Essere missionari è uno sguardo

23 Ottobre 2026 – Quando si parte per la missione si crede di andare a portare qualcosa. Si riempiono le valigie, si fanno progetti, si pensa di avere risposte. Poi si arriva, e si scopre che la prima cosa da fare è tacere e guardare. In Benin ho imparato questo: il missionario non è colui che porta Dio, ma colui che si accorge che Dio è già arrivato prima di lui, nei volti, nelle fatiche, nella dignità di un popolo che non smette di sperare.

Anni di vita condivisa con la Chiesa di Natitingou mi hanno messo davanti la povertà delle famiglie, la necessità di studiare per sperare in un futuro diverso, la fede ancora iniziale di villaggi lontani, raggiunti dopo ore di strada. La cooperazione tra Chiese non è beneficenza: è uno scambio. Noi diamo, certo, ma riceviamo molto di più. Riceviamo una fede semplice, una gioia che non dipende dalle cose, un senso della comunità che da noi rischiamo di aver smarrito.

Poi è arrivato il rientro. E il rientro, lo dico con sincerità, è una piccola seconda partenza. Si torna in una terra che si conosce e che pure sembra diversa, o forse siamo noi a esserlo. La tentazione è chiudere il capitolo, mettere via le fotografie e dire: la missione è finita. Ma la missione non ha un indirizzo, ha una direzione.

A San Severo, con Migrantes, ho capito che l’Africa non l’avevo lasciata. Nei campi e nei ghetti della Capitanata ho ritrovato uomini che hanno attraversato deserti e mari, giovani che lavorano sotto il sole per pochi euro, famiglie lontane che aspettano un aiuto, volti che chiedono prima di tutto di essere visti. Sono gli stessi volti incontrati in Benin, solo che ora vivono a pochi chilometri dalle nostre parrocchie.

Lo scorso settembre abbiamo vissuto il campo di formazione «Insieme ai migranti», promosso con la Caritas diocesana: giorni di vita condivisa, di studio e di lavoro nei luoghi dell’accoglienza informale, a contatto diretto con i braccianti. Ne è venuta una certezza semplice: non si accoglie ciò che non si conosce. Chi ha partecipato non è più lo stesso, e la nostra Chiesa, a poco a poco, comincia a somigliare di più a ciò che è chiamata ad essere: una casa dalle porte aperte.

Essere missionari, allora, non è una professione né un’avventura esotica. È uno sguardo. È la scelta quotidiana di farsi prossimo, di ascoltare prima di parlare, di camminare al passo dell’ultimo. Si può fare a Natitingou come a San Severo, in una savana come in un campo di pomodori. Cambiano i luoghi, non il Vangelo.

Perché il Vangelo non ci lascia scampo: «Ero straniero e mi avete accolto». Gesù non parla di un’idea, ma di un volto, e a quel volto dice: «L’avete fatto a me». Per questo la domanda resta la stessa, in Africa come in Puglia: chi è il fratello, quel «Gesù», che Dio mi mette davanti oggi? (don Nazareno Galullo, direttore Ufficio Migrantes della diocesi di San Severo)

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