Primo Piano

Rom e sinti: Migrantes pubblica “Io sono Rom del mio Kosovo”

 
Roma – In occasione della Giornata Internazionale dei Rom e Sinti, che si celebra domani, la Fondazione Migrantes, nella collana “Testimonianze e esperienze delle Migrazioni” pubblica, con l’Editrice Tau, il volume “Io sono rom del mio Kosovo”, del poeta Agim Saiti. Si tratta di una raccolta di poesie  che segue e completa la prima, uscita per la stessa Collana nel 2014 dal titolo Un Mio ricordo. Un poeta Rom dal Kosovo.
Diciotto componimenti tradotti in quattro lingue – italiano, romanès, serbo, albanese – con i quali, si legge nell’Introduzione, “Il destino dell’autore, maestro, musicista, redattore radiofonico in lingua romanès nella Repubblica Socialista di Jugoslavia, profugo di guerra, rifugiato, sembra esplicitarsi nella forza e nella libertà della parola poetica”. Una parola comunicata usando lingue diverse, segno forte della ricchezza identitaria di chi scrive e del complesso cammino migratorio realizzato. “Il bello e il brutto, il positivo e il negativo, la gioia e il dolore, la speranza e la paura si alternano e coesistono – si legge nella Prefazione – in un cammino esistenziale che è intriso profondamente di cammini molteplici che avvengono in tempi e spazi diversi”.
Agim Saiti vive in Italia ma è nato a Pec´, in Kosovo, il 14 maggio 1955. Fondatore della trasmissione radiofonica “Krlo e Rromengo” (la voce dei rom), a Pec´ nel 1990. Ha ideato un programma in lingua romanes, di cui è stato redattore, giornalista e collaboratore musicale fino al 1999. Ha partecipato, in qualità di esperto della lingua romanès, a molti eventi culturali e a vari seminari di lingua in Italia e all’estero
 

Toronto: parte “Sportello Italia”

Toronto - Il Comites di Toronto si è reso promotore di una iniziativa, lo Sportello Italia, che avrà il suo  battesimo al Columbus Centre questo pomeriggio. “La nostra volontà – spiega Emilio Battaglia – è quella di creare un coordinamento specifico tra le varie realtà della nostra città, da quelle istituzionali come lo stesso ufficio emigrazione canadese, fino ai patronati e a tutti coloro che operano nel campo dell`emigrazione e non solo, in modo da aiutare chi arriva dall'Italia ad orientarsi a volte nei  gineprai burocratici”.
 

UE: nel 2015 record di irregolari

Bruxelles - Il 2015 è stato un anno record per il numero di attraversamenti irregolari dei confini esterni dell’Ue: ben 1,82 milioni. Il dato è stato diffuso ieri da Frontex, l’agenzia delle frontiere esterne Ue, che ha pubblicato la «Risk Analysis» per il 2016, nel giorno in cui la Commissione Europea ha ufficializzato le sue idee per una riforma del sistema di asilo. Frontex ha inoltre segnalato un altro record, quello delle richieste di asilo: 1,35 milioni, sempre nel 2015, oltre il doppio del 2014. Cifre che segnalano le dimensioni del fenomeno migratorio verso l’Europa, non senza, peraltro, rischi: Frontex avverte che gli attacchi di Parigi del 13 novembre 2015 «hanno chiaramente dimostrato che i flussi di migranti irregolari possono essere utilizzati dai terroristi per entrare nella Ue», visto che due dei kamikaze «erano in precedenza entrati nell’Ue attraverso Leros presentando alle autorità greche falsi documenti siriani». Non certo un motivo per mostrare ostilità nei confronti di chi cerca rifugio, ma la messa in guarda che «in mancanza di controlli accurati e sanzioni per coloro che dichiarano il falso c’è il rischio che alcune persone che rappresentano una minaccia per la sicurezza dell’Ue ne approfittino».
Il tutto mentre l’Italia torna al centro dell’attenzione ed è messa duramente in guardia dal ministro dell’Interno tedesco Thomas De Maizière, in un’intervista alla televisione pubblica austriaca Orf. «Spero che ripristinare i controlli al Brennero non sia necessario - ha detto – ma questo presuppone che i flussi che arrivano verso l’Italia non siano troppo cospicui, che l’Italia faccia il suo dovere». Perché Roma «non può dare per scontato che il Brennero resterà sempre aperto, e non può pensare di fare come in passato, quanto semplicemente ha fatto andare i migranti verso nord». Parole che sembrano dare man forte al piano austriaco di mandare persino i soldati al cruciale valico con l’Italia. Il ministro ha invece prospettato la cessazione dei controlli con l’Austria dal 12 maggio se i flussi non torneranno a crescere.
Tensioni provocate dalla crisi migratoria che sono anche la base per le proposte di cui ha già scritto "Avvenire" e che ieri la Commissione ha ufficializzato in una comunicazione che discuterà con gli stati membri, in attesa di una proposta legislativa formale che, ha detto il primo vice presidente Frans Timmermans, arriverà «prima dell’estate».
«Il sistema di Dublino – ha tagliato corto – non funziona, dando un carico eccessivo a soli pochi stati membri». La Commissione, lo ricordiamo, propone anzitutto due opzioni per la "correzione" dell’eccesso di oneri. La prima, più, prudente, mantiene in sostanza Dublino inalterata, con però un «meccanismo di equità» in caso di emergenza, con quote di richiedenti asilo assegnate in base a dimensioni, pil, capacità di accoglienza. La secondo opzione prevede un meccanismo permanente e automatico, che assegna su base regolare, sempre sulla base dei criteri già indicati, quote di richiedenti asilo che interesseranno quanti chiedono asilo sul suolo Ue. La Commissione vuole inoltre una maggiore armonizzazione a livello Ue delle politiche nazionali di asilo, un rafforzamento cospicuo dell’Ufficio europeo per l’asilo (Easo), con l’ipotesi a lungo termine di poterne fare una vera e propria agenzia per la gestione centralizzata a livello Ue dell’asilo.
Al tempo stesso, la Commissione vuole evitare i movimenti secondari di migranti che abbiamo ricevuto asilo in uno stato membro e vogliano spostarsi in un altro, incrementando le sanzioni e vincolando tutte le prestazioni sociali e abitative allo stato in cui hanno ottenuto asilo. L’altro volet della comunicazione riguarda però la possibilità di migrazione legale nell’Ue, migrazione di cui, dice la Commissione, l’Europa ha bisogno. Così Bruxelles propone di migliorare l’attuale sistema di "Blue Card" (l’accesso agevolato di migranti ad alta qualifica), riducendo limitazioni e condizioni, modi per attrarre imprenditori innovativi da paesi terzi, e per mettere meglio in contatto imprese e lavoratori di paesi terzi, il tutto con un rafforzamento della cooperazione con i paesi in via di sviluppo. In un testo separato, infine, la Commissione ha presentato una proposta per «frontiere intelligenti», rendendo elettronico il sistema di ingresso e usciti di cittadini terzi nell’Ue, riducendo
il peso burocratico per il personale di frontiera e migliorando i controlli su chi non rispetta le scadenze del visto per ripartire. Un modo per identificare una grossa fetta di immigrazione irregolare. (Giovanni Maria Del Re – Avvenire)
 

Italiani all’Estero: il Cgie ricorda il terremoto de l’Aquila

Roma -  E’ ancora vivo nella nostra memoria il tragico terremoto che sette anni fa scosse l’Aquila e diversi comuni dell’Abruzzo. E’ “triste notare che a sette anni di distanza, spente le luci della ribalta sotto le quali si susseguirono i grandi personaggi dei paesi più ricchi della terra, la ricostruzione continui a procedere con profondo affanno e numerosi cittadini siano costretti a convivere con i disagi causati dalla catastrofe. E’ auspicabile che le istituzioni si prendano cura di questo territorio e della sua gente rispettando i provvedimenti e le leggi approvate per risanare in tempi certi quanto ha distrutto il terremoto”. A scriverlo in una nota è il neo segretario generale del Cgie (Consiglio Generale degli Italiani all’Estero) in una nota ricordando quel sisma che causò oltre 300 morti.
Nella nota il Cgie ricorda la risposta “appassionata” del mondo associativo italiano all’estero che, assieme alla protezione civile ed alle organizzazioni di volontari, si “adoperarono per portare i primi soccorsi. In questa giornata commemorativa - scrive Schiavone - il consiglio generale degli italiani all’estero esprime all’intera comunità abruzzese i più sentiti sentimenti di solidarietà e di vicinanza affinché possa ritornare a vivere in piena normalità per costruirsi un futuro prospero e duraturo”.
 

Australia: 200mila i residenti nati in Italia

Canberra - Circa 200mila residenti australiani sono nati in Italia. Il dato è stato diffuso dall’Australian Bureau of Statistics e rilanciati da Sbs – Special Broadcasting Service che attraverso radio, tv e portale online informa in molteplici lingue le varie anime della popolazione australiana.
I residenti australiani nati in Italia sono esattamente 198.200 pari allo 0,8% della popolazione totale Secondo i dati forniti il numero degli australiani nati all’estero ha raggiunto il livello più alto da oltre un secolo. Infatti il 28% dei residenti in Australia sono nati in un altro Paese.
Nella classifica generale il Bel Paese si trova al settimo posto (dopo UK, Nuova Zelanda, Cina, India, Filippine e Vietnam).
 

Migrantes: il rispetto, la prima condizione per costruire inclusione e partecipazione del popolo rom

Roma - “Vorrei che anche per il vostro popolo si desse inizio a una nuova storia, a una rinnovata storia. Che si volti pagina! E’ arrivato il tempo di sradicare pregiudizi secolari, preconcetti e reciproche diffidenze che spesso sono alla base della discriminazione, del razzismo, della xenofobia. Nessuno si deve  sentire isolato, nessuno è autorizzato a calpestare la dignità e i diritti degli altri”. Sono le parole che il 26  ottobre scorso papa Francesco pronunciava davanti a oltre 7.000 Rom giunti a Roma per ricordare il cinquantesimo anniversario dello storico incontro di Paolo VI con i Rom, a Pomezia, il 26 settembre del 1965. Un appello, quello di Papa Francesco, di “grande attualità” nella Giornata internazionale dei Rom e dei Sinti che celebriamo quest’anno, ricorda Mons. Gian Carlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes: “purtroppo in questi mesi seguenti all’appello del Papa abbiamo assistito ancora a troppa retorica politica  e comunicativa razzista, xenofoba e antiziganista,  con azioni conseguenti che portano a creare conflittualità e reazioni sociali, annullando gli aspetti positivi di percorsi di inclusione e partecipazione sociale. Manca troppo spesso il rispetto per il popolo rom, che vive nelle nostre periferie”.
“La Giornata internazionale dei Rom e dei Sinti – ricorda Mons. Perego -  ogni anno ci porta a non dimenticare chi tra noi vive troppe discriminazioni, una minoranza non riconosciuta, quale è il popolo rom. E’ una giornata per conoscere la storia, la cultura, l’arte e la religiosità di questo popolo in Italia e in Europa, creando nelle nostre città occasioni di incontro che aiutino a costruire rispetto e nuovi cammini insieme”. (R.I.)
 

MCI Germania: alcuni Pellegrinaggi a Roma

Francoforte – La Missione Cattolica Italiana  di Monaco di Baviera organizza un pellegrinaggio a Roma da martedì 7 a venerdì 10 giugno 2016,  mentre la Missione di Colonia sarà a Roma dal 15 al 19 ottobre 2016. La MCI di Fulda organizza il pellegrinaggio a Roma dal 4 al 7 novembre 2016. Per informazioni telefonare alle MCI.
 

Polonia: conferenza cattolici-ebrei sulle migrazioni

Varsavia -  “L’approccio biblico nei confronti dei profughi sembra essere più ‘elastico’ della legge positiva di oggi”: è quanto ha osservato monsignor Stanislaw Gadecki, presidente dei vescovi polacchi, inaugurando ieri a Varsavia la conferenza dedicata al fenomeno delle migrazioni e organizzata dal Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani insieme alla Commissione per le relazioni religiose con gli ebrei, e dal Comitato ebraico internazionale per le consultazioni interreligiose. “‘Diverso’ nella tradizione ebraica e cattolica: i profughi nel mondo d’oggi” è il titolo dell’incontro il cui obiettivo, come ha affermato il cardinale Kurt Koch, è “di rafforzare i vincolo d’amicizia tra ebrei e cattolici”. Nel corso della conferenza, riferisce oggi l’agenzia SIR - l’ambasciatore dello Stato d’Israele in Polonia, Anna Azari, ha sottolineato che “le relazioni con la Chiesa cattolica polacca sono una grande festa”, aggiungendo che gli ebrei “hanno molti amici tra i cattolici in Polonia”. Anche il rabbino capo di Polonia, Michael Schudrich, ha rilevato l’importanza dei legami tra ebrei e cattolici polacchi evidenziando che nell’ambito delle relazioni interreligiose “i sacerdoti e i cattolici polacchi possono essere d’esempio per il mondo”. Al termine della conferenza, giovedì 7 aprile, è prevista la pubblicazione di un comunicato congiunto.
 

Papa Francesco vuole visitare i profughi a Lesbo

Città del Vaticano - Non c’è ancora nulla di ufficiale ma si fanno sempre più insistenti le voci di un viaggio di Papa Francesco sull’isola greca di Lesbo per portare la sua vicinanza e il suo sostegno ai profughi e ai migranti. Il Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi, non ha smentito le voci: “è un argomento di cui si sta parlando, ci sono contatti in corso” precisando che “non ci sono decisioni prese, date fissate né programmi definiti”. Ad invitare il Papa sono stati i patriarchi delle Chiese ortodosse, tra cui il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I e l’Arcivescovo ortodosso di Atene e di tutta la Grecia. Papa Francesco è molto attento al dramma dei profughi come ha dimostrato sin dal suo primo viaggio  da pontefice proprio a Lampedusa l’8 luglio del 2013. Lo scorso 17 marzo durante il suo viaggio in Messico ha voluto celebrare messa a Ciudad Juarez, al confine tra Messico e Stati Uniti. Giovedì Santo ha scelto il Cara di Castelnuovo di Porto per la celebrazione della Lavanda dei piedi a 12 profughi ospiti del Centro a pochi chilometri da Roma. A ricevere il Papa, oltre all’arcivescovo di Atene Ieronimos II e al Patriarca ecumenico Bartolomeo, dovrebbero esserci il presidente greco Prokopis Pavlopoulos e il premier Alexis Tsipras. Ieri l' analista del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, Nikos Tzoitis, in una intervista a Tv2000, ha dichiarato: “Al momento non c' è un programma ufficiale, ma sicuramente ci sarà la visita al campo profughi di Lesbo, seguita da una preghiera e una dichiarazione congiunta per dare una risposta comune al fenomeno migratorio. La visita durerà una giornata”. L' iniziativa - ha aggiunto - è partita da tutti: dal Papa che ha “espresso una precisa volontà, dal capo della Chiesa Grecoortodossa di Atene e con la benedizione del Patriarca ecumenico di Costantinopoli”. (Raffaele Iaria)
 

Messico: un premio a “Las Patronas”

Veracruz - Lo storico Jean Meyer Barth, il Vescovo Raul Vera Lopez e “Las Patronas”, un gruppo di donne che offrono viveri e assistenza ai migranti che attraversano il centro di Veracruz, riceveranno la Medaglia al Merito della Universidad Veracruzana (UV), come evento centrale della Fiera Internazionale del Libro Universitario (FILU) 2016, che si svolgerà dal 22 aprile al primo maggio. Lo riferisce oggi l’agenzia Fides. Jean Meyer, storico, è professore emerito presso il Centro per la ricerca e l'insegnamento economico (CIDE), nonché fondatore e membro della Facoltà di storia. Mons. José Raul Vera López, OP. è il Vescovo della diocesi di Saltillo, Coahuila (Messico) dal 30 dicembre 1999. In precedenza, come Vescovo coadiutore di San Cristobal de las Casas, in Chiapas, ha partecipato -insieme al Vescovo Samuel Ruiz Garcia nel processo di pace dopo la rivolta zapatista.
Nel suo lavoro pastorale – scrive l’agenzia -  si sottolinea la difesa per i diritti umani, il sostegno al miglioramento del lavoro dei minatori, l’aiuto ai migranti attraverso il progetto “Frontera con Justicia” e la creazione del Centro Diocesano per i diritti umani “Fray Juan de Larios".
Las Patronas sono un gruppo di donne volontarie della comunità La Patrona, comune di Amatlán de los Reyes. Dal 1995 offrono cibo ed assistenza ai migranti sulla loro strada attraverso lo stato, soprattutto quelli che passano sul treno conosciuto come “La Bestia”. Per questo lavoro disinteressato, è stato loro assegnato il Premio Nazionale per i Diritti Umani 2013, oltre ad essere nominate al Premio Principessa delle Asturie per la Concordia.
 

Rom e Sinti: in Ungheria l’incontro annuale del CCIT

Roma -  “Ad un bivio: l’Europa, le chiese, le culture di fronte alla misericordia”. Questo il tema dell’Incontro del Comité Catholique International pour les Tsiganes (CCIT) che si svolgerà – dall’8 all’11 aprile, ad Esztergom, in Ungheria. L’incontro coinvolgerà circa 150 persone tra direttori nazionali (per l'Italia il direttore dell'Ufficio Migrantes del Lazio e della diocesi di Roma, mons. Pierpaolo Felicolo mentre per il Pontificio Consiglio della Pastorale dei Migranti ed Itineranti sr, Alessandra Pander) per la pastorale dei rom e sinti, operatori pastorali, sacerdoti, religiosi e laici offrendo momenti di scambio e di riflessione, per rafforzare la collaborazione e il dialogo.
Ai partecipanti il Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti ha inviato un messaggio - a firma del cardinale Antonio Maria Veglio e di padre Gabriele Bentoglio, rispettivamente Presidente e Sottosegretario del dicastero – nel quale si legge che “ovunque si trovano i cristiani, nelle parrocchie, nelle comunità e nelle associazioni, devono sorgere oasi di carità e di amore misericordioso”. In questo modo, l’opera di evangelizzazione dei rom e sinti, e le “attività a loro favore” sono guidate dal motto dell’Anno giubilare: misericordes sicut Pater.
Dopo l’introduzione di p. Claude Dumas l’incontro prevede riflessioni affidate al teologo don Vito Impellizzeri mentre la celebrazione eucaristica che concluderà l’incontro sarà presieduta dal card. Peter Erdo. Il CCIT nasce da incontri informali organizzati a Parigi, in Francia, agli inizi degli anni Settanta, dal sacerdote francese Yoschka Barthélemy e dai coniugi belgi Elisa e Léon Tambour, per rispondere all’esigenza di una riflessione a livello internazionale sulle comunità tzigane e sulla loro condizione umana e spirituale. Sin dalla sua costituzione, il Comitato lavora in collaborazione con la Chiesa e ha legami con il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti e costantemente in contatto con le cappellanie nazionali degli zingari e degli itineranti. Attualmente conta membri effettivi presenti in 14 Paesi d’Europa. (Raffaele Iaria)
 
 

Accogliere fa bene all’Europa: una lettera di 40 comboniani ad Avvenire

Milano - Noi comboniani, comboniane, secolari comboniane e laici comboniani presenti in varie nazioni d' Europa, al termine del simposio a Limone sul Garda (29 marzo- 2 aprile 2016) dedicato al tema: "Migrazione e missione", vogliamo riaffermare la nostra solidarietà al fianco dei nostri fratelli e sorelle che giungono da noi in fuga da guerre, persecuzioni, dittature e crisi ambientali. Intendiamo ribadire che l' accoglienza dello straniero, con forza sottolineata da Papa Francesco “i profughi sono la carne viva di Cristo” – è un’esigenza fondamentale del Vangelo. Desideriamo altresì sottolineare che l’apertura all’altro, nella sua diversità culturale e religiosa, è un' occasione di crescita che arricchisce la nostra identità di esseri umani e cristiani. Siamo preoccupati della crescente penetrazione nella società di pregiudizi e sentimenti islamofobi propagandati da politici e intellettuali che, con grossolane semplificazioni, sembrano non fare distinzione tra islam e terrorismo islamico, insinuando non di rado che la violenza è insita nella stessa religione islamica. Tali pregiudizi e atteggiamenti ostili rafforzano nei nostri fratelli e sorelle musulmane sentimenti di esclusione, con un effetto particolarmente deleterio sui giovani delle seconde generazioni di immigrati che più facilmente rischiano di finire arruolati nelle file del gruppo "Stato islamico". Desideriamo quindi ribadire il nostro impegno a favore del dialogo interreligioso, dell' approfondimento di altre fedi e dell' impegno comune nella costruzione di una società fondata sul rispetto della diversità e della pluralità religiosa. Per noi ci può essere solo una umanità al plurale. Come membri della famiglia comboniana in Europa vogliamo anche esprimere l' inequivocabile condanna del recente accordo tra l' Unione Europea e la Turchia (18 marzo 2016) sulla questione dei migranti. La chiusura delle frontiere attivata da varie nazioni d' Europa per impedire l' ingresso ai profughi e il respingimento dei cosiddetti immigrati irregolari sono una palese violazione di convenzioni internazionali che sanciscono il diritto di asilo. Siamo convinti che la presenza di immigrati nei nostri Paesi è un arricchimento sociale, culturale, religioso e, non ultimo, economico. Mentre l' Europa è impegnata a costruire barriere per bloccare l' esodo dei profughi - esodo determinato soprattutto dalle guerre in Medio Oriente e Libia - troppo poco viene fatto per mettere fine ai conflitti armati che sono alla radice delle migrazioni forzate. Chiediamo pertanto ai nostri governi di interrompere la vendita di armi a nazioni in guerra ed esercitare pressioni affinché le parti in lotta arrivino a negoziare una soluzione pacifica. Come famiglia comboniana confessiamo il nostro silenzio di fronte allo scandalo della corsa al riarmo globale e riconosciamo la nostra complicità con questo sistema economico-finanziario che permette a pochi di avere quasi tutto privando gran parte dell' umanità del necessario e che ha bisogno delle armi e delle guerre per perpetuarsi. Come cristiani, discepoli di Gesù di Nazaret, rinnoviamo l' impegno a costruire un mondo più giusto, vivibile per tutti. (40 membri della Famiglia Comboniana)
 
 

Krefeld: la MCI festeggia il 40° di Fondazione

Krefeld - Domenica 17 aprile la Missione Cattolica Italiana di Krefeld festeggia i 40 anni della sua Fondazione. Il programma prevede una solenne concelebrazione alle ore 11,00 nella Josefshauskapelle (Tannenstr. 138), seguita nel pomeriggio da momenti di incontro e da una tavola rotonda. La Missione Cattolica Italiana di Krefeld  conta circa 5.500 italiani, di cui circa 2.000 nella sola città di Krefeld. Anche se eretta “cum cura animarum” solo nel 1976, già dal 1964 vi lavorava Padre Azzolini.
 

Vittime di naufragio: università italiane collaboreranno al riconoscimento

Roma -  Il Ministro dell’Interno Angelino Alfano, il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Stefania Giannini e il Commissario straordinario del Governo per le persone scomparse, Vittorio Piscitelli, hanno sottoscritto un Protocollo d’intesa per estendere all’intero sistema delle Università italiane la collaborazione istituzionale, già iniziata con le Università degli Studi di Milano, Catania, Messina e Palermo, per il riconoscimento e l’identificazione dei corpi senza identità appartenenti a cittadini stranieri vittime del tragico naufragio del 18 aprile 2015 nel Canale di Sicilia, nel quale hanno perso la vita circa 800 persone. Il recupero del natante dal mare sarà portato a compimento nella prossima primavera a cura della Marina Militare. All’operazione, che si svolgerà presso la base Nato di Melilli (SR), parteciperà anche il Corpo Nazionale dei Vigili del fuoco (per l’estrazione delle salme), oltreché, per gli aspetti di rispettiva competenza, la Questura di Catania, l’Azienda Sanitaria Provinciale, la Croce Rossa Militare. La Prefettura di Siracusa garantirà l’azione di coordinamento sul posto, mentre il Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione curerà gli adempimenti connessi alla sepoltura delle salme.
Le Università italiane, attraverso la Conferenza dei Rettori, prenderanno parte, su base volontaria, alle attività medico-legali per l’identificazione delle vittime. Specifiche professionalità nel campo della medicina legale e della patologia forense, nonché in quello della genetica forense presteranno la propria opera senza gravare sul bilancio dello Stato. Oltre venti atenei hanno già dato la loro adesione.
 

Migrantes: una ricerca sui giovani italiani in Australia

Roma - “Giovani italiani in Australia. Un ‘viaggio’ da temporaneo a permanente”. Questo il titolo di un volume che sarà presentato martedì 19 aprile 2016 a Roma presso l’Auditorium “V. Bachelet” - The Church Palace (Domus Mariae) su iniziativa della Fondazione Migrantes.
Il volume è il frutto di oltre un anno di studio e di analisi: partendo dai dati statistici che illustrano i recenti flussi migratori dall’Italia all’Australia, nell’ultimo decennio, Michele Grigoletti e Silvia Pianelli hanno approfondito la grandezza e la complessità dei fenomeni in atto e, attraverso le storie dei protagonisti, hanno portato alla luce i motivi, i pensieri, i sogni e le paure che caratterizzano i viaggi dall’altra parte del mondo, quando il biglietto è spesso di sola andata. Gli Autori ci portano alla scoperta dei giovani della porta accanto che, dopo aver fatto la valigia, raggiungono l’Australia e ricostruiscono la loro vita senza dimenticare, ogni singolo giorno, gli affetti, i valori e le difficoltà che li hanno portati a essere finalmente orgogliosi di se stessi.
 

Migranti: primi duecento respinti

Milano - Marcia indietro. I primi 202 migranti che speravano di ricostruirsi una nuova vita in Europa sono stati riportati in Turchia. È iniziata così, ieri mattina all' alba, la prima operazione di rinvio, prevista dal controverso accordo siglato lo scorso 18 marzo tra l' Unione europea ed Ankara e fortemente criticato dalle organizzazioni umanitarie. Ma non ci sono solo i rinvii a preoccupare. Le ong non governative puntano il dito contro le procedure previste dall' accordo siglato a Bruxelles. «Il modo in cui si sta implementando l' accordo Ue-Turchia è illegale e inumano» sostiene Save the Children che chiede di sospendere i trasferimenti. La Ong è «sconvolta e profondamente preoccupata» soprattutto per la detenzione dei richiedenti asilo, in particolare per il centro di detenzione di Moria sull' isola greca di Lesbo, dove più di 1.000 bambini, molti in viaggio da soli, sono rinchiusi in seguito all' attuazione delle procedure previste dall' accordo. Anche a Idomeni, dove 12mila profughi sono ancora accampati nel fango, con poco cibo e servizi insufficienti, «almeno 15 bambini» non accompagnati sono attualmente in stato di detenzione presso gli uffici di polizia. Apparentemente in stato di protezione, ma di fatto reclusi in piccoli spazi, dietro le sbarre. Sono sprovvisti di documenti e non possono uscire dai locali sorvegliati. Intanto ieri tra imponenti misure di sicurezza, tre navi passeggeri sono partite dalle isole greche di Lesbo e Chios e sono approdate a metà mattina sulla costa turca di Dikili, in Anatolia con i primi migranti respinti. Fra loro, in maggioranza pachistani e afghani ci sarebbero anche tre bambini senza genitori e 11 donne, di cui una incinta all' ottavo mese. L' avvio dei respingimenti solleva di nuovo proteste e indignazione contro quelle che in molti ormai chiamano 'deportazioni'. «Meglio morire che tornare in Turchia» confessa un siriano. Decine di manifestanti e attivisti dei diritti umani hanno occupato il porto sulla piccola isola greca. Mentre il presidente del Pontificio Consiglio per i migranti, Antonio Maria Vegliò in un' intervista a RadioVaticana, ha ricordato che i migranti e i profughi non sono merce e gli Stati europei non lo debbono mai dimenticare. «Come possono avvenire i ricongiungimenti familiari con questo sistema? Questo fenomeno, questo accordo suscita molte perplessità. - sostiene Vegliò - E questi poveri migranti, profughi non sono mica roba alla posta, sono persone!». Anche il Centro Astalli usa toni duri e chiede lo stop dei rimpatri che sono «violazioni inaccettabili» contro persone «colpevoli di aver tentato di giungere in Europa». Intanto, contrariamente a quanto sperato con l' attuazione dell' accordo, non si fermano gli sbarchi in Grecia. Almeno 330 migranti, partiti dalle coste turche sono sbarcati ieri nelle isole greche. (Daniela Fassina – Avvenire)
 

Messico: neanche i dollari frenano l’esodo invisibile

Oaxaca (Messico) – “Estata mia madre a dirmi: scappa negli Stati Uniti o ammazzeranno anche te, come tuo cugino. Ha tirato fuori del denaro, nascosto sotto una trave di legno, mi ha portato al bus e mi ha salutato con la mano, senza piangere”. Il giorno prima, Josué, 16 anni, si era imbattuto in una cellula della Mara Salvatrucha (Ms), una delle tante gang criminali che controllano buona parte del Centroamerica.
Tornava a casa dalla spiaggia di San Vincente, nel Salvador, dove si era recato a pescare tartarughe. «Mi hanno detto: “Scegli: o sei con noi o sei nostro nemico”. Ho risposto che ci avrei pensato. Non
volevo entrare nella banda, non mi piace uccidere. Ma non volevo nemmeno morire. Per questo sono fuggito», racconta ad Avvenire il ragazzino, mentre tormenta con le mani il cappellino nero.
Di tanto in tanto, guarda di sbieco gli uomini radunati intorno a un improvvisato tavolo da domino. Ha imparato a giocarci nella casa-rifugio “Hermanos en el Camino” di Ixtepec, dove è approdato dopo otto mesi di peregrinazione per il Messico, come migliaia e migliaia di coetanei. «Ho passato il confine dal Guatemala e sono arrivato a Tapachula, per prendere il treno».
Josué è salito sul tetto della Bestia, il convoglio merci impiegato dagli irregolari per raggiungere il Nord, ed è sfuggito alla “migra” – la polizia di frontiera –, due volte, lanciandosi dal treno in movimento. Nel tentativo di aggirare i controlli, ha proseguito dal Chiapas all’Oaxaca a piedi, sulla strada più remota: quella che passa per La Ventosa e la maxi-discarica di Juchitán. Là lo attendevano i criminali. «Mi hanno portato via tutto, anche i pantaloni. Non potevo più proseguire il viaggio».
Ad Alfredo, honduregno di 17 anni, è andata peggio: nel salto da La Bestia per eludere gli agenti ha perso il braccio destro. «E ora come posso andare negli Usa? Che lavoro farei? », dice, livido. L’ondata record di baby irregolari centroamericani alla frontiera statunitense è finita, ufficialmente, da un anno e mezzo. Lo ribadiscono le autorità. E i media hanno smesso di parlarne. In effetti, i minori soli non arrivano più in massa sulle rive del Rio Bravo, che divide Nord e Sud del Continente americano. La “grande fuga” dei ragazzini dalla violenza record del Triangolo Nord – El Salvador, Honduras e Guatemala –, però, non si è fermata. Non potrebbe: le maras hanno intensificato il reclutamento di minori. Questi ultimi hanno tre scelte: accettare, morire o scappare. Decine di migliaia di adolescenti non accompagnati, tra i 12 e i 17 anni, continuano, dunque, ad attraversare il Messico. Come raccontano le case rifugio per migranti.
«L’anno scorso, ne abbiamo accolto almeno 500», afferma fra Tomás González, direttore del centro
“Los 72”, di Tenochique, nel Tabasco, una delle porte d’entrata nel Paese dal Centro America. Anche “Hermanos en el Camino” riporta cifre simili. «Ogni mese, passano più o meno quaranta minori soli», dice il direttore, padre Alejandro Solalinde. Man mano che si sale verso Nord, però, il numero di ragazzini centroamericani cala, mentre, per la prima volta, si notano baby migranti messicani, in fuga dalla narco-violenza di Michoacán e Guerrero. La ragione si chiama “Plan Frontera Sur”. Da quando, il 7 luglio 2014, il presidente messicano Enrique Peña Nieto ha dato via al nuovo pacchetto – grazie a un finanziamento di Washington —, i controlli sugli irregolari si sono moltiplicati.
Nel solo tratto da Tapachula a Ixtepec si incontrano 21 posti di blocco di polizia e militari. «È in corso una vera e propria “caccia” agli irregolari – afferma padre Solalinde –. Questi ultimi sono, dunque, costretti a inoltrarsi nei sentieri meno battuti, dove diventano facile preda della criminalità,
organizzata e comune. Il Plan Frontera ha trasformato il viaggio dei migranti in un incubo».
Il piano, però, ha raggiunto l’obiettivo che Città del Messico –  e Washington – si erano prefisse: intercettare il maggior numero possibile di “indocumentados”, soprattutto minori, riducendo la pressione sul confine Usa. Nel 2015, il Messico ha catturato e rispedito indietro 107.814 centroamericani, oltre 37mila in più rispetto al vicino settentrionale, in media 11 ogni ora. Di questi – sottolinea Unicef – 18.593 erano minori non accompagnati, rimpatriati al ritmo di 51 al giorno: là rischiano la vita, perché le maras condannano i fuggiaschi a morte. In teoria, molti avrebbero avuto diritto all’asilo. Di fatto, però, solo 57 l’hanno ottenuto nel 2015, secondo Human Right Watch. Perché le autorità non danno loro né tempo né modo di chiederlo. Altre volte, gli stessi baby migranti hanno paura di presentare istanza. Perché, anche se venisse accolta, fino a 18 anni verrebbero rinchiusi in luoghi drammaticamente simili alle prigioni. Per sopperire a tale mancanza e
dare una chance ai piccoli centroamericani in fuga, da novembre, l’équipe del rifugio di Ixtepec ha creato “Menores en el Camino”. Situata alla periferia di Oaxaca, la struttura dà vitto, alloggio e, soprattutto, scuola e corsi professionali ai baby migranti in attesa dell’asilo. Carlos, 16enne salvadoregno, ad esempio, sta imparando a fare il panettiere. Brian, honduregno, sfoga nelle lezioni di rap i brutti ricordi delle maras. Mentre Margarita studia inglese nella speranza di diventare segretaria.
Per ora, a “Menores en el Camino” c’è una decina di ragazzini. «Si tratta di un progetto pilota, unico nel Paese. Speriamo di crescere», dice padre Alejandro mentre indica Josué. «Lui è il prossimo della lista», aggiunge. Daniel, invece, è determinato ad andare avanti, per raggiungere la Carolina del Nord. «Per la neve…», afferma. «Ho visto un documentario su Discovery Channel: c’era tanta neve e la gente sorrideva, sotto i fiocchi, con una tazza di caffè caldo. Dove abitavo, a San Pedro Sula, fa sempre caldo e non nevica mai. Ma le persone della tv erano felici, al sicuro. Volevo provare anche io quella sensazione».
Non è una battuta del pluripremiato film “La gabbia dorata”, di Diego Quemada Diez, sul dramma dei baby migranti centroamericani in fuga verso l’El Dorado Usa. È il racconto di questo honduregno di 16 anni, seduto nel cortile della Casa del migrante di Ciudad Juárez, nell’estremo nord del Messico, dove è arrivato sfidando i narcos e i controlli. Eppure, quando Quemada Diez volle inserire un dialogo simile nella pellicola, tanti lo accusarono di eccessiva poesia. «Perché non conoscono i migranti. Ho raccolto le loro storie per sette anni – racconta il regista ad Avvenire –. Sono vere e proprie epopee. E loro, i protagonisti, sono eroi coraggiosi che lottano per la vita, propria e delle loro famiglie. Con una sola arma a disposizione: la poesia». (Lucia Capuzzi - Avvenire)
 

Diplomazia e dintorni: cosa scrivono i diplomatici italiani

Roma - Lo scrivere è un’attività che accompagna il diplomatico lungo tutta la sua carriera. Rapporti, appunti, note, discorsi sono solo alcuni degli scritti che ciascun diplomatico deve necessariamente produrre nei vari uffici e sedi in cui si trova a lavorare. La scrittura è un aspetto tanto rilevante quanto poco noto del lavoro quotidiano dei diplomatici.
La cinquantaseiesima puntata di “Diplomazia e dintorni” in onda su Radio LUISS il 5 aprile alle ore 20, sarà l’occasione per conoscere un po’ più da vicino cosa scrivono i diplomatici e per quali finalità.
Insieme ad Emanuele di Lorenzo e ad Hanna Pappalardo, diplomatici in servizio presso la Segreteria Generale del Ministero degli Esteri, verranno discussi alcuni aspetti relativi allo stile e alle caratteristiche dell’odierna documentazione diplomatica.
 

MCI Germania: cambiamenti alla Missione di Ludwigshafen

Ludwigshafen - Con il compimento dei 70 anni il missionario di Ludwigshafen e vice delegato delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania e Scandinavia,  Mons. Luciano Donatelli, è andato in pensione. Non è più quindi direttamente responsabile degli italiani: la competenza passa al parroco tedesco e ad un nuovo team pastorale. Anche se in pratica continua a svolgere il lavoro pastorale di prima, nella Comunità sono avvenuti rilevanti cambiamenti strutturali, informa una circolare della delegazione delle MCI. La Missione, assieme alla parrocchia St. Dreifaltigkeit con cui da anni collaborava, è stata inserita nella nuova grande parrocchia cittadina Heilige Cäcilia (S. Cecilia), affidata al parroco Udo Stenz, che con un team pastorale dovrà avere cura di tutti i parrocchiani, inclusi i fedeli d’altra nazionalità, quindi anche gli italiani. Resta la segretaria italiana Ramona Brembati-Wille.
 

Madrid: Messa in italiano in suffragio delle studentesse vittime dell’incidente di Terragona

Madrid – Su iniziativa del Com.It.Es di Madrid, in collaborazione con la Schola Cantorum Sancti Pectri Apostoli di Barajas, il prossimo 10 aprile sarà celebrata un messa cantata  in italiano nella chiesa di San Nicola di Bari a Madrid con inizio alle ore 12.00. La S. Messa sarà celebrata in suffragio delle sette studentesse italiane Erasmus morte nell’incidente di Tarragona il 21 marzo 2016.