Roma - “Quando, verso la fine dell’estate, abbiamo pensato a questo evento, mai avremmo potuto immaginare che per il circo italiano avrebbe coinciso col mese più difficile e sofferto della propria storia, almeno dal dopoguerra ad oggi”. Così il Presidente dell’Ente Nazionale Circhi, Antonio Buccioni, introduce “Hellzapoppin 2015”, la giornata di riflessione e confronto che si tiene mercoledì 25 novembre (dalle ore 10 alle ore 18) presso la sede nazionale dell’AGIS. E il riferimento riguarda sia i lutti che sono purtroppo intervenuti, a partire ovviamente da quello di Moira Orfei, e sia l’inchiesta palermitana. “Nella loro eterogeneità – spiega Buccioni - tutte le manifestazioni dell’arte e della cultura hanno in comune il fatto di essere antichissime espressioni artistiche, ma allo stesso tempo destinate ad avere un futuro estremamente significativo perché parlano al cuore del popolo e vanno incontro all’abbraccio della gente. Non si tratta di qualcosa di scontato – chiarisce Buccioni – perché le altre discipline dello spettacolo in alcuni casi segnano addirittura una contrazione del loro già limitato ambito di penetrazione. Mai come oggi appare sensato e calibrato lo slogan che abbiamo indicato sul manifesto che annuncia Hellzapoppin, laddove si fa riferimento allo ‘Spettacolo per il popolo e non per taluni’, ovvero che non si rivolge a fasce limitate della società ma a strati sociali davvero ampi e trasversali”. Ma il Presidente ENC aggiunge anche altro: “Con Hellzapoppin intendiamo lanciare una sfida alla intellighenzia ufficiale e a quei pubblici poteri che ancora oggi dimostrano di avere una mentalità a dir poco retriva e provinciale nel senso deteriore del termine, sottovalutando culturalmente e socio-culturalmente questo mondo infinito e meraviglioso”.
Primo Piano
Chiese cristiane di Venezia: appello comune per l’accoglienza
Venezia - “Siamo fratelli”: questo il titolo di un appello comune delle Chiese cristiane di Venezia dal Ponte dei Sospiri presentato ieri pomeriggio alla presenza del Patriarca di Venezia mons. Francesco Moraglia e dei massimi rappresentanti delle comunità cristiane veneziane. Un appello accorato e comune, voluto e sottoscritto dalle Chiese cristiane presenti a Venezia, affinché “la nostra città sia capace di accoglienza e abbia un cuore aperto verso lo straniero”, si legge nel documento pensato ed elaborato inizialmente nelle scorse settimane di fronte al vasto fenomeno migratorio - che interessa il nostro Paese e l’intera Europa - e poi – spiega una nota – “aggiornato e reso ancora più vivo e urgente dopo i tragici fatti internazionali dei giorni scorsi”. “Denunciamo – si legge nel testo - l’iniquità delle guerre e delle situazioni di povertà da cui queste persone provengono e a causa delle quali sono state costrette a fuggire. Guardiamo pure con preoccupazione ai cambiamenti climatici che spesso sono alla base delle situazioni che portano alle migrazioni e per i quali tutti siamo chiamati a scelte di vita più rispettose della terra, nostra casa comune”.
”Affermiamo con forza che ogni uomo è portatore di una dignità che viene prima di ogni appartenenza etnica, culturale e religiosa, dignità che crea tra tutti gli uomini un legame e li costituisce in un’unica famiglia umana, nella quale siamo tutti fratelli” prosegue il testo: le Chiese si impegnano “a contribuire perché la nostra città sia capace di accoglienza e abbia un cuore aperto verso lo straniero, come è nella tradizione di Venezia e nella sua chiamata ad essere città di incontro tra i popoli e di pace”. (Raffaele Iaria)
”Affermiamo con forza che ogni uomo è portatore di una dignità che viene prima di ogni appartenenza etnica, culturale e religiosa, dignità che crea tra tutti gli uomini un legame e li costituisce in un’unica famiglia umana, nella quale siamo tutti fratelli” prosegue il testo: le Chiese si impegnano “a contribuire perché la nostra città sia capace di accoglienza e abbia un cuore aperto verso lo straniero, come è nella tradizione di Venezia e nella sua chiamata ad essere città di incontro tra i popoli e di pace”. (Raffaele Iaria)
Sena come Aylan, morta nell’Egeo
Milano - Ancora una piccola vittima innocente dei viaggi della speranza ripescata dalla polizia turca sulla penisola di Bodrum, alla porte della rotta balcanica. La stessa zona dove venne ritrovato il corpo del piccolo Aylan Kurdi, il siriano di soli tre anni la cui foto mentre veniva portato a braccia da un poliziotto commosse il mondo. Alcuni pescatori turchi, riferisce il quotidiano turco “Hurriyet” hanno scoperto il corpo di una bambina siriana di quattro anni, annegata durante il naufragio avvenuto lo scorso mercoledì. Il gommone su cui viaggiava la piccola insieme con una ventina di altri migranti siriani, si è ribaltato mentre era diretto verso l’isola greca di Kos. La guardia costiera turca ha salvato cinque naufraghi, altre 15 persone sono state date per disperse. In seguito sono stati trovati otto cadaveri. Secondo la testimonianza resa da uno dei cinque migranti salvati, la bambina si chiamava Sena e viaggiava insieme alla madre. Il cadavere è stato trovato tra le rocce dell’isola di Catalada, 5 km al largo della località di Turgutreis, nella penisola di Bodrum. La bimba indossava pantaloni blu e una maglia rossa, un abbigliamento simile a quello di Aylan. Secondo i dati in possesso di Medici senza frontiere (Msf), nei mesi di settembre e ottobre sono state circa 300 le persone che hanno perso la vita cercando di attraversare l’Egeo. Molte erano bambini. Intanto è emergenza umanitaria continua sulla rotta dei Balcani anche a causa dei nuovi muri. La scorsa settimana la Slovenia, che fa parte dell’area Schengen, ha dichiarato che avrebbe garantito il passaggio solo a migranti provenienti da Siria, Iraq e Afghanistan e che tutti gli altri sarebbero stati considerati 'migranti economici' e rimandati indietro. Altri Paesi situati sulla stessa rotta migratoria, cioè Croazia, Serbia e Macedonia, hanno fatto lo stesso, lasciando sempre più persone bloccate in tende nei pressi dei confini, con l’inverno che si avvicina. In questi giorni profughi provenienti da Marocco, Iran e Pakistan hanno bloccato il traffico ferroviario nel nord della Grecia al confine con la Macedonia chiedendo di potere raggiungere l’Europa occidentale. Un iraniano, Hamid, 34 anni, un ingegnere elettrico che se rimpatriato rischierebbe l’impiccagione, ha dichiarato lo sciopero della fame e si è cucito le labbra con un filo di nylon seduto davanti ai cordoni della polizia macedone in tenuta antisommossa. Da gennaio ad oggi in Europa, sono arrivati oltre 700mila rifugiati e migranti. A questa cifra, inoltre, si aggiungono quasi 2 milioni di rifugiati nei campi profughi in Turchia, molti dei quali intendono partire. Ieri un documento congiunto di Oms, Unicef e Alto Commissariato Onu per i Rifugiati diffuso in occasione del meeting di alto livello sulla salute dei migranti ha rivelato che fino al 5% di queste persone ha bisogno di assistenza medica a fronte di alcuni problemi di salute, tra cui: lesioni accidentali, ipotermia, ustioni, episodi cardiovascolari, gravidanza e complicazioni legate al parto, diabete ed ipertensione. I migranti che soggiornano per più di una settimana in un Paese diverso dal proprio vanno inoltre vaccinati contro le principali malattie infettive. L’Italia, come ricordato dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin, ne ha già vaccinati “oltre 100mila migranti, fra coloro che sono giunti sulle nostre coste negli ultimi due anni. Abbiamo fatto tutto da soli – ha ribadito il ministro – in piena crisi economica, rispettando il patto di stabilità e i limiti interni”. (Paolo Lambruschi) Lorenzin ha infine sottolineato come la condizione femminile e quella infantile siano «un dramma nel più ampio dramma dell’immigrazione ». «Abbiamo di fronte a noi situazioni terribili – ha affermato –, bambini che vengono fatti partire da soli, e genitori straziati perché sono costretti ad abbandonarli. Poi ci sono le donne abusate e violentate, che quando arrivano da noi hanno bisogno di un supporto sanitario forte».
Turchia: un’altra bimba vittima del mare
Roma - Il corpo di una bambina di 4 anni è stato ritrovato da alcuni pescatori sulla costa egea della Turchia. Lo riferiscono media locali, secondo cui la piccola sarebbe tra i 10 dispersi del naufragio avvenuto mercoledì scorso al largo di Bodrum, in cui altre 5 persone erano state salvate.
Migrantes Vicenza: un convegno e un volume sull’accoglienza in provincia
Vicenza - “Ero straniero-richiedente asilo e rifugiato, e mi avete accolto. L'accoglienza diffusa come gesto di misericordia”. Questo il tema di un convegno promosso dall’Ufficio Migrantes della diocesi di Vicenza in collaborazione con il Centro Scalabrini di Bassano del Grappa, il Centro Astalli e la Caritas diocesana che si svolgerà, il prossimo 28 novembre, dalle 16,00 alle 20,00 presso il Salone d'Onore del Palazzo delle Opere Sociali di Vicenza e dalla 21,00 a Bassano del Grappa. L'obiettivo – spiegano i promotori - è riflettere sul tema dell’accoglienza e sui vari percorsi in atto. Stimoleranno la riflessione due esperienze. La prima, a livello nazionale con forti motivazioni anche religiose, verrà presentata dal gesuita p. Camillo Ripamonti, Presidente del Centro Astalli di Roma, un'istituzione specializzata nell'accoglienza profughi da 34 anni. La seconda, a livello locale con forti motivazioni anche di carattere civico, è quella che ha iniziato ad accogliere profughi nell'Alto Vicentino dalla fine degli anni 90 e che attualmente vede il Comune di Santorso come capofila di un progetto SPRAR ( Sistema nazionale di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) con la partecipazione di dodici Comuni della zona, oltre all'ULSS 4, cooperative sociali, scuole, sindacati, operatori ecclesiali in una prospettiva di “governance multilivello” (ente pubblico e terzo settore lavorano insieme per costruire una rete di servizi).
Il Convegno intende fare il punto dei processi di accoglienza in corso nel territorio e favorire la messa in rete delle esperienze ( Araceli, Isola Vicentina, Montecchio Maggiore, Alonte, Bassano del Grappa, Marostica, Schio, Camisano, Vicenza, ecc.) promuovendo la coscienza e la metodologia dell'Accoglienza Diffusa. Per l’occasione verrà presentato il volume della Migrantes diocesana : “Migranti, Richiedenti Asilo e Rifugiati nelle comunità di Vicenza. Difficoltà e percorsi di accoglienza diffusa in provincia”.
Il Convegno intende fare il punto dei processi di accoglienza in corso nel territorio e favorire la messa in rete delle esperienze ( Araceli, Isola Vicentina, Montecchio Maggiore, Alonte, Bassano del Grappa, Marostica, Schio, Camisano, Vicenza, ecc.) promuovendo la coscienza e la metodologia dell'Accoglienza Diffusa. Per l’occasione verrà presentato il volume della Migrantes diocesana : “Migranti, Richiedenti Asilo e Rifugiati nelle comunità di Vicenza. Difficoltà e percorsi di accoglienza diffusa in provincia”.
Don Quadri (MCI Bruxelles): attenti ma con serenità
Bruxelles - “Attenti ma con serenità”. Questi i due termini che utilizza don Giancarlo Quadri, missionario con gli italiani a Bruxelles per descrivere i sentimenti della comunità italiana che vive nella capitale belga parlando del dispiegamento di forze in tutta la città dopo i recenti attentati avvenuti a Parigi e in Mali per mano dell’Isis. “Le decisioni di prevenzione presa dalle autorità belghe, come la chiusura della metropolitana e delle scuole genera naturalmente – spiega il sacerdote preoccupazione”. Don Quadri, nelle tre messe in lingua italiana, celebrate ieri, domenica, in altrettanti quartieri della città, non ha notato “particolari assenze”. Anche sabato, celebrando una festa con la comunità ecuadoregna, “si è reidratata una buona presenza”. “Abbiamo – conclude – pregato per le vittime degli attentati in Francia e in Mali e per Papa Francesco che si appresta a visitare l’Africa nei prossimi giorni”. (Raffaele Iaria)
Papa Francesco: in Africa come “messaggero di pace”
Città del Vaticano – A pochi giorni dalla visita in Kenya, Uganda e Centrafrica Papa Francesco in un video messaggio alla popolazione della Repubblica Centrafricana, diffuso oggi insieme a quello per le popolazioni di Kenya e Uganda saluta tutti “con il più grande affetto, indipendentemente dall’etnia o dalla religione e sottolinea che il “vostro caro Paese conosce da troppo tempo una situazione di violenza ed insicurezza delle quali molti tra voi sono vittime innocenti”. Lo scopo della visita è – spiega il Papa - anzitutto quello di portarvi, in nome di Gesù, il conforto della consolazione e della speranza”. “Spero con tutto il cuore che la mia visita possa contribuire, in un modo o nell’altro, ad alleviare le vostre ferite e a favorire le condizioni per un avvenire più sereno per il Centrafrica e tutti i suoi abitanti”. Richiamando il motto della visita in Centrafrica, “Passiamo sull’altra sponda”, Papa Bergoglio evidenzia che il tema “invita le vostre comunità cristiane a guardare risolutamente avanti, ed incoraggia ciascuno a rinnovare la propria relazione con Dio e con i propri fratelli per costruire un mondo più giusto e più fraterno”. Nello specifico, “avrò la gioia di aprire per voi – con un po’ di anticipo – l’Anno giubilare della Misericordia, che spero sarà per ciascuno occasione provvidenziale di autentico perdono, da ricevere e donare, e di rinnovamento nell’amore”. “Vengo da voi come messaggero di pace”, conclude, e con il desiderio di “sostenere il dialogo interreligioso per incoraggiare la pacifica convivenza nel vostro Paese: so che questo è possibile, perché siamo tutti fratelli”.
MCI Belgio: “Messe in lingua italiana regolari anche se si vivono momenti di paura”
Bruxelles - La comunità italiana che risiede a Bruxelles vive la situazione di questi giorni come i belgi e tutti gli altri residenti di qualsiasi nazionali nella capitale belga e cioè con “angoscia, paura ma anche con serenità”. A dirlo oggi è il referente Migrantes per le comunità cattoliche italiane in Belgio, mons. Giovanni Battista Bettoni parlando del dispiegamento di forze in tutta la città dopo i recenti attentati avvenuti a Parigi e in Mali per mano dell’Isis.
“Tutto questo – spiega il sacerdote da molti anni impegnato in Belgio con gli italiani– si ripercuote sulle attività pastorali”. Infatti i corsi di catechesi e di formazione sono stati sospesi questa settimana mentre “tutte le celebrazioni liturgiche domenicali in lingua italiana si sono svolte regolarmente registrando anche una buona presenza”. Domenica scorsa ma anche ieri “abbiamo pregato per le vittime degli attentati: è stato un momento molto partecipato”.
Il “clima come potete immaginare – spiega mons. Bettoni – è di “incertezza” e un “po’ anomalo” in tutta la città: i bambini sono a casa perché le scuole sono chiuse, i mezzi pubblici non funzionano e molti sono i lavoratori che non sono sul posto di lavoro”. Secondo i dati dell’anagrafe consolare a Bruxelles vivono circa 100mila italiani. (Raffaele Iaria)
“Tutto questo – spiega il sacerdote da molti anni impegnato in Belgio con gli italiani– si ripercuote sulle attività pastorali”. Infatti i corsi di catechesi e di formazione sono stati sospesi questa settimana mentre “tutte le celebrazioni liturgiche domenicali in lingua italiana si sono svolte regolarmente registrando anche una buona presenza”. Domenica scorsa ma anche ieri “abbiamo pregato per le vittime degli attentati: è stato un momento molto partecipato”.
Il “clima come potete immaginare – spiega mons. Bettoni – è di “incertezza” e un “po’ anomalo” in tutta la città: i bambini sono a casa perché le scuole sono chiuse, i mezzi pubblici non funzionano e molti sono i lavoratori che non sono sul posto di lavoro”. Secondo i dati dell’anagrafe consolare a Bruxelles vivono circa 100mila italiani. (Raffaele Iaria)
Mediterraneo: una strada nel mare
Pozzallo - Anche se “nella realtà attuale, c’è la spiacevole tendenza a considerare la religione come un fattore negativo che alimenta il conflitto”, essa invece può offrire un contributo importante e positivo al processo di pace. Lo ha ricordato il cardinale Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, intervenendo alla giornata conclusiva del Colloquio “Mediterraneo: una strada nel mare”, organizzato a Pozzallo da Rinascita Cristiana e dal “Mouvement International d’Apostolat des Milieux Sociaux Indépendants” (MIAMSI). “La religione gioca un ruolo importante nel promuovere l’accettazione della realtà in continua evoluzione e con l’impegno a sviluppare il rispetto per persone di diversa provenienza, in particolare laddove gli effetti delle migrazioni sono più fortemente sentiti”, ha rilevato Vegliò per il quale “accrescendo il rispetto per la dignità di ogni singolo individuo, e favorendo l’unità del genere umano, la religione può aiutare lo Stato a contribuire alla progettazione responsabile e alla gestione pacifica del mondo globalizzato moderno”.
Per la Chiesa, inoltre, “la migrazione diventa l’occasione per promuovere una vera cattolicità, caratterizzata in primo luogo da una vera e propria apertura, dall’accoglienza e dal rispetto delle diverse culture, portando ad un’esperienza di vera fraternità”.
“La presenza in Europa di tanti migranti, rifugiati e persone in fuga ci interpella come discepoli di Nostro Signore, Cristo Re dell’Universo”, ha poi osservato il presidente del dicastero vaticano nell’omelia della messa celebrata nella chiesa di Pozzallo. “Di fronte a tante tragedie – ha scandito - non si può rimanere indifferenti e in silenzio”. “Il modo con cui le Nazioni Europee si stanno adoperando per creare un piano di responsabilità comune per la protezione di queste persone divide i Paesi sul rispetto dei diritti umani e lascia spazio ad una propaganda di paura nei confronti dei migranti e dei rifugiati”, ha aggiunto il presidente del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti.
Mentre “le tragedie delle stragi terroristiche, come quella accaduta a Parigi la settimana scorsa, aumentano solo la paura e la mentalità di chiusura e respingimento”, occorre lavorare per una società più accogliente. “La risposta alla situazione di emergenza che l’Europa sta vivendo – ha detto - comporta la necessità di aiutare i Paesi da cui partono migranti e rifugiati: non si limita solo alla guerra agli scafisti o alla restrizione delle norme sull’immigrazione, ma bisogna tenere presente che chi gode di prosperità dovrebbe mettere a disposizione dei poveri e dei bisognosi, intesi sia individualmente che come nazioni, i mezzi con cui poter rispondere ai loro bisogni ed entrare nella via dello sviluppo”. Secondo Vegliò è dunque necessario “contribuire con il nostro impegno a far sì che l’Europa sia luogo di ospitalità e accoglienza, di sicurezza e di progresso per tutti”.
Il Colloquio internazionale di Pozzallo, che per tre giorni ha visto riflettere e confrontarsi rappresentanti del Consiglio d’Europa, delegati di Rinascita Cristiana e del MIAMSI di Italia, Francia, Belgio, Malta, Portogallo, esponenti delle realtà impegnate sul fronte dell’accoglienza e dell’integrazione, si è chiuso con un appello alla politica a “considerare i migranti, i rifugiati e i richiedenti asilo in tutta la loro dignità e a favorire la loro integrazione con giustizia e lealtà, consapevoli delle responsabilità reciproche; a rispettare gli impegni presi nei confronti dei più poveri; a tenere conto del fenomeno migratorio, dalle cause alle conseguenze; a considerare l’obbligo di una giusta ripartizione e di un buon utilizzo delle risorse e dei beni”.
“Alle istituzioni internazionali - si legge ancora nel testo – chiediamo di sottolineare tempestivamente e con costanza i diritti e i doveri di ognuno, far rispettare le Convenzioni e i Trattati firmati dagli Stati e migliorarli sempre in funzione delle situazioni vissute dagli abitanti dei Paesi coinvolti”. Il documento si rivolge anche “ai responsabili elle organizzazioni associative affinché accolgano positivamente la diversità e collaborino alla realizzazione di percorsi educativi e culturali” così come alle comunità ecclesiali “perché testimonino l’amore e la misericordia di Dio, partecipino al dialogo interreligioso e lavorino in comune per migliorare la vita insieme”. (S.C.)
Per la Chiesa, inoltre, “la migrazione diventa l’occasione per promuovere una vera cattolicità, caratterizzata in primo luogo da una vera e propria apertura, dall’accoglienza e dal rispetto delle diverse culture, portando ad un’esperienza di vera fraternità”.
“La presenza in Europa di tanti migranti, rifugiati e persone in fuga ci interpella come discepoli di Nostro Signore, Cristo Re dell’Universo”, ha poi osservato il presidente del dicastero vaticano nell’omelia della messa celebrata nella chiesa di Pozzallo. “Di fronte a tante tragedie – ha scandito - non si può rimanere indifferenti e in silenzio”. “Il modo con cui le Nazioni Europee si stanno adoperando per creare un piano di responsabilità comune per la protezione di queste persone divide i Paesi sul rispetto dei diritti umani e lascia spazio ad una propaganda di paura nei confronti dei migranti e dei rifugiati”, ha aggiunto il presidente del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti.
Mentre “le tragedie delle stragi terroristiche, come quella accaduta a Parigi la settimana scorsa, aumentano solo la paura e la mentalità di chiusura e respingimento”, occorre lavorare per una società più accogliente. “La risposta alla situazione di emergenza che l’Europa sta vivendo – ha detto - comporta la necessità di aiutare i Paesi da cui partono migranti e rifugiati: non si limita solo alla guerra agli scafisti o alla restrizione delle norme sull’immigrazione, ma bisogna tenere presente che chi gode di prosperità dovrebbe mettere a disposizione dei poveri e dei bisognosi, intesi sia individualmente che come nazioni, i mezzi con cui poter rispondere ai loro bisogni ed entrare nella via dello sviluppo”. Secondo Vegliò è dunque necessario “contribuire con il nostro impegno a far sì che l’Europa sia luogo di ospitalità e accoglienza, di sicurezza e di progresso per tutti”.
Il Colloquio internazionale di Pozzallo, che per tre giorni ha visto riflettere e confrontarsi rappresentanti del Consiglio d’Europa, delegati di Rinascita Cristiana e del MIAMSI di Italia, Francia, Belgio, Malta, Portogallo, esponenti delle realtà impegnate sul fronte dell’accoglienza e dell’integrazione, si è chiuso con un appello alla politica a “considerare i migranti, i rifugiati e i richiedenti asilo in tutta la loro dignità e a favorire la loro integrazione con giustizia e lealtà, consapevoli delle responsabilità reciproche; a rispettare gli impegni presi nei confronti dei più poveri; a tenere conto del fenomeno migratorio, dalle cause alle conseguenze; a considerare l’obbligo di una giusta ripartizione e di un buon utilizzo delle risorse e dei beni”.
“Alle istituzioni internazionali - si legge ancora nel testo – chiediamo di sottolineare tempestivamente e con costanza i diritti e i doveri di ognuno, far rispettare le Convenzioni e i Trattati firmati dagli Stati e migliorarli sempre in funzione delle situazioni vissute dagli abitanti dei Paesi coinvolti”. Il documento si rivolge anche “ai responsabili elle organizzazioni associative affinché accolgano positivamente la diversità e collaborino alla realizzazione di percorsi educativi e culturali” così come alle comunità ecclesiali “perché testimonino l’amore e la misericordia di Dio, partecipino al dialogo interreligioso e lavorino in comune per migliorare la vita insieme”. (S.C.)
Papa: rispondere con la “comprensione” alle “lacerazioni” del mondo
Città del Vaticano – “Di fronte alle tante lacerazioni nel mondo e alle troppe ferite nella carne degli uomini, chiediamo alla Vergine Maria di sostenerci nel nostro impegno di imitare Gesù, nostro Re, rendendo presente il suo regno con gesti di tenerezza, di comprensione e di misericordia”. E’ la preghiera che ieri mattina papa Francesco ha rivolto durante l’Angelus domenicale in una piazza San Pietro di nuovo piena con striscioni di pace.
Davanti al mondo “lacerato” la risposta non può essere la “potenza” o la “forza”, ma la “comprensione” e “la gratuità dell’amore”, ha detto il pontefice che commentando le letture della festa di Cristo Re, ultima domenica del tempio ordinario prima dell’Avvento che prepara al Natale, ha evidenziato che i “regni di questo mondo a volte si reggono su prepotenze, rivalità, oppressioni; il regno di Cristo è un regno di giustizia, di amore e di pace”.
Papa Francesco ha quindi condannato fermamente quello che è avvenuto venerdì scorso nel Mali dicendosi “costernato per questa violenza cieca”. E ha chiesto di recitare una Ave Maria per il suo viaggio in Africa che si svolgerà questa settimana - dal 25 al 28 novembre - perché possa essere un viaggio che incoraggi le popolazioni tanto provate dai conflitti e dalle guerre. (Raffaele Iaria)
Davanti al mondo “lacerato” la risposta non può essere la “potenza” o la “forza”, ma la “comprensione” e “la gratuità dell’amore”, ha detto il pontefice che commentando le letture della festa di Cristo Re, ultima domenica del tempio ordinario prima dell’Avvento che prepara al Natale, ha evidenziato che i “regni di questo mondo a volte si reggono su prepotenze, rivalità, oppressioni; il regno di Cristo è un regno di giustizia, di amore e di pace”.
Papa Francesco ha quindi condannato fermamente quello che è avvenuto venerdì scorso nel Mali dicendosi “costernato per questa violenza cieca”. E ha chiesto di recitare una Ave Maria per il suo viaggio in Africa che si svolgerà questa settimana - dal 25 al 28 novembre - perché possa essere un viaggio che incoraggi le popolazioni tanto provate dai conflitti e dalle guerre. (Raffaele Iaria)
Papa Francesco ai vescovi tedeschi: continuare ad accogliere i profughi
Città del Vaticano - La "sfida" del "grande numero di bisognosi”, ossia “centinaia di migliaia di profughi sono venuti in Europa o si sono messi in marcia in cerca di rifugio dalla guerra e dalla persecuzione” va affrontata accogliendoli. A dirlo questa mattina Papa Francesco ai vescovi della Conferenza Episcopale Tedesca ricevuti in Vaticano in occasione della visita ad limina. “Le Chiese cristiane e molti singoli cittadini del vostro Paese prestano un enorme aiuto per accogliere queste persone dando loro assistenza e vicinanza umana”, ha constatato il Papa. “Nello spirito di Cristo – ha detto – vogliamo continuare ad affrontare la sfida del grande numero di bisognosi. Nello stesso tempo sosteniamo tutte le iniziative umanitarie per far sì che le condizioni di vita nei Paesi di origine diventino più sopportabili”.
Austria: 232 scuole cattoliche accolgono tra i banchi minori rifugiati
Vienna - L’attuale situazione dei rifugiati ha portato molte scuole cattoliche ad aprire le loro aule ai minori profughi. Numerosi bambini giunti in Austria, anche tra quelli non accompagnati, sono attualmente iscritti in 232 istituti scolastici gestiti dalle famiglie religiose e lo sforzo didattico è accompagnato dalla capacità umana e dall’accoglienza dei docenti. Rudolf Luftensteiner, capo dell’Unità educativa appena creata delle comunità religiose in Austria, ha spiegato in un’intervista a Kathpress il senso del progetto “Easy Help”, mettendo in evidenza come “i bambini rifugiati che frequentano le scuole siano studenti straordinari”. Secondo Luftensteiner, “si tenta di rispondere concretamente agli studenti particolari per fornire l’istruzione a seconda del deficit con il massimo supporto: alcuni bambini non sono alfabetizzati, molti invece hanno una buona esperienza scolastica”. Nei centri educativi che ospitano diversi tipi di scuole questa flessibilità è più concreta e gli studenti seguono materie diversificate a seconda dell’esperienza scolastica. A Vienna sono particolarmente attive delle classi esclusive per i bambini rifugiati, nelle quali viene proposto il tempo continuato con il doposcuola nel quale gli insegnanti nel proprio tempo libero, come volontari, aiutano nei compiti e nell’insegnamento del tedesco.
Rimini: dal 5 dicembre la 13° Mostra “Presepi dal mondo”
Rimini - Per il tredicesimo anno consecutivo la Caritas e la Migrantes della diocesi di Rimini e le principali comunità di immigrati promuovono la Mostra dei presepi dal mondo.
E’ una occasione di riflessione, conoscenza e interscambio religioso e culturale che viene proposto alla Città al fine di accrescere il sentimento di fraternità e abbattere le barriere di intolleranza che sempre più spesso si affacciano nella società civile.
E’ inoltre una grande opportunità –spiegano i promotori - per conoscere la straordinaria ricchezza sociale e culturale nel mondo e condividere un messaggio di pace e unione fra i popoli. Il tema di questo anno è “ Il Figlio, i figli”. La Mostra rimarrà aperta dal 5 dicembre 2015 al 6 gennaio 2016 presso la sala dell’ Arengo nel Palazzo del Podestà in Piazza Cavour dove una trentina di gruppi di immigrati allestiranno il loro presepe. Saranno poi esposti oltre 300 presepi provenienti da tutto il mondo. L’anno scorso la Mostra ha registrato circa 20.000 presenze, la visita guidata di una cinquantina di classi, molti gruppi di catechismo e famiglie.
E’ una occasione di riflessione, conoscenza e interscambio religioso e culturale che viene proposto alla Città al fine di accrescere il sentimento di fraternità e abbattere le barriere di intolleranza che sempre più spesso si affacciano nella società civile.
E’ inoltre una grande opportunità –spiegano i promotori - per conoscere la straordinaria ricchezza sociale e culturale nel mondo e condividere un messaggio di pace e unione fra i popoli. Il tema di questo anno è “ Il Figlio, i figli”. La Mostra rimarrà aperta dal 5 dicembre 2015 al 6 gennaio 2016 presso la sala dell’ Arengo nel Palazzo del Podestà in Piazza Cavour dove una trentina di gruppi di immigrati allestiranno il loro presepe. Saranno poi esposti oltre 300 presepi provenienti da tutto il mondo. L’anno scorso la Mostra ha registrato circa 20.000 presenze, la visita guidata di una cinquantina di classi, molti gruppi di catechismo e famiglie.
Bruxelles: tour a Molenbeek, dove i terroristi hanno messo le radici
Bruxelles - Una giornata come tante alla Gare de l’Ouest (Station Brussel-West in fiammingo). Vento gelido e cielo plumbeo – frequenti qui a Bruxelles –, i ragazzini vocianti nel cortile della scuola, la signora impellicciata che porta al guinzaglio un collie. Di là della strada due donne, col velo, chiacchierano. Il supermercato Delhaize offre prodotti scontati, mentre il bistrot De Krebbe propone nel menu di mezzogiorno potage e boulettes (zuppa e polpette). C’è tanto cemento e pochi alberi qui a Molenbeek-Saint-Jean. Finito sotto i riflettori dei media di tutto il mondo dopo i tragici attacchi di Parigi, il popoloso municipio brussellese, non lontano dalla Grand Place, rifiuta l’etichetta di “covo terroristico” e prosegue il tran-tran quotidiano. Se i giornali non avessero raccontato del lungo elenco di giovani, con nomi arabi, che qui hanno progettato attentati (le bombe di Madrid, la sparatoria al Museo ebraico, il fallito attentato al treno Bruxelles-Parigi, fino alle stragi di una settimana fa nella capitale francese), ci si immergerebbe in una realtà urbana molto simile a mille altre in Europa, tra immigrati di varie nazionalità, fast food americani, kebab turchi e pizzerie italo-egiziane. Lo ripete anche la borgomastro Françoise Schepmans, liberale, donna di grande esperienza politica: il suo è un municipio “normale”, dove “convivono belgi e immigrati” (il vicesindaco si chiama Ahmed el Khannouss). Ma – ammette, anzi invoca – ci sarebbe grande bisogno “di una maggior presenza della polizia”. Quasi 100mila abitanti, Molenbeek in effetti ha le dimensioni di una media cittadina europea, pari a Roubaix, Santiago di Compostela oppure Ancona. Si passa dai quartieri con le villette monofamiliari e i suv parcheggiati davanti ai garage alle abitazioni “popolari” di Chaussée de Gand. I tre palazzoni schierati attorno al Boulevard Louis Mettewie contano 25 piani con otto ingressi ciascuno: dei veri e propri villaggi verticali.
Su Rue de Ninove spiccano le luci di Natale, non lontano la “Argana patisserie orientale” ha chiuso i battenti. Quindi altri negozi con scritte in arabo e varie moschee. Poco oltre una chiesa cattolica “fermée”, dove un foglio, attaccato con lo scotch, spiega: “Nel quadro della ristrutturazione della Chiesa di Bruxelles, qui non si celebra più la messa”. Per i fedeli dell’Unità pastorale Scheut-Broeck restano le chiese di Notre-Dame du Sacré-Coeur e quella de l’Assomption. Il tram consente di fare un tour della zona. Così si arriva alla piazza dove mercoledì 18 novembre oltre duemila persone si sono ritrovate, candele alla mano, per intonare canti e affermare, secondo le parole del portavoce del Centro culturale di Rue de l’Ecole: “Noi siamo un comune di pace e di luce e diciamo no alle generalizzazioni e alle stigmatizzazioni che colpiscono Molenbeek. I giornali ci ‘bombardano’, e questo non è certo di aiuto”. In Joseph Diongre Straat ci si immerge in un caratteristico quartiere di casette antiche, con porte colorate sovrastate da simboli del lavoro. La pausa in un caffè all’angolo consente di ascoltare le voci degli avventori. La tv, infatti, sta mandando in onda le immagini dell’ennesimo blitz delle forze dell’ordine in un’area di Molenbeek (giovedì 19 novembre), in parallelo a quanto accade in altre zone della capitale, tutte a forte immigrazione maghrebina e mediorientale. Basta dichiararsi giornalista e il proprietario si scalda: “Non ne possiamo più. Non siamo tutti terroristi qui! Cosa venite a fare?”. Accanto al mio tavolo un signore anziano alza lo sguardo dal giornale: “Perché non ci mandano i poliziotti anziché i giornalisti?”. Una ragazza bionda, con forte accento fiammingo, aggiunge: “Ieri sera ero in piazza. Abbiamo detto a voce alta che vogliamo solo stare tranquilli. Portino via i terroristi e stop”.
“Impedire le partenze” di giovani verso la Siria, che magari saranno arruolati dall’Isis, “non basta”, sostiene alla stessa ora in Parlamento il primo ministro belga Charles Michel. “Dobbiamo impedire che i foreign fighters tornino nel nostro Paese” e se rientrano “per i jihadisti c’è solo la prigione”. Michel illustra un piano, con fondi per 400 milioni, volto a rafforzare sicurezza, intelligence, polizia, presidio del territorio. Chiuderà, dice, “i luoghi di culto non autorizzati”. Il dibattito pubblico, in Belgio, infiamma: perché – ci si domanda – proprio un Paese piccolo e tranquillo è diventato una centrale terroristica? Perché qui tanti giovani hanno imboccato la strada dell’odio? L’integrazione delle differenze non funziona nella “capitale europea”? Fra i tavoli del bar la discussione va avanti. Finché la televisione annuncia che Abdelhamid Abaaoud, ritenuto il regista degli attentati di Parigi, è stato ucciso nel raid della polizia francese a St. Denis. Il giovane terrorista, spiega lo speaker, è cresciuto, con la famiglia, a Molenbeek, in una casetta di Rue Darimon. “A due passi da qui”, borbotta il proprietario del locale, “dietro la fermata del metro di Comte de Flandre”. Sarebbe la mia meta per tornare in centro città. Uscendo dal caffè, la ragazza sorridendo mi porge un adesivo: è il simbolo della “Molenbeek di pace”. (Gianni Borsa – SIR)
Su Rue de Ninove spiccano le luci di Natale, non lontano la “Argana patisserie orientale” ha chiuso i battenti. Quindi altri negozi con scritte in arabo e varie moschee. Poco oltre una chiesa cattolica “fermée”, dove un foglio, attaccato con lo scotch, spiega: “Nel quadro della ristrutturazione della Chiesa di Bruxelles, qui non si celebra più la messa”. Per i fedeli dell’Unità pastorale Scheut-Broeck restano le chiese di Notre-Dame du Sacré-Coeur e quella de l’Assomption. Il tram consente di fare un tour della zona. Così si arriva alla piazza dove mercoledì 18 novembre oltre duemila persone si sono ritrovate, candele alla mano, per intonare canti e affermare, secondo le parole del portavoce del Centro culturale di Rue de l’Ecole: “Noi siamo un comune di pace e di luce e diciamo no alle generalizzazioni e alle stigmatizzazioni che colpiscono Molenbeek. I giornali ci ‘bombardano’, e questo non è certo di aiuto”. In Joseph Diongre Straat ci si immerge in un caratteristico quartiere di casette antiche, con porte colorate sovrastate da simboli del lavoro. La pausa in un caffè all’angolo consente di ascoltare le voci degli avventori. La tv, infatti, sta mandando in onda le immagini dell’ennesimo blitz delle forze dell’ordine in un’area di Molenbeek (giovedì 19 novembre), in parallelo a quanto accade in altre zone della capitale, tutte a forte immigrazione maghrebina e mediorientale. Basta dichiararsi giornalista e il proprietario si scalda: “Non ne possiamo più. Non siamo tutti terroristi qui! Cosa venite a fare?”. Accanto al mio tavolo un signore anziano alza lo sguardo dal giornale: “Perché non ci mandano i poliziotti anziché i giornalisti?”. Una ragazza bionda, con forte accento fiammingo, aggiunge: “Ieri sera ero in piazza. Abbiamo detto a voce alta che vogliamo solo stare tranquilli. Portino via i terroristi e stop”.
“Impedire le partenze” di giovani verso la Siria, che magari saranno arruolati dall’Isis, “non basta”, sostiene alla stessa ora in Parlamento il primo ministro belga Charles Michel. “Dobbiamo impedire che i foreign fighters tornino nel nostro Paese” e se rientrano “per i jihadisti c’è solo la prigione”. Michel illustra un piano, con fondi per 400 milioni, volto a rafforzare sicurezza, intelligence, polizia, presidio del territorio. Chiuderà, dice, “i luoghi di culto non autorizzati”. Il dibattito pubblico, in Belgio, infiamma: perché – ci si domanda – proprio un Paese piccolo e tranquillo è diventato una centrale terroristica? Perché qui tanti giovani hanno imboccato la strada dell’odio? L’integrazione delle differenze non funziona nella “capitale europea”? Fra i tavoli del bar la discussione va avanti. Finché la televisione annuncia che Abdelhamid Abaaoud, ritenuto il regista degli attentati di Parigi, è stato ucciso nel raid della polizia francese a St. Denis. Il giovane terrorista, spiega lo speaker, è cresciuto, con la famiglia, a Molenbeek, in una casetta di Rue Darimon. “A due passi da qui”, borbotta il proprietario del locale, “dietro la fermata del metro di Comte de Flandre”. Sarebbe la mia meta per tornare in centro città. Uscendo dal caffè, la ragazza sorridendo mi porge un adesivo: è il simbolo della “Molenbeek di pace”. (Gianni Borsa – SIR)
I migranti? Non portano contagio: Libro bianco spazza via i pregiudizi
Roma - Troppo semplice – e anche sbagliato – il binomio malattie infettive - immigrati. Altrettanto il luogo comune che patologie come Hiv, tubercolosi, epatite o il semplice morbillo siano ormai reminiscenze di un’altra epoca. Colpa del calo drastico delle vaccinazioni – solo per morbillo, parodontite e rosolia ci sono 358mila bimbi non vaccinati nell’ultimo quinquennio – ma anche della mobilità della popolazione nella globalizzazione. Per questo serve mantenere una rete di presidio sul territorio di esperti in patologie trasmissibili, perché non si può mai abbassare la guardia. Ancor più con il rischio bioterrorismo, che torna a far capolino ogni volta che accadono attentati come quelli di Parigi. Inizia smontando molti luoghi comuni il libro bianco sulle malattie infettive presentato ieri a Roma dalla Simit; un’analisi di 150 pagine della Società italiana malattie infettive e tropicali in cui, per la prima volta, viene messo in piedi un programma di ottimizzazione delle risorse pubbliche per creare una rete infettivologica nazionale in grado di fronteggiare le emergenze sanitarie. Uno strumento utile alla sanità pubblica, insomma. Ogni giorno, non solo quando scatta la psicosi epidemie. Stiamo invece assistendo ad uno “smantellamento del sistema” sulle malattie infettive, è l’allarme lanciato del presidente uscente della Simit Massimo Andreoni, visto che negli ultimi cinque anni i posti letto negli ospedali sono diminuiti del 23% scendendo di 623 unità. In più, “c’è un’epidemia di germi resistenti legati ai ricoveri e alle degenze nelle residenze assistenziali”. A dirlo sono principalmente i numeri. In Italia, infatti, un paziente su dieci si ammala per infezioni correlate all’assistenza e 5-7mila persone muoiono per queste ogni anno, con un costo totale di 100 milioni di euro; un rischio che aumenta del 30% per gli anziani che vivono nelle Rsa. Fondamentale è soprattutto limitare ai casi strettamente necessari l’uso di antibiotici, sia nei bambini che negli adulti, ma anche spingere sull’acceleratore sulla prevenzione come i vaccini.
L’occasione usata dal ministro della Salute per contrastare ancora una volta la “controcultura antivaccinaria” è il messaggio di saluto inviato agli stati generali della pediatria, promossi nella Capitale dalla Società italiana di pediatria (Sip). L’immunizzazione, sottolinea difatti Beatrice Lorenzin, rappresenta “uno degli interventi più efficaci e sicuri a disposizione della sanità pubblica per la prevenzione primaria delle malattie infettive”. Queste inoltre, continuano a ripetere gli esperti del Simit, non arrivano certo con i gommoni carichi di stranieri che attraversano il Mediterraneo. “Meno dell’1-2% delle 200mila persone sbarcate quest’anno in Italia e Grecia infatti – è il primo punto fermo messo da Tullio Prestileo, infettivologo dell’ospedale di Palermo – ha una patologia infettiva. Questo catastrofismo è dunque infondato”. Il dato invece “cresce con il passare del tempo di questi uomini qui da noi», questa la novità emersa da un recente studio europeo sull’Aids, in cui emerge che “su tutti i nuovi casi di Hiv tra gli immigrati africani in Italia, il 34% ha contratto il virus nel nostro Paese”. Una malattia questa che sta trovando, insieme alla Tbc, una nuova primavera in Italia anche tra i nostri connazionali, con 84mila persone in trattamento retrovirale, un sommerso vicino al 17% e una patologia conclamata che interessa circa 100mila persone.
La necessità, perciò, è non abbassare l’asticella del controllo, dell’informazione e della prevenzione. “Nel territorio deve nascere un network di ambulatori per i primi screening sulle malattie contagiose – chiede dunque il presidente Simit Antonio Chirianni – che fungano da presidi di protezione civile nel quotidiano”, da “ammortizzatori per falsi allarmi” e siano pronti ad intervenire nelle emergenze. Come nel caso di un attacco batteriologico. “Un rischio molto basso in Italia”, secondo il vicepresidente Simit Massimo Galli ammettendo che “non c’è alcuna allerta specifica”. Ma, in ogni caso, “noi siamo pronti”. (Alessia Guerrieri)
L’occasione usata dal ministro della Salute per contrastare ancora una volta la “controcultura antivaccinaria” è il messaggio di saluto inviato agli stati generali della pediatria, promossi nella Capitale dalla Società italiana di pediatria (Sip). L’immunizzazione, sottolinea difatti Beatrice Lorenzin, rappresenta “uno degli interventi più efficaci e sicuri a disposizione della sanità pubblica per la prevenzione primaria delle malattie infettive”. Queste inoltre, continuano a ripetere gli esperti del Simit, non arrivano certo con i gommoni carichi di stranieri che attraversano il Mediterraneo. “Meno dell’1-2% delle 200mila persone sbarcate quest’anno in Italia e Grecia infatti – è il primo punto fermo messo da Tullio Prestileo, infettivologo dell’ospedale di Palermo – ha una patologia infettiva. Questo catastrofismo è dunque infondato”. Il dato invece “cresce con il passare del tempo di questi uomini qui da noi», questa la novità emersa da un recente studio europeo sull’Aids, in cui emerge che “su tutti i nuovi casi di Hiv tra gli immigrati africani in Italia, il 34% ha contratto il virus nel nostro Paese”. Una malattia questa che sta trovando, insieme alla Tbc, una nuova primavera in Italia anche tra i nostri connazionali, con 84mila persone in trattamento retrovirale, un sommerso vicino al 17% e una patologia conclamata che interessa circa 100mila persone.
La necessità, perciò, è non abbassare l’asticella del controllo, dell’informazione e della prevenzione. “Nel territorio deve nascere un network di ambulatori per i primi screening sulle malattie contagiose – chiede dunque il presidente Simit Antonio Chirianni – che fungano da presidi di protezione civile nel quotidiano”, da “ammortizzatori per falsi allarmi” e siano pronti ad intervenire nelle emergenze. Come nel caso di un attacco batteriologico. “Un rischio molto basso in Italia”, secondo il vicepresidente Simit Massimo Galli ammettendo che “non c’è alcuna allerta specifica”. Ma, in ogni caso, “noi siamo pronti”. (Alessia Guerrieri)
Pozzallo: un convegno su mediterraneo: una strada nel mare
Pozzallo - Dopo gli attentati di Parigi è più che mai necessario lavorare per un’Europa più accogliente e progettare un futuro più solidale, a partire dall’idea di un Mediterraneo che sia ponte e non confine. Di fronte al dramma dei migranti in fuga dalle loro terre d’origine, occorre dunque un impegno comune e una effettiva assunzione di responsabilità da parte dei Paesi europei, a tutti i livelli, sottolinea il movimento ecclesiale “Rinascita Cristiana” che, con il “Mouvement International d’Apostolat des Milieux Sociaux Indépendants”, organizza dal 20 al 22 novembre, a Pozzallo, in Sicilia, il Colloquio “Mediterraneo: una strada nel mare. Migrazioni di popoli, culture e religioni”. L’obiettivo dell’incontro - che vedrà la partecipazione di delegati provenienti da Italia, Francia, Belgio, Malta, Portogallo e di alcuni rappresentanti del Consiglio d’Europa e sarà concluso dal Cardinale Antonio Maria Vegliò, Presidente del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti - è infatti quello di trovare occasioni e modalità per informare sulla realtà delle migrazioni, valorizzare le attività già in atto, denunciare le eventuali derive per poi concordare una linea di azione comune. L’iniziativa si pone “in profonda continuità con i “Colloqui sul Mediterraneo” organizzati da Giorgio La Pira, il Sindaco di Firenze originario di Pozzallo, che ha sempre portato nel cuore il “suo Mediterraneo”, sottolinea monsignor Nunzio Galantino, segretario generale delle Conferenza Episcopale Italiana, in un messaggio inviato agli organizzatori. “Confido che essa, con gli autorevoli relatori porti un contributo importante alla riflessione sul ‘Mare nostrum’ che aiuti a recuperare il ruolo del Mediterraneo nel costruire incontri tra persone di culture e religioni diverse. Oggi il Mediterraneo rischia - scrive mons. Galantino - di ritornare ad essere un muro, una barriera per difendere i confini d'Europa, anziché ‘il Lago di Tiberiade’, sognato da La Pira, dove sentirsi sulla stessa barca, alla scuola del Maestro”. “Mentre si sono aperte e chiuse altre frontiere, l’Italia continua ad accogliere. Nonostante una certa ‘sordità’ da parte dell’Europa, non rinunciamo a pensare al Mediterraneo come ad un luogo di dialogo, incontro e pace per tutto il Continente”, aggiunge da parte sua Francesca Tittoni Sacchi-Lodispoto, segretaria nazionale di Rinascita Cristiana. Il Colloquio si aprirà domani con i saluti di Serena Grechi, responsabile nazionale di Rinascita Cristiana, di Daniel Guery, segretario del Relais Européen del MIAMSI, di Annunziato Vardè, Prefetto di Ragusa, di Luigi Ammatuna, Sindaco di Pozzallo, a cui seguiranno gli interventi di Marcus Jaeger della Divisione migrazione-diritti dell’uomo del Consiglio d’Europa, e Michele Zanzucchi, Direttore di Città Nuova. La giornata di sabato 21 sarà dedicata al dibattito e ai lavori di gruppo che prenderanno il via dopo le tavole rotonde alle quali parteciperanno, tra gli altri, mons. Domenico Mogavero, Vescovo di Mazara del Vallo, Mechthilde Fuhrer, segretaria esecutiva del Dipartimento delle iniziative democratiche del Consiglio d’Europa, Katrine Camilleri, Vice Presidente del Jesuit Réfugies Service di Malta, padre Daniel Nourissat, Vicario generale della Diocesi di Rabat (Marocco), Maurilio Assenza, Direttore della Caritas di Noto. L’incontro si concluderà domenica 22 con l’intervento del Cardinale Vegliò e con un messaggio finale.
Roma: preghiera per le vittime del terrorismo
Roma - Quella dei Santi Quattro Coronati, è una antica basilica situata nel cuore di Roma, a metà strada tra quella di San Giovanni in Laterano, la cattedrale del Papa e, il Colosseo, luogo simbolo della Città eterna. E in questa autentica oasi spirituale il Centro per la Cooperazione missionaria tra le Chiese e l’Ufficio Migrantes della diocesi di Roma hanno promosso ieri sera un momento di preghiera per la pace in Siria ed in Iraq, e anche per le “vittime dei brutali attentati di Parigi”. Numerosi religiosi, consacrate, rappresentanti di altre confessioni cristiane e semplici fedeli si sono uniti ai vespri recitati dalle claustrali agostiniane che da secoli abitano le millenarie mura dell’attiguo monastero. All’inizio della liturgia guidata dal cardinale vicario di Roma Agostino Vallini, evocando i continui appelli di Papa Francesco sul tema, si è ricordato come in Siria e Iraq non cessano “violenze, sequestri di persona e soprusi a danno di cristiani e altri gruppi”. Si sono evocate le parole di preghiera del Pontefice affinché “si ponga fine alla intollerabile brutalità” e la sua richiesta “a tutti di alleviare le sofferenze di quanti sono nella prova”. E si è ribadito che anche la Chiesa di Roma, “insieme al suo pastore”, non dimentica questi cristiani e prega “perché l’odio e la violenza cessino e la giustizia e la pace risorgano”. È seguita la breve, intensa e drammatica testimonianza di padre Firas Lutfi, frate minore siriano, che è stato per sette anni ad Aleppo (dove si accinge a tornare), città che era “un gioiello” e che ora è “la più martoriata di Siria e di tutto il Medio Oriente”. Il frate ha raccontato l’”indigenza” drammatica dei suoi abitanti: la mancanza di acqua, di luce elettrica, ma anche di nafta, e poi “il problema più grave”, cioè “la sicurezza” che non è garantita “neanche dentro casa”. Ha ricordato le 700 famiglie cristiane “scappate solo con vestiti addosso”. Ha spiegato che ora “l’unica via di fuga” per questi profughi è quella “illegale”, e che “per farlo vendono tutto, prendono prestiti, sono derubati”. Ha denunciato come per “bramosia” e “attaccamento al denaro e al potere a livello mondiale” si sta facendo “pulizia etnica e religiosa” con il rischio che venga “liquidata” una presenza cristiana che risale ai tempi degli Apostoli.
Nella sua meditazione il cardinale Vallini, prendendo spunto dalla testimonianza di padre Lutfi si è chiesto “perché la guerra? Perché l’odio? Perché il commercio delle armi?”. “Potremmo fare tante analisi”, ha proseguito, evocando “l’incapacità dei governanti” e “la durezza di cuore di chi, singoli o governi, prospera con le guerre”. “Ma non siamo qui per questo”, ha quindi detto. E riferendosi alla lettura breve dei Vespri tratta dalla Lettera di San Giacomo, ha aggiunto: “No, siamo qui per cercare la Luce e per credere che la Luce del Signore non viene meno”, per chiedere che siamo quelli che “mettono in pratica la parola” di Gesù. Chiedendo al Signore il “dono della pace” in Medio Oriente ma anche dove ci sono guerre che non fanno notizia, il cardinale Vallini ha auspicato che i cristiani siano “responsabili di una parola che salva nell’ora del buio”. All’evento hanno partecipato anche il nuovo arcivescovo di Bologna, il vescovo Matteo Zuppi, e il vescovo ausiliare del settore Sud di Roma, monsignor Paolo Lojudice. (Gianni Cardinale)
Nella sua meditazione il cardinale Vallini, prendendo spunto dalla testimonianza di padre Lutfi si è chiesto “perché la guerra? Perché l’odio? Perché il commercio delle armi?”. “Potremmo fare tante analisi”, ha proseguito, evocando “l’incapacità dei governanti” e “la durezza di cuore di chi, singoli o governi, prospera con le guerre”. “Ma non siamo qui per questo”, ha quindi detto. E riferendosi alla lettura breve dei Vespri tratta dalla Lettera di San Giacomo, ha aggiunto: “No, siamo qui per cercare la Luce e per credere che la Luce del Signore non viene meno”, per chiedere che siamo quelli che “mettono in pratica la parola” di Gesù. Chiedendo al Signore il “dono della pace” in Medio Oriente ma anche dove ci sono guerre che non fanno notizia, il cardinale Vallini ha auspicato che i cristiani siano “responsabili di una parola che salva nell’ora del buio”. All’evento hanno partecipato anche il nuovo arcivescovo di Bologna, il vescovo Matteo Zuppi, e il vescovo ausiliare del settore Sud di Roma, monsignor Paolo Lojudice. (Gianni Cardinale)
Migrantes: uno sguardo di tutela verso i minori non accompagnati nella Giornata Mondiale dell’Infanzia
Roma - “La Giornata mondiale dei diritti dell’infanzia ci porta a ricordare, come Fondazione Migrantes, tra i drammi che toccano i minori, quello dei minori non accompagnati in fuga da guerra, miseria e violenze e che sono approdati e continuano ad approdare nei porti italiani”. E’ quanto afferma mons. Gian Carlo Perego, Direttore Generale della Fondazione Migrantes in occasione della Giornata Internazionale dell’Infanzia e dell’Adolescenza che si celebra il 20 novembre. Secondo il Rapporto del Ministero dell’Interno, il numero dei minori non accompagnati sbarcati sulle coste italiane sono stati oltre 13.000 nel 2014 e oltre 15.000 già nel 2015 fino ad oggi. Di almeno 3700 minori non accompagnati nel 2014 si sono perse le tracce, perché - spiega il Direttore della Migrantes - hanno continuato in solitudine il viaggio insieme ad altre 100.000 persone, mentre oltre 2500 nel 2014 hanno chiesto asilo. Nel 2015 il numero dei minori non accompagnati irreperibili ha superato i 5000. Come ricordano i dati del Rapporto 2015 sulla Protezione Internazionale (curato da Fondazione Migrantes, Caritas, Anci, SPRAR con la collaborazione di UNHCR), al mondo dei minori non accompagnati che sbarcano "non siamo ancora riusciti a dare a tutti ugualmente una tutela e un accompagnamento personale, ma soltanto 1 minore non accompagnato su 5 è in una struttura dello SPRAR. I circa diecimila minori non accompagnati oggi sono accolti nella maggioranza dei casi -aggiunge mons. Perego - in strutture di prima accoglienza inadeguate, contrariamente a quanto stabilito dal Patto Stato e Regioni del 2014: oltre 3000 in Sicilia, oltre la metà in sole tre regioni (Sicilia, Calabria e Puglia). Un “volto” da ricordare in occasione della Giornata Mondiale dei diritti dell’Infanzia e “un impegno di tutela da continuare come si ricorda in una delle raccomandazioni del Rapporto sulla Protezione Internazionale che prevede: 'la ricomposizione dell’accoglienza di tutti i minori stranieri non accompagnati nell’ambito dello SPRAR, favorendo adeguate qualifiche agli operatori e la promozione di forme diversificate di accoglienza, valorizzando anche la rete già esistente di comunità a favore di minori vittime di tratta, che prevedano anche percorsi di tutoraggio/accompagnamento e di affidamento familiare, sempre con programmi orientati al rispetto del superiore interesse del minore'”.
Vescovi USA: “i rifugiati siriani non diventino il capro espiatorio”
Seattle - All’indomani degli attacchi di Parigi i vescovi statunitensi criticano il governo nazionale a proposito della richiesta di porre fine all’accoglienza e al reinsediamento (“resettlement”) dei rifugiati siriani negli Stati Uniti. “Aggiungo la mia voce a quella di coloro che condannano questi attacchi – afferma il vescovo Eusebio Elizondo, Presidente del Comitato sulle migrazioni della Conferenza Episcopale Usa – e il mio sostegno a impegnarsi perché non accadano più fatti simili, in Francia e nel mondo”. “Sono però molto turbato – precisa – dalla richiesta delle autorità dello Stato nazionale e federale di porre fine al resettlement di rifugiati siriani negli Stati Uniti, persone in fuga dal terrore e dalla violenza come quella che abbiamo visto a Parigi. Sono famiglie molto vulnerabili, donne e bambini, che cercano solo di salvare le loro vite. Non possiamo penalizzarli a causa delle azioni di una organizzazione terroristica”. Il vescovo Elizondo ricorda che per entrare negli Stati Uniti i rifugiati devono passare una serie innumerevole di controlli e interviste, più che in ogni altro Paese. Ci vogliono almeno due anni per ultimare il processo di riconoscimento dello status di rifugiato. “Nel suo essere una grande nazione – conclude -, gli Stati Uniti dovrebbero mostrare la loro leadership durante questa crisi, invitando tutte le nazioni a proteggere le persone in pericolo e ponendo fine al conflitto in Medio Oriente”. (SIR)
L’integrazione a scuola: l’esperienza di Santa Croce Camerina
Ragusa - Giovanna Campo è dirigente dell’Istituto Comprensivo di Santa Croce Camerina che ha la percentuale più alta di alunni con nazionalità straniera in tutta la provincia di Ragusa. Nelle aule della piccola comunità di Santa Croce si sperimenta quotidianamente la sfida dell’integrazione.
“È ovvio – dice Campo - che tutto l’Istituto pone l’argomento integrazione non come problema ma come attenzione per promuovere un’accoglienza quanto più favorevole per il benessere dell’alunno e di tutti. Un alunno ben inserito significa anche una scuola che porta avanti meglio le proprie scelte educative, insegnanti sereni, genitori collaborativi. Vorrei comunque precisare che io non amo il termine integrazione, al quale preferisco quello di interazione cioè “interscambio” come obiettivo per raggiungere una convivenza serena, fatta di valori condivisi. Per quanto riguarda la mia esperienza personale, fin dal mio arrivo in questo Istituto, non ho riscontrato particolari problemi, soprattutto se si differenziano le fasce di età. Per gli alunni più piccoli i problemi sono quasi inesistenti: i bambini che sono nati qui, cresciuti a Santa Croce Camerina, bambini che giocano e si inseriscono nel contesto, non vivono le differenze di cultura, religione, origini, provenienza e pensiero, ma interagiscono con la semplicità tipica di tutti i bambini”. Se tra i ragazzi sembra funzionare questo modello di interazione, all’interno delle famiglie si registrano ancora delle difficoltà. “Può accadere che genitori italiani – prosegue Giovanna Campo - manifestino ancora resistenze nell’accettare la presenza di alunni stranieri nelle classi dei loro figli o che genitori extracomunitari manifestino una certa sensazione di discriminazione, tuttavia è nostra cura cercare di smussare le diversità: nella formazione delle classi ad esempio, curiamo l’aspetto della distribuzione degli alunni stranieri in modo da creare classi eterogenee al loro interno e omogenee fra di loro, dunque mai classi ghetto. Il nostro obiettivo è quello di dare a tutti pari opportunità per il raggiungimento del successo formativo. Un’attenzione particolare viene data anche alla realizzazione di progetti coinvolgenti genitori sia italiani che stranieri, per renderli coscienti della nostra volontà di interazione: la partecipazione non è massiccia ma i risultati sono senz’altro positivi”.
La migrazione di Santa Croce Camerina è storicamente maghrebina e quindi di fede musulmana. Si potrebbe pensare che la questione religiosa sia un problema, ma anche su questo punto le idee della dirigente sono rassicuranti: “Secondo me non vi è un problema religioso. Quando noi accogliamo i nostri alunni stranieri, per esempio, domandiamo ai genitori se vogliono chiedere o meno l’esonero dall’insegnamento della religione e, se ci sono risorse disponibili, si dà la possibilità di usufruire di un insegnamento alternativo. In mancanza di risorse, l’alunno viene invitato a svolgere un’altra attività in una classe parallela oppure a restare in classe come uditore, scelta quest’ultima operata da tanti genitori: io ho inteso questa preferenza come un messaggio di apertura. Inoltre, in tutte le nostre classi abbiamo il crocifisso e non abbiamo ricevuto nessuna contestazione in merito. Anche quegli aspetti culturali che ci si immagina possano risultare d’ostacolo, come il fatto che sia una donna a dirigere l’Istituto, non si sono manifestati. La mia figura non è mai stata contestata anche se è evidente la diversità del ruolo femminile nella loro cultura. Se io dovessi dare dunque una risposta alla domanda: “C’è integrazione qui?” risponderei che sicuramente in una città come la nostra si è fatto e si continua a fare tanto per assicurare una convivenza pacifica fra abitanti di diverse etnie, improntata al rispetto reciproco. Ma credo anche che ci sia ancora molto da fare, poiché, ad una riflessione più attenta, appare evidente che non basta convivere assieme, occorre creare assieme, ogni giorno, il contesto, la società, la classe in cui vivere. Per far ciò occorre che i governi avviino politiche serie capaci di fronteggiare le esigenze emergenti nel nostro Paese, investendo maggiormente anche nella formazione degli addetti alla cultura. Sono le risorse umane che favoriscono i processi qualitativi della scuola, una scuola nuova, sempre più accogliente e inclusiva, un luogo ove possano incontrarsi felicemente razze, culture, religioni, suoni e saperi, di cui si parla ormai in tutta l’Europa e che è l’obiettivo che tutti noi dobbiamo perseguire costantemente!”. (Vincenzo La Monica – Migrantes Ragusa)
“È ovvio – dice Campo - che tutto l’Istituto pone l’argomento integrazione non come problema ma come attenzione per promuovere un’accoglienza quanto più favorevole per il benessere dell’alunno e di tutti. Un alunno ben inserito significa anche una scuola che porta avanti meglio le proprie scelte educative, insegnanti sereni, genitori collaborativi. Vorrei comunque precisare che io non amo il termine integrazione, al quale preferisco quello di interazione cioè “interscambio” come obiettivo per raggiungere una convivenza serena, fatta di valori condivisi. Per quanto riguarda la mia esperienza personale, fin dal mio arrivo in questo Istituto, non ho riscontrato particolari problemi, soprattutto se si differenziano le fasce di età. Per gli alunni più piccoli i problemi sono quasi inesistenti: i bambini che sono nati qui, cresciuti a Santa Croce Camerina, bambini che giocano e si inseriscono nel contesto, non vivono le differenze di cultura, religione, origini, provenienza e pensiero, ma interagiscono con la semplicità tipica di tutti i bambini”. Se tra i ragazzi sembra funzionare questo modello di interazione, all’interno delle famiglie si registrano ancora delle difficoltà. “Può accadere che genitori italiani – prosegue Giovanna Campo - manifestino ancora resistenze nell’accettare la presenza di alunni stranieri nelle classi dei loro figli o che genitori extracomunitari manifestino una certa sensazione di discriminazione, tuttavia è nostra cura cercare di smussare le diversità: nella formazione delle classi ad esempio, curiamo l’aspetto della distribuzione degli alunni stranieri in modo da creare classi eterogenee al loro interno e omogenee fra di loro, dunque mai classi ghetto. Il nostro obiettivo è quello di dare a tutti pari opportunità per il raggiungimento del successo formativo. Un’attenzione particolare viene data anche alla realizzazione di progetti coinvolgenti genitori sia italiani che stranieri, per renderli coscienti della nostra volontà di interazione: la partecipazione non è massiccia ma i risultati sono senz’altro positivi”.
La migrazione di Santa Croce Camerina è storicamente maghrebina e quindi di fede musulmana. Si potrebbe pensare che la questione religiosa sia un problema, ma anche su questo punto le idee della dirigente sono rassicuranti: “Secondo me non vi è un problema religioso. Quando noi accogliamo i nostri alunni stranieri, per esempio, domandiamo ai genitori se vogliono chiedere o meno l’esonero dall’insegnamento della religione e, se ci sono risorse disponibili, si dà la possibilità di usufruire di un insegnamento alternativo. In mancanza di risorse, l’alunno viene invitato a svolgere un’altra attività in una classe parallela oppure a restare in classe come uditore, scelta quest’ultima operata da tanti genitori: io ho inteso questa preferenza come un messaggio di apertura. Inoltre, in tutte le nostre classi abbiamo il crocifisso e non abbiamo ricevuto nessuna contestazione in merito. Anche quegli aspetti culturali che ci si immagina possano risultare d’ostacolo, come il fatto che sia una donna a dirigere l’Istituto, non si sono manifestati. La mia figura non è mai stata contestata anche se è evidente la diversità del ruolo femminile nella loro cultura. Se io dovessi dare dunque una risposta alla domanda: “C’è integrazione qui?” risponderei che sicuramente in una città come la nostra si è fatto e si continua a fare tanto per assicurare una convivenza pacifica fra abitanti di diverse etnie, improntata al rispetto reciproco. Ma credo anche che ci sia ancora molto da fare, poiché, ad una riflessione più attenta, appare evidente che non basta convivere assieme, occorre creare assieme, ogni giorno, il contesto, la società, la classe in cui vivere. Per far ciò occorre che i governi avviino politiche serie capaci di fronteggiare le esigenze emergenti nel nostro Paese, investendo maggiormente anche nella formazione degli addetti alla cultura. Sono le risorse umane che favoriscono i processi qualitativi della scuola, una scuola nuova, sempre più accogliente e inclusiva, un luogo ove possano incontrarsi felicemente razze, culture, religioni, suoni e saperi, di cui si parla ormai in tutta l’Europa e che è l’obiettivo che tutti noi dobbiamo perseguire costantemente!”. (Vincenzo La Monica – Migrantes Ragusa)