“La speranza è itinerante”. Tra Napoli e Roma con rom, sinti e itineranti

26 Gennaio 2026 – “La speranza è itinerante. Mio padre e mia madre erano aramei erranti” è stato il tema che ha fatto da filo rosso fra due importanti incontri tra rom, sinti, caminanti e operatori pastorali in cammino con loro: il primo a Napoli, tra il 12 e il 14 settembre, per il convegno nazionale specifico della Fondazione Migrantes; il secondo a Roma, nei giorni 18 e 19 ottobre, per il Giubileo dei rom, sinti e caminanti. Il tema, scelto come titolo del Giubileo, è stato il centro di una lectio magistralis dell’arcivescovo di Napoli, il card. Domenico Battaglia – “don Mimmo” – rivolta a più di 70 persone presenti nell’aula magna del seminario diocesano a Capodimonte, che ospitava il primo incontro: sono arrivati dal Veneto, dalla Lombardia, dal Piemonte, dall’Emilia-Romagna, dalle Marche, dal Lazio e dalla Campania.

Insieme a loro numerosi rom, provenienti specialmente dai campi della città metropolitana di Napoli. Una città che aveva già accolto e abbracciato i presenti al loro arrivo, il giorno prima, in particolare con la visita alle catacombe di San Gennaro, gestite da un’impresa sociale – “La paranza” – fondata da don Antonio Loffredo, esempio di cura dei talenti dei giovani provenienti dalle zone più marginali della città (in questo caso il Rione Sanità).

Il Vangelo non chiede prima un domicilio e poi la fede

Mons. Battaglia nella sua lectio ha chiarito subito che la frase “un arameo errante era mio padre” non è triste: è una chiave. Dice che veniamo “da poco” e che Dio costruisce casa proprio lì, dove e quando mancano le sicurezze. Per la pastorale con rom e sinti vuol dire riconoscere la dignità di chi vive di soste e ripartenze, smontare il pregiudizio che confonde mobilità e sospetto, passare dall’“integrazione” che uniforma a un’alleanza che valorizza lingue, mestieri, musica e famiglia allargata.

Se il padre era “errante”, il Vangelo non chiede prima un domicilio e poi la fede: offre una famiglia che cammina con chi è in viaggio, capace di fermarsi in un’area di sosta, in un campo tollerato, in un parcheggio ai margini, e di iniziare dal passo giusto: salutare, conoscere i nomi, ascoltare le storie, chiedere permesso, parlare con capifamiglia e mamme, costruire fiducia prima di realizzare progetti.

La pastorale specifica lo ripete da anni: non “progetti per”, ma “percorsi con”. Si parte dall’ascolto, si riconosce l’autorevolezza degli anziani, si formano catechisti interni, si punta sulla scuola dei piccoli e su lavori dignitosi per gli adulti, si promuovono aree di sosta legali e sicure, si trasforma l’elemosina in responsabilità reciproca.

Non assistenza a strappi, ma vicinanza stabile. Non eventi isolati, ma alleanze territoriali con Comuni, associazioni e parrocchie di confine. È lo stile di fraternità sociale ricordato tante volte da papa Francesco.

Dal “loro” al “noi”

I pronomi “io” e noi” che ritornano nel testo – ha spiegato “don Mimmo” – dicono che la storia di Dio non è lontana: entra in casa, entra in roulotte, entra nel campo. Non parliamo di “loro”: parliamo di noi. È così che la memoria fa pace con la vita.

La comunità cristiana, allora, non arriva con moduli precotti e prediche lunghe; arriva con presenza fedele, passi piccoli, ma continui: camminare con le persone, valorizzare le famiglie, proteggere i piccoli, creare legami con scuola e sanità, promuovere luoghi sicuri e legali.

La pastorale non è assistenza a scatti, è alleanza che ridà dignità. Se impariamo a dire “noi”, cambia il tono di tutto: meno diffidenze, più fiducia; meno discorsi, più cura concreta; meno “venite da noi”, più “veniamo con voi”.

L’Eucarestia è una cena: si controlla sempre chi manca

Le sollecitazioni del card. Battaglia, insieme ad alcune domande-guida, sono state lo stimolo dei successivi lavori di gruppo, organizzati in tavoli tematici, in cui sono emersi tanti spunti di riflessione.

Nel pomeriggio poi si è “praticato” ciò che si era discusso durante la mattina: i partecipanti, divisi per gruppi, sono stati accompagnati da operatori locali e volontari a conoscere la realtà dei campi rom presenti a Napoli. Il gruppo più numeroso si è recato a Giugliano, dove risiedono in condizioni di estrema povertà più di 700 persone; altri sono stati a Scampia, altri ancora nei campi di Gianturco e Barra-Ponticelli. Al termine, tutti a cena a Scampia, ospiti di una famiglia del campo, e infine insieme con la musica degli “O’ Rom”, guidati da Carmine D’Aniello, che uniscono la tradizione napoletana e quella rom.

La domenica, l’Eucarestia è stata presieduta dal vescovo ausiliare di Napoli, S.E. monsignor Michele Autuoro, presidente della Fondazione Missio.

Prima del pranzo conclusivo c’è stata la restituzione del frutto dei tavoli tematici, guidata da padre Alex Zanotelli. Tra i punti emersi, il primo ha riguardato il rapporto con politica e pubblica amministrazione: “La politica è sorda nei confronti dei rom”, si è detto. Molti non hanno il certificato di nascita, quindi non possono ottenere la residenza e di conseguenza non possono avere un lavoro. Forte è anche la consapevolezza che occorre continuare a sostenere cammini per favorire l’uscita dai campi.

Il secondo punto riguarda la Chiesa. È stata ribadita la necessità di conoscere e frequentare i rom che vivono nei territori delle parrocchie, di intraprendere un cammino insieme, per tendere a quel “noi” di cui aveva parlato il card. Battaglia. Se si crea una relazione, non può rimanere solo nel campo, ma bisogna esprimerla fuori, nella società e nella parrocchia. L’Eucarestia è una cena: si controlla sempre chi manca, prima di iniziare. E se mancano gli ultimi, non si inizia. Le barriere, certamente, ci sono, ma si possono superare: con il dialogo, l’ascolto attento e rispettoso, la creatività necessaria per costruire un percorso umano. E per fare tutto questo è necessario anche superare le divisioni ancora presenti tra soggetti ecclesiali e con altri “mondi”; per costruire alleanze profetiche.

Il terzo punto è quello dei luoghi “virtuosi” di integrazione. La scuola è lo spazio che ha maggiore potenziale, ma lo sono anche lo sport, la musica e ogni momento o esperienza di aggregazione pomeridiana. È vitale accompagnare i ragazzi soprattutto nell’età dell’adolescenza, il periodo in cui si rischia di più di fare dei passi indietro. In questa cura dei luoghi, va inclusa anche la comunicazione: c’è una cattiva informazione sui rom, anche tramite i social.

Il quarto punto emerso riguarda i percorsi possibili per passare dall’“assistenzialismo” alla cooperazione costruttiva. La progettualità deve venire dai fratelli e dalle sorelle rom, perché sono loro che devono prendere coscienza del problema. Dopo l’assistenza, nelle situazioni di emergenza, tutte le persone vanno aiutate nell’autonomia e nella responsabilità. Il ruolo degli operatori gagè deve essere quello di facilitare la consapevolezza dell’importanza della scuola e della formazione, dall’infanzia fino all’espletamento dell’obbligo, e la conoscenza dei propri diritti e doveri di cittadini. È un lavoro che aiuta a creare ponti con il resto della società e che chiama le diocesi ad affiancare e supportare anche altri soggetti del cosiddetto terzo settore.

Il Giubileo a Roma con il Papa

Dopo poco più di un mese dall’incontro di Napoli, si è celebrato a Roma il “Giubileo dei rom, sinti e caminanti”, alla presenza di papa Leone XIV. Più di 3.500 persone provenienti da tutta Europa – incluso un gruppetto di caminanti dall’Irlanda – si sono radunate al mattino del sabato 18 ottobre nell’aula Paolo VI, in Vaticano.

Qui si sono susseguiti canti, testimonianze e riflessioni sulla storia e la vita di rom, sinti e caminanti, in attesa del Pontefice, il quale alle ore 11.45 è giunto sul palco della grande Aula progettata da Pier Luigi Nervi. Tre conduttori di eccezione hanno accompagnato l’uditorio nella mattinata: Maris Milanese, presentatrice di TV2000; Eva Rizzin, sinta, ricercatrice universitaria in antropologia e storia della politica; e Jordan Halilovic, rom, studente di economia a Roma.

Tra i momenti più toccanti, la performance di una canzone gitana dedicata al Santo Padre, l’ascolto di alcune testimonianze su vicende dolorose di resilienza del popolo romanès e la meravigliosa danza dei bambini rom rumeni del gruppo musicale “Elijah”. Inoltre, i presenti hanno potuto ascoltare alcune bellissime poesie e musiche della tradizione romanì di Spagna, Francia, Austria, Cecoslovacchia, Italia, Paesi balcanici e altre parti di Europa, a riprova del fatto che la cultura romanì è trasversale a tutta l’Europa.

Il dialogo dei bambini e dei giovani con Leone XIV

Dopo il suo discorso, papa Leone ha avviato un dialogo a braccio con alcuni bambini e giovani rom. La prima domanda che questi ultimi gli hanno rivolto è stata: «Come essere amici di Gesù?». «Essere amico di Gesù – ha risposto il Pontefice – comincia con l’essere amico: è importante essere amici di tutti, è bello avere una vera amicizia. Non possiamo essere amici di Gesù senza conoscerlo. Conoscere l’altro e che l’altro conosca me stesso. Il dialogo con Gesù che si ha nella preghiera è un elemento importante. […] Cercare Gesù anche in comunità, amare Gesù, essere amico di Gesù vuol dire essere amico della Chiesa, cercare anche gli aiuti della Chiesa».

È seguita un’altra domanda: «Possiamo crescere in un mondo senza guerre? Possiamo fare qualcosa affinché questo avvenga? ». Qui il Papa ha risposto così: «La pace è possibile, non è soltanto un sogno. Per vivere in pace dobbiamo essere noi stessi persone di pace. Se vogliamo cambiare il mondo, cominciamo da noi: nelle famiglie, tra i compagni di scuola, con il rispetto e il dialogo. Così si costruisce un mondo di pace».

Quindi, sul tema del pregiudizio e della diversità, il Papa ha aggiunto: «I bambini non sono preoccupati di chi è diverso. Siamo noi adulti che iniziamo a giudicare e a separare. Ogni essere umano è nato con l’immagine di Dio».

Vi è stata quindi un’ultima domanda in spagnolo, riguardante i poveri. Papa Leone ha risposto nella stessa lingua, dicendo: «Siamo tutti esseri umani, ricchi e poveri. Amare un povero è amare una persona senza distinzioni. Bisogna fare attenzione ai pregiudizi e rispettare chi è lontano, chi è nel bisogno, chi è diverso».

Il congedo e il passaggio dalla Porta Santa

Papa Leone, dopo un momento di preghiera alla Vergine, riprendendo il gesto compiuto 60 anni prima da san Paolo VI, ha incoronato la scultura originale della Madonna con il Bambino – presente in sala – “Regina dei rom e sinti”, e ha impartito la benedizione apostolica. Ciascun partecipante aveva ricevuto in dono un’immagine di quella scultura, contenuta in un sacchetto in stoffa realizzato dal laboratorio di sartoria dell’Istituto Penale di Reggio Emilia, alla cui manifattura hanno partecipato anche ospiti sinti della struttura detentiva.

Al termine, Leone XIV ha salutato uno a uno i malati e le persone in carrozzina sedute nelle prime file – scambiando qualche parola con ciascuno –, ha benedetto un neonato, firmato biglietti e strumenti musicali, per poi congedarsi tra numerosi applausi. Concluso l’incontro in Aula Paolo VI, il gruppo giubilare si è recato in pellegrinaggio in San Pietro, varcando la Porta Santa.

La celebrazione finale al Santuario del Divino Amore

L’indomani, domenica 19 ottobre, i rom, sinti e caminanti rimasti a Roma si sono dati convegno presso il santuario del Divino Amore – dove sono custodite le reliquie del beato Zefirino, unico santo rom riconosciuto dalla Chiesa cattolica – per un’Eucarestia all’aperto. La concelebrazione è stata presieduta da S. Em. il cardinal Fabio Baggio, sottosegretario del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale. La Santa Messa è stata animata con canti di tutte le tradizioni musicali romanì europee, coinvolgendo i presenti in una vera celebrazione di gioia e di ringraziamento a Dio per il dono della Vita. È stato il modo più bello per concludere il cammino comune che ci ha portato da Napoli a Roma. (Eraldo Cacchione e Simone Strozzi in “Migranti Press” 11-12 2025)

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