Primo Piano
Sea-Watch: un battello da pesca, un manipolo di volontari, centinaia di vite salvate
L'iniziativa umanitaria è condotta esclusivamente con fondi privati e rappresenta in tal senso un’esperienza di grande rilievo. La missione vede impegnato un battello da pesca che, nonostante gli anni di servizio, riesce a solcare le onde del Mediterraneo e ad affrontare le emergenze con grinta e dedizione. “In Germania il nostro progetto ha toccato la sensibilità di molti, generando diverse donazioni che ci permetteranno di acquistare una nuova imbarcazione”, spiegano dall’organizzazione.
Sea-Watch nasce con l’obiettivo di svolgere un’attività di pattugliamento nel Canale di Sicilia, in modo da segnalare la presenza di imbarcazioni in difficoltà nella zona SAR. La base legale del progetto, infatti, è costituita dall’art. 98 della Convenzione delle Nazioni unite sul diritto del mare, che sancisce l’obbligo di prestare soccorso a chiunque si trovi in mare in condizioni di pericolo.
La sinergia con le unità navali della Guardia Costiera italiana si è rivelata provvidenziale in più di un’occasione. Nel corso dei mesi estivi è capitato, infatti, che i mezzi navali italiani ricevessero anche dieci richieste di soccorso contemporaneamente. In questi frangenti i volontari tedeschi hanno apprestato i primi soccorsi, distribuendo giubbotti di salvataggio e mettendo in mare i propri gommoni di salvataggio gonfiabili. La prontezza dei soccorsi ha così permesso alle unità impegnate nel Canale di Sicilia di portare in salvo anche quattromila persone in un solo giorno.
In questi mesi, marinai di Sea-Watch hanno fatto esperienza della morte, hanno conosciuto la solitudine del mare, hanno toccato con mano la disperazione di chi aveva perso i familiari nella traversata e hanno gustato la felicità di salvare una vita. Non è stato facile per molti dovere raccogliere i cadaveri di chi non ce l’aveva fatta a coronare il proprio sogno di libertà. Alcuni marinai hanno dovuto fare ricorso a un sostegno psicologico specialistico per alleviare lo stress emotivo e psicologico sostenuto. Altri hanno avuto la fortuna di tornare in Germania conservando negli occhi i volti di quanti erano riusciti ad arrivare alla meta sospirata. È facile immaginare che Sea-Watch cambierà le vite di questi volontari. Di sicuro lo farà con le persone che hanno contribuito a salvare. (Luca Insalaco)
Reggio Calabria: domenica il vescovo celebra con i circensi
CEI: al Consiglio permanente l’accoglienza dei profughi
I lavori, che saranno aperti dalla prolusione del Presidente, il card. Angelo Bagnasco, si svolgeranno presso il Convitto della Calza. All’ordine del giorno, oltre agli ultimi preparativi in vista del Convegno Ecclesiale Nazionale, ci sono l’elezione dei membri delle Commissioni Episcopali e del Consiglio per gli affari giuridici, le indicazioni da offrire alle diocesi italiane circa l’accoglienza dei profughi in risposta all’appello del Papa, e una riflessione sul percorso suggerito a livello diocesano in vista dell’Assemblea Generale del maggio 2016 (“La vita e la formazione permanente dei presbiteri”).
Vescovi Lombardia: incontro su situazione rifugiati
Tra i profughi siriani giunti in Svizzera: una casa per Mohammad
Da quando è esploso il conflitto in Siria, la Svizzera ha destinato 178 milioni di franchi agli aiuti umanitari, soprattutto a sostegno della Croce rossa. Quest’anno, secondo la segreteria della Migrazione, sono stati aggiunti 20 milioni di franchi ai 30 già stanziati per sostenere la popolazione in Siria. In queste ore è stata resa pubblica la decisione di riservare altri 70 milioni alla voce asilo.
Anche la Chiesa, come spiega Daniel Kosch, segretario generale della Conferenza episcopale, ha previsto buone soluzioni per aiutare i profughi. La maggior parte delle iniziative è gestita attraverso la Caritas. Per esempio si mettono a disposizione di tutti gli spazi fruibili, come le sale parrocchiali, per la cura dei bambini, i corsi di lingua tedesca per adulti e le attività di incontro e di svago.
Nelle varie città e comunità del paese i profughi devono però confrontarsi con la realtà quotidiana: devono trovare un lavoro e un alloggio, comunicare in un’altra lingua, scontrarsi con le differenze culturali e con gli atteggiamenti di diffidenza e di rifiuto. “Non siamo interessati ad affittare la nostra casa a questo tipo di persone, grazie”, è la risposta comune dei proprietari quando si chiede un immobile per i profughi. Altre volte non possono affittarla perché sono in troppi rispetto allo spazio disponibile. “Perché non possono vivere più di cinque persone in una casa? Noi restiamo tutti insieme: nonni, figli, fratelli, l’intera famiglia!”, dice Mohamed Mohammad, un curdo siriano che con sua moglie, Giylan, e le sue tre figlie è in Svizzera da un anno e ancora non ha trovato un alloggio da affittare. Vivono in cinque in una stanza con due letti a castello in uno dei centri per profughi a Winterthur. Lì i richiedenti asilo devono restare, in teoria, dai tre ai sei mesi, fino a quando la loro situazione non viene esaminata e ricevono lo status di rifugiati, oppure vengono rispediti nel loro Paese di origine o in un terzo Paese di accoglienza. Mohammad e sua moglie hanno già il passaporto di tipo b che permette loro di restare nel territorio a tempo indefinito, rinnovandolo ogni anno. Mohammad potrebbe anche lavorare. Ma prima non solo deve imparare il tedesco ma deve anche capire il “sistema”. “Siamo stati all’ospedale a visitare un amico, un fratello — spiega — e non ci hanno fatti entrare tutti nella stanza. Il signore del letto accanto era infastidito perché eravamo molti, com’è normale, e invece lui era triste, solo. Perché è così? Noi ci siamo sempre gli uni per gli altri. Da quando siamo arrivati non abbiamo mai sofferto la fame”.
Secondo Mohammad, tra veri fratelli, ossia tra concittadini e anche amici, ci si aiuta, perché siamo tutti figli di Dio. “Quelli che uccidono e si uccidono in nome di Allah non sono musulmani, questa non è religione. Sono pazzi!”. Alcuni mesi fa Mohammad ha cercato un dottore che parlasse curdo. Ha poi preso un appuntamento con un medico arabo — la direzione del centro di accoglienza dispone di un elenco di medici che parlano diverse lingue e le cui prestazioni sono coperte da assicurazione — ma non sembra aver risolto i suoi problemi. “La mia testa non sta ancora bene. In Siria ho ricevuto scariche elettriche per un anno. Mi sento ancora strano e devo spiegarlo al dottore, ma nella mia lingua”. Le figlie di Mohammad e Giylan vanno ogni giorno nella scuola più vicina al loro quartiere dove vivono un gran numero di immigranti. Hanno imparato il tedesco più rapidamente dei genitori e, secondo questi ultimi, stanno dimenticando il curdo. Per la madre vivere nel centro di accoglienza è angosciante perché ci sono troppi uomini (la maggior parte africani). “Quando vado a cucinare, è pieno di uomini e devo chiedere loro di farmi spazio per usare un fornello. È un grande stress per me. Non m’importa di vivere in una casa di due sole stanze; qualsiasi cosa è meglio di qui”. Ma anche in Svizzera ci sono forze politiche che alimentano la retorica della distinzione, che tracciano una frontiera tra loro e noi. “Loro” ai quali non affittiamo i nostri immobili. “Noi” che non vogliamo più centri di accoglienza nel cantone di Zurigo, centro economico del “nostro Paese”; perché il “nostro” mercato del lavoro, i “nostri” posti di studio e la “nostra” sicurezza sono minacciate dall’arrivo di più gente come “loro”: immigranti che entrano in modo disordinato. Il problema è che tra “loro” si trovano persone e famiglie come quella di Mohammad che vorrebbero tornare nella propria casa in Siria e non possono. Ma che non ne trovano neppure una qui. (Karina Alarcón – Osservatore Romano)
Ci sono eventi che modificano le tue idee, o addirittura ti cambiano la vita!
Manconi: modelli di accoglienza sbagliati base per pulsioni xenofobe
UE: le decisione del Consiglio d’Europa sul tema migratorio
Migrantes: accoglienza nel segno della misericordia
Per Mario Morcone, responsabile del Dipartimento Libertà Civili del Ministero degli Interni, sul tema dell’accoglienza come italiani “abbiamo vissuto un enorme pregiudizio europeo”.
Il recente appello del Papa ad accogliere, in ogni parrocchia una famiglia, rientra nell’Anno della misericordia da lui voluto, ha ricordato mons. Gian Carlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes. Il Papa si rivolge a tutta l’Europa: un appello che rappresenta un “valore aggiunto” in questo cammino di Chiesa ad una accoglienza che è anzitutto una provocazione sul piano culturale e pastorale. L’accoglienza – ha spiegato mons. Perego – è un segno concreto per cominciare a dare una prima risposta e stimolare il coinvolgimento di tutti. Un segno di partecipazione sulla quale la Chiesa oggi punta molto.
L’azione della Chiesa – ha spiegato il direttore di Migrantes - vuole aiutare ad una cultura e ad una sensibilità nuova su questi temi. I vescovi italiani presenteranno, proprio nei prossimi giorni, un vademecum per aiutare le parrocchie ad una accoglienza diffusa. Anche questo un segno concreto. (Raffaele Iaria - Milano)
Protezione Internazionale: l’Europa oggi è debole sui diritti dei rifugiati
Per mons. Giancarlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes l’Europa oggi è “debole” sui diritti dei rifugiati. Il “sonno” dell’Europa “nega la sua identità solidale”.
Laurens Jolles, Delegato UNHCR ha evidenziato la sua attenzione sui rifugiati siriani che “fuggono dal loro Paese perché hanno perso la speranza del rientro”.
Per il Prefetto Mario Morconi, Capo del Dipartimento Libertà Civili del Ministro dell’Interno in questi 2 anni “abbiamo cercato di costruire infrastrutture e accoglienza stabile”.
Per il rappresentate del Viminale la ripartizione delle quote decisa ieri a Bruxelles rimette in discussione l’ accordo di Dublino.
Daniela Di Capua, Direttrice del servizio centrale dello SPRAR ha evidenziato il bisogno di definizioni di politiche nazionali di autonomia dei rifugiati altrimenti tutta la filiera dell’accoglienza “non ha valore concreto senza coordinamento unico”.
Il Rapporto Protezione Internazionale per Matteo Biffoni, Sindaco di Prato e delegato ANCI per l’immigrazione fa finalmente chiarezza sul tema dei rifugiati in Italia ed ha sottolineato come il fenomeno migratorio oggi “è gestibile, non è emergenza” chiedendo, quindi, una ripartizione di accoglienza in tutti i comuni italiani. “Stiamo lavorando per questo affinché ognuno faccia la propria parte” in una accoglienza diffusa e dignitosa su tutto il territorio nazionale. (Raffaele Iaria inviato a Milano)
Austria: rifugiati e profughi ospiti d’onore nelle diocesi nella “domenica dei popoli”
“Le migrazioni forzate nel Mediterraneo e nel resto del mondo”: oggi convegno all’Expo
Papa a New York: Migrantes, circa 250 mila gli italiani in Usa
Roma - Il lungo pellegrinaggio del Santo Padre Francesco nel mondo lo porterà, venerdì 25 settembre, ad incontrare i fedeli della città di New York. Grazie all’interessamento dell’Arcidiocesi della Grande Mela la comunità cattolica potrà vedere il Papa durante la Santa Messa celebrata nel Madison Square Garden, lo stesso luogo che accolse, nel 1979, Giovanni Paolo II. Un incontro molto atteso dagli abitanti della metropoli nord americana: risale al 2008, infatti, l’ultimo viaggio di un Papa nella città a stelle e a strisce, quando Benedetto XVI celebrò la funzione nello Yankee Stadium. In fermento la comunità italo-americana e i numerosi italiani di recente immigrazione. Secondo il Rapporto Italiani nel Mondo 2015 che la Fondazione Migrantes presenterà a Roma il 6 ottobre p.v., i cittadini italiani residenti negli Stati Uniti sono 239.098, di cui 113.872 femmine, il 47%. A New York, in particolare, risiedono secondo gli ultimi dati dell’Annuario Statistico del Ministero Affari Esteri e Cooperazione Internazionale, 82.563 italiani (34,2%).
Papa Francesco incontrerà i bambini e le famiglie di immigrati presso la scuola “Nostra Signora, Regina degli Angeli” nel quartiere Harlem, per molto tempo popolato, soprattutto nella zona est, da italiani o italo - americani, al punto da essere denominato Italian Harlem. È proprio in questo luogo che, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, grazie ai flussi migratori provenienti dal Regno d’Italia, soprattutto dalle regioni meridionali nacque una delle tante “piccole Italie” diffuse nella città americana. Negli anni Trenta vi abitavano circa 100.000 italiani. Oggi, a seguito dei cambiamenti dei flussi migratori, che vedono protagonisti i portoricani, il quartiere è conosciuto come lo Spanish Harlem.
Nonostante oggi gli italiani non siano più così numerosi nel quartiere, il legame con il Paese di origine non si è spezzato: non solo l’East Harlem è gemellato con la città di Brusciano (NA) in Campania ma le tradizioni della piccola cittadina campana sono ancora vive nel sobborgo newyorkese. Un esempio è costituito dalla Festa del Giglio celebrata ogni anno nel mese di agosto, in onore di Sant’Antonio di Padova.
New York ospita tuttora molti italiani, non solo nell’East Harlem, o nella classica e famosa Little Italy ma anche nel Bronx, a Brooklyn, nel Queens e nello Staten Island, tutti in attesa dell’arrivo del Santo Padre.
Spagna: i Salesiani preparati per l’accoglienza dei rifugiati
Preghiere senza confini
Lampedusa: partito primo hotspot italiano
Intanto non allenta la pressione lungo la rotta orientale, che sta causando tensioni tra diverse capitali. La Croazia ha deciso di revocare il blocco del traffico pesante in ingresso dalla Serbia, ma
solo per i camion che trasportano beni deperibili. Lo riferisce la radio di Stato, riportando una comunicazione del governo. Il blocco, imposto lunedì mattina, aveva provocato una coda di 12 chilometri lungo l’autostrada Zagabria-Belgrado. L’Ungheria, dal canto suo, non cessa i lavori per l’estensione della barriera metallica con cui scoraggiare l’accesso dei richiedenti asilo. La maggioranza delle carovane di profughi ha scelto di aggirare Budapest, specialmente orientandosi verso i Paesi che si affacciano sull’Adriatico (Croazia e Slovenia) per raggiungere poi Austria e Germania. In Baviera il flusso è tornato a crescere. Secondo la direzione della polizia locale tra lunedì e ieri sono arrivati oltre 11 mila migranti nella regione della Germania meridionale. Domenica gli arrivi erano stati 5.300. In Croazia sono state registrate 36mila persone. La grande maggioranza entra in Croazia dalla Serbia nei pressi dei valichi di Ilok e Tovarnik, per venire poi scortati dalla polizia nel grande centro di accoglimento nel vicino Opatovac, sul Danubio, dove il loro numero non è mai sceso sotto i 2500. (Nello Scavo)
Profughi: il piano UE passa a maggioranza
Certo è che adesso tutti gli Stati membri (salvo la Gran Bretagna e la Danimarca che godono di un’eccezione) dovranno partecipare alla ridistribuzione di 15.600 richiedenti asilo dall’Italia (da sommare ai 24.000 già decisi nel primo piano di emergenza di ridistribuzione) a 50.400 dalla Grecia (da sommare ai 16.000 del primo piano). Vale anche per i Paesi "ribelli", compresa l’Ungheria, che invece nel piano della Commissione doveva essere tra i Paesi beneficiari della ridistribuzione (Budapest ha rifiutato). E intanto Praga ha minacciato un ricorso alla Corte UE. Unico artificio: le quote sono quelle calcolate dalla Commissione, ma non si specificano i criteri "obiettivi" (Pil, popolazione...), così da poter dire che sono state “volontariamente” scelte. “L’Italia ha ottenuto quello che voleva e ha portato a casa un risultato a cui otto giorni fa nessuno credeva, 40.000 migranti andranno via dall’Italia nei prossimi mesi” ha detto il Ministro dell’Interno Angelino Alfano, che ha parlato però di un “ritardo di due anni”.
In realtà la decisione si applica per ora solo per i 66.000 previsti da Italia e Grecia, visto che i 54.000 che nei piani della Commissione dovevano essere trasferiti dall’Ungheria sono "congelati" per un anno. In linea di principio saranno trasferiti anch’essi da Italia e Grecia, ma si prevede la possibilità che, qualora la Commissione individui un’emergenza per un altro Stato, i trasferimenti di tutti o parte di questo contingente possano avvenire da quel Paese. Una possibilità aperta a tutti, “pure per la Germania, anche se non vuol dire che lo chiederemo” ha precisato il ministro dell’Interno tedesco, Thomas De Maizière. Una questione per il futuro, per i 66.000 Berlino si accolla il 26%, la quota più elevata. Rimane infine la possibilità per gli Stati di chiedere, adducendo validi motivi validati dall’Ue, di non accogliere il 30% della quota per massimo un anno.
L’altro aspetto della decisione è il forte pressing che si fa su Italia e Grecia per accelerare sui centri di registrazione e prelievo di impronte digitali (hotspot) con il sostegno di funzionari di varie agenzie Ue. “La registrazione – ha ammonito il primo vicepresidente della Commissione Europea, Frans Timmermans – dovrà avvenire in fretta”. La Commissione ha preannunciato per oggi una raffica di procedure d’infrazione proprio sul fronte delle procedure di identificazioni dei migranti e richiedenti asilo per molti Stati membri, Italia inclusa. “La vera procedura che l’Europa deve aprire nei confronti dell’Italia – ha commentato Alfano – è la procedura di ringraziamento per quello che abbiamo fatto”. Sullo sfondo, la questione della protezione delle frontiere esterne dell’area Schengen, “dovrà migliorare” ha avvertito il tedesco De Maizière. Anche di questo si parlerà al vertice di oggi. (Giovanni Maria Del Re – Avvenire)