21 Aprile 2026 – Alle 7.35 del mattino del 21 aprile dello scorso anno moriva papa Francesco. Già da ieri si susseguono sui vari media commenti e memoriali in occasione di questo primo anniversario, che ovviamente hanno calore diverso e lenti di interpretazione del Pontificato differenti.
Papa Bergoglio è stato certamente un Pontefice che – tra le altre cose – ha messo al centro della sua predicazione, ma soprattutto del suo sguardo di padre, l’epocale questione delle migrazioni e le condizioni delle persone che vivono questa esperienza, a partire dalla scelta del suo primo viaggio. Lo ricordava già pochi giorni dopo la sua morte, il presidente della Fondazione Migrantes, mons. Gian Carlo Perego.
Alcuni interpreti del pontificato hanno visto di cattivo occhio, tra le altre cose, la “mediaticità” di Francesco, come fosse artefatta e studiata. Per chi scrive, papa Bergoglio, invece, non è stato affatto intenzionalmente un “uomo immagine”, ma un uomo “delle immagini”, oltreché dei segni, dei gesti, degli sguardi.
Per questo abbiamo raccolto 8 immagini che ci ha consegnato in messaggi o discorsi legati al tema dei migranti. Immagini che ancora ci parlano.
La globalizzazione dell’indifferenza
“La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro! […] Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere! (Lampedusa, Omelia 8 luglio 2013)
I migranti non sono pedine
“Migranti e rifugiati non sono pedine sullo scacchiere dell’umanità. Si tratta di bambini, donne e uomini che abbandonano o sono costretti ad abbandonare le loro case per varie ragioni, che condividono lo stesso desiderio legittimo di conoscere, di avere, ma soprattutto di essere di più”. (Messaggio GMMR 2014, 5 agosto 2013)
I quattro verbi per rispondere alla sfida migratoria
“La nostra comune risposta si potrebbe articolare attorno a quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare.”
- Accogliere. «C’è un’indole del rifiuto che ci accomuna, che induce a non guardare al prossimo come ad un fratello da accogliere, ma a lasciarlo fuori dal nostro personale orizzonte di vita, a trasformarlo piuttosto in un concorrente, in un suddito da dominare». Di fronte a questa indole del rifiuto, radicata in ultima analisi nell’egoismo e amplificata da demagogie populistiche, urge un cambio di atteggiamento, per superare l’indifferenza e anteporre ai timori un generoso atteggiamento di accoglienza verso coloro che bussano alle nostre porte.
- Proteggere. Il mio predecessore, Papa Benedetto, ha evidenziato che l’esperienza migratoria rende spesso le persone più vulnerabili allo sfruttamento, all’abuso e alla violenza. Parliamo di milioni di lavoratori e lavoratrici migranti – e tra questi particolarmente quelli in situazione irregolare –, di profughi e richiedenti asilo, di vittime della tratta. La difesa dei loro diritti inalienabili, la garanzia delle libertà fondamentali e il rispetto della loro dignità sono compiti da cui nessuno si può esimere.
- Promuovere. Proteggere non basta, occorre promuovere lo sviluppo umano integrale di migranti, profughi e rifugiati, che «si attua mediante la cura per i beni incommensurabili della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato». Lo sviluppo, secondo la dottrina sociale della Chiesa, è un diritto innegabile di ogni essere umano.
- Integrare. L’integrazione, che non è né assimilazione né incorporazione, è un processo bidirezionale, che si fonda essenzialmente sul mutuo riconoscimento della ricchezza culturale dell’altro: non è appiattimento di una cultura sull’altra, e nemmeno isolamento reciproco, con il rischio di nefaste quanto pericolose “ghettizzazioni”. (Ai partecipanti al Forum internazionale Migrazioni e Pace, 21 febbraio 2017)
La nostra responsabilità morale
“È essenziale che il rispetto per la dignità umana e per i diritti umani ispiri e diriga ogni sforzo nell’affrontare le gravi situazioni di guerra e conflitti armati, di opprimente povertà, discriminazione e disuguaglianza che affliggono il nostro mondo e che negli ultimi anni hanno contribuito alla presente crisi delle migrazioni di massa. Nessuna efficace soluzione umanitaria a quel pressante problema può ignorare la nostra responsabilità morale, con la dovuta attenzione al bene comune, per accogliere, proteggere, promuovere e integrare coloro che bussano alle nostre porte in cerca di un futuro sicuro per loro stessi e per i loro figli”. (Discorso ad alcuni ambasciatori, 13 dicembre 2018)
Non si tratta solo di migranti, si tratta di noi
“La presenza dei migranti e dei rifugiati – come, in generale, delle persone vulnerabili – rappresenta oggi un invito a recuperare alcune dimensioni essenziali della nostra esistenza cristiana e della nostra umanità, che rischiano di assopirsi in un tenore di vita ricco di comodità. Ecco perché ‘non si tratta solo di migranti’, vale a dire: interessandoci di loro ci interessiamo anche di noi, di tutti; prendendoci cura di loro, cresciamo tutti; ascoltando loro, diamo voce anche a quella parte di noi che forse teniamo nascosta perché oggi non è ben vista”. (Messaggio GMMR 2019, 27 maggio 2019).
Il Mediterraneo: un cimitero senza lapidi, il “mare mortuum”, il mare della dimenticanza
“Se vogliamo ripartire, guardiamo i volti dei bambini. Troviamo il coraggio di vergognarci davanti a loro, che sono innocenti e sono il futuro. Interpellano le nostre coscienze e ci chiedono: ‘Quale mondo volete darci?’ Non scappiamo via frettolosamente dalle crude immagini dei loro piccoli corpi stesi inerti sulle spiagge. Il Mediterraneo, che per millenni ha unito popoli diversi e terre distanti, sta diventando un freddo cimitero senza lapidi. Questo grande bacino d’acqua, culla di tante civiltà, sembra ora uno specchio di morte. Non lasciamo che il mare nostrum si tramuti in un desolante mare mortuum, che questo luogo di incontro diventi teatro di scontro! Non permettiamo che questo ‘mare dei ricordi’ si trasformi nel ‘mare della dimenticanza’. Fratelli e sorelle, vi prego, fermiamo questo naufragio di civiltà!” (Discorso a Lesbo, 5 dicembre 2021)
Molti potevano essere salvati
“Migranti, mare e deserto. Le rotte migratorie di oggi sono spesso segnate da attraversamenti di mari e deserti, che per molte, troppe persone – troppe! –, risultano mortali. Per questo oggi voglio soffermarmi su questo dramma, questo dolore. Alcune di queste rotte le conosciamo meglio, perché stanno spesso sotto i riflettori; altre, la maggior parte, sono poco note, ma non per questo meno battute. Del Mediterraneo ho parlato tante volte, perché sono Vescovo di Roma e perché è emblematico: il mare nostrum, luogo di comunicazione fra popoli e civiltà, è diventato un cimitero. E la tragedia è che molti, la maggior parte di questi morti, potevano essere salvati” (Udienza generale, 28 agosto 2024)
Dio cammina con il suo popolo
“Dio non solo cammina con il suo popolo, ma anche nel suo popolo, nel senso che si identifica con gli uomini e le donne in cammino attraverso la storia – in particolare con gli ultimi, i poveri, gli emarginati –, come prolungando il mistero dell’Incarnazione”. (Messaggio GMMR 2024, 29 settembre 2024)
(a cura di Simone Sereni)



