La visita di Leone XIV a Lampedusa. Mons. Felicolo (Fondazione Migrantes): «Non chiudiamo la porta aperta dal cuore di Lampedusa»

4 Luglio 2026 – Si è appena conclusa l’attesa visita di papa Leone XIV sull’isola di Lampedusa. A 13 anni da quella storica scelta di grande valore simbolico da parte del suo predecessore, Francesco. Un passaggio di consegne molto più che dovuto e simbolico che è stato ricordato espressamente dal Pontefice, rispondendo brevemente al bel saluto del sindaco di Lampedusa: «Il Papa [Francesco] vi è stato vicino in questo tempo per voi molto impegnativo. E oggi sono qui per dirvi che il Papa continua ad accompagnarvi, vi sostiene e vi incoraggia».

«Sì, é stata una visita fatta di gesti di cuore – ha detto mons. Pierpaolo Felicolo, direttore generale della Fondazione Migrantes – e di immagini che restano nel cuore, perché come ha detto il Papa: “Questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti”. Gesti che sollecitano tutti a scegliere come porsi sulla “Porta d’Europa”, di fronte alla realtà delle migrazioni, alla luce del Vangelo e del consolidato Magistero della Chiesa.

Così, appunto, il gesto della sua breve sosta al Cimitero; alla “Porta d’Europa”, con un fuori programma sugli scogli; e, infine, la sosta al Molo Favaloro, prima della celebrazione della S. Messa, con un’assemblea “vestita” delle parole di Mt 25 e con un’omelia ricca di spunti, ispirati soprattutto dalla parabola del Buon Samaritano: «L’amore è sempre nella libertà e la libertà sta nelle decisioni. C’è anche chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere. I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate».

Nelle sue parole il Papa ha esplicitato il filo che evidentemente univa il viaggio alle Canarie a questa giornata, nel giorno del 250° anniversario dell’Indipendenza degli Stati Uniti: opzione non banale per un Papa statunitense, in questo preciso momento storico.

«Di tutte le immagini di oggi, – continua mons. Felicolo – mi porto soprattutto quel suo arrampicarsi sugli scogli per fermarsi davanti all’orizzonte: quanti uomini e quante donne, oggi stesso, sono lì persi in quell’orizzonte ad affrontare il mare per cercare un futuro? Ho pensato a quel febbraio del 1992, quando Giovanni Paolo II sull’isolotto di Gorée, in Senegal, si affacciò dalla cosiddetta “porta del non ritorno” della Casa degli schiavi: lì, l’orizzonte, per le persone costrette ad attraversarla, significava abbandono, strappo, schiavitù, e forse la morte in mare verso le Americhe. Ho immaginato che oggi, forse, da quelle tante nuove “porte di non ritorno” si dovrebbe poter vedere all’orizzonte sempre e solo quella porta che è stata aperta dall’accoglienza indomita e generosa dei lampedusani. È una responsabilità di ciascuno, e certamente dei governanti del Pianeta, ma anche della Chiesa. La Chiesa che evangelizza e si fa evangelizzare dai migranti è ciò che di più prezioso possiamo offrire contro la globalizzazione dell’indifferenza, per costruire anche da lavoratori e cittadini quella civiltà dell’amore che Leone XIV continua a invocare come possibilità concreta. Ed è una responsabilità di tutti e di tutta la Chiesa, non solo di “alcuni volontari”, come disse il Pontefice alle Canarie. Non chiudiamo la porta aperta dal cuore di Lampedusa».

 

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