Primo Piano

Papa Francesco: “Dio è più grande del nostro peccato”

Città del Vaticano - “Dio è più grande del nostro peccato”. Durante l’udienza di oggi, l’ultima dedicata alla misericordia nella prospettiva biblica, il Papa parlando a braccio ha invitato per ben tre volte i circa 30 mila fedeli presenti a ripetere insieme con lui questa frase. Al centro della catechesi, il Salmo 51, attribuito al re Davide, capace di confessare un peccato anche quando “è brutto”, come nel suo caso. “Dio non nasconde il peccato, ma lo distrugge e lo cancella”, ha spiegato papa Francesco. Non “come fanno in tintoria”, quando portiamo un abito, ma “alla radice”.
“L’unica cosa di cui abbiamo davvero bisogno nella nostra vita è quella di essere perdonati”, ha assicurato il Papa, e “perdonare per Dio significa darci la certezza che lui non ci abbandona mai. Qualunque cosa possiamo rimproverarci, lui è ancora e sempre più grande di tutto, perché Dio è più grande del nostro peccato”. “La dignità che ci dà il perdono di Dio è quella di alzarsi”: nell’ultima parte dell’udienza, Francesco si è soffermato sulla “dignità” che deriva dal perdono di Dio e sulle conseguenze che essa ha nella nostra vita e in quella degli altri.
“Tutti noi siamo peccatori, chi è senza peccato alzi la mano”, le parole a braccio del Papa, che ha citato un esempio tratto dalla vita di famiglia: “Se un bambino cade, cosa fa? Alza la mano al papà o alla mamma perché lo alzi”. “Se tu cadi per debolezza, alza la mano, e il Signore la prende e ti rialza. E questa è la dignità del perdono di Dio”. Quella di alzarsi, “perché lui ha creato l’uomo e la donna per essere in piedi”.
 

Istituto Arrupe: in Sicilia sbarcano eritrei, somali e nigeriani

Palermo - L’approdo straordinario di migranti in Italia ha comportato l’aumento del numero delle strutture temporanee di accoglienza che, al 10 ottobre 2015, sono arrivate a 3.090. Secondo i dati del ministero dell’Interno sono 99.096 i migranti presenti nelle strutture al 10 ottobre 2015, di cui il 70% (70.918) in quelle temporanee. E in Sicilia ce ne sono 105, il 3,4% del totale. Nonostante la distribuzione dei migranti sul territorio abbia interessato quasi tutte le regioni, al primo posto per numero di presenze si collocano la Sicilia e la Lombardia, con il 13% del totale dei migranti accolti, 14 mila solo nell’Isola. Sono alcuni dei numeri contenuti nel terzo rapporto pubblicato dall’Osservatorio migrazioni dell’Istituto Arrupe, guidato da Nicoletta Purpura, e presentato ieri a Palermo. Ricercatori e sociologi, armati di grafici e statistiche, cercano di fotografare la realtà delle migrazioni in Sicilia, confrontandola con la situazione italiana ed europea, e dicono a chiare lettere che «non si tratta di un’invasione».
E le cifre lo confermano: un calo di approdi sulle coste siciliane nel 2015, una tendenza che rischia di invertirsi, però, alla luce della riapertura della rotta del Mediterraneo nel 2016. Dal primo gennaio 2015 al 10 ottobre 2015, infatti, sulle coste italiane sono sbarcati 136.432 migranti, con una riduzione del 7,4% rispetto allo stesso periodo del 2014. Anche in Sicilia, confrontando i dati relativi ai primi cinque mesi del 2014 e del 2015, si registra una riduzione degli sbarchi, dal 97% si scende al 73,4%. Ma varia anche la composizione per Paese di provenienza: se nel 2014 i migranti erano siriani (43.323), seguiti da eritrei (34.329) e malesi (9.908), nel 2015 al primo posto troviamo l’Eritrea (36.838), seguita questa volta da Nigeria (18.452) e Somalia (10.605).
Maurizio Ambrosini, sociologo dell’Università di Milano e direttore della rivista Mondi migranti, cerca di ristabilire paletti oggettivi. «La rappresentazione che solitamente viene fatta è di una immigrazione in aumento drammatico – spiega Ambrosini –. La realtà è un’altra. L’immigrazione ha numeri stazionari, si tratta di 5 milioni di migranti in Italia, di cui 170 mila rifugiati e richiedenti asilo. La maggior parte arrivano per lavoro, con un normale visto turistico; si tratta di giovani adulti di entrambi i sessi, che, se le cose vanno bene, cominciano a richiamare la famiglia. La provenienza principale è europea, ci sono molte donne e di paesi di tradizione cristiana. Il primo problema è, dunque, non confondere il tutto con la parte».
I primi mesi del 2016 pongono, però, il grande tema della gestione degli hotspot, i centri di identificazione appena avviati. Dei cinque previsti in Sicilia sono in funzione solo tre (Lampedusa, Trapani e Pozzallo), con problemi enormi nella gestione della corretta informazione da fornire ai migranti e nei tempi di permanenza, come denuncia nel rapporto dell’osservatorio Fulvio Vassallo Paleologo, coordinatore della Clinica legale per i diritti umani dell’Università di Palermo. Per Lampedusa, ad esempio, Vassallo chiede che «venga interrotta la prassi tuttora in corso, di mantenere a tempo indeterminato in uno stato di trattenimento nel centro, quanti subito dopo lo sbarco rifiutano di farsi prelevare le impronte digitali». (Alessandro Turrisi)
 

Mediterraneo, duello sugli arrivi

Milano – E’ scontro sugli arrivi e sugli sbarchi dei migranti. Dopo l’accordo UE Turchia, entrato in vigore in Grecia dallo scorso 20 marzo, per Bruxelles i numeri sono diminuiti. Ma non tutti la pensano allo stesso modo. La chiusura della rotta balcanica e il cul de sac creato dalle nuove procedure (che prevedono il controllo ad uno ad uno dei circa 50mila migranti attualmente presenti sul territorio greco) hanno di fatto spostato le rotte dei flussi migratori.
E in Italia si teme la nuova ondata della Central Mediterranean Route, quella cioè che parte dalle coste della Libia e della Tunisia e si riversa sulle nostre isole. Lo dicono i numeri. Da inizio anno, conferma il Viminale, sono già 16.000 i migranti sbarcati sulle nostre coste, il 58% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Nei primi 3 mesi del 2015, infatti, le persone complessivamente sbarcate in Italia erano 10.165. Ad oggi, nel sistema di accoglienza distribuito sul territorio sono ospitati circa 108mila migranti e circa 10mila minori. Dopo i 730 sbarcati a Pozzallo, ieri mattina – tra loro 111 donne e 59 bambini – nella stessa giornata la Guardia costiera, in 11 diverse operazioni, ha tratto in salvo altre 1.569 persone. Si tratta di 1.262 uomini, 274 donne e 33 bambini. Il bel tempo e la chiusura della rotta balcanica sembrano così spostare l’attenzione sul Mediterraneo dei migranti che fuggono dalla guerra, dalle catastrofi ambientali e dalle persecuzioni religiose e razziali. La rotta dei disperati, quella più pericolosa, che parte dalla costa della Libia e arriva a Lampedusa. Battuta soprattutto da eritrei, somali, nigeriani e afghani. In realtà già il ministro della Difesa francese, Jean-Yves Le Drian, la settimana scorsa aveva avvisato: circa 800.000 migranti sono pronti a partire dalla Libia per raggiungere l’Europa. Ma la Commissione europea getta acqua sul fuoco. «Al momento non c’è ancora un aumento significativo dei numeri degli arrivi in Italia» fanno sapere da Bruxelles, confermando d’altro canto la diminuzione degli sbarchi in Grecia, passati da 2.000 al giorno (prima del 20 marzo) agli attuali «meno di 1.000 a settimana». «Secondo le ultime informazioni dell’Agenzia Frontex, non c’è niente che faccia pensare a un aumento significativo dei flussi di migranti lungo la rotta dalla Libia verso l’Italia» ha affermato ieri la portavoce della Commissione europea per la Politica comune d’immigrazione e asilo, Natasha Bertaud. «Siamo sempre stati coscienti della frammentazione delle rotte – ha aggiunto Bertaud – e proprio per questo c’è un programma di ricollocamento dei profughi dall’Italia verso gli altri Stati membri». Intanto il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk mette in guardia: dopo l’accordo UE-Turchia, ora bisognerà concentrarsi sulle possibili rotte alternative, «inclusa quella del Mediterraneo centrale». «Ho fiducia che si faranno progressi nella messa in pratica del piano turco, d’accordo con le nostre regole. È un fatto cruciale per risolvere la crisi umanitaria in Grecia. Non dobbiamo però dimenticare – ha detto Tusk a conclusione dell’incontro con il premier del Montenegro, Milo Dukanovic a Bruxelles – che abbiamo ancora lavoro da fare sulle altre rotte migratorie in Europa, compresa quella del Mediterraneo centrale. È su questo che ci dovremo concentrare». (Daniela Fassini – Avvenire)
 
 

Integrazione: Sindaco di Riace su “Fortune”

Roma - Inserito dalla rivista americana “Fortune” al quarantesimo posto della classifica dei 50 leader più influenti del mondo. E non per il suo conto in banca o il suo patrimonio immobiliare: il Sindaco di Riace, Domenico Lucano, s’è aggiudicato la nomination per il suo impegno concreto nel campo dell’immigrazione. Il piccolo comune calabro, 1.820 abitanti, da quando Lucano è primo cittadino ha dato ospitalità ad oltre 6mila immigrati che, tra l’altro, hanno avviato anche una serie di attività artigianali ed imprenditoriali che hanno determinato la rivitalizzazione della cittadina. Lucano è l’unico italiano presente nella classifica: “Sono un po’ a disagio – ha commentato –. Io non aspiro né a poltrone, né a carriere: voglio solo aiutare le persone che hanno bisogno e nelle quali io stesso mi riconosco”.
 

Toronto: il 28 aprile il memoriale ai caduti italiani sul lavoro in Ontario

Toronto – Sarà inaugurato il prossimo 28 aprile al Columbus Centre di Toronto,  il memoriale ai caduti  sul lavoro italiani in Ontario. Nel memoriale “undici colonne prefabbricate porteranno i nomi e le date di ciascun lavoratore caduto dal 1900 in poi. Attraverso il suo lavoro di ricerca nell’ambito di questo progetto svolto negli ultimi cinque anni – si legge in una nota -  il Comitato ha purtroppo scoperto più di 937 nomi di vittime di incidenti mortali sul posto di lavoro tra le persone di origine italiana in Ontario. I nomi in totale sono oltre mille”.
 

Mons. Bettoni: vedo gente che non vuole farsi intimidire

 
Bruxelles - Una Pasqua “vissuta in pienezza”, nella quale si sperimenta, dopo l’afflizione e il dolore, “il senso forte della speranza”. A dirlo è il referente Migrantes per  le Missioni Cattoliche Italiane in Belgio, Mons. Giambattista Bettoni, dopo i recenti attentati che hanno causata la morte di decine di persone. “Queste tragedie, accadute all’inizio della Settimana santa, hanno fatto da sottofondo al Triduo. Forse per questo il senso della resurrezione di Cristo è stato inteso più pienamente. La pietra si leva dal sepolcro e torna la vita”, aggiunge il sacerdote che ha celebrato la messa a San Francesco in una chiesa “piena come non mai”.
I riti pasquali si sono svolti con regolarità: “vedo soprattutto gente che non vuole lasciarsi intimorire”, aggiunge Mons. Bettoni parlando all’agenzia Sir. Alla messa dell’Ultima cena il sacerdote era alla Chapelle de la Résurrection, luogo di culto della chiesa cattolica nel cuore del quartiere europeo, con una speciale vocazione ecumenica. “Si è avvertito nitidamente – afferma il senso dell’affidamento a Dio e del dialogo tra le fedi, dei quali abbiamo bisogno”.
 

Mons. Perego: l’Europa mostri scatto di umanità verso i migranti

Roma - Ogni giorno si ripropone il dramma dei profughi, verso cui dobbiamo avere sentimenti di solidarietà, come ha evidenziato il gesto eucaristico del Papa di lavare i piedi a 12 richiedenti asilo al Centro Cara di Castelnuovo di Porto. Un itinerario quello di Francesco di continui gesti e incontri, a partire dal suo viaggio a Lampedusa nel 2013. Qui – ha detto Mons. Gian Carlo Perego - Papa Francesco aveva detto che “occorreva opporre alla globalizzazione dell’indifferenza la globalizzazione della solidarietà, con i gesti successivi, che hanno parlato più di tanti discorsi, tra cui l’ultimo nel Cara di Castelnuovo di Porto, il Papa ha voluto ribadire come occorra costruire, nei gesti e nelle relazioni, quella cultura dell’incontro che è veramente lo strumento importante per vincere l’indifferenza e la paura che, anche dopo i fatti recenti, stanno entrando nelle città, nelle coscienze di tante persone in Europa”.
In una intervista alla Radio vaticana Mons. Perego sottolinea l’incapacità dell’Europa di leggere “ciò che sta avvenendo in tanti Paesi, anche alla periferia dell’Europa. Profughi di guerra, delle 33 guerre in atto; profughi ambientali, che sono quattro volte i profughi di guerra; profughi in cammino da Paesi nei quali non c’è libertà politica né libertà religiosa; profughi in cammino per non essere vittime di tratta. E’ impressionante e vergognoso – evidenzia - come l’Europa non stia leggendo questa situazione e come l’Europa non ritenga un aspetto strutturale della sua democrazia, riuscire a ripensarsi anche alla luce di una solidarietà che non può essere delegata fuori dai nostri confini, come è avvenuto con l’accordo con la Turchia e prima ancora con  l’accordo con la Libia, ma che deve essere dentro l’Europa stessa, attraverso una nuova riorganizzazione di questa protezione internazionale nei diversi Paesi – nei 28 Paesi europei – che porti veramente l’Europa ad accogliere un milione di persone – lo stesso numero che sta accogliendo il piccolo Libano – e che veda l’Europa diventare effettivamente una democrazia che riparte proprio dalla protezione internazionale. Noi ci auguriamo che ci sia questo scatto di umanità, ma soprattutto questo scatto di democrazia perché, diversamente, la chiusura dell’Europa non potrà che vedere un’Europa sempre più assediata, e sempre più assediata al proprio interno da un terrorismo che, di fatto, sta ripartendo e facendosi forza su questo chiusura dell’Europa stessa”.
Il direttore di Migrantes afferma che l’Italia avrebbe dovuto allargare quel progetto Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), di accoglienza dei richiedenti asilo, in tutti i comuni italiani come “uno dei nuovi servizi sociali di una democrazia attenta alla protezione internazionale. E invece, l’ultimo bando è andato semi-deserto: 5 mila posti sui 10 mila erano disponibili. Senza un’accoglienza diffusa – sostiene il sacerdote - il rischio è che l’arrivo di tante persone si trasformi ancora in un’accoglienza in grandi centri, in conflittualità sociale e si rischia ancora una volta di alimentare quella contrapposizione che premia poi i partiti nazionalisti e anti-immigrati, in Italia, come sta avvenendo in altri contesti europei. Quindi, noi ci auguriamo che, da subito, ci sia questa attenzione, un’attenzione che chiede anche il cambiamento del progetto Sprar. Oggi il progetto Sprar, purtroppo, nasce intorno a una logica statalista, o il Comune lo promuove, oppure, diversamente, nessuna associazione sul territorio – contrariamente a tutti gli altri servizi sociali – può promuoverlo. Noi ci auguriamo che questo possa cambiare perché la società civile, insieme al Comune, possa aprire degli spazi”.
 

MCI Germania: si ingrandisce la Missione di Villingen

Villingen - Su richiesta della stessa Missione, che aveva segnalato alla Diocesi l’aumentata presenza dei connazionali in seguito ai recenti numerosi nuovi arrivi, l’arcivescovo di Friburgo/Brsg, mons. Stephan Burger, con lettera del 24 febbraio in vigore dal primo marzo 2016, ha esteso il territorio di competenza della Mci di Villingen. Congratulandosi con p. Domenico Fasciano per la sua disponibilità, il vescovo gli ha comunicato che in aggiunta ai decanati Schwarzwald-Baar ora diventa responsabile anche degli italiani residenti nei decanati di Hegau e di Konstanz. Per cui il nome della Comunità ora diventa “Italienische Katholische Mission Villingen-Singen”, con sede a Villingen.
 

Savona: domani incontro interreligioso

Savona - Un evento inedito a Savona, più fedi si confrontano in un clima di amicizia: il dialogo come risposta alla violenza, al fanatismo, all’intolleranza. Domani 30 marzo, alle 18, nella Sala Rossa del Palazzo comunale in piazza Sisto IV a Savona  si terrà l’incontro interreligioso “Dire oggi l’autenticità di Dio”. Si tratta di un momento di confronto e cammino comune, ancor più significativo dopo i tragici fatti di Bruxelles. L’idea nata dalla Diocesi di Savona-Noli, in occasione degli eventi giubilari, è stata subito accolta con gioia e disponibilità dalle principali comunità religiose presenti sul territorio: ebrei, musulmani, ortodossi, protestanti (nello specifico la chiesa valdese-metodista) si sono così uniti ai cattolici nel preparare questo appuntamento denso di significati. Moderati dal giornalista Marco Gervino, direttore de Il Letimbro, si confronteranno sul tema il teologo e parroco della Villetta don Giuseppe Noberasco, padre Gheorghita Andronic, della Chiesa Ortodossa Rumena di Savona, Pawel Gajewski, pastore della Chiesa evangelica valdese e consulente teologico della Comunione di chiese protestanti in Europa, Giuseppe Momigliano, Rabbino capo di Genova e delle Comunità ebraiche di Liguria nonché presidente dell'Assemblea rabbinica italiana, e Zahoor Zargar, Presidente della Comunità dei musulmani della Liguria e del Centro culturale islamico savonese.
 

Fratellanza: il contagio che salva

Roma - Le parole e i gesti. In Papa Francesco si 'spiegano' a vicenda, verrebbe voglia di dire sono un tutt’uno. Come metà giustapposte dello stesso frutto ricco di sapore, come movimenti armonici nel medesimo spartito musicale. A legarli insieme, succede negli uomini di Dio, è quel filo sottile che unisce il cuore alla mente, così che anche il cervello ragioni sotto la guida dello Spirito, si rapporti agli altri usando il vocabolario dell’amore, l’alfabeto della misericordia. L’esempio è recentissimo. Giovedì scorso, parlando ai profughi accolti nel Centro di accoglienza richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto, Francesco ha richiamato il valore della fratellanza, ha sottolineato il ruolo delle religioni nella costruzione della pace. Subito dopo, al termine della Messa in Coena Domini, ha voluto incontrare tutti gli ospiti del Cara, ciascuno secondo i suoi desideri. Si è fatto fotografare con chi gli chiedeva un selfie, ha stretto le mani dei più timidi, ha ascoltato chi voleva raccontargli un problema. Perché incontrare davvero l’altro significa rapportarsi con lui nel modo che gli è proprio, amandolo secondo i suoi desideri e non alla nostra maniera. E, c’è da esserne certi, proprio quell’infinita teoria di abbracci, sorrisi, sguardi, sarà l’immagine che maggiormente resterà scolpita nella mente di chi c’era. Forse anche di più, perché meno attesa, dell’umiltà con cui il Pontefice si è inginocchiato a lavare e baciare i piedi del giovane siriano Mohamed, della ventiseienne eritrea Luchia, del pachistano Khurram, del maliano Sira.
Piedi piagati dalla fatica di chi fugge, bruciati dal sole del deserto mentre si cerca un’oasi di salvezza, affondati nell’acqua e nella sabbia quando si tenta di salire su una barca di fortuna. Piedi di dodici, come gli Apostoli, uomini e donne dalle storie e dalle origini diversissime, eppure riuniti dal comune desiderio di felicità, membri della stessa famiglia umana. La lavanda dei piedi, i saluti 'personalizzati' al termine della Messa sono i segni con cui il Papa ha completato e spiegato i contenuti della sua breve omelia. Perché i gesti – ha detto il Papa – parlano anche più delle immagini e delle parole. Come i recenti attentati di Bruxelles, opera «di gente che non vuole vivere in pace». E dietro ai quali – ha aggiunto ricordando Giuda che tradisce Gesù per trenta denari – «ci sono i fabbricanti, i trafficanti di armi che vogliono il sangue, non la pace, che vogliono la guerra, non la fratellanza». E invece la via per vincere come uomini, come persone, come figli di Dio sta proprio lì. Nell’umiltà di Gesù che lava i piedi agli Apostoli, che non ha paura di chinarsi sui più piccoli. La risposta per far uscire dalla crisi l’Occidente e soprattutto un’Europa messa sotto scacco dal terrore, impaurita e prima ancora svuotata di valori, sta proprio nello stare insieme, «diverse religioni e diverse culture» da «figli dello stesso Padre». Si trova in quella parola, 'fratellanza', che significa essere differenti, eppure sentirsi uniti, cresciuti alla stessa scuola di umanità e pace. «Ognuno di noi – continua Francesco – ha una storia addosso ma anche un cuore aperto che vuole la fratellanza». Un concetto che torna spesso nell’insegnamento del Papa. Risuonato con gravità e forza nel viaggio a Sarajevo, perché espulso dal vocabolario durante la guerra dei Balcani. Uno stile di vita che impedisce di essere ostaggio di guerre e divisioni. La storia – ha ricordato il 18 febbraio 2015 – dimostra «a sufficienza che la libertà e la uguaglianza» senza la «fratellanza», sfociano facilmente in «conformismo, individualismo», ma anche «in odio e violenza».
Un richiamo che nel centro che accoglie rifugiati da 26 Paesi, diventa invito a pregare, cristiani cattolici, ortodossi ed evangelici, musulmani, indù, «ognuno, nella sua lingua religiosa» perché «la fratellanza contagi il mondo» perché domini la bontà. Che è un modo d’essere, un collante per tenere insieme le famiglie, uno stile di vita che si alimenta di gesti e parole. Il filo sottile che lega la mente e il cuore. Uniti nel no alla violenza, nel desiderio di pace, nella costruzione della vera fratellanza. (Riccardo Maccioni – Avvenire)
 

Papa: Giovedì tra i profughi

Roma – Il primo gesto di papa Francesco al Cara di Castelnuovo di Porto, che ospita oltre 800 richiedenti asilo e rifugiati, è stato quello di firmare un poster, affisso accanto all'ingresso per dargli il benvenuto...

Chiudere le porte ai trafficanti d’armi

Roma - "Il gesto eucaristico del pontefice – commenta mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes - di lavare i piedi a 12 richiedenti asilo provenienti da alcune delle 25 nazionalità degli ospiti certamente sottolinea nuovamente, quasi in un itinerario di continui gesti e incontri a partire da Lampedusa nell'estate 2013, la scelta preferenziale dei poveri nella Chiesa oggi”...

Papa: una lettera di un giovane del Cara

Roma – “Volevo dire al Papa che i musulmani non sono terroristi. Sono dispiaciuto per quello che è successo in Francia e in Belgio”. Lo scrive in una lettera, resa nota da Tv2000, Kamasso Guiro, un ragazzo senegalese musulmano di 30 anni ospite del Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo di Castelnuovo di Porto...

Giovedì santo tra i profughi

Città del Vaticano - Non passa giorno che Papa Francesco con la sua parola non provochi a prendere in considerazione l’urgenza umanitaria che scorre sotto i nostri occhi distratti. Milioni di profughi stanno mostrando al mondo i tratti reali di un nuovo esodo che sposta masse di derelitti senza più casa né patria. Fuggono a malincuore sotto la pressione della violenza gratuita, della guerra inutile e dei morsi della fame, verso mete che spesso sono il frutto dell’immaginazione più che della realtà.
Eppure, soprattutto i Paesi ricchi dell’Occidente permangono con la loro carica di pressapochismo, indifferenti davanti a un dramma che sconvolge per la durata e per il numero delle persone coinvolte. Basterebbe un colpo di reni della politica per affrontare con coraggio e disamina queste situazioni, ma si preferisce far passare il tempo incuranti della sofferenza. Al massimo, si deliberano stanziamenti di denaro per mettere a riposo la coscienza. Da ultimo, sembra che la soluzione più a portata di mano sia quella di chiudere i propri confini per sentirsi più sicuri, oppure costruire nuovi muri spinati. Soluzioni che appaiono tanto più anacronistiche quanto più ci si vanta di aver raggiunto progresso e maturità democratica.
Nel suo appello lo scorso 6 settembre, proprio in prossimità del giubileo della misericordia, il Papa durante l’Angelus domenicale aveva chiesto che dinanzi a questa tragedia ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario d’Europa potesse ospitare una famiglia, incominciando dalla sua diocesi di Roma. Un piccolo gesto concreto per provocare alla consapevolezza del dramma internazionale. Si è messo in moto un movimento che ha portato a esprimere nel silenzio tanta solidarietà.
Passa il tempo e la provocazione iniziale, purtroppo, sembra attenuarsi mentre i problemi permangono e si acuiscono. I primi mesi dell’anno santo della misericordia hanno registrato un notevole afflusso di popolo in tutto il mondo, segno evidente che i cristiani sentono questo momento come un’opportunità offerta loro per sentire la vicinanza, la tenerezza e il perdono di Dio. La misericordia però per essere un’esperienza completa ha bisogno di convertire il cuore. Mentre si riceve misericordia si diventa strumenti per esprimere misericordia.
Tra le sette opere di misericordia corporale permane con la sua attuale provocazione quella dell’ospitalità. Accogliere i profughi quindi diventa per i cristiani un’espressione tangibile per vivere il giubileo della misericordia.
In questo anno, Papa Francesco è solito un venerdì al mese dare testimonianza concreta di queste opere. Nel mese di dicembre ha aperto la porta santa nell’ostello Don Luigi di Liegro, che ospita i senza tetto e distribuisce quotidianamente i pasti. A gennaio, si è fatto vicino a tanti anziani e ad alcuni malati in stato vegetativo, per far comprendere che la “cultura dello scarto” ha poco da spartire con la visione cristiana della vita. A febbraio ha visitato una comunità terapeutica per giovani tossicodipendenti, per infondere in ciascuno di loro una forte dose di speranza nel futuro.
Il prossimo Giovedì santo, Papa Francesco si recherà a Castelnuovo di Porto per rimanere con i giovani profughi ospiti del Centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara). Sarà un segno semplice ma eloquente. La visita sarà accompagnata dalla celebrazione del rito della lavanda dei piedi. Su dodici profughi il Papa si inchinerà e laverà loro i piedi come segno di servizio e attenzione alla loro condizione.
Nell’udienza giubilare di sabato scorso, Papa Francesco proprio commentando il gesto della lavanda dei piedi ha detto: «Lavando i piedi agli apostoli, Gesù ha voluto rivelare il modo di agire di Dio nei nostri confronti, e dare l’esempio del suo “comandamento nuovo” di amarci come lui ci ha amato, cioè dando la vita per noi». E per entrare ancora più nello specifico ha aggiunto: «L’amore è il servizio concreto che rendiamo gli uni agli altri. L’amore non sono parole, sono opere e servizio; un servizio umile, fatto nel silenzio e nel nascondimento... si esprime nella condivisione dei beni materiali perché nessuno sia nel bisogno... è uno stile di vita che Dio suggerisce anche a molti non cristiani come via di autentica umanità».
Alla luce di queste considerazioni si possono comprendere il valore simbolico che Papa Francesco intende imprimere nella sua visita al Cara di Castelnuovo di Porto e il suo abbassarsi per lavare i piedi dei profughi. Vuole dirci che è necessaria la debita attenzione verso i più deboli di questo momento storico; che siamo chiamati tutti a restituire loro dignità senza ricorrere a sotterfugi. Ci spinge a guardare verso Pasqua con gli occhi di chi fa della sua fede una vita vissuta a servizio di quanti portano impresso nel proprio volto i segni della sofferenza e della violenza.
Molti di questi giovani non sono cattolici. Il segno di Papa Francesco pertanto diventa ancora più eloquente. Indica la via del rispetto come strada maestra per la pace. Rispetto, nel suo valore semantico, significa accorgersi che c’è un’altra persona accanto a me. Una persona che cammina con me, soffre con me, gioisce con me. Una persona a cui, un giorno, potrò appoggiarmi per trovare sostegno. Lavando i piedi ai profughi, Papa Francesco chiede rispetto per ognuno di loro.
(mons. di Rino Fisichella – Osservatore Romano)
 
 

Belluno: L’ABM ricorda le vittime di Terragona

Belluno - Come “segno di vicinanza” ai famigliari delle vittime di Terragona, questa sera” “accenderemo un lumino davanti al monumento agli emigranti presente presso la sede dell'Associazione Bellunesi nel Mondo in via Cavour 3 a Belluno”. E’ quanto si legge in una nota dell’Associazione Bellunesi nel Mondo: “un modo semplice, ma sincero per ricordare una generazione di emigranti ‘speciale’. la generazione Erasmus”.
 

Papa Francesco condanna i “crudeli abomini” che causano morte ed orrore

Città del Vaticano - “Con cuore addolorato ho seguito le tristi notizie degli attentati terroristici avvenuti ieri a Bruxelles, che hanno causato numerose vittime e feriti. Assicuro la mia preghiera e la mia vicinanza alla cara popolazione belga, a tutti i familiari delle vittime e a tutti i feriti”. Lo ha detto questa mattina Papa Francesco al termine dell’Udienza Generale rivolgendo “nuovamente un appello a tutte le persone di buona volontà per unirsi nell’unanime condanna di questi crudeli abomini che stanno causando solo morte, terrore o orrore”.
Il pontefice ha chiesto a di “perseverare nella preghiera e nel chiedere al Signore, in questa Settimana Santa, di confortare i cuori afflitti e di convertire i cuori di queste persone accecate dal fondamentalismo crudele, per l’intercessione della Vergine Maria”. Ha quindi invitato a recitare la preghiera dell’ Ave o Maria pregando per i morti, per i feriti, per i familiari e per tutto il popolo belga. (Raffaele Iaria)
 

Migrantes: la morte delle 7 studentesse italiane, una opportunità trasformata in tragedia

Roma - “La mobilità studentesca è uno dei  frutti più importanti e tra le migliori opportunità che l’Europa ha regalato a oltre 350.000 nostri giovani che, purtroppo, si è trasformata  in questa occasione in una tragedia”. E’ questo il commento del direttore  generale della Fondazione Migrantes, Mons. Gian Carlo Perego, alla tragedia delle 7 studentesse Erasmus, morte in un incidente in prossimità  della località di Freginals (Spagna). “Non solo la comunità dei 9.000 studenti universitari italiani in Spagna – la prima meta scelta da studenti Erasmus – ma tutta la comunità dei 137.000 cittadini italiani residenti in Spagna  - dati del Rapporto Italiani nel mondo 2015 della Migrantes -  in queste ore si è stretta attorno  ai familiari delle 13 studentesse vittime del tragico incidente , di cui 7 di nazionalità italiana”, conclude il direttore della Fondazione Migrantes. Dopo la visita del  Vescovo diocesano, S.E. Mons. Enrique Benavent Vidal, accompagnato dal parroco,  ieri don Luigi Usubelli,  il sacerdote incaricato da Migrantes per la cura pastorale della comunità italiana di Barcellona, ha incontrato le famiglie  delle vittime, offrendo un appoggio spirituale. “A Barcellona sono già iniziate le vacanze pasquali”, ricorda don Lugi Usubelli, sacerdote bergamasco: “per questo motivo molti italiani sono già rientrati per raggiungere i loro cari. Molti di loro hanno appreso la notizia direttamente in Italia. Per coloro che sono rimasti a Barcellona è  stata una terribile giornata man mano che arrivavano le notizie”. “Unendoci al lutto cittadino, proclamato per due giorni, pregheremo con intensità nelle celebrazioni della Settimana Santa. C’e’ molto smarrimento e senso d’impotenza soprattutto tra i molti giovani che per motivi di studio o lavoro hanno scelto Barcellona come luogo dove dare un futuro ai propri sogni: così come le sette ragazze  italiane, ricercatrici appassionate il cui sogno si è infranto in una notte”, continua don Usubelli. “La tragedia è grande, lo sconforto è molto soprattutto tra le famiglie che avevano una sola figlia. Tutte  le ragazze erano brillanti nei diversi campi di ricerca ed alcune erano anche molto religiose e impegnate in attività di solidarietà”, conclude il sacerdote. (Raffaele Iaria)
 
 

Le vere vittime dell’immigrazione

Atene -  -Bambini che muoiono nei naufragi dei barconi o che vengono strappati alle loro famiglie e abbandonati in un campo profughi. Bambini malati senza la possibilità d’essere curati. Le vittime dell’emergenza immigrazione, uno dei peggiori drammi del secondo dopoguerra in Europa, sono soprattutto loro.
Tra le mille storie di questi piccoli c’è anche quella di Rami, un bambino siriano malato di cancro che rischia di morire se i suoi fratelli non riusciranno a raggiungerlo al più presto in Germania, dove è ricoverato, per donargli il loro midollo osseo. Undici anni, capelli ricci e occhi scuri, Rami soffre di una forma aggressiva di linfoma di Hodgkin. I suoi due fratelli e la sorella sono gli unici compatibili per il trapianto, ma al momento sono bloccati con la madre nell’inferno del campo profughi di Idomeni, al confine tra la Grecia e la ex Repubblica jugoslava di Macedonia. A rendere nota la storia di Rami è stato il quotidiano britannico «The Independent» che ha lanciato un appello insieme a diverse organizzazioni non governative.
Rami è malato da cinque anni, proprio quando è iniziata la guerra in Siria. E mentre lui era ricoverato in ospedale a Damasco, la famiglia è stata costretta a lasciare la loro casa, nel quartiere di Tamadon, e a cominciare il cammino vissuto da migliaia e migliaia di profughi siriani in questi anni. Per nove mesi hanno vagato tra la Siria e il Libano. Un lungo periodo durante il quale il piccolo non ha potuto sottoporsi alla chemioterapia. Quando poi sono riusciti ad arrivare in Turchia, Rami è stato ricoverato in ospedale. Dopo tre mesi un medico, a sue spese, è riuscito a farlo portare nell’ospedale di Monaco insieme con il padre. Ma la madre e i suoi fratelli, gli unici che possono donargli il midollo che gli salverebbe la vita, sono rimasti bloccati nel pantano di Idomeni. Pochi giorni fa la madre ha fatto richiesta di asilo in Germania. L’avvocato del Consiglio greco per i rifugiati è ottimista: la domanda potrebbe essere completata in pochi giorni.
La storia di Rami dimostra, ancora una volta, la gravità dell’emergenza immigrazione in Europa. Dopo l’alzata di scudi di Croazia, Serbia, Albania, Ungheria e Austria per bloccare la rotta dei Balcani, nessuno può più passare il confine. E paradossalmente ora l’accordo Ue-Turchia rischia addirittura di complicare la situazione, rallentando le procedure burocratiche. A confermarlo è un’analisi dell’European Policy Centre (Epc), uno dei principali think tank attivi a Bruxelles, che monitora l’attività della Commissione e dei diversi organi dell’Unione.
L’analisi è stata resa pubblica ieri, e si concentra in particolare sul meccanismo, cuore dell’accordo tra Bruxelles e Ankara, dell’“uno a uno”, la misura per cui l’Ue è pronta ad accogliere un rifugiato siriano regolarmente registrato nei campi profughi turchi in cambio di ciascun migrante irregolarmente giunto in Europa di cui il Governo del presidente Recep Tayyip Erdoğan si farà carico.
Ora, dicono i ricercatori dell’Epc, se questo sistema dovesse entrare in funzione, ebbene ciò «aumenterà la spinta dei contrabbandieri a cercare percorsi alternativi per l’Europa». C’è una «forte probabilità» che «il ritorno dei migranti irregolari verso la Turchia e l’attuazione dello schema “uno a uno” motiverà i migranti e trafficanti ad utilizzare altre vie possibili» scrive il think tank. Esistono infatti almeno tre esempi di rotte possibili alternative a quelle attuali: la rotta verso la Bulgaria attraverso il mar Nero, quelle Libia-Italia e Albania-Italia, e quella Marocco-Spagna. Nella migliore delle ipotesi, dunque, l’accordo rischia di «ritorcersi contro gli europei, che si troverebbero a dover pagare il funzionamento di uno schema di per sé insufficiente». Bulgaria, Italia e Spagna hanno già espresso chiaramente le proprie preoccupazioni.
Inoltre, l’Epc punta il dito contro la volontarietà del sistema, che «costituisce uno dei motivi di preoccupazione». In effetti, anche se gli Stati Ue dovessero partecipare al meccanismo su base volontaria — come previsto dagli accordi con Ankara — «non è affatto chiaro quanti siriani i singoli Paesi saranno disposti ad accogliere»; il rischio è che «il contributo di alcuni membri dell’Ue sia puramente simbolico». Senza contare che le 72.000 persone poste come tetto massimo allo schema di riammissione in Turchia rappresentano una quota insufficiente. E questo anche se la Commissione Ue ha assicurato che, quando ci si avvicinerà al numero limite, il programma verrà esteso.
La triste conferma della diagnosi dell’Epc è giunta proprio ieri. Le autorità austriache hanno comunicato che esiste «il potenziale pericolo» dell’arrivo in Europa centrale, e specialmente in Bulgaria, di oltre un milione di migranti e rifugiati. Il blocco della rotta dei Balcani impone questa deviazione. «Si osserva un’intensificazione dell’attività dei trafficanti di persone che stanno creando nuovi corridoi verso la Bulgaria per la migrazione di massa» riferisce l’agenzia Bgnes citando il ministro degli Esteri austriaco, Johanna Mikl-Leitner. Per Vienna «è necessario» bloccare anche la rotta che passa per i Balcani orientali puntando appunto sulla Bulgaria. (Osservatore Romano)