazzo ho fatto alcuni mesi di seminario e durante gli anni dell’adolescenza ero impegnato nella parrocchia Gesù Buon Pastore. Gli anni Settanta, quando l’allora arcivescovo di Torino, il cardinale Michele Pellegrino, apriva ai preti operai, quando si faceva volontariato non perché era di moda, ma perché era giusto: ogni mattina mi svegliavo all’alba e prima di andare a scuola distribuivo il cibo in San Vincenzo ai senzatetto della stazione. Ci veniva naturale perché la società di allora, cattolica e laica, ci educava a questa sensibilità».
Un impegno che anche gli artisti, oggi più che mai, si devono assumere. «La musica e il canto sono ciò che uno che nella vita fa arte può mettere a disposizione degli altri perché la società possa fare la propria rivoluzione umana. Il Requiem che eseguiremo in Duomo va in questa direzione: il tentativo di creare un senso di comunità, di sentirci insieme per una volta, di fare, di partecipare perché ciò che sta accadendo ci dice che è ancora attualissimo quello che cantava Giorgio Gaber, libertà è partecipazione – dice Livermore, per il quale – la musica è sempre militanza culturale». Agenda piena quella dell’artista torinese, classe 1966, un diploma in conservatorio, una carriera come tenore prima di debuttare, nel 1998, come regista: lo attendono una Lakmé di Leo Delibes a marzo in Oman, un’Anna Bolena di Donizetti a luglio a Sidney e la ripresa del Demetrio e Polibio ad agosto al Rossini opera festival di Pesaro. «Ma l’esperienza del Baretti mi riporta sempre al senso di fare questo mestiere: è un monito che ho davanti sia che lavori in periferia a Torino o sul palco della Scala. Tutto può essere ego, anche lavorare alle poste. Tutto può essere fuorviante. E se è vero che in tutto possiamo cercare la felicità nostra e degli altri, il senso di profonda compassione verso l’essere umano è anche vero che basta poco per essere aridi, riducendo il mondo a puro intrattenimento: l’arte, la musica che tocca lo spirito, ci mette al riparo da questo rischio». (Pierachille Dolfini – Avvenire)
Mondragone: domenica un altare dedicato al martire rom Ceferino
Mondragone - Una cappella dedicata al promo martire rom, il Beato Ceferino Jimenez Malla. Sarà inaugurata domenica 24 febbraio a Mondragone presso l' oratorio di San Mauro della chiesa San Michele Arcangelo su iniziativa dell'associazione culturale "Amici di Zefferino " di Lanciano, presieduta da Giulia Di Rocco e promossa insieme all’Ufficio Migrantes della diocesi, e dal parroco Don Paolo Marotta. All' evento interverranno molti esponenti del mondo rom e religioso. Tra questi il promotore in Italia della Beatificazione di Ceferino Jimenez Malla: mons. Riboldi e don Giovanni De Robertis, Direttore generale della Fondazione Migrantes.
Zeferino è stato dichiarato Beato il 4 maggio 1997 da Papa Giovanni Paolo II che lo proclamò "Patrono di tutti i Rom del mondo".
Zeferino è stato dichiarato Beato il 4 maggio 1997 da Papa Giovanni Paolo II che lo proclamò "Patrono di tutti i Rom del mondo".
Una mostra che racconta “una via Crucis dei nostri giorni”
Roma - “Le migrazioni oggi sono un fenomeno mondiale. Una realtà geopolitica che cambierà la storia del nostro pianeta”. Lo ha detto questa mattina il Vescovo ausiliare di Roma, Mons Guerino Di Tora, Presidente della Fondazione Migrantes presentato a Roma, presso la Chiesa di San Francesco Saverio del Caravita, la mostra “EXODUS” di Safet Zec, rifugiato dalla Bosnia, un ciclo di grandi opere pittoriche ispirate al tema delle migrazioni. “Spesso si pensa di affrontare le migrazioni costruendo muri”, ha aggiunto il presule evidenziando che il tema della mostra richiama la presenza di Dio nella storia. “Oggi – ha detto ancora mons. Di Tora - occorre riscoprire il Vangelo dell’accoglienza per dare una risposta concreta” per costruire un “mondo nuovo”.
In tutti gli interventi, moderati dal giornalista Lucio Brunelli, la sottolineatura dell’immigrato come persona e non come emerge spesso un problema. “Siamo essere umani e tutti abbiamo bisogno di più umanità”, ha detto il rettore della Chiesa, padre Massimo Nevola. “Guardando questi dipinti vi possiamo leggere una Via Crucis contemporanea”, ha detto il presidente della Cei, il card. Gualtiero Bassetti, che tra i primi, questa mattina, ha visitato la mostra.
La Chiesa di San Francesco Saverio del Caravita nel centro di Roma ha aperto da oggi i suoi spazi all’arte, accogliendo questa mostra ispirata al tema delle migrazioni.
Tredici tele, quelle di Safet Zec, che affrontano e comunicano con grandissimo pathos e forza espressiva questo tema che fin dal titolo della mostra richiama la dimensione biblica dell’esodo di centinaia di migliaia di migranti giunti in Europa.
La mostra - che sarà aperta tutti i giorni dalle ore 10 alle 19 dal 21 febbraio al 31 luglio 2019 e accompagnata da un vasto programma di incontri tematici - è promossa e sostenuta dalla Fondazione Migrantes, dalla Caritas Italiana, dalla Caritas di Roma. Il percorso della mostra può proseguire visitando anche la maestosa Chiesa del Gesù dove, nella Cappella della Passione, è collocata la Pala della Deposizione di Cristo, un’altra grande opera dipinta da Safet Zec, benedetta da Papa Francesco nel 2014. (Raffaele Iaria)
In tutti gli interventi, moderati dal giornalista Lucio Brunelli, la sottolineatura dell’immigrato come persona e non come emerge spesso un problema. “Siamo essere umani e tutti abbiamo bisogno di più umanità”, ha detto il rettore della Chiesa, padre Massimo Nevola. “Guardando questi dipinti vi possiamo leggere una Via Crucis contemporanea”, ha detto il presidente della Cei, il card. Gualtiero Bassetti, che tra i primi, questa mattina, ha visitato la mostra.
La Chiesa di San Francesco Saverio del Caravita nel centro di Roma ha aperto da oggi i suoi spazi all’arte, accogliendo questa mostra ispirata al tema delle migrazioni.
Tredici tele, quelle di Safet Zec, che affrontano e comunicano con grandissimo pathos e forza espressiva questo tema che fin dal titolo della mostra richiama la dimensione biblica dell’esodo di centinaia di migliaia di migranti giunti in Europa.
La mostra - che sarà aperta tutti i giorni dalle ore 10 alle 19 dal 21 febbraio al 31 luglio 2019 e accompagnata da un vasto programma di incontri tematici - è promossa e sostenuta dalla Fondazione Migrantes, dalla Caritas Italiana, dalla Caritas di Roma. Il percorso della mostra può proseguire visitando anche la maestosa Chiesa del Gesù dove, nella Cappella della Passione, è collocata la Pala della Deposizione di Cristo, un’altra grande opera dipinta da Safet Zec, benedetta da Papa Francesco nel 2014. (Raffaele Iaria)
L’accoglienza diffusa come strumento di integrazione: un modello replicabile?
Roma – Domani mattina, Giovedì 21 febbraio, presso l’Oratorio di San Francesco Saverio si terrà la conferenza conclusiva del progetto Rafforzare #Integrazione, Costruire #Ospitalità promosso da Caritas di Roma e Centro Astalli.
Nel corso dell’incontro verranno presentati i dati dell’accoglienza diffusa nelle parrocchie e negli istituti religiosi di Roma e verrà presentata la guida «Le Chiavi di casa» per orientare e accompagnare all’autonomia abitativa dei protetti internazionali.
La manifestazione è inserita nel cartellone degli appuntamenti collegati alla mostra “Exodus” dell’artista Safet Zec promossa da Fondazione Migrantes, Caritas Italiana e Caritas di Roma.
Oltre ai risultati in termini di inclusione socio-lavorativa e abitativa raggiunti tramite l’attività progettuale, l’evento di chiusura del progetto sarà occasione per presentare le diverse iniziative di “accoglienza diffusa” promosse a Roma tra le famiglie, le parrocchie e gli istituti religiosi.
L’incontro, moderato da Toni Mira, giornalista di Avvenire, vedrà gli interventi di don Benoni Ambarus, Direttore della Caritas di Roma; padre Camillo Ripamonti sj, Presidente Associazione Centro Astalli; Laura Baldassare, assessore alle Politiche sociali di Roma Capitale; Martha Matscher, viceprefetto, Capo Ufficio di Staff: Ufficio I –Pianificazione delle politiche dell’Immigrazione e dell’Asilo; Maria Grazia Baldanzi, Consiglio Regionale OAS Lazio; Andrea De Bonis, UNCHR Protection Associate; Roberto Castagna, responsabile Area Protezione Internazionale e Servizi di Accoglienza Cooperativa L’Arcobaleno.
Nel corso dell’incontro verranno presentati i dati dell’accoglienza diffusa nelle parrocchie e negli istituti religiosi di Roma e verrà presentata la guida «Le Chiavi di casa» per orientare e accompagnare all’autonomia abitativa dei protetti internazionali.
La manifestazione è inserita nel cartellone degli appuntamenti collegati alla mostra “Exodus” dell’artista Safet Zec promossa da Fondazione Migrantes, Caritas Italiana e Caritas di Roma.
Oltre ai risultati in termini di inclusione socio-lavorativa e abitativa raggiunti tramite l’attività progettuale, l’evento di chiusura del progetto sarà occasione per presentare le diverse iniziative di “accoglienza diffusa” promosse a Roma tra le famiglie, le parrocchie e gli istituti religiosi.
L’incontro, moderato da Toni Mira, giornalista di Avvenire, vedrà gli interventi di don Benoni Ambarus, Direttore della Caritas di Roma; padre Camillo Ripamonti sj, Presidente Associazione Centro Astalli; Laura Baldassare, assessore alle Politiche sociali di Roma Capitale; Martha Matscher, viceprefetto, Capo Ufficio di Staff: Ufficio I –Pianificazione delle politiche dell’Immigrazione e dell’Asilo; Maria Grazia Baldanzi, Consiglio Regionale OAS Lazio; Andrea De Bonis, UNCHR Protection Associate; Roberto Castagna, responsabile Area Protezione Internazionale e Servizi di Accoglienza Cooperativa L’Arcobaleno.
In Togo a casa di Tamimou, il migrante morto di freddo sulle Alpi
Kpaliné (Togo) - Il villaggio di Madjaton si trova tra le verdi colline di Kpalimé, una tranquilla città nel sud-ovest del Togo. Un luogo dalla natura lussureggiante e il terreno fertile. È qui che è cresciuto Tamimou Derman, il migrante deceduto per il freddo il 7 febbraio mentre cercava di superare a piedi il confine tra l’Italia e la Francia. La sua famiglia è composta da padre, madre, tre fratelli, e una sorella. Sono tutti seduti all’ombra di un grande albero in attesa di visite e notizie.
«Salam aleikum, la pace sia con voi» dicono con un sorriso all'arrivo di ogni persona che passa a trovarli per le condoglianze. L’accoglienza è calorosa nonostante la triste atmosfera. «È stato un nostro parente che vive in Libia a darci per primo la notizia», dice Samoudini, il fratello maggiore di 35 anni. «All'inizio non potevamo crederci, ci aveva spedito un messaggio vocale due giorni prima della partenza per la Francia. Poi le voci si sono fatte sempre più insistenti – continua Samoudini – e le speranze sono piano piano svanite. Ora il nostro problema principale è trovare i soldi per far ritornare la salma».
Tamimou è la prima vittima dell’anno tra chi, come molti altri migranti africani, ha tentato di raggiungere la Francia dall’Italia attraverso le Alpi. Il giovane togolese era partito con un gruppo di altri venti ragazzi. Speravano di eludere gli agenti di polizia che pattugliano una zona sempre più militarizzata. «Diciamo a tutti i migranti di non incamminarsi per quei valichi in questa stagione – ha spiegato alla stampa Paolo Narcisi, medico e presidente della Onlus torinese, Rainbow for Africa – . È un passaggio troppo rischioso».
Prima di avventurarsi tra la neve e il gelo, Tamimou aveva appunto lasciato un messaggio alla famiglia. «Ho comprato il biglietto del treno e partirò domani per la Francia – si sente in un audio whatsapp di circa un minuto –. Pregate per me e se Dio vorrà ci parleremo dal territorio francese». Il padre e un amico, uno accanto all'altro, scoppiano a piangere. La mamma, seduta tra il gruppo delle donne, resta immobile con gli occhi rossi. La sorella pone invece il capo tra le ginocchia ed emette un leggero singhiozzo. Per alcuni secondi restiamo in un silenzio profondo, interrotto solamente dalle voci dei bambini del villaggio che rincorrono cani e galline. Ascoltare la voce di Tamimou riporta la famiglia al momento in cui è giunta la notizia del suo decesso, l’8 febbraio.
Il fratello poliomielitico di Tamimou Derman con le foto di qualche anno prima del migrante morto e un altro fratello (foto M. Fraschini Koffi)
«Non volevamo che partisse per l’Europa», riprende Inoussa Derman, il papà, cercando di trattenere le lacrime. «Lui però era determinato. Si sentiva responsabile per le condizioni di salute di mia moglie che, tuttora – racconta il genitore – soffre di ipertensione e per diverso tempo è stata ricoverata in ospedale. Non avevamo i soldi per pagare le cure». La madre, Issaka, fissa il terreno senza parlare. Sembra avvertire il peso di una responsabilità legata alla partenza del figlio. Tamimou si era dato da fare subito dopo la scuola. Aveva lavorato a Kpalimé come muratore prima di trasferirsi in Ghana per due anni e continuare il mestiere. Non riuscendo a guadagnare abbastanza, aveva deciso di partire per l’Europa nel 2015. Con i suoi risparmi e un po’ di soldi chiesti a diversi conoscenti, ha raggiunto la città nigerina di Agadez, da decenni importante crocevia della rotta migratoria proveniente da tutta l’Africa occidentale e centrale. Dopo qualche mese il ragazzo ha contattato la famiglia dalla Libia. «Ci diceva quanto era pericoloso a causa dei continui spari e degli arresti indiscriminati – aggiunge Moussara, la sorella di 33 anni –. Gli abbiamo detto più volte di tornare, ma non ci ha voluto ascoltare».
Tamimou ha trascorso almeno 18 mesi in Libia in attesa di trovare i soldi per continuare il viaggio.
«Ci sentivamo spesso anche quando ha oltrepassato il 'grande fiume' per arrivare in Italia – racconta Satade, un amico d’infanzia, in riferimento al Mar Mediterraneo –. Con i nostri ex compagni di scuola avevamo infatti creato un gruppo su whatsapp per rimanere in contatto con lui».
Dopo più di 16 mesi in Italia, il migrante togolese raccontava alla famiglia di essere ancora disoccupato. «Non ho trovato niente – spiegava in un altro messaggio vocale –. In Italia ci vogliono i documenti per lavorare e io non riesco a ottenerli». La decisione di partire per la Francia era stata presa con grande sofferenza. Diversi amici avevano assicurato al migrante togolese che al di là del confine sarebbe stato molto più facile trovare un impiego. Ma di Tamimou, in Francia, è arrivato solo il cadavere. Da giorni è ospitato all'obitorio dell’ospedale di Briançon. La famiglia è in contatto con un cugino che vive da diversi anni in Italia e sta seguendo le pratiche. Parenti e amici vogliono riportare il corpo di Tamimou nel caldo di Madjaton, a casa, per seppellirlo secondo le usanze tradizionali. «Gli avevamo detto di non partire – insiste il padre –. Ma non si può fermare la determinazione di un giovane sognatore». (Matteo Fraschini Koffi)
«Salam aleikum, la pace sia con voi» dicono con un sorriso all'arrivo di ogni persona che passa a trovarli per le condoglianze. L’accoglienza è calorosa nonostante la triste atmosfera. «È stato un nostro parente che vive in Libia a darci per primo la notizia», dice Samoudini, il fratello maggiore di 35 anni. «All'inizio non potevamo crederci, ci aveva spedito un messaggio vocale due giorni prima della partenza per la Francia. Poi le voci si sono fatte sempre più insistenti – continua Samoudini – e le speranze sono piano piano svanite. Ora il nostro problema principale è trovare i soldi per far ritornare la salma».
Tamimou è la prima vittima dell’anno tra chi, come molti altri migranti africani, ha tentato di raggiungere la Francia dall’Italia attraverso le Alpi. Il giovane togolese era partito con un gruppo di altri venti ragazzi. Speravano di eludere gli agenti di polizia che pattugliano una zona sempre più militarizzata. «Diciamo a tutti i migranti di non incamminarsi per quei valichi in questa stagione – ha spiegato alla stampa Paolo Narcisi, medico e presidente della Onlus torinese, Rainbow for Africa – . È un passaggio troppo rischioso».
Prima di avventurarsi tra la neve e il gelo, Tamimou aveva appunto lasciato un messaggio alla famiglia. «Ho comprato il biglietto del treno e partirò domani per la Francia – si sente in un audio whatsapp di circa un minuto –. Pregate per me e se Dio vorrà ci parleremo dal territorio francese». Il padre e un amico, uno accanto all'altro, scoppiano a piangere. La mamma, seduta tra il gruppo delle donne, resta immobile con gli occhi rossi. La sorella pone invece il capo tra le ginocchia ed emette un leggero singhiozzo. Per alcuni secondi restiamo in un silenzio profondo, interrotto solamente dalle voci dei bambini del villaggio che rincorrono cani e galline. Ascoltare la voce di Tamimou riporta la famiglia al momento in cui è giunta la notizia del suo decesso, l’8 febbraio.
Il fratello poliomielitico di Tamimou Derman con le foto di qualche anno prima del migrante morto e un altro fratello (foto M. Fraschini Koffi)
«Non volevamo che partisse per l’Europa», riprende Inoussa Derman, il papà, cercando di trattenere le lacrime. «Lui però era determinato. Si sentiva responsabile per le condizioni di salute di mia moglie che, tuttora – racconta il genitore – soffre di ipertensione e per diverso tempo è stata ricoverata in ospedale. Non avevamo i soldi per pagare le cure». La madre, Issaka, fissa il terreno senza parlare. Sembra avvertire il peso di una responsabilità legata alla partenza del figlio. Tamimou si era dato da fare subito dopo la scuola. Aveva lavorato a Kpalimé come muratore prima di trasferirsi in Ghana per due anni e continuare il mestiere. Non riuscendo a guadagnare abbastanza, aveva deciso di partire per l’Europa nel 2015. Con i suoi risparmi e un po’ di soldi chiesti a diversi conoscenti, ha raggiunto la città nigerina di Agadez, da decenni importante crocevia della rotta migratoria proveniente da tutta l’Africa occidentale e centrale. Dopo qualche mese il ragazzo ha contattato la famiglia dalla Libia. «Ci diceva quanto era pericoloso a causa dei continui spari e degli arresti indiscriminati – aggiunge Moussara, la sorella di 33 anni –. Gli abbiamo detto più volte di tornare, ma non ci ha voluto ascoltare».
Tamimou ha trascorso almeno 18 mesi in Libia in attesa di trovare i soldi per continuare il viaggio.
«Ci sentivamo spesso anche quando ha oltrepassato il 'grande fiume' per arrivare in Italia – racconta Satade, un amico d’infanzia, in riferimento al Mar Mediterraneo –. Con i nostri ex compagni di scuola avevamo infatti creato un gruppo su whatsapp per rimanere in contatto con lui».
Dopo più di 16 mesi in Italia, il migrante togolese raccontava alla famiglia di essere ancora disoccupato. «Non ho trovato niente – spiegava in un altro messaggio vocale –. In Italia ci vogliono i documenti per lavorare e io non riesco a ottenerli». La decisione di partire per la Francia era stata presa con grande sofferenza. Diversi amici avevano assicurato al migrante togolese che al di là del confine sarebbe stato molto più facile trovare un impiego. Ma di Tamimou, in Francia, è arrivato solo il cadavere. Da giorni è ospitato all'obitorio dell’ospedale di Briançon. La famiglia è in contatto con un cugino che vive da diversi anni in Italia e sta seguendo le pratiche. Parenti e amici vogliono riportare il corpo di Tamimou nel caldo di Madjaton, a casa, per seppellirlo secondo le usanze tradizionali. «Gli avevamo detto di non partire – insiste il padre –. Ma non si può fermare la determinazione di un giovane sognatore». (Matteo Fraschini Koffi)
Papa Francesco: i deboli pagano il conto delle guerre, diluvio di oggi
Città del Vaticano - Il diluvio universale e le guerre di oggi. Papa Francesco traccia una linea di continuità tra quanto raccontato nel Libro della Genesi e la più stretta attualità, ricordando la sofferenza dei bambini affamati e orfani, dei più deboli, dei poveri che pagano “il conto delle feste”. Nell’omelia della Messa a Casa Santa Marta, riferisce Vatican News, il Pontefice esorta ad avere un cuore che assomigli al cuore di Dio, capace di arrabbiarsi, di addolorarsi ma soprattutto di essere fratello con i fratelli, padre con i figli; un cuore umano e divino.
Sono due gli accenti che Francesco pone, commentando la prima lettura. Si sofferma sul dolore di Dio davanti alla malvagità degli uomini e sul pentimento per averli creati tanto da promettere di cancellarli dalla faccia della terra. E’ un Dio che ha sentimenti – afferma il Papa - “non è astratto”, di pure idee e “soffre”, e “questo – dice - è il mistero del Signore”: “i sentimenti di Dio, Dio padre che ci ama - e l’amore è un rapporto - ma è capace di arrabbiarsi, di adirarsi. E’ Gesù che viene e dà la vita per noi, con la sofferenza del cuore, tutto… Ma il nostro Dio ha dei sentimenti. Il nostro Dio ci ama col cuore, non ci ama con le idee, ci ama con il cuore. E quando ci carezza, ci carezza col cuore e quando ci bastona, come un buon padre, ci bastona col cuore, soffre più lui di noi”.
E’ “un rapporto di cuore a cuore, di figlio a padre che si apre e se Lui è capace ad addolorarsi in cuor suo, anche noi – prosegue il Papa - saremo capaci di addolorarci davanti a Lui”. “Non è sentimentalismo – afferma - questa è la verità”. Francesco spiega che i tempi di oggi non sono dissimili a quelli del diluvio; ci sono i problemi, le calamità del mondo, i poveri, i bambini, gli affamati, i perseguitati, i torturati, “la gente che muore nella guerra perché buttano le bombe come se fossero caramelle”: “io non credo che i nostri tempi siano migliori dei tempi del diluvio, non credo: le calamità sono più o meno le stesse, le vittime sono più o meno le stesse. Pensiamo per esempio ai più deboli, i bambini. La quantità di bambini affamati, di bambini senza educazione: non possono crescere in pace. Senza genitori perché sono stati massacrati dalle guerre… Bambini soldato… Soltanto pensiamo a quei bambini”.
La grazia da chiedere – sottolinea Papa Francesco – è di avere “un cuore come il cuore di Dio, che assomigli al cuore di Dio, un cuore di fratello con i fratelli, del padre con i figli, di figlio con i padri. Un cuore umano, come quello di Gesù, è un cuore divino”: “c’è la grande calamità del diluvio, c’è la grande calamità delle guerre di oggi dove il conto della festa lo pagano i deboli, i poveri, i bambini, coloro che non hanno risorse per andare avanti. Pensiamo che il Signore è addolorato in cuor suo e avviciniamoci al Signore e parliamogli, parliamo: ‘Signore, guarda queste cose, io ti capisco’. Consoliamo il Signore: ‘Io ti capisco e io ti accompagno’, ti accompagno nella preghiera, nell’intercessione per tutte queste calamità che sono frutto del diavolo che vuole distruggere l’opera di Dio”.
Sono due gli accenti che Francesco pone, commentando la prima lettura. Si sofferma sul dolore di Dio davanti alla malvagità degli uomini e sul pentimento per averli creati tanto da promettere di cancellarli dalla faccia della terra. E’ un Dio che ha sentimenti – afferma il Papa - “non è astratto”, di pure idee e “soffre”, e “questo – dice - è il mistero del Signore”: “i sentimenti di Dio, Dio padre che ci ama - e l’amore è un rapporto - ma è capace di arrabbiarsi, di adirarsi. E’ Gesù che viene e dà la vita per noi, con la sofferenza del cuore, tutto… Ma il nostro Dio ha dei sentimenti. Il nostro Dio ci ama col cuore, non ci ama con le idee, ci ama con il cuore. E quando ci carezza, ci carezza col cuore e quando ci bastona, come un buon padre, ci bastona col cuore, soffre più lui di noi”.
E’ “un rapporto di cuore a cuore, di figlio a padre che si apre e se Lui è capace ad addolorarsi in cuor suo, anche noi – prosegue il Papa - saremo capaci di addolorarci davanti a Lui”. “Non è sentimentalismo – afferma - questa è la verità”. Francesco spiega che i tempi di oggi non sono dissimili a quelli del diluvio; ci sono i problemi, le calamità del mondo, i poveri, i bambini, gli affamati, i perseguitati, i torturati, “la gente che muore nella guerra perché buttano le bombe come se fossero caramelle”: “io non credo che i nostri tempi siano migliori dei tempi del diluvio, non credo: le calamità sono più o meno le stesse, le vittime sono più o meno le stesse. Pensiamo per esempio ai più deboli, i bambini. La quantità di bambini affamati, di bambini senza educazione: non possono crescere in pace. Senza genitori perché sono stati massacrati dalle guerre… Bambini soldato… Soltanto pensiamo a quei bambini”.
La grazia da chiedere – sottolinea Papa Francesco – è di avere “un cuore come il cuore di Dio, che assomigli al cuore di Dio, un cuore di fratello con i fratelli, del padre con i figli, di figlio con i padri. Un cuore umano, come quello di Gesù, è un cuore divino”: “c’è la grande calamità del diluvio, c’è la grande calamità delle guerre di oggi dove il conto della festa lo pagano i deboli, i poveri, i bambini, coloro che non hanno risorse per andare avanti. Pensiamo che il Signore è addolorato in cuor suo e avviciniamoci al Signore e parliamogli, parliamo: ‘Signore, guarda queste cose, io ti capisco’. Consoliamo il Signore: ‘Io ti capisco e io ti accompagno’, ti accompagno nella preghiera, nell’intercessione per tutte queste calamità che sono frutto del diavolo che vuole distruggere l’opera di Dio”.
Bologna: un incontro su “superare le paure per andare incontro all’altro”
Bologna – L’associazione “Albero Di Cirene”, aderendo alla campagna CEI “Liberi di partire, liberi di restare”, promuove per venerdì 22 febbraio, alla parrocchia di Sant’Antonio di Savena un incontro pubblico sul tema “Superare le paure, per andare incontro all’altro». Se ne parlerà con Mons. Giancarlo Perego, Arcivescovo di Ferrara–Comacchio e già Direttore generale della Fondazione Migrantes».
Reggio Calabria: i 90 anni di padre Bruno Mioli
Reggio Calabria - Saranno serate di preghiera, di musica, di ricordi e, soprattutto, di festa quelle di giovedì 21, sabato 23, domenica 24 e lunedì 25 febbraio, nella parrocchia dei Santi Filippo e Giacomo in Sant’Agostino, a Reggio Calabria. Gli eventi saranno realizzati dagli amici di padre Bruno Mioli, che il 25 febbraio taglierà il traguardo dei 90 anni. Il compleanno precede di poco il 65esimo anniversario dell’ordinazione sacerdotale di padre Bruno, avvenuta il 19 marzo 1954.
Per queste felici ricorrenze è stata pensata anzitutto un’ora di preghiera, giovedì 21 febbraio, alle 18, animata dal canto e dall’adorazione silenziosa del Santissimo Sacramento, intervallati dalla lettura di brani presi dagli scritti del Beato Giovanni Battista
Scalabrini, fondatore dei Missionari di San Carlo, congregazione religiosa a cui appartiene anche padre Bruno. Poi, sabato 23 febbraio, alle 18,30, con l’intervento dei più piccoli della parrocchia, si metteranno in scena i ricordi di vita di Padre Bruno, con fotografie e rappresentazioni mimate.
Domenica 24 febbraio, alle 18,30, la chiesa di Sant’Agostino ospiterà il coro San Paolo, che presenterà una selezione polifonica con brani di meditazione.
Finalmente, lunedì 25 febbraio arriverà il giorno del novantesimo genetliaco: Padre Bruno presiederà la concelebrazione eucaristica, alle 17.30, nella chiesa di Sant’Agostino. A seguire, nella sala parrocchiale, ci sarà un momento di festa.
Padre Bruno è missionario secondo il carisma del beato Giovanni Battista Scalabrini, con particolare attenzione ai migranti, ai profughi e ai rifugiati. È stato educatore nei seminari del suo Istituto e, per molti anni, ha prestato servizio nella Fondazione Migrantes della Conferenza Episcopale Italiana come direttore dell’Ufficio per la pastorale Immigrati e Rifugiati (Gabriele Bentoglio)
P.S. A Padre Bruno gli auguri dell’intera Fondazione Migrantes e della nostra testata
Per queste felici ricorrenze è stata pensata anzitutto un’ora di preghiera, giovedì 21 febbraio, alle 18, animata dal canto e dall’adorazione silenziosa del Santissimo Sacramento, intervallati dalla lettura di brani presi dagli scritti del Beato Giovanni Battista
Scalabrini, fondatore dei Missionari di San Carlo, congregazione religiosa a cui appartiene anche padre Bruno. Poi, sabato 23 febbraio, alle 18,30, con l’intervento dei più piccoli della parrocchia, si metteranno in scena i ricordi di vita di Padre Bruno, con fotografie e rappresentazioni mimate.
Domenica 24 febbraio, alle 18,30, la chiesa di Sant’Agostino ospiterà il coro San Paolo, che presenterà una selezione polifonica con brani di meditazione.
Finalmente, lunedì 25 febbraio arriverà il giorno del novantesimo genetliaco: Padre Bruno presiederà la concelebrazione eucaristica, alle 17.30, nella chiesa di Sant’Agostino. A seguire, nella sala parrocchiale, ci sarà un momento di festa.
Padre Bruno è missionario secondo il carisma del beato Giovanni Battista Scalabrini, con particolare attenzione ai migranti, ai profughi e ai rifugiati. È stato educatore nei seminari del suo Istituto e, per molti anni, ha prestato servizio nella Fondazione Migrantes della Conferenza Episcopale Italiana come direttore dell’Ufficio per la pastorale Immigrati e Rifugiati (Gabriele Bentoglio)
P.S. A Padre Bruno gli auguri dell’intera Fondazione Migrantes e della nostra testata
Exodus: domani l’inaugurazione della Mostra promossa da Fondazione Migrantes e Caritas Italiana
Roma - Sarà inaugurata domani sera, a Roma, presso la Chiesa di San Francesco Saverio del Caravita, alle ore 18,00, la mostra “EXODUS” di Safet Zec, rifugiato dalla Bosnia, un ciclo di grandi opere pittoriche ispirate al tema delle migrazioni. La mostra sarà presentata alla stampa, sempre domani alle 11,00 con una conferenza stampa alla quale parteciperanno, fra gli altri, il Presidente della Commissione CEI per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes, il Vescovo ausiliare di Roma Mons. Guerino Di Tora, il curatore Giandomenico Romanelli, p. Massimo Nevola, rettore della Chiesa, l’artista Safet Zec e Maria Laura Faccini moderati dal giornalista Lucio Brunelli.
La mostra - che sarà aperta tutti i giorni dalle ore 10 alle 19 dal 21 febbraio al 31 luglio 2019 e accompagnata da un vasto programma di incontri tematici - è promossa e sostenuta dalla Fondazione Migrantes, dalla Caritas Italiana, dalla Caritas di Roma. Il percorso della mostra può proseguire visitando anche la maestosa Chiesa del Gesù dove, nella Cappella della Passione, è collocata la Pala della Deposizione di Cristo, un’altra grande opera dipinta da Safet Zec, benedetta da papa Francesco nel 2014. “Nei suoi grandi pannelli dipinti con tecnica mista allestiti nello spazio sacro dell’Oratorio del Caravita - sottolinea Romanelli nel suo saggio in catalogo - Zec ritrova le linee portanti della sua ricerca trentennale, impegno contro ogni guerra e la feroce inutilità della violenza”. (Raffaele Iaria)
La mostra - che sarà aperta tutti i giorni dalle ore 10 alle 19 dal 21 febbraio al 31 luglio 2019 e accompagnata da un vasto programma di incontri tematici - è promossa e sostenuta dalla Fondazione Migrantes, dalla Caritas Italiana, dalla Caritas di Roma. Il percorso della mostra può proseguire visitando anche la maestosa Chiesa del Gesù dove, nella Cappella della Passione, è collocata la Pala della Deposizione di Cristo, un’altra grande opera dipinta da Safet Zec, benedetta da papa Francesco nel 2014. “Nei suoi grandi pannelli dipinti con tecnica mista allestiti nello spazio sacro dell’Oratorio del Caravita - sottolinea Romanelli nel suo saggio in catalogo - Zec ritrova le linee portanti della sua ricerca trentennale, impegno contro ogni guerra e la feroce inutilità della violenza”. (Raffaele Iaria)
Annunciamolo sui tetti
Roma - Annunciamolo sui tetti, ‘il piccolo passo fa il grande cammino della storia', come ha detto Papa Francesco. E diamo testimonianza di come ci si possa liberare dalla paura dei migranti grazie all' incontro e all' accoglienza a casa propria e vogliono aiutare gli altri a fare lo stesso perché rinunciare all' incontro non è umano.
È una sfida ai tempi bui che sta attraversando l'Italia e al tempo stesso un inno al coraggio il documento finale del meeting delle comunità accoglienti tenutosi lo scorso fine settimana alla Domus Fraterna di Sacrofano e organizzato da Caritas italiana, Centro Astalli e Fondazione Migrantes. Accoglie e rilancia l' invito fatto dal Papa Francesco ai partecipanti alla fine della Messa di venerdì 15 febbraio: «Il piccolo passo fa il grande cammino della storia! Avanti! Non abbiate paura, abbiate coraggio».
I partecipanti all' evento, che ha riunito 500 persone in rappresentanza di 92 diocesi e 32 nazioni, le comunità ecclesiali accoglienti, dicono no alla paura che sta soffocando l' Italia e l' Europa e che per il documento è "spesso alimentata e strumentalizzata ad arte dai potenti del mondo". Paura che, si legge nel comunicato, "trasforma l' altro in un contendente, un avversario, fino a trasformarlo in una minaccia, un nemico. Abbiamo paura dei poveri, che ci ricordano che la loro condizione domani potrebbe essere la nostra, in una società che si disinteressa sempre di più delle persone e delle loro esistenze". Il rischio è ritrovarsi in una solitudine 'che rende tutti più fragili e impotenti'.
Ma il documento si cala anche nei panni dei migranti, nella loro paura: "crea ansia l' arrivare in un luogo nuovo, non familiare che a volte si rivela ostile, come pure agita la paura di deludere le persone care, di fallire nel progetto migratorio. Sempre più spesso tale situazione è esacerbata da situazioni indotte dalle circostanze del Paese di approdo: paura di perdere il permesso di soggiorno, paura di essere considerati impostori e criminali".
L' esortazione alle comunità cristiane italiane è quella di seguire la fede che ci chiede "di non abbandonarci alle nostre paure e di comprendere le paure che abitano i nostri fratelli e le nostre sorelle. Come cristiani, rendendoci conto delle sfide e delle difficoltà, siamo chiamati a non rinunciare". Il testo ricorda inoltre che le cause delle migrazioni forzate - guerre, sfruttamento, ingiustizia sociale, violenza, dittature, disoccupazione, terrorismo, inquinamento ambientale - "ci riguardano, come abitanti del pianeta e come cittadini di Paesi che spesso hanno responsabilità nel determinare o aggravare tali cause'. Non va nemmeno dimenticata l' emigrazione: 'generazioni di italiani hanno vissuto sulla loro pelle la difficile esperienza dell' emigrazione". E l' accoglienza, "se vissuta con lungimiranza e consapevolezza, ci offre l' opportunità per intraprendere la via della riconciliazione e della costruzione paziente della pace" per la sua capacità di generare relazioni durature. La buona accoglienza secondo Caritas, Migrantes ed Astalli è quella che sui svolge sui territori, organizzando le forze e le energie di tutti a servizio del bene comune. E questa è possibile solo nei contesti locali, dove si vive la quotidianità dell' incontro. La sfida dell' accoglienza per chi sta in prima linea contro la povertà si vince tutti i giorni nelle comunità, nella concretezza. non nel mondo virtuale dei social. (P.Lambruschi)
È una sfida ai tempi bui che sta attraversando l'Italia e al tempo stesso un inno al coraggio il documento finale del meeting delle comunità accoglienti tenutosi lo scorso fine settimana alla Domus Fraterna di Sacrofano e organizzato da Caritas italiana, Centro Astalli e Fondazione Migrantes. Accoglie e rilancia l' invito fatto dal Papa Francesco ai partecipanti alla fine della Messa di venerdì 15 febbraio: «Il piccolo passo fa il grande cammino della storia! Avanti! Non abbiate paura, abbiate coraggio».
I partecipanti all' evento, che ha riunito 500 persone in rappresentanza di 92 diocesi e 32 nazioni, le comunità ecclesiali accoglienti, dicono no alla paura che sta soffocando l' Italia e l' Europa e che per il documento è "spesso alimentata e strumentalizzata ad arte dai potenti del mondo". Paura che, si legge nel comunicato, "trasforma l' altro in un contendente, un avversario, fino a trasformarlo in una minaccia, un nemico. Abbiamo paura dei poveri, che ci ricordano che la loro condizione domani potrebbe essere la nostra, in una società che si disinteressa sempre di più delle persone e delle loro esistenze". Il rischio è ritrovarsi in una solitudine 'che rende tutti più fragili e impotenti'.
Ma il documento si cala anche nei panni dei migranti, nella loro paura: "crea ansia l' arrivare in un luogo nuovo, non familiare che a volte si rivela ostile, come pure agita la paura di deludere le persone care, di fallire nel progetto migratorio. Sempre più spesso tale situazione è esacerbata da situazioni indotte dalle circostanze del Paese di approdo: paura di perdere il permesso di soggiorno, paura di essere considerati impostori e criminali".
L' esortazione alle comunità cristiane italiane è quella di seguire la fede che ci chiede "di non abbandonarci alle nostre paure e di comprendere le paure che abitano i nostri fratelli e le nostre sorelle. Come cristiani, rendendoci conto delle sfide e delle difficoltà, siamo chiamati a non rinunciare". Il testo ricorda inoltre che le cause delle migrazioni forzate - guerre, sfruttamento, ingiustizia sociale, violenza, dittature, disoccupazione, terrorismo, inquinamento ambientale - "ci riguardano, come abitanti del pianeta e come cittadini di Paesi che spesso hanno responsabilità nel determinare o aggravare tali cause'. Non va nemmeno dimenticata l' emigrazione: 'generazioni di italiani hanno vissuto sulla loro pelle la difficile esperienza dell' emigrazione". E l' accoglienza, "se vissuta con lungimiranza e consapevolezza, ci offre l' opportunità per intraprendere la via della riconciliazione e della costruzione paziente della pace" per la sua capacità di generare relazioni durature. La buona accoglienza secondo Caritas, Migrantes ed Astalli è quella che sui svolge sui territori, organizzando le forze e le energie di tutti a servizio del bene comune. E questa è possibile solo nei contesti locali, dove si vive la quotidianità dell' incontro. La sfida dell' accoglienza per chi sta in prima linea contro la povertà si vince tutti i giorni nelle comunità, nella concretezza. non nel mondo virtuale dei social. (P.Lambruschi)
Gaeta: il vescovo ha incontrato i comuni con Sprar e Cas
Gaeta – nei giorni scorsi in episcopio a Gaeta un incontro fortemente voluto dall’arcivescovo mons. Luigi Vari per conoscere la situazione dei migranti, ospiti delle strutture SPRAR e CAS presenti sul territorio della diocesi. Persone che sono in attesa di riconoscimento dello status di rifugiato, o di permesso di soggiorno. L’incontro ha affrontato anche quali potrebbero essere le eventuali difficoltà che si evidenzieranno nei prossimi mesi.
Sono stati invitati solo i comuni coinvolti con le realtà dei CAS e degli SPRAR. Erano presenti rappresentanti dell’amministrazione dei comuni di Castelforte, Formia, Itri e Monte San Biagio insieme con i rappresentanti delle strutture che operano in alcuni centri di accoglienza. Tra di essi, il GUS che gestisce lo SPRAR di Formia e quello di Minturno, la Cooperativa Alternata SILOS, i rappresentanti dello SPRAR di Itri, dell’Associazione Solidarietà e dell’Associazione Insieme Immigrati in Italia. Erano inoltre presenti il direttore e alcuni membri dell’equipe diocesana della Caritas e la direttrice dell’Ufficio diocesano Migrantes.
Il Vescovo ha affermato il suo desiderio di ascoltare e conoscere, attraverso le persone che sono a contatto con i migranti ospiti, le eventuali problematiche che potranno presentarsi con l’applicazione della legge 132/2018. Certamente non ci sono soluzioni semplici per problemi complessi per questo è indispensabile l’ascolto per interrogarsi sull’impatto della suddetta legge anche sul territorio.
Emerge che il taglio delle risorse non permetterà più la mediazione con il territorio, men che meno l’integrazione; già ora si colgono delle difficoltà che andranno sempre più ad aumentare e le comunità etniche stanno vivendo una tensione crescente proprio in vista dei disagi ulteriori che si prevedono.
Tra i suggerimenti emersi si sottolinea l’importanza di fare una giusta informazione sul fenomeno e su tutto ciò che riguarda le attività svolte nei centri preposti all’accoglienza. È necessario fare un’analisi e capire i bisogni degli ospiti a partire dalle differenze anche culturali. Inoltre, si sottolinea che servono dei servizi di bassa soglia da attivare per sopperire ai tagli che sono previsti con l’applicazione della legge sulla sicurezza.
Tutti convengono che sia necessario avviare un osservatorio per cogliere la realtà attuale e le conseguenze prossime. Un’altra necessità che i partecipanti al tavolo hanno sottolineato riguarda l’urgenza di fare rete per scambi di informazioni, buone pratiche, aggiornamenti sulle applicazioni che si attendono della legge oggetto di discussione. Dunque, questa rete deve necessariamente comprendere gli amministratori, gli operatori del terzo settore e le strutture della Chiesa diocesana coinvolte su questo tema. (Maria Giovanna Ruggieri)
Sono stati invitati solo i comuni coinvolti con le realtà dei CAS e degli SPRAR. Erano presenti rappresentanti dell’amministrazione dei comuni di Castelforte, Formia, Itri e Monte San Biagio insieme con i rappresentanti delle strutture che operano in alcuni centri di accoglienza. Tra di essi, il GUS che gestisce lo SPRAR di Formia e quello di Minturno, la Cooperativa Alternata SILOS, i rappresentanti dello SPRAR di Itri, dell’Associazione Solidarietà e dell’Associazione Insieme Immigrati in Italia. Erano inoltre presenti il direttore e alcuni membri dell’equipe diocesana della Caritas e la direttrice dell’Ufficio diocesano Migrantes.
Il Vescovo ha affermato il suo desiderio di ascoltare e conoscere, attraverso le persone che sono a contatto con i migranti ospiti, le eventuali problematiche che potranno presentarsi con l’applicazione della legge 132/2018. Certamente non ci sono soluzioni semplici per problemi complessi per questo è indispensabile l’ascolto per interrogarsi sull’impatto della suddetta legge anche sul territorio.
Emerge che il taglio delle risorse non permetterà più la mediazione con il territorio, men che meno l’integrazione; già ora si colgono delle difficoltà che andranno sempre più ad aumentare e le comunità etniche stanno vivendo una tensione crescente proprio in vista dei disagi ulteriori che si prevedono.
Tra i suggerimenti emersi si sottolinea l’importanza di fare una giusta informazione sul fenomeno e su tutto ciò che riguarda le attività svolte nei centri preposti all’accoglienza. È necessario fare un’analisi e capire i bisogni degli ospiti a partire dalle differenze anche culturali. Inoltre, si sottolinea che servono dei servizi di bassa soglia da attivare per sopperire ai tagli che sono previsti con l’applicazione della legge sulla sicurezza.
Tutti convengono che sia necessario avviare un osservatorio per cogliere la realtà attuale e le conseguenze prossime. Un’altra necessità che i partecipanti al tavolo hanno sottolineato riguarda l’urgenza di fare rete per scambi di informazioni, buone pratiche, aggiornamenti sulle applicazioni che si attendono della legge oggetto di discussione. Dunque, questa rete deve necessariamente comprendere gli amministratori, gli operatori del terzo settore e le strutture della Chiesa diocesana coinvolte su questo tema. (Maria Giovanna Ruggieri)
Papa: il Signore chiede dove è nel nostro cuore il fratello affamato, malato e carcerato
Città del Vaticano - Come a Caino, il Signore rivolge anche a noi oggi la domanda: “Dov’è tuo fratello?”. Nell’omelia della Messa a Casa Santa Marta, riferisce Vatican News, Papa Francesco esorta a rispondere personalmente, non però con risposte di compromesso per scappare dal problema. Il Papa ricorda infatti che si sta parlando del fratello ammalato, carcerato, affamato, come dice il Vangelo di Matteo al capitolo 25.
La vicenda di Caino e Abele, proposta dalla Prima Lettura della Liturgia di oggi (Gen 4,1-15.25), è dunque al centro della sua riflessione. Una Lettura che fa parte di quel genere letterario che si ripete tante volte nella Bibbia: “possiamo chiamarlo ‘domande scomode e risposte di compromesso’”. E’ infatti proprio “una domanda imbarazzante”, quella rivolta da Dio a Caino: “Dov’è tuo fratello?”. E la risposta è in questo caso “un po’ di compromesso”, ma anche data per difendersi: “Ma cosa c’entro io, nella vita di mio fratello? Forse sono io il custode? Io me ne lavo le mani. E con questo Caino cerca di fuggire lo sguardo di Dio”, nota il Papa.
Il pontefice poi si sofferma sulle “domande scomode” che Gesù ha rivolto. Tante volte ne ha poste a Pietro, ad esempio quando gli ha chiesto tre volte: “Mi ami?”. Tanto che alla fine Pietro non sapeva più cosa rispondere. Così come le ha rivolte ai discepoli: “La gente cosa dice di me?”. E loro hanno risposto: “un profeta, il Battista ...”. “Ma voi, cosa dite?”, gli ha chiesto. “Una domanda imbarazzante”, dunque. Dio a Caino ha fatto un'altra domanda: dov’è tuo fratello? “Questa - sottolinea - è una domanda scomoda: meglio non farla. E noi conosciamo tante risposte: ma, è la sua vita, io la rispetto, me ne lavo le mani … io non mi immischio nella vita altrui”, ognuno è libero di scegliere la propria strada …. Il Papa, con questi esempi, vuole mettere in evidenza come nella vita di tutti i giorni a queste domande scomode del Signore, “rispondiamo un po’ con principi generici che non dicono niente ma dicono tutto, tutto quello che c’è nel cuore”.
Il Signore oggi a ognuno di noi fa dunque questa domanda: “Dove è tuo fratello?”. Forse qualcuno che è un po’ distratto può dire che è a casa con sua moglie, ma il Papa chiarisce che si sta parlando del fratello affamato, dell’ammalato, del carcerato, del perseguitato per la giustizia: “Dov’è tuo fratello?” – “Non lo so” – “Ma tuo fratello è affamato!” – “Sì, sì, sicuramente è a pranzo nella Caritas della parrocchia, sì, sicuramente gli daranno da mangiare”, e con questa risposta – di compromesso – salvo la pelle. “No, l’altro, l’ammalato …” – “Sicuro che è in ospedale!” – “Ma non c’è posto in ospedale! E ha le medicine?” – “Ma, è una cosa sua, io non posso immischiarmi nella vita altrui … avrà dei parenti che gli danno le medicine”, e me ne lavo le mani. “Dov’è tuo fratello, il carcerato?” – “Ah, sta pagando quello che si merita. L’ha fatta, che la paghi. Noi siamo stanchi di tanti delinquenti per strada: paghi”. Ma magari mai tu senti questa risposta detta a te dalla bocca del Signore. Dov’è tuo fratello? Dov’è il tuo fratello sfruttato, quello che lavora in nero, nove mesi l’anno per riprendere, dopo tre mesi, un altro anno? E così non c’è sicurezza, non c’è vacanze … “Eh, oggi non c’è lavoro e uno prende quello che può …”: un’altra risposta di compromesso.
Con questi esempi concreti il Papa chiede che ciascuno prenda questa parola del Signore come se fosse rivolta a ognuno di noi personalmente: “Il Signore a me domanda ‘dov’è tuo fratello?’, e mettere il nome dei fratelli che il Signore nomina nel capitolo 25 di Matteo: l’ammalato, l’affamato, l’assetato, quello che non ha vestiti, quel fratellino piccolino che non può andare a scuola, il drogato, il carcerato … dov’è? Dov’è tuo fratello nel tuo cuore? C’è posto per questa gente nel nostro cuore? O noi parliamo, sì, della gente, scarichiamo un po’ la coscienza dando un’elemosina”.
Ma che non disturbino troppo “per favore perché - prosegue il Papa - con queste cose sociali dalla Chiesa”, finisce che sembri “un partito comunista e questo ci fa male. Va bene, ma il Signore lo ha detto: dov’è tuo fratello? Non è il partito, è il Signore”. “Siamo abituati - sottolinea ancora - a dare delle risposte di compromesso, risposte per scappare dal problema, per non vedere il problema, per non toccare il problema”.
Papa Francesco, in conclusione, torna ad esortare a “fare la lista” di tutti coloro che il Signore nomina in Matteo 25. Altrimenti comincia a crearsi “una vita oscura”: il peccato è accovacciato alla tua porta, dice il Signore a Caino, e “quando portiamo questa vita oscura senza prendere in mano quello che il Signore Gesù ci ha insegnato, alla porta c’è il peccato, accovacciato, aspettando per entrare. E distruggerci”, ricorda esortando anche a porsi l’altra domanda contenuta nel Libro della Genesi, quella che Dio rivolge ad Adamo, dopo il peccato: “Adamo, dove sei?”: “E Adamo si nascose di vergogna, di paura. Magari noi sentissimo questa vergogna. Dov’è tuo fratello? Dove sei? In quale mondo vivi, che non te ne accorgi di queste cose, di queste sofferenze, di questi dolori? Dov’è tuo fratello? …Dove sei? Non nasconderti dalla realtà. Rispondere apertamente, con lealtà, con gioia anzi, a queste due domande del Signore”.
La vicenda di Caino e Abele, proposta dalla Prima Lettura della Liturgia di oggi (Gen 4,1-15.25), è dunque al centro della sua riflessione. Una Lettura che fa parte di quel genere letterario che si ripete tante volte nella Bibbia: “possiamo chiamarlo ‘domande scomode e risposte di compromesso’”. E’ infatti proprio “una domanda imbarazzante”, quella rivolta da Dio a Caino: “Dov’è tuo fratello?”. E la risposta è in questo caso “un po’ di compromesso”, ma anche data per difendersi: “Ma cosa c’entro io, nella vita di mio fratello? Forse sono io il custode? Io me ne lavo le mani. E con questo Caino cerca di fuggire lo sguardo di Dio”, nota il Papa.
Il pontefice poi si sofferma sulle “domande scomode” che Gesù ha rivolto. Tante volte ne ha poste a Pietro, ad esempio quando gli ha chiesto tre volte: “Mi ami?”. Tanto che alla fine Pietro non sapeva più cosa rispondere. Così come le ha rivolte ai discepoli: “La gente cosa dice di me?”. E loro hanno risposto: “un profeta, il Battista ...”. “Ma voi, cosa dite?”, gli ha chiesto. “Una domanda imbarazzante”, dunque. Dio a Caino ha fatto un'altra domanda: dov’è tuo fratello? “Questa - sottolinea - è una domanda scomoda: meglio non farla. E noi conosciamo tante risposte: ma, è la sua vita, io la rispetto, me ne lavo le mani … io non mi immischio nella vita altrui”, ognuno è libero di scegliere la propria strada …. Il Papa, con questi esempi, vuole mettere in evidenza come nella vita di tutti i giorni a queste domande scomode del Signore, “rispondiamo un po’ con principi generici che non dicono niente ma dicono tutto, tutto quello che c’è nel cuore”.
Il Signore oggi a ognuno di noi fa dunque questa domanda: “Dove è tuo fratello?”. Forse qualcuno che è un po’ distratto può dire che è a casa con sua moglie, ma il Papa chiarisce che si sta parlando del fratello affamato, dell’ammalato, del carcerato, del perseguitato per la giustizia: “Dov’è tuo fratello?” – “Non lo so” – “Ma tuo fratello è affamato!” – “Sì, sì, sicuramente è a pranzo nella Caritas della parrocchia, sì, sicuramente gli daranno da mangiare”, e con questa risposta – di compromesso – salvo la pelle. “No, l’altro, l’ammalato …” – “Sicuro che è in ospedale!” – “Ma non c’è posto in ospedale! E ha le medicine?” – “Ma, è una cosa sua, io non posso immischiarmi nella vita altrui … avrà dei parenti che gli danno le medicine”, e me ne lavo le mani. “Dov’è tuo fratello, il carcerato?” – “Ah, sta pagando quello che si merita. L’ha fatta, che la paghi. Noi siamo stanchi di tanti delinquenti per strada: paghi”. Ma magari mai tu senti questa risposta detta a te dalla bocca del Signore. Dov’è tuo fratello? Dov’è il tuo fratello sfruttato, quello che lavora in nero, nove mesi l’anno per riprendere, dopo tre mesi, un altro anno? E così non c’è sicurezza, non c’è vacanze … “Eh, oggi non c’è lavoro e uno prende quello che può …”: un’altra risposta di compromesso.
Con questi esempi concreti il Papa chiede che ciascuno prenda questa parola del Signore come se fosse rivolta a ognuno di noi personalmente: “Il Signore a me domanda ‘dov’è tuo fratello?’, e mettere il nome dei fratelli che il Signore nomina nel capitolo 25 di Matteo: l’ammalato, l’affamato, l’assetato, quello che non ha vestiti, quel fratellino piccolino che non può andare a scuola, il drogato, il carcerato … dov’è? Dov’è tuo fratello nel tuo cuore? C’è posto per questa gente nel nostro cuore? O noi parliamo, sì, della gente, scarichiamo un po’ la coscienza dando un’elemosina”.
Ma che non disturbino troppo “per favore perché - prosegue il Papa - con queste cose sociali dalla Chiesa”, finisce che sembri “un partito comunista e questo ci fa male. Va bene, ma il Signore lo ha detto: dov’è tuo fratello? Non è il partito, è il Signore”. “Siamo abituati - sottolinea ancora - a dare delle risposte di compromesso, risposte per scappare dal problema, per non vedere il problema, per non toccare il problema”.
Papa Francesco, in conclusione, torna ad esortare a “fare la lista” di tutti coloro che il Signore nomina in Matteo 25. Altrimenti comincia a crearsi “una vita oscura”: il peccato è accovacciato alla tua porta, dice il Signore a Caino, e “quando portiamo questa vita oscura senza prendere in mano quello che il Signore Gesù ci ha insegnato, alla porta c’è il peccato, accovacciato, aspettando per entrare. E distruggerci”, ricorda esortando anche a porsi l’altra domanda contenuta nel Libro della Genesi, quella che Dio rivolge ad Adamo, dopo il peccato: “Adamo, dove sei?”: “E Adamo si nascose di vergogna, di paura. Magari noi sentissimo questa vergogna. Dov’è tuo fratello? Dove sei? In quale mondo vivi, che non te ne accorgi di queste cose, di queste sofferenze, di questi dolori? Dov’è tuo fratello? …Dove sei? Non nasconderti dalla realtà. Rispondere apertamente, con lealtà, con gioia anzi, a queste due domande del Signore”.
Mons. Di Tora: “le migrazioni non sono il male del nostro tempo”
Sacrofano - “Sappiamo tutti quanto il problema delle migrazioni sia oggi un punto nevralgico della nostra geopolitica e quindi diventa veramente un grosso impegno. Speriamo che questo momento possa essere un richiamo e una testimonianza per quanti sono titubanti, o dubbiosi o che presi dalla paura dimenticano i fratelli che sono nel disagio”. Lo ha detto al Sir Mons. Guerino Di Tora, Vescovo ausiliare di Roma e Presidente della Fondazione Migrantes. Mons. Di Tora ha partecipato in questi giorni al meeting “Comunità accoglienti: Liberi dalla paura”, promosso, dal 15 al 17 febbraio a Sacrofano (Rm) da Caritas italiana, Centro Astalli e Fondazione Migrantes. I 500 partecipanti, provenienti da 38 nazioni e 90 diocesi italiane, venerdì hanno incontrato Papa Francesco che ha presieduto una celebrazione eucaristica. “Il Papa – ha spiegato il Presidente di Migrantes – è venuto a esprimere la sua vicinanza e direi anche il ringraziamento a coloro che nel silenzio, nella semplicità della vita quotidiana hanno saputo vivere il Vangelo dell’accoglienza”. In questo contesto il meeting “acquista una grande importanza per tutte le famiglie, comunità, parrocchie e gruppi che hanno voluto rispondere all’invito del Papa ad accogliere i fratelli migranti che arrivano in Italia”. “Le migrazioni non sono il male del nostro tempo – ha sottolineato Mons Di Tora –. I migranti non sono coloro che vengono a rubare il lavoro e a portare il disagio. Sono coloro che vogliono, cercando una speranza nuova, costruire insieme a noi, una nuova società”. Per questo, ha concluso, “superare la paura significa avere fede nel Signore, che ci chiama a vivere questo Vangelo di accoglienza”.
L’emigrazione italiana in Svizzera all’Università degli anziani di Belluno
Belluno - L’emigrazione italiana in Svizzera, dall’esodo di massa alle nuove mobilità. Questo il tema della lezione tenuta nei giorni scorsi a Belluno dallo storico delle migrazioni Toni Ricciardi.
Dopo il saluto introduttivo di Gioachino Bratti, Presidente del comitato di gestione della Biblioteca delle migrazioni “Dino Buzzati” – che ha collaborato all’organizzazione dell’appuntamento -, Ricciardi ha approfondito il fenomeno che rese la Svizzera nel secolo scorso il Paese europeo con il tasso d’immigrazione più alto del continente. Un immigrazione che ebbe come punto di partenza privilegiato proprio l’Italia. La sola Svizzera, infatti, assorbì quasi la metà degli espatri di nostri connazionali nel secondo dopoguerra.
Autori di diversi volumi Ricciardi è anche membro della Commissione Scientifica del “Rapporto italiani nel mondo” della Fondazione Migrantes.
Dopo il saluto introduttivo di Gioachino Bratti, Presidente del comitato di gestione della Biblioteca delle migrazioni “Dino Buzzati” – che ha collaborato all’organizzazione dell’appuntamento -, Ricciardi ha approfondito il fenomeno che rese la Svizzera nel secolo scorso il Paese europeo con il tasso d’immigrazione più alto del continente. Un immigrazione che ebbe come punto di partenza privilegiato proprio l’Italia. La sola Svizzera, infatti, assorbì quasi la metà degli espatri di nostri connazionali nel secondo dopoguerra.
Autori di diversi volumi Ricciardi è anche membro della Commissione Scientifica del “Rapporto italiani nel mondo” della Fondazione Migrantes.
“Quale salute per i migranti oggi?”: un convegno a Roma
Roma - “Quale salute per i migranti oggi?”. Questo il tema di un convegno che si svolgerà a Roma il prossimo 28 febbraio su iniziativa dell’Acse, l’Associazione comboniana servizio emigrati e profughi, nell’ambito del suo giubileo. Interverranno, fra gli altri, Mario Morcone del CIR e Mons. Pierpaolo Felicolo, Direttore Migrantes della diocesi di Roma che introdurrà l’incontro. “E’ significativo il fatto che, proprio in questa sala capitolare, nel 1969 – spiegano i Missionari Comboniani - in occasione della loro assemblea generale, presero l’impegno per gli immigrati, dando così origine, attraverso P. Renato Bresciani, all’Acse”.
Mons. Soddu: “appartiene all’essere umano accogliere chi arriva da tutte le parti”
Sacrofano - “Come organismi che hanno tessuto queste tre giornate abbiamo voluto rispondere all’appello costante di Papa Francesco che caratterizza l’essere cristiani, cioè l’accoglienza. L’accoglienza di coloro che certamente arrivano dall’altra parte del mare, dall’Africa, ma anche di chi arriva da tutte le parti in cui l’egoismo umano ha fatto da padrone”. Lo ha detto al Sir, Mons. Francesco Soddu, Direttore della Caritas italiana, a margine del meeting “Comunità accoglienti: Liberi dalla paura”, promosso, dal 15 al 17 febbraio a Sacrofano (Rm) da Caritas italiana, Centro Astalli e Fondazione Migrantes, a cui hanno partecipato 500 persone provenienti da 38 nazioni e 90 diocesi italiane. Per il direttore della Caritas, oggi più che mai c’è bisogno di “un’ accoglienza che non sia semplicemente un’accoglienza di persone che si ritengono essere migliori”, ma sono necessarie “persone che seguono Gesù e il Vangelo”. Momento culmine del meeting la celebrazione eucaristica presieduta venerdì pomeriggio da Papa Francesco. Il Pontefice ha affermato che rinunciare all’incontro “non è umano!”. “L’accoglienza appartiene all’essere umano – ha ribadito Mons. Soddu – , la mobilità appartiene all’essere umano. Nella misura in cui noi creiamo ponti, creiamo dei canali entro cui veicolare, non soltanto questi spostamenti, ma anche rapporti umani”. In questo modo, ha concluso, “capiamo che non facciamo altro che incontrare il Signore e tessere le belle maglie del Vangelo. Inoltre, concorriamo in un certo qual modo a costruire la società e il vero progresso”.
“Il piccolo passo fa il grande cammino della storia!”
Comunità accoglienti: liberi dalla paura - Documento conclusivo del Meeting “Liberi dalla paura”, svoltosi a Sacrofano (Roma)
Roma - Consapevoli che «tutti i credenti e gli uomini e le donne di buona volontà sono chiamati a rispondere alle numerose sfide poste dalle migrazioni contemporanee con generosità, alacrità, saggezza e lungimiranza, ciascuno secondo le proprie responsabilità» e che il fenomeno delle migrazioni è «senza dubbio una delle più grandi sfide educative» , raccogliamo l'invito a essere comunità accoglienti perché sappiamo che «rinunciare a un incontro non è umano» .
Inizia con queste parole il documento conclusivo del Meeting “Liberi dalla paura” promosso da Caritas Italiana, Fondazione Migrantes e Centro Astalli svoltosi a Sacrofano dal 15 al 17 febbraio.
Di seguito il testo integrale:
Consapevoli che «tutti i credenti e gli uomini e le donne di buona volontà sono chiamati a rispondere alle numerose sfide poste dalle migrazioni contemporanee con generosità, alacrità, saggezza e lungimiranza, ciascuno secondo le proprie responsabilità»[1] e che il fenomeno delle migrazioni è «senza dubbio una delle più grandi sfide educative»[2], raccogliamo l'invito a essere comunità accoglienti perché sappiamo che «rinunciare a un incontro non è umano»[3].
L’accoglienza è senza dubbio un’esperienza interiore profonda: prima di essere una risposta a un bisogno è un’esperienza di condivisione ricca, che richiede un cammino di conversione personale e comunitario. Nello specifico domanda di coniugare la complessità del fenomeno migratorio con la complessità del reale, la disponibilità con il coraggio di farsi attraversare da presenze inattese lasciandosi guidare dalla fantasia dello Spirito Santo, che è infinita ma anche molto concreta. Per questo occorre «cominciare a ringraziare chi ci dà l'occasione di questo incontro, ossia gli “altri” che bussano alle nostre porte, offrendoci la possibilità di superare le nostre paure, per incontrare accogliere e assistere Gesù in persona»[4].
Dare un nome alla paura. Il nostro mondo sembra sempre di più attraversato dalla paura, spesso alimentata e strumentalizzata ad arte dai potenti del mondo. Non c’è paura più insidiosa di quella che nasce dalla diffidenza e si alimenta della mancanza di speranza. Essa ci fa vedere l’altro come un contendente, un avversario, fino a trasformarlo in una minaccia, un nemico. Abbiamo paura dei poveri, che ci ricordano che la loro condizione domani potrebbe essere la nostra, in una società che si disinteressa sempre di più delle persone e delle loro esistenze. Eppure, l’istintiva reazione di allontanare dal nostro sguardo chi è in difficoltà, di isolare la nostra quotidianità per salvaguardarla, ci condanna a una solitudine che rende tutti più fragili e impotenti. Spesso dimentichiamo che la paura è esperienza anche dei migranti: crea ansia l’arrivare in un luogo nuovo, non familiare che a volte si rivela ostile, come pure agita la paura di deludere le persone care, di fallire nel progetto migratorio. Sempre più spesso tale situazione è esacerbata da situazioni indotte dalle circostanze del Paese di approdo: paura di perdere il permesso di soggiorno, paura di essere considerati impostori e criminali.
La nostra fede ci chiede di non abbandonarci alle nostre paure e di comprendere le paure che abitano i nostri fratelli e le nostre sorelle. Come cristiani, rendendoci conto delle sfide e delle difficoltà, siamo chiamati a non rinunciare: «Cristo continua a tendere la sua mano per salvarci!»[5]. Come cittadini crediamo profondamente nella dignità di ogni persona e vogliamo, con solidarietà, impegnarci a restituirla a coloro ai quali è stata tolta, secondo il sentire della nostra Costituzione.
Accogliere costruisce la pace. Le cause delle migrazioni forzate - guerre, sfruttamento, ingiustizia sociale, violenza, tirannide, disoccupazione, terrorismo, inquinamento ambientale… - ci riguardano, come abitanti del pianeta e come cittadini di Paesi che spesso hanno responsabilità nel determinare o aggravare tali cause. Non va nemmeno dimenticato che generazioni di italiani hanno vissuto sulla loro pelle la difficile esperienza dell'emigrazione, hanno sofferto per la separazione dalle famiglie d’origine e affrontato condizioni di lavoro non facili, alla ricerca di una piena integrazione nella nuova società. Molti hanno anche conosciuto la guerra, la fame, la persecuzione. L’ingiustizia e il conflitto sono fattori determinanti nelle migrazioni di ieri e di oggi e l’accoglienza, se vissuta con lungimiranza e consapevolezza, ci offre l’opportunità per intraprendere la via della riconciliazione e della costruzione paziente della pace. Essa, infatti, genera relazioni: parte di un buon processo di accoglienza consiste proprio nel riorganizzare e incanalare all’interno dei territori le forze e le energie di tutti, a servizio del bene comune. Ciò è possibile solo nei contesti locali, dove si vive la quotidianità dell’incontro, dove si affronta l’esistenza nella puntualità delle situazioni, dove il dialogo della vita si gioca in piccoli gesti, in risposte a necessità concrete e misurabili, a situazioni esistenziali che interrogano tutti, quali la malattia e il disagio mentale.
Comunità uno stile. L’accoglienza per le nostre comunità è un dono, perché ci offre l’occasione di guardare al futuro con più speranza. L’incontro ci permette di toccare con mano di quante risorse umane, morali e culturali ciascuno è portatore e quanto possono essere ricche e creative le società che riescono a valorizzare le diversità e mettere a frutto i talenti di ciascuno in una prospettiva comune. Accogliere è il nostro modo di contribuire alla costruzione di una società rinnovata, capace di lasciarsi alle spalle l’ingiustizia del mondo e offrire alle generazioni più giovani un futuro di pace, di crescita economica, di maggiore equità sociale. Accogliere crea comunità, smaschera le nostre inconsistenze e ci aiuta a metterci in rete perché costruisce uno stile non solo di collaborazione ma anche di partecipazione e condivisione.
Noi che ci siamo lasciati liberare dalla paura, che abbiamo sperimentato la gioia dell'incontro, vogliamo «annunciare questo sui tetti, apertamente, per aiutare altri a fare lo stesso»[6].
Come ci ha detto papa Francesco alla fine della Messa: “Il piccolo passo fa il grande cammino della storia! Avanti! Non abbiate paura, abbiate coraggio!”
Roma, 18 febbraio 2019
Inizia con queste parole il documento conclusivo del Meeting “Liberi dalla paura” promosso da Caritas Italiana, Fondazione Migrantes e Centro Astalli svoltosi a Sacrofano dal 15 al 17 febbraio.
Di seguito il testo integrale:
Consapevoli che «tutti i credenti e gli uomini e le donne di buona volontà sono chiamati a rispondere alle numerose sfide poste dalle migrazioni contemporanee con generosità, alacrità, saggezza e lungimiranza, ciascuno secondo le proprie responsabilità»[1] e che il fenomeno delle migrazioni è «senza dubbio una delle più grandi sfide educative»[2], raccogliamo l'invito a essere comunità accoglienti perché sappiamo che «rinunciare a un incontro non è umano»[3].
L’accoglienza è senza dubbio un’esperienza interiore profonda: prima di essere una risposta a un bisogno è un’esperienza di condivisione ricca, che richiede un cammino di conversione personale e comunitario. Nello specifico domanda di coniugare la complessità del fenomeno migratorio con la complessità del reale, la disponibilità con il coraggio di farsi attraversare da presenze inattese lasciandosi guidare dalla fantasia dello Spirito Santo, che è infinita ma anche molto concreta. Per questo occorre «cominciare a ringraziare chi ci dà l'occasione di questo incontro, ossia gli “altri” che bussano alle nostre porte, offrendoci la possibilità di superare le nostre paure, per incontrare accogliere e assistere Gesù in persona»[4].
Dare un nome alla paura. Il nostro mondo sembra sempre di più attraversato dalla paura, spesso alimentata e strumentalizzata ad arte dai potenti del mondo. Non c’è paura più insidiosa di quella che nasce dalla diffidenza e si alimenta della mancanza di speranza. Essa ci fa vedere l’altro come un contendente, un avversario, fino a trasformarlo in una minaccia, un nemico. Abbiamo paura dei poveri, che ci ricordano che la loro condizione domani potrebbe essere la nostra, in una società che si disinteressa sempre di più delle persone e delle loro esistenze. Eppure, l’istintiva reazione di allontanare dal nostro sguardo chi è in difficoltà, di isolare la nostra quotidianità per salvaguardarla, ci condanna a una solitudine che rende tutti più fragili e impotenti. Spesso dimentichiamo che la paura è esperienza anche dei migranti: crea ansia l’arrivare in un luogo nuovo, non familiare che a volte si rivela ostile, come pure agita la paura di deludere le persone care, di fallire nel progetto migratorio. Sempre più spesso tale situazione è esacerbata da situazioni indotte dalle circostanze del Paese di approdo: paura di perdere il permesso di soggiorno, paura di essere considerati impostori e criminali.
La nostra fede ci chiede di non abbandonarci alle nostre paure e di comprendere le paure che abitano i nostri fratelli e le nostre sorelle. Come cristiani, rendendoci conto delle sfide e delle difficoltà, siamo chiamati a non rinunciare: «Cristo continua a tendere la sua mano per salvarci!»[5]. Come cittadini crediamo profondamente nella dignità di ogni persona e vogliamo, con solidarietà, impegnarci a restituirla a coloro ai quali è stata tolta, secondo il sentire della nostra Costituzione.
Accogliere costruisce la pace. Le cause delle migrazioni forzate - guerre, sfruttamento, ingiustizia sociale, violenza, tirannide, disoccupazione, terrorismo, inquinamento ambientale… - ci riguardano, come abitanti del pianeta e come cittadini di Paesi che spesso hanno responsabilità nel determinare o aggravare tali cause. Non va nemmeno dimenticato che generazioni di italiani hanno vissuto sulla loro pelle la difficile esperienza dell'emigrazione, hanno sofferto per la separazione dalle famiglie d’origine e affrontato condizioni di lavoro non facili, alla ricerca di una piena integrazione nella nuova società. Molti hanno anche conosciuto la guerra, la fame, la persecuzione. L’ingiustizia e il conflitto sono fattori determinanti nelle migrazioni di ieri e di oggi e l’accoglienza, se vissuta con lungimiranza e consapevolezza, ci offre l’opportunità per intraprendere la via della riconciliazione e della costruzione paziente della pace. Essa, infatti, genera relazioni: parte di un buon processo di accoglienza consiste proprio nel riorganizzare e incanalare all’interno dei territori le forze e le energie di tutti, a servizio del bene comune. Ciò è possibile solo nei contesti locali, dove si vive la quotidianità dell’incontro, dove si affronta l’esistenza nella puntualità delle situazioni, dove il dialogo della vita si gioca in piccoli gesti, in risposte a necessità concrete e misurabili, a situazioni esistenziali che interrogano tutti, quali la malattia e il disagio mentale.
Comunità uno stile. L’accoglienza per le nostre comunità è un dono, perché ci offre l’occasione di guardare al futuro con più speranza. L’incontro ci permette di toccare con mano di quante risorse umane, morali e culturali ciascuno è portatore e quanto possono essere ricche e creative le società che riescono a valorizzare le diversità e mettere a frutto i talenti di ciascuno in una prospettiva comune. Accogliere è il nostro modo di contribuire alla costruzione di una società rinnovata, capace di lasciarsi alle spalle l’ingiustizia del mondo e offrire alle generazioni più giovani un futuro di pace, di crescita economica, di maggiore equità sociale. Accogliere crea comunità, smaschera le nostre inconsistenze e ci aiuta a metterci in rete perché costruisce uno stile non solo di collaborazione ma anche di partecipazione e condivisione.
Noi che ci siamo lasciati liberare dalla paura, che abbiamo sperimentato la gioia dell'incontro, vogliamo «annunciare questo sui tetti, apertamente, per aiutare altri a fare lo stesso»[6].
Come ci ha detto papa Francesco alla fine della Messa: “Il piccolo passo fa il grande cammino della storia! Avanti! Non abbiate paura, abbiate coraggio!”
Roma, 18 febbraio 2019
[1] Papa Francesco, Messaggio per la 104a Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato 2018.
[2] Cei, Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020, Roma, 2010, n. 14.
[3] Papa Francesco, Omelia per Celebrazione della Santa Messa per i partecipanti del Meeting “Liberi dalla paura”- Fraterna Domus, Sacrofano (Rm), 15 febbraio 2019
[4] Ibidem
[5] Ibidem.
[6] Ibidem.
“Liberi dalla paura” nella liturgia conclusiva si è pregato per Al Ba Moussa
Sacrofano - I 500 partecipanti al meeting “Liberi dalla Paura” che si è svolto a Sacrofano, alle porte di Roma nella liturgia conclusiva hanno pregato per Al Ba Moussa, il senegalese di 29 anni, ucciso dalle fiamme nella baraccopoli di San Ferdinando: terzo bracciante ucciso in poco più di un anno.
Nell’omelia di ieri mattina nella chiesa della Domus Frates di Sacrofano il Presidente della Commissione CEI per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes, il vescovo Mons. Guerino Di Tora ha evidenziato come nella liturgia eucaristica, prima di spezzare il pane, “dobbiamo spezzare il pane dell’amore che è la nostra forza”. In questi giorni – è stato evidenziato dal presule e anche nelle preghiere dei fedeli – “abbiamo sperimentato la presenza di Gesù risorto che ci libera da ogni paura”. “Dio ama i poveri, i più bisognosi, gli ultimi perché lui stesso si è fatto povero”, ha detto Mons. Di Tora: “i poveri sono nell’attenzione del Signore”. Oggi – ha concluso Mons. Di Tora, dobbiamo “aprire le porte a chi bussa. Sentiamoci uniti nel progetto di accoglienza”.
Nell’omelia di ieri mattina nella chiesa della Domus Frates di Sacrofano il Presidente della Commissione CEI per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes, il vescovo Mons. Guerino Di Tora ha evidenziato come nella liturgia eucaristica, prima di spezzare il pane, “dobbiamo spezzare il pane dell’amore che è la nostra forza”. In questi giorni – è stato evidenziato dal presule e anche nelle preghiere dei fedeli – “abbiamo sperimentato la presenza di Gesù risorto che ci libera da ogni paura”. “Dio ama i poveri, i più bisognosi, gli ultimi perché lui stesso si è fatto povero”, ha detto Mons. Di Tora: “i poveri sono nell’attenzione del Signore”. Oggi – ha concluso Mons. Di Tora, dobbiamo “aprire le porte a chi bussa. Sentiamoci uniti nel progetto di accoglienza”.
“Siamo noi l’Europa che accoglie!”: il 20 evento di chiusura della campagna “Welcoming Europe”
Roma - Mercoledì 20 febbraio, dalle ore 10.30 alle 13.00 a Roma, presso l'Aula dei Gruppi della Camera dei deputati, si svolgerà l'evento dal titolo: “Siamo noi l'Europa che accoglie!”, che chiuderà la campagna di raccolta firme di Welcoming Europe. Per un'Europa che accoglie: l'Iniziativa dei Cittadini Europei rivolta alla Commissione Ue per cambiare alcune norme in materia di tutela dei diritti e migrazioni.
Sono tre gli obiettivi al centro della campagna: la decriminalizzazione degli atti di solidarietà, la creazione di corridoi umanitari per i rifugiati, la tutela delle vittime di abusi alle frontiere.
Nel corso dell'evento del 20 febbraio i promotori tracceranno un bilancio della campagna di raccolta firme e, con il contributo di esperti e le testimonianze di operatori umanitari, faranno il punto sugli obiettivi dell'iniziativa. Interverranno, tra gli altri, Edoardo Zanchini (vice-presidente Legambiente), Paolo Pezzati (Oxfam Italia), Luca Negro (presidente FCEI), Roberto Zuccolini (Comunità di Sant'Egidio), Sara Prestianni (Arci), Marco Bertotto (Medici senza frontiere), Salvatore Fachile (Asgi), Piero Mangano (Cnca), Marco De Ponte (Segretario Generale ActionAidItalia), Riccardo Magi (deputato, Radicali Italiani). Il testo delle proposte è disponibile sul sito: http://www.welcomingeurope.it/
Sono tre gli obiettivi al centro della campagna: la decriminalizzazione degli atti di solidarietà, la creazione di corridoi umanitari per i rifugiati, la tutela delle vittime di abusi alle frontiere.
Nel corso dell'evento del 20 febbraio i promotori tracceranno un bilancio della campagna di raccolta firme e, con il contributo di esperti e le testimonianze di operatori umanitari, faranno il punto sugli obiettivi dell'iniziativa. Interverranno, tra gli altri, Edoardo Zanchini (vice-presidente Legambiente), Paolo Pezzati (Oxfam Italia), Luca Negro (presidente FCEI), Roberto Zuccolini (Comunità di Sant'Egidio), Sara Prestianni (Arci), Marco Bertotto (Medici senza frontiere), Salvatore Fachile (Asgi), Piero Mangano (Cnca), Marco De Ponte (Segretario Generale ActionAidItalia), Riccardo Magi (deputato, Radicali Italiani). Il testo delle proposte è disponibile sul sito: http://www.welcomingeurope.it/