8 Maggio 2026 – Un anno fa il cardinal Robert Francis Prevost – religioso agostiniano e missionario, con un’esperienza importante e autorevole in Curia – veniva eletto al Soglio pontificio con il nome di Leone XIV.
Salutò la gente accorsa in piazza San Pietro, e con essa tutto il mondo, evocando da subito la “pace disarmata” e “disarmante, umile e perseverante”, che è quella di Cristo Risorto. Un richiamo che poi si è rivelato una caratteristica costante non solo nei contenuti dei suoi continui appelli, ma anche nella forma della sua comunicazione. “In questo primo anno, – leggiamo nel messaggio di auguri che la Presidenza della Cei ha inviato al Santo padre per l’occasione – segnato da guerre, tensioni e linguaggi carichi di conflittualità, la Sua voce ha richiamato tutti alla responsabilità della pace: non come formula astratta, ma come esigenza evangelica e compito quotidiano, via di verità, giustizia e dialogo”.
Il suo Magistero non è stato astratto nemmeno sui temi della mobilità umana, ai quali ha dedicato invece molta attenzione, a partire dal testo del Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Nella biografia di Leone XIV – che in questo ricorda quella di papa Bergoglio – c’è la ragione della sua particolare sensibilità per le persone migranti, senza dubbio messa alla prova anche dal clima politico e dai fatti di cronaca del suo Paese, gli Stati Uniti.
Nella sua prima udienza al Corpo diplomatico accreditato presso al Santa Sede, a poco più di una settimana dall’elezione, papa Leone, infatti, si era presentato ricordando la sua storia, quella “di un cittadino, discendente di immigrati, a sua volta emigrato. Ciascuno di noi, nel corso della vita, si può ritrovare sano o malato, occupato o disoccupato, in patria o in terra straniera: la sua dignità però rimane sempre la stessa, quella di creatura voluta e amata da Dio”.
Ci troviamo, dunque, di fronte a un tratto della sua spiritualità e visione del mondo profondamente radicato. Lo ritroviamo, non a caso, anche tra gli scritti raccolti nel volume Liberi sotto la grazia. Alla scuola di Sant’Agostino di fronte alle sfide della storia, che la Libreria editrice vaticana (Lev) ha presentato proprio a ridosso dell’anniversario di pontificato.
Per la prima volta vengono pubblicati gli scritti di Robert Francis Prevost da Priore generale dell’Ordine Agostiniano. E anche tra le parole di quei testi emerge chiara la sua sensibilità per i migranti. Nel 2010, dunque ben prima della martellante e appassionata predicazione di papa Francesco sul tema, nella sua omelia per la celebrazione del Capitolo ordinario della Provincia di Malta, disse: “Oggi, nei nostri Paesi, dobbiamo chiederci come rispondiamo alla questione urgente della presenza degli immigrati. Siamo aperti, li accogliamo, riconosciamo che sono figli e figlie di Dio? Oppure vogliamo solo chiudere i confini, sbarrare le porte ed evitare ogni contatto?”. Una domanda che ancora oggi provoca le nostre coscienze.
Un’altra volta, nell’omelia a conclusione dell’Assemblea dell’Organizzazione degli Agostiniani d’Europa (Palermo, 16 marzo 2012), preoccupandosi per i giovani che “cercano esempi ‘radicali’ di autentica carità cristiana, di amore del prossimo. Cercano persone coerenti e coraggiose, capaci di comunicare l’entusiasmo che nasce dall’incontro con Cristo”, suggerì una sola possibile strada: “Il nostro amore per Dio e per i fratelli, il desiderio di dialogare tra noi e con i laici, l’impegno per la giustizia accanto agli emarginati, agli esclusi, ai migranti, ai poveri di oggi: tutto ciò può aprire la mente e il cuore a vivere pienamente i comandamenti dell’amore”.



