Zurigo - Una procedura più rapida e una migliore tutela giuridica dei richiedenti asilo: sono questi gli orientamenti della futura politica di accoglienza dei rifugiati in Svizzera. In occasione delle votazioni federali del prossimo 5 giugno, i cittadini di fatto saranno chiamati a pronunciarsi a favore o meno della revisione della legge sull’asilo, proposta lo scorso 25 settembre dal Consiglio federale. Tutti i partiti del Parlamento hanno approvato questa revisione, a eccezione dell’Unione democratica di centro (Udc), che da parte sua ha indetto un referendum contro tale decisione, che sarà pertanto sottoposto a votazione. L’Udc critica in particolare l’assistenza legale gratuita e la semplificazione delle procedure di autorizzazione per l’apertura di nuovi centri di accoglienza, che possono dare luogo a espropriazioni.
Il partito conservatore e nazionalista è comunque il solo a opporsi a questa revisione voluta fin dal 2015 dal consigliere federale Simonetta Sommaruga, quando era presidente - e lo sarebbe stata ancora per qualche mese - della Confederazione elvetica. Un sondaggio condotto a fine aprile tra la popolazione dava il sì al 59 per cento. Inoltre, a livello locale, cantoni e città si sono pronunciati all’unanimità per attuare insieme le nuove procedure.
E i cattolici? Con qualche piccola riserva, la Conferenza dei vescovi svizzeri si dice favorevole alla proposta di modifica della legge sull’asilo. In una dichiarazione pubblicata il 17 maggio, la commissione nazionale Giustizia e Pace afferma che «nella modifica della legge sull’asilo adottata dal Parlamento prevalgono i vantaggi». «Malgrado certi irrigidimenti», anche Caritas Svizzera raccomanda di accettare la nuova legge, «perché accelera le procedure di asilo, migliorando al tempo stesso la tutela giuridica».
In concreto, tutte le pratiche semplici (un po’ più del 60 per cento delle domande) saranno evase in grandi centri federali dove i migranti resteranno al massimo 140 giorni. Il fine è di poter al più presto o rimandarli a casa o inserirli nel mercato del lavoro. La durata media delle procedure è attualmente di 278 giorni, anche se l’80 per cento di esse si risolvono in 150 giorni.
D’ora in poi, spiega il Consiglio federale, «i centri federali riuniranno sotto uno stesso tetto tutti i richiedenti asilo. Questi saranno consigliati da un rappresentante legale, per meglio comprendere i loro diritti e i loro doveri ed essere più disposti ad accettare una possibile decisione negativa; saranno quindi in meno a fare ricorso».
Queste nuove misure sono già state testate in un centro pilota a Zurigo: la durata delle procedure è stata ridotta del 39 per cento, con un tasso di ricorso in calo di un terzo e con un risparmio di 110 milioni di franchi svizzeri. Solo le procedure più complesse saranno mantenute nei centri cantonali, che avranno dunque bisogno di meno posti. Il tempo è senza dubbio il principale avversario dei migranti.
Nella maggior parte dei casi, osserva Wolfgang Bürgstein, segretario della commissione Giustizia e Pace, i candidati all’asilo sono praticamente costretti all’inattività durante le procedure. Un tempo di attesa e d’incertezza che può durare anche diversi anni. Al contrario, procedure meno lunghe permettono di migliorare le possibilità di integrazione per quanti ricevono una risposta positiva. E quelli che ricevono una risposta negativa e devono quindi lasciare la Svizzera «non vengono condannati a vari anni d’incertezza».
«Un’accelerazione delle procedure di asilo presuppone che siano garantiti lo stato di diritto e la qualità di tali procedure», precisa comunque l’episcopato svizzero. Il rischio più grande è che i termini di ricorso diventino più corti. A ciò si aggiunge la barriera della lingua e della non conoscenza del sistema giuridico svizzero. Con la modifica della legge sull’asilo, i bisogni particolari dei minori non accompagnati, delle famiglie con figli e delle persone particolarmente vulnerabili dovrebbero essere comunque affrontati meglio. Per esempio, i bambini saranno scolarizzati fin dall’inizio della procedura.
E la Caritas è in prima linea nell’assistenza ai richiedenti asilo, ai quale propone alloggi, corsi, consigli e assistenza nel rimpatrio. Anche questa organizzazione ritiene che procedure d’asilo immediate e rapide servano gli interessi dei richiedenti asilo. «La tutela legale è una condizione indispensabile per procedure d’asilo accelerate e insieme eque», avverte inoltre la Caritas, secondo la quale la revisione della legge sull’asilo «soddisfa questa condizione con la consulenza legale gratuita».
Per quanto riguarda l’aspetto finanziario di tale revisione, il Consiglio federale assicura che permetterà di risparmiare denaro. Occorreranno 500 milioni di franchi svizzeri per mettere in atto le nuove procedure, ma queste permetteranno in seguito di risparmiare 200 milioni l’anno. (Charles de Pechpeyrou - Osservatore Romano)
Primo Piano
“Quando i miei vennero in Germania”: slitta a giugno la scadenza del premio Giovani
Francoforte - Per ricordare il 60° della presenza italiana in Germania (lo scorso dicembre) ed il 65° del Corriere d’Italia (quest’anno), nel settembre 2015 il giornale delle Missioni cattoliche Italiane in Germania e Scandinavia hanno lanciato il Premio “Quando i miei vennero in Germania”, riservato alle seconde-terze generazioni. Per permettere una maggior partecipazione, la scadenza è stata prolungata fino al 30 giugno 2016.
Come stimolo a raccontare la propria esperienza (in italiano o in tedesco, che poi verrà raccolta in un libro), tra tutti i partecipanti verranno estratti a sorte alcuni premi (in denaro, in viaggi, o altro).
I giovani sono invitati a descrivere come hanno vissuto il trapianto dell’emigrazione o come l’hanno sentito raccontare dai genitori in casa.
Per ulteriori informazioni chiamare in redazione: Licia Linardi, tel. 0041 - 069/7381552; o inviare una email: redazione@corritalia.de.
Come stimolo a raccontare la propria esperienza (in italiano o in tedesco, che poi verrà raccolta in un libro), tra tutti i partecipanti verranno estratti a sorte alcuni premi (in denaro, in viaggi, o altro).
I giovani sono invitati a descrivere come hanno vissuto il trapianto dell’emigrazione o come l’hanno sentito raccontare dai genitori in casa.
Per ulteriori informazioni chiamare in redazione: Licia Linardi, tel. 0041 - 069/7381552; o inviare una email: redazione@corritalia.de.
“Milano e Islam. Alla ricerca di uno stile” : oggi un incontro con il card. Scola
Milano - Questa sera alle ore 18, nelle sede della Fondazione Oasis di Milano il card. Angelo Scola, parteciperà al convegno “Milano e Islam. Alla ricerca di uno stile”. All’incontro interverranno anche Paolo Branca, docente di Lingua e Letteratura araba all’Università Cattolica; Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere della Sera e Massimo Guidetti, studioso di storia delle popolazioni europee e dei loro rapporti mediterranei, che presenterà il suo ultimo saggio “Milano e l’Islam. Conoscenza e immagini di arabi e turchi tra primo’800 e primo ‘900”, Medusa Edizioni.
Al centro del dibattito alcune domande cruciali che segnano il cambiamento d’epoca che stiamo vivendo, come lo stesso card. Scola va ripetendo da tempo. Quali sono le condizioni perché Milano, i suoi abitanti e le sue istituzioni, possano andare oltre i giudizi scomposti, spesso fortemente negativi, nei confronti dell’Islam? Come ritrovare l’eredità positiva di alcune grandi figure del nostro passato capaci di empatia con quei mondi? Quale convivenza è possibile immaginare nella vita quotidiana con donne e uomini islamici o di altri fedi e culture?
Per rispondere a questi interrogativi è utile risalire all’800 quando la ricezione delle idee dell’illuminismo e la politica coloniale del giovane Regno d’Italia misero Milano in contatto con i molteplici mondi dell'Islam, in precedenza poco o per nulla conosciuti. «In quel periodo nei racconti di studiosi, viaggiatori, esuli, esploratori, artisti e prevalsero le descrizioni distaccate, prive di coinvolgimento, cariche di pregiudizio, qualche volta potentemente negative; vi furono tuttavia anche donne e uomini capaci di andare oltre il muro dell'estraneità e costruire con le realtà incontrate un rapporto di reciproco scambio, ricco di possibili sviluppi. Proprio la doppia eredità di quel lungo Ottocento è ancora attiva nell'opinione pubblica e nelle istituzioni», spiega Guidetti.
Al centro del dibattito alcune domande cruciali che segnano il cambiamento d’epoca che stiamo vivendo, come lo stesso card. Scola va ripetendo da tempo. Quali sono le condizioni perché Milano, i suoi abitanti e le sue istituzioni, possano andare oltre i giudizi scomposti, spesso fortemente negativi, nei confronti dell’Islam? Come ritrovare l’eredità positiva di alcune grandi figure del nostro passato capaci di empatia con quei mondi? Quale convivenza è possibile immaginare nella vita quotidiana con donne e uomini islamici o di altri fedi e culture?
Per rispondere a questi interrogativi è utile risalire all’800 quando la ricezione delle idee dell’illuminismo e la politica coloniale del giovane Regno d’Italia misero Milano in contatto con i molteplici mondi dell'Islam, in precedenza poco o per nulla conosciuti. «In quel periodo nei racconti di studiosi, viaggiatori, esuli, esploratori, artisti e prevalsero le descrizioni distaccate, prive di coinvolgimento, cariche di pregiudizio, qualche volta potentemente negative; vi furono tuttavia anche donne e uomini capaci di andare oltre il muro dell'estraneità e costruire con le realtà incontrate un rapporto di reciproco scambio, ricco di possibili sviluppi. Proprio la doppia eredità di quel lungo Ottocento è ancora attiva nell'opinione pubblica e nelle istituzioni», spiega Guidetti.
Svezia: i leader delle Chiese cristiane dicono “no” a un possibile inasprimento delle leggi migratorie
Svezia - I leader delle Chiese svedesi hanno deciso di prendere la parola insieme e hanno inviato - riferisce l’agenzia SIR - al quotidiano “Svenska Dagbladet” una dichiarazione in vista del dibattito parlamentare che a giugno discuterà proposte restrittive per la politica migratoria.
“Il governo propone ora che il permesso di residenza temporaneo diventi la credenziale per poter ottenere il diritto a rimanere in Svezia: ciò aumenterà l’insicurezza in chi è già vulnerabile e spesso traumatizzato” e sarà controproducente anche per l’integrazione, criticano i leader delle 13 Chiese cristiane appartenenti al Consiglio. A preoccupare le Chiese è anche il punto sulle riunificazioni famigliari: “Siamo preoccupati per le implicazioni che la proposta per limitare i diritti ai ricongiungimenti familiari potrebbe avere per molti individui, soprattutto per i bambini”. Oltre a fare appello perché siano rispettati i diritti umani fondamentali, il documento afferma: “Non solo la Svezia ha spazio e possibilità per accogliere bene altre persone. Abbiamo anche bisogno di più persone per mantenere stabile il sistema sociale che abbiamo creato per il benessere di ciascuno di noi”. Quattro le richieste delle Chiese al governo del Regno di Svezia: che non s’impedisca alle persone in fuga di raggiungere l’Europa; che coloro che hanno ottenuto l’asilo possano avere un permesso di soggiorno permanente; che le famiglie possano ricongiungersi in tempi e modalità ragionevoli; che i bambini siano trattati con cura e fiducia.
“Il governo propone ora che il permesso di residenza temporaneo diventi la credenziale per poter ottenere il diritto a rimanere in Svezia: ciò aumenterà l’insicurezza in chi è già vulnerabile e spesso traumatizzato” e sarà controproducente anche per l’integrazione, criticano i leader delle 13 Chiese cristiane appartenenti al Consiglio. A preoccupare le Chiese è anche il punto sulle riunificazioni famigliari: “Siamo preoccupati per le implicazioni che la proposta per limitare i diritti ai ricongiungimenti familiari potrebbe avere per molti individui, soprattutto per i bambini”. Oltre a fare appello perché siano rispettati i diritti umani fondamentali, il documento afferma: “Non solo la Svezia ha spazio e possibilità per accogliere bene altre persone. Abbiamo anche bisogno di più persone per mantenere stabile il sistema sociale che abbiamo creato per il benessere di ciascuno di noi”. Quattro le richieste delle Chiese al governo del Regno di Svezia: che non s’impedisca alle persone in fuga di raggiungere l’Europa; che coloro che hanno ottenuto l’asilo possano avere un permesso di soggiorno permanente; che le famiglie possano ricongiungersi in tempi e modalità ragionevoli; che i bambini siano trattati con cura e fiducia.
Francoforte: la Mci festeggia il 50° di fondazione
Francoforte - Fervono a Francoforte, già dallo scorso anno attraverso la creazione di un apposito Comitato, gli ultimi preparativi per festeggiare il 50° di Fondazione della Missione. Mentre è in stampa l’apposita pubblicazione celebrativa, in uscita nei prossimi giorni, il primo appuntamento della festa sarà sabato 11 giugno 2016: una tavola rotonda nella sala della Bettinastr 26, cui seguirà un rinfresco. Il tema (“Ero forestiero e mi avete ospitato“ -Mt 25,35-. La risposta della Comunità Cattolica Italiana di Francoforte alle sfide dell‘emigrazione) verrà sviluppato da diversi relatori: mons. Silvano Ridolfi (missionario a Francoforte dal 1955 al 1965), mons. Vincenzo Viva (Rettore del Collegio romano “Propaganda Fide), il delegato nazionale p. Tobia Bassanelli, il decano della città Johannes zu Eltz e mons. Giancarlo Perego, Direttore Generale della Fondazione Migrantes. Il giorno successivo, domenica 12 giugno, alle ore 11,30 avrà luogo nella Chiesa St. Antonius la solenne celebrazione di ringraziamento, presieduta dal vescovo ausiliare di Limburg dr. Thomas Löhr. Seguirà alle 13,00 la festa di comunità. “Congratulazioni e auguri alla Mci di Francoforte per questa bella, importante e significativa ricorrenza”, è l’augurio di Bassanelli.
Mostra sul viaggio: due profughi tra le guide
Udine - Fra le 38 giovani guide della 16ma Mostra internazionale di Illegio di Tolmezzo (Udine), quest’anno dedicata al suggestivo tema “Oltre. In viaggio con cercatori, fuggitivi, pellegrini”, vi sono un profugo afghano ed uno pakistano, che hanno provato sulla propria pelle drammatiche situazioni di fughe ed offriranno, accanto alle chiavi di lettura delle opere d’arte, una testimonianza e uno squarcio di vita vissuta. Tra loro anche Sharif, uno dei 30 minori della comunità di Cercivento, diretta da Renato Garibaldi, che nella notte tra venerdì e sabato è stata dolosamente incendiata. E dove un minore, un turco di nazionalità curda, ha rischiato la vita (è in ospedale per intossicazione) per salvare un altro ospite, questo italiano. All’inaugurazione della rassegna dovevano essere presenti anche 8 degli ospiti, di altrettante nazionalità, per raccontare i loro drammi, ma non ce l’hanno fatta.
«Il tema di quest’anno, l’idea del viaggio, dell’oltre, dei cercatori è il tema giusto su cui confrontarci in questo spazio straordinariamente bello» ha sottolineato la presidente della Regione Friuli, Debora Serracchiani. «Parlare di esuli, deportati, pellegrini, significa anche ripresentare alla memoria il dramma dei nostri avi, di milioni di persone alla ricerca di pane e pace», hanno spiegato monsignor Angelo Zanello, presidente del Comitato San Floriano, che firma l’iniziativa e il curatore don Alessio Geretti.
Per l’arcivescovo di Udine, mons. Andrea Bruno Mazzocato, l’esperienza del viaggio tocca ogni persona umana e, oltre all’esercizio artistico, impone oggi alle coscienze un momento di profonda riflessione. (Francesco Dal Mas)
«Il tema di quest’anno, l’idea del viaggio, dell’oltre, dei cercatori è il tema giusto su cui confrontarci in questo spazio straordinariamente bello» ha sottolineato la presidente della Regione Friuli, Debora Serracchiani. «Parlare di esuli, deportati, pellegrini, significa anche ripresentare alla memoria il dramma dei nostri avi, di milioni di persone alla ricerca di pane e pace», hanno spiegato monsignor Angelo Zanello, presidente del Comitato San Floriano, che firma l’iniziativa e il curatore don Alessio Geretti.
Per l’arcivescovo di Udine, mons. Andrea Bruno Mazzocato, l’esperienza del viaggio tocca ogni persona umana e, oltre all’esercizio artistico, impone oggi alle coscienze un momento di profonda riflessione. (Francesco Dal Mas)
LabRom: alla Migrantes un laboratorio di due giorni sul tema rom e sinti in Italia
Roma - Oggi, presso la sede della Fondazione Migrantes, si ė tenuta la prima giornata dell'appuntamento romano di LabRom, un laboratorio di discussione, incontro e dialogo sul tema rom e sinti in Italia, al quale partecipano attivisti rom e non rom, ricercatori, professionisti e operatori pastorali, promosso da Associazione 21 luglio Onlus, Fondazione Migrantes, Reyn (Romanì Early Years Network), Legacoopsociali nazionale, Cooperativa Animazione Valdocco, Naga, Popica Onlus, MO.C.I. (Movimento Cooperazione Internazionale), Un Mondo di Mondi.
La prima parte della giornata, aperta dai saluti del direttore generale della Fondazione Migrantes, Mons. Giancarlo Perego, è stata caratterizzata da numerose relazioni e testimonianze che hanno avuto l'obiettivo di approfondire la questione della condizione dei rom e sinti in emergenza abitativa nelle regioni dell'Italia centrale e meridionale, con un accento sulla “politica dei campi” che ancora persiste nel nostro Paese nonostante i richiami degli organismi internazionali.
Antonio Ciniero dell'Università del Salento si è soffermato sull'esclusione sociale e sulla marginalizzazione a Lecce, mentre Francesca Saudino e Sergio Bontempelli di OsservAzione hanno portato sul tavolo rispettivamente l'esempio della Campania, dove le autorità locali intendono costruire un nuovo “ghetto” per soli rom nel comune di Giugliano, è quello della Toscana, dove si continuano a registrare azioni di sgombero forzato ai danni delle comunità rom.
L'intervento di Antonello Pabis di Asce Rom è stato incentrato sulla chiusura di un “campo” a Cagliari, azione considerata più una occasione persa che una buona pratica, viste le modalità con le quali è stata realizzata.
Diversi, inoltre, gli interventi sulla città di Roma: da Carlo Cellamare dell'Università La Sapienza a Gianluca Staderini di Popica Onlus, che hanno affrontato il tema dell'importanza della rivalutazione delle periferie e della lotta per la casa, alla testimonianza personale di Florin Fota, giovane rom rumeno che dopo aver vissuto numerosi anni in un “campo” della Capitale ora abita in una normale abitazione con la propria famiglia.
Nel pomeriggio, i partecipanti a LabRom si sono suddivisi in tre gruppi di lavoro nei quali si sono confrontati su tre tematiche diverse: la partecipazione dei rom nelle politiche di desegregazione abitativa; il ruolo delle istituzioni e la funzione della Strategia Nazionale per l'inclusione dei rom nella desegregazione abitativa dei rom; le politiche abitative rivolte ai rom comunitari.
I lavori di LabRom riprenderanno nella giornata di domani con un focus specifico sull'infanzia rom.
Lunedì 30 e martedì 31 maggio LabRom, che nelle scorse settimane era stato avviato con una due giorni di lavoro a Torino, si svolgerà a Reggio Calabria, dove sarà focalizzato sulla situazione nelle regioni del sud Italia. (D.G.)
La prima parte della giornata, aperta dai saluti del direttore generale della Fondazione Migrantes, Mons. Giancarlo Perego, è stata caratterizzata da numerose relazioni e testimonianze che hanno avuto l'obiettivo di approfondire la questione della condizione dei rom e sinti in emergenza abitativa nelle regioni dell'Italia centrale e meridionale, con un accento sulla “politica dei campi” che ancora persiste nel nostro Paese nonostante i richiami degli organismi internazionali.
Antonio Ciniero dell'Università del Salento si è soffermato sull'esclusione sociale e sulla marginalizzazione a Lecce, mentre Francesca Saudino e Sergio Bontempelli di OsservAzione hanno portato sul tavolo rispettivamente l'esempio della Campania, dove le autorità locali intendono costruire un nuovo “ghetto” per soli rom nel comune di Giugliano, è quello della Toscana, dove si continuano a registrare azioni di sgombero forzato ai danni delle comunità rom.
L'intervento di Antonello Pabis di Asce Rom è stato incentrato sulla chiusura di un “campo” a Cagliari, azione considerata più una occasione persa che una buona pratica, viste le modalità con le quali è stata realizzata.
Diversi, inoltre, gli interventi sulla città di Roma: da Carlo Cellamare dell'Università La Sapienza a Gianluca Staderini di Popica Onlus, che hanno affrontato il tema dell'importanza della rivalutazione delle periferie e della lotta per la casa, alla testimonianza personale di Florin Fota, giovane rom rumeno che dopo aver vissuto numerosi anni in un “campo” della Capitale ora abita in una normale abitazione con la propria famiglia.
Nel pomeriggio, i partecipanti a LabRom si sono suddivisi in tre gruppi di lavoro nei quali si sono confrontati su tre tematiche diverse: la partecipazione dei rom nelle politiche di desegregazione abitativa; il ruolo delle istituzioni e la funzione della Strategia Nazionale per l'inclusione dei rom nella desegregazione abitativa dei rom; le politiche abitative rivolte ai rom comunitari.
I lavori di LabRom riprenderanno nella giornata di domani con un focus specifico sull'infanzia rom.
Lunedì 30 e martedì 31 maggio LabRom, che nelle scorse settimane era stato avviato con una due giorni di lavoro a Torino, si svolgerà a Reggio Calabria, dove sarà focalizzato sulla situazione nelle regioni del sud Italia. (D.G.)
Milano : “Dialoghi di vita buona” sulle migrazioni
Milano - Il 70% dei giovani italiani ritiene che i migranti siano troppi e per molti di loro la presenza di immigrati rende insicuro il paese (più del 60% la pensa in questo modo). Quasi il 40% dei giovani italiani si dichiara ostile verso i migranti; ma anche i non national in Italia sono diffidenti nei confronti del paese ospitante (32,9%). Emerge un’immagine di timore reciproco, che alimenta la paura nei confronti di chi lascia la propria terra per cercare prospettive di vita migliori nel nostro paese. I dati emergono dalle rilevazioni effettuate dall’Istituto Toniolo e inserite nel Rapporto Giovani 2016 e proprio il sentimento di paura verso chi scappa da miseria, guerre e persecuzioni e approda nel nostro Paese e nelle nostre città corre il rischio di essere strumentalizzato. Da dove nasce questa paura e soprattutto come fare per superarla? Come affrontare il dramma della migrazioni? Se ne parlerà stasera lunedì 23 maggio 2016 alle 20.30 durante la terza serata dei Dialoghi di vita buona al Piccolo Teatro Studio Melato a Milano, dal titolo “Confini e migrazioni: paure e soluzioni”.
I protagonisti saranno Mario Morcone, Capo Dipartimento per le Libertà Civili e l'Immigrazione del Ministero dell’Interno; Antoine Messarra membro del Consiglio Costituzionale libanese e titolare della Cattedra Unesco di Religioni comparate, mediazione e dialogo dell’Université Saint-Joseph di Beirut e Riccardo Redaelli docente di Geopolitica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che esporranno le loro tesi sul tema della serata sotto forma di Ted Event. I loro interventi saranno introdotti da Aldo Bonomi, sociologo e dai dati del “Rapporto Giovani” dell’Istituto Toniolo, presentati da Cristina Pasqualini, docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Alcuni giovani immigrati racconteranno la loro storie di fuga, traversate, diffidenza, tentativi di inserimento e speranze di ritorno. È possibile vedere il video in anteprima http://www.dialoghidivitabuona.it/info/siria-afghanistan-senegal-camerun-br-le-testimonianze-di-alcuni-migranti-1.128568
C’è chi scappa dalla Siria in guerra come Riad, ma vorrebbe tornare a Damasco perché “la pace fa tornare tutti; anche io sto pensando di tornare a ricostruire il mio paese”; Khalifa ha affrontato il mare stipato su un gommone per 11 ore, per lasciare una situazione di estrema povertà in Senegal; Djiosseu è voluto venire in Italia dal Camerun a studiare per cercare nuove opportunità. E si interrogano anche sul significato dei nuovi muri che si vogliono costruire in Europa: “I muri sono una vittoria per chi non vuole vedere l’Europa unita e per i terroristi” dice Akif arrivato a Milano dall’Afghanistan.
Successivamente i protagonisti si confronteranno con il pubblico in un dialogo condotto da Alessandro Zaccuri, giornalista di Avvenire.
Nati per iniziativa del cardinale Angelo Scola e Massimo Cacciari, i “Dialoghi di vita buona” sono promossi da diverse realtà culturali, sociali, economiche della metropoli milanese e vogliono essere una risposta comune alla frammentazione che caratterizza la nostra società.
I protagonisti saranno Mario Morcone, Capo Dipartimento per le Libertà Civili e l'Immigrazione del Ministero dell’Interno; Antoine Messarra membro del Consiglio Costituzionale libanese e titolare della Cattedra Unesco di Religioni comparate, mediazione e dialogo dell’Université Saint-Joseph di Beirut e Riccardo Redaelli docente di Geopolitica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che esporranno le loro tesi sul tema della serata sotto forma di Ted Event. I loro interventi saranno introdotti da Aldo Bonomi, sociologo e dai dati del “Rapporto Giovani” dell’Istituto Toniolo, presentati da Cristina Pasqualini, docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Alcuni giovani immigrati racconteranno la loro storie di fuga, traversate, diffidenza, tentativi di inserimento e speranze di ritorno. È possibile vedere il video in anteprima http://www.dialoghidivitabuona.it/info/siria-afghanistan-senegal-camerun-br-le-testimonianze-di-alcuni-migranti-1.128568
C’è chi scappa dalla Siria in guerra come Riad, ma vorrebbe tornare a Damasco perché “la pace fa tornare tutti; anche io sto pensando di tornare a ricostruire il mio paese”; Khalifa ha affrontato il mare stipato su un gommone per 11 ore, per lasciare una situazione di estrema povertà in Senegal; Djiosseu è voluto venire in Italia dal Camerun a studiare per cercare nuove opportunità. E si interrogano anche sul significato dei nuovi muri che si vogliono costruire in Europa: “I muri sono una vittoria per chi non vuole vedere l’Europa unita e per i terroristi” dice Akif arrivato a Milano dall’Afghanistan.
Successivamente i protagonisti si confronteranno con il pubblico in un dialogo condotto da Alessandro Zaccuri, giornalista di Avvenire.
Nati per iniziativa del cardinale Angelo Scola e Massimo Cacciari, i “Dialoghi di vita buona” sono promossi da diverse realtà culturali, sociali, economiche della metropoli milanese e vogliono essere una risposta comune alla frammentazione che caratterizza la nostra società.
Istanbul: al via il vertice umanitario
Istanbul - “Vi chiedo di impegnarvi a dimezzare” il numero delle persone “sfollate entro il 2030 e a trovare soluzioni migliori di lungo termine per i rifugiati e gli sfollati”, condividendo in modo più equo le responsabilità. È l'appello lanciato dal segretario generale della Nazioni unite, Ban Ki-moon, aprendo il vertice mondiale umanitario a Istanbul.
La cancelliera tedesca Angela Merkel ha esortato i governi a rispettare i propri impegni riguardo agli aiuti, prendendo la parola in apertura del vertice mondiale dell'Onu sulla crisi umanitaria. “Troppe promesse - ha sottolineato Merkel - sono state fatte e poi il denaro non arriva per portare a compimento i progetti... Tutto ciò deve finire”, ha affermato la cancelliera tedesca, aggiungendo che la comunità internazionale non dispone di un sistema umanitario che sia “compatibile con il futuro”.
“Non siamo stati in grado di ricevere il sostegno e il contributo necessari dalla comunità internazionale sulla crisi dei rifugiati, ora ci aspettiamo una più giusta condivisione del fardello”. È quanto ha dichiarato il presidente turco, Recep Tayyp Erdogan, intervenendo al vertice. Il quotidiano britannico Guardian ha pubblicato un editoriale di Erdogan, in cui ha chiesto all'Europa di accogliere una parte maggiore dei 3 milioni di rifugiati che attualmente vivono in Turchia.
La cancelliera tedesca Angela Merkel ha esortato i governi a rispettare i propri impegni riguardo agli aiuti, prendendo la parola in apertura del vertice mondiale dell'Onu sulla crisi umanitaria. “Troppe promesse - ha sottolineato Merkel - sono state fatte e poi il denaro non arriva per portare a compimento i progetti... Tutto ciò deve finire”, ha affermato la cancelliera tedesca, aggiungendo che la comunità internazionale non dispone di un sistema umanitario che sia “compatibile con il futuro”.
“Non siamo stati in grado di ricevere il sostegno e il contributo necessari dalla comunità internazionale sulla crisi dei rifugiati, ora ci aspettiamo una più giusta condivisione del fardello”. È quanto ha dichiarato il presidente turco, Recep Tayyp Erdogan, intervenendo al vertice. Il quotidiano britannico Guardian ha pubblicato un editoriale di Erdogan, in cui ha chiesto all'Europa di accogliere una parte maggiore dei 3 milioni di rifugiati che attualmente vivono in Turchia.
Dai fondi dell’8xmille un milione e mezzo per Ecuador e Sri Lanka
Roma - La Presidenza della Cei ha stanziato un milione di euro - provenienti dai fondi dell’8xmille - per dare assistenza alle migliaia di persone rimaste senza casa e viveri nello Sri Lanka, a causa delle inondazioni e delle piogge torrenziali della scorsa settimana. Altri 500.000 euro sono stati destinati ai superstiti del terremoto che lo scorso 17 aprile ha sconvolto alcune province dell’Ecuador (Esmeraldas, Chamanga, Muisne e Manabi), causando centinaia di morti e decine di migliaia di sfollati.
Le somme verranno erogate in due versamenti, il secondo dei quali verrà stanziato non appena saranno state rendicontate e verificate le spese sostenute con il primo.
Le somme verranno erogate in due versamenti, il secondo dei quali verrà stanziato non appena saranno state rendicontate e verificate le spese sostenute con il primo.
Messina: un convegno su “La Misericordia: un ponte fra le religioni”
Messina - Con una riflessione sulla Misericordia si è concluso, giovedì 19 maggio, il percorso Cristianesimo e Islam per una Città plurale, dialoghi di conoscenza e riconoscimento reciproco organizzato, in occasione dell’Anno Giubilare, dagli Uffici diocesani Migrantes, per il Dialogo Interreligioso e dalla Consulta delle Aggregazioni Laicali della diocesi. Un percorso che ha visto alternarsi diversi relatori in un confronto aperto e costruttivo sulla diversità religiosa e culturale tra Cristiani e Musulmani come base per un’integrazione e un arricchimento reciproco.
Sulla misericordia come elemento fondamentale dell’incontro tra Dio e l’uomo e motivo di gratitudine per i doni ricevuti, si sono confrontati Maurilio Assenza, direttore della Caritas diocesana di Noto e docente di filosofia e Ibrâhîm Gabriele Iungo, studioso di scienze Islamiche tradizionali e filosofia, coordinati dal Presidente della Comunità Islamica di Sicilia, Abdelhafid Kheit.
Per i Cristiani la misericordia, che Assenza identifica nell’espressione evangelica “misura pigiata e traboccante”, è presente nella pratica delle opere corporali e spirituali che assumono, oggi più che mai una valenza di apertura e sensibilità verso i fratelli più bisognosi, finalizzata a un progetto di pluralismo che si arricchisce sempre più con tutte le fedi religiose. Non si tratta dunque di un umanitarismo fine a se stesso, ma della “consapevolezza di una pienezza spirituale che si realizza con Dio attraverso i fratelli”, chiosa il docente.
Nella Rivelazione Islamica Dio è sempre indicato come al-Rahman, il Misericordioso nella trascendenza, e al-Rahim, il Misericordioso nell’immanenza. “La dinamica della Misericordia - afferma Iungo - parte da Dio che usa Misericordia verso Se Stesso e crea il mondo e l’uomo per essere conosciuto; prima, Dio era un tesoro nascosto e le creature, grazie alla sua misericordia, hanno ricevuto la facoltà di riconoscerlo in tutti i segni della creazione, in ogni persona e azione che sia rivolta al vero bene”.
Anche dal dibattito successivo alle due relazioni, è emerso che il Giubileo della Misericordia rappresenta non solo per i cristiani cattolici, ma per ogni credente sensibile, un richiamo a una qualità fondamentale per la crescita della fede e assume un valore profetico e universale pur rispettando le differenti declinazioni dottrinali e rituali di ogni confessione religiosa. Naturalmente, non c’è alcuna giustificazione religiosa dietro alla guerriglia e alle rivoluzioni del fanatismo: compito dei testimoni di ogni religione è trovare una collaborazione ecumenica che dia, con un linguaggio efficace, una valida risposta di fede al vuoto del materialismo o dell’ideale di un mondo emancipato e progredito senza Misericordia Divina. (Rachele Gerace)
Sulla misericordia come elemento fondamentale dell’incontro tra Dio e l’uomo e motivo di gratitudine per i doni ricevuti, si sono confrontati Maurilio Assenza, direttore della Caritas diocesana di Noto e docente di filosofia e Ibrâhîm Gabriele Iungo, studioso di scienze Islamiche tradizionali e filosofia, coordinati dal Presidente della Comunità Islamica di Sicilia, Abdelhafid Kheit.
Per i Cristiani la misericordia, che Assenza identifica nell’espressione evangelica “misura pigiata e traboccante”, è presente nella pratica delle opere corporali e spirituali che assumono, oggi più che mai una valenza di apertura e sensibilità verso i fratelli più bisognosi, finalizzata a un progetto di pluralismo che si arricchisce sempre più con tutte le fedi religiose. Non si tratta dunque di un umanitarismo fine a se stesso, ma della “consapevolezza di una pienezza spirituale che si realizza con Dio attraverso i fratelli”, chiosa il docente.
Nella Rivelazione Islamica Dio è sempre indicato come al-Rahman, il Misericordioso nella trascendenza, e al-Rahim, il Misericordioso nell’immanenza. “La dinamica della Misericordia - afferma Iungo - parte da Dio che usa Misericordia verso Se Stesso e crea il mondo e l’uomo per essere conosciuto; prima, Dio era un tesoro nascosto e le creature, grazie alla sua misericordia, hanno ricevuto la facoltà di riconoscerlo in tutti i segni della creazione, in ogni persona e azione che sia rivolta al vero bene”.
Anche dal dibattito successivo alle due relazioni, è emerso che il Giubileo della Misericordia rappresenta non solo per i cristiani cattolici, ma per ogni credente sensibile, un richiamo a una qualità fondamentale per la crescita della fede e assume un valore profetico e universale pur rispettando le differenti declinazioni dottrinali e rituali di ogni confessione religiosa. Naturalmente, non c’è alcuna giustificazione religiosa dietro alla guerriglia e alle rivoluzioni del fanatismo: compito dei testimoni di ogni religione è trovare una collaborazione ecumenica che dia, con un linguaggio efficace, una valida risposta di fede al vuoto del materialismo o dell’ideale di un mondo emancipato e progredito senza Misericordia Divina. (Rachele Gerace)
Belluno: oggi serata con “voci di donne migranti”
Belluno - “Voci di donne migranti. Storie di donne che hanno percorso le vie del mondo” è il titolo della serata che l’Associazione Bellunesi nel mondo organizza all’interno del programma “Il Gusto dell’altro” a cura del Comune di Belluno. L’appuntamento è fissato per oggi, lunedì 23 maggio, alle ore 18, presso la Sala Bianchi di Belluno. Durante la serata, moderata dalla giornalista Elisa Di Benedetto, interverranno tre donne ex emigranti e tre donne immigrate, che porteranno al pubblico presente la propria esperienza di vita all’estero.
Testimonianze vere introdotte da una serie di dati, riferiti alle migrazioni femminili, a cura di Gilla Mancosu. Per questo evento si è vista la collaborazione di Fidapa BpW Italy, Soroptimist Club, PopolInsieme e del Coordinamento Rete Immigrazione Belluno.
Sarà un’ulteriore occasione per confrontarsi, per ascoltare e per vivere al meglio la diversità che tanto arricchisce il nostro mondo, spiega l’Abm.
Testimonianze vere introdotte da una serie di dati, riferiti alle migrazioni femminili, a cura di Gilla Mancosu. Per questo evento si è vista la collaborazione di Fidapa BpW Italy, Soroptimist Club, PopolInsieme e del Coordinamento Rete Immigrazione Belluno.
Sarà un’ulteriore occasione per confrontarsi, per ascoltare e per vivere al meglio la diversità che tanto arricchisce il nostro mondo, spiega l’Abm.
Papa Francesco prega per i cattolici cinesi
Città del Vaticano - Dopo la preghiera mariana dell’Angelus papa Francesco eri mattina ha espresso vicinanza spirituale ai fedeli cattolici in Cina, particolarmente devoti alla Beata Vergine Maria “aiuto dei cristiani”, venerata nel santuario di Sheshan a Shanghai la cui festa si svolgerà domani, 24 maggio.
“In questo Anno della Misericordia - ha detto il pontefice - possano i cattolici cinesi, insieme a quanti seguono altre nobili tradizioni religiose, divenire segno concreto di carità e di riconciliazione. In tal modo essi promuoveranno un’autentica cultura dell’incontro e l’armonia dell’intera società, quell’armonia che ama tanto lo spirito cinese”.
Il pontefice ha ricordato anche il Primo Vertice Umanitario Mondiale che si inizierà oggi a Istanbul, in Turchia, finalizzato a “riflettere sulle misure da adottare per venire incontro alle drammatiche situazioni umanitarie causate da conflitti, problematiche ambientali ed estrema povertà”. “Accompagniamo - ha invitato il Papa - con la preghiera i partecipanti a tale incontro perché si impegnino pienamente a realizzare l’obiettivo umanitario principale: salvare la vita di ogni essere umano, nessuno escluso, in particolare gli innocenti e i più indifesi”. La Santa Sede prenderà parte a questo vertice umanitario e sarà rappresentata dal Segretario di Stato, Cardinale Pietro Parolin. (R.I.)
“In questo Anno della Misericordia - ha detto il pontefice - possano i cattolici cinesi, insieme a quanti seguono altre nobili tradizioni religiose, divenire segno concreto di carità e di riconciliazione. In tal modo essi promuoveranno un’autentica cultura dell’incontro e l’armonia dell’intera società, quell’armonia che ama tanto lo spirito cinese”.
Il pontefice ha ricordato anche il Primo Vertice Umanitario Mondiale che si inizierà oggi a Istanbul, in Turchia, finalizzato a “riflettere sulle misure da adottare per venire incontro alle drammatiche situazioni umanitarie causate da conflitti, problematiche ambientali ed estrema povertà”. “Accompagniamo - ha invitato il Papa - con la preghiera i partecipanti a tale incontro perché si impegnino pienamente a realizzare l’obiettivo umanitario principale: salvare la vita di ogni essere umano, nessuno escluso, in particolare gli innocenti e i più indifesi”. La Santa Sede prenderà parte a questo vertice umanitario e sarà rappresentata dal Segretario di Stato, Cardinale Pietro Parolin. (R.I.)
Istat: la presenza stranieri in Italia ha caratteristiche diverse
Roma - Dalla metà degli anni Ottanta in Italia si registra un fenomeno nuovo per l’Italia: l’immigrazione da paesi meno sviluppati del nostro. “La dissoluzione del blocco sovietico e i conseguenti conflitti contribuiscono ad accelerare la trasformazione dell’Italia da terra di emigrazione in terra di immigrazione”. E’ quanto si legge oggi nel Rapporto 2015 dell’Istat. Nel documento, presentato dal presidente dell’Istituto di Statistica Giorgio Alleva, “simbolo di questo passaggio storico” è l’arrivo, nell’agosto del 1991, della nave Vlora nel porto di Bari con a bordo oltre 20 mila albanesi.
Per l’Istat gli stranieri residenti in Italia sono nel 2015 più di 5 milioni; nel 1993, due anni dopo l’arrivo della Vlora, erano meno di 630 mila. Ormai – si legge nel rapporto – sono molti anche i giovanissimi di seconda generazione”. Negli anni la presenza straniera si è trasformata, assumendo caratteristiche diverse per cittadinanze di origine, motivi della presenza, età, ma anche comportamenti e bisogni sociali”.
“L’Italia- si legge ancora nel testo - è ormai stabilmente terra di immigrazione, ma negli ultimi anni hanno ripreso a crescere le emigrazioni”. Le giovani generazioni di oggi sono a “pieno titolo cosmopolite: si sentono parte di una società accomunata dagli stili di vita e dai movimenti culturali; hanno spesso vissuto esperienze di studio e di lavoro all’estero; sono ricchi di competenze e di meta competenze. Anche per questo motivo sono disponibili a emigrare, magari temporaneamente”. Nel 2014 si è registrato il picco massimo di emigrazioni negli ultimi dieci anni (136 mila cancellati dall’anagrafe, più della metà tra i 15 e i 39 anni). Sia tra i ragazzi di origine straniera (che hanno quindi già vissuto uno spostamento, anche solo della famiglia), sia tra gli italiani sono tanti quelli che da grandi vogliono vivere all’estero: rispettivamente il 46,5 e il 42,6 per cento. Si tratta – spiega l’Istat - di quote molto elevate che confermano come queste generazioni “percepiscano l’idea dello spostamento all’estero in maniera diversa da quelle del passato: la generazione delle reti è anche la generazione globale”.
Sempre secondo i dati forniti oggi in Italia la vita si allunga, tanto che su 100mila residenti ci sono 31,4 persone di oltre 100 anni, perlopiù donne (83,8% al 1° gennaio 2015), e tra questi il 4,6% supera i 105 anni. Sono però meno numerose le nuove generazioni. Infatti meno del 25% della popolazione italiana è sotto i 24 anni, una quota dimezzata tra il 1926 e il 2016. La presenza di ragazzi stranieri immigrati o nati in Italia ha bilanciato in parte quello che l’Istat chiama il “degiovanimento”, cioè la progressiva diminuzione delle nuove generazioni per il calo delle nascite. Dal 1993 al 2014 in Italia sono nati quasi 971mila bambini stranieri, con un trend di crescita invertito solo negli ultimi due anni. Ai ragazzi nati in Italia (il 72,7% degli stranieri sotto i 18 anni, si aggiungono i giovanissimi arrivati insieme ai genitori o per congiungimento familiari). Tra gli stranieri sotto i 18 anni circa il 38% si sente italiano, il 33% si sente straniero, il 29% indeciso. Questa “sospensione dell’identità” è una caratteristica che interessa un numero consistente di ragazzi con background migratorio che vivono in Italia.
Per l’Istat gli stranieri residenti in Italia sono nel 2015 più di 5 milioni; nel 1993, due anni dopo l’arrivo della Vlora, erano meno di 630 mila. Ormai – si legge nel rapporto – sono molti anche i giovanissimi di seconda generazione”. Negli anni la presenza straniera si è trasformata, assumendo caratteristiche diverse per cittadinanze di origine, motivi della presenza, età, ma anche comportamenti e bisogni sociali”.
“L’Italia- si legge ancora nel testo - è ormai stabilmente terra di immigrazione, ma negli ultimi anni hanno ripreso a crescere le emigrazioni”. Le giovani generazioni di oggi sono a “pieno titolo cosmopolite: si sentono parte di una società accomunata dagli stili di vita e dai movimenti culturali; hanno spesso vissuto esperienze di studio e di lavoro all’estero; sono ricchi di competenze e di meta competenze. Anche per questo motivo sono disponibili a emigrare, magari temporaneamente”. Nel 2014 si è registrato il picco massimo di emigrazioni negli ultimi dieci anni (136 mila cancellati dall’anagrafe, più della metà tra i 15 e i 39 anni). Sia tra i ragazzi di origine straniera (che hanno quindi già vissuto uno spostamento, anche solo della famiglia), sia tra gli italiani sono tanti quelli che da grandi vogliono vivere all’estero: rispettivamente il 46,5 e il 42,6 per cento. Si tratta – spiega l’Istat - di quote molto elevate che confermano come queste generazioni “percepiscano l’idea dello spostamento all’estero in maniera diversa da quelle del passato: la generazione delle reti è anche la generazione globale”.
Sempre secondo i dati forniti oggi in Italia la vita si allunga, tanto che su 100mila residenti ci sono 31,4 persone di oltre 100 anni, perlopiù donne (83,8% al 1° gennaio 2015), e tra questi il 4,6% supera i 105 anni. Sono però meno numerose le nuove generazioni. Infatti meno del 25% della popolazione italiana è sotto i 24 anni, una quota dimezzata tra il 1926 e il 2016. La presenza di ragazzi stranieri immigrati o nati in Italia ha bilanciato in parte quello che l’Istat chiama il “degiovanimento”, cioè la progressiva diminuzione delle nuove generazioni per il calo delle nascite. Dal 1993 al 2014 in Italia sono nati quasi 971mila bambini stranieri, con un trend di crescita invertito solo negli ultimi due anni. Ai ragazzi nati in Italia (il 72,7% degli stranieri sotto i 18 anni, si aggiungono i giovanissimi arrivati insieme ai genitori o per congiungimento familiari). Tra gli stranieri sotto i 18 anni circa il 38% si sente italiano, il 33% si sente straniero, il 29% indeciso. Questa “sospensione dell’identità” è una caratteristica che interessa un numero consistente di ragazzi con background migratorio che vivono in Italia.
Africani Francofoni: domenica il pellegrinaggio nazionale a Bologna
Bologna - Si terrà domenica 22 maggio al Santuario della Madonna di San Luca (Bologna) il Pellegrinaggio nazionale degli Africani francofoni. Da tutta Italia si raduneranno le comunità cattoliche di immigrati per compiere insieme il pellegrinaggio del Giubileo della Misericordia. L’arrivo è previsto per le 9,00 al Meloncello, dove inizia la salita del portico verso il Santuario, salita che sarà percorsa a piedi e scandita da soste di preghiera e di catechesi. All’arrivo sul sagrato del Santuario si terrà una catechesi e una liturgia penitenziale. Alle 12 sarà celebrata la santa Messa, presieduta da Mons. Barthèlemy Adoukonou, Arcivescovo segretario del Pontificio Consiglio per la Cultura, originario del Benin. Tema del pellegrinaggio – ci spiega il coordinatore nazionale Migrantes per gli africani francofoni in Italia Don Mathieu Malick Faye - è “ Alla scuola di Maria Madre di Misericordia : fate tutto ciò che vi dirà”. La scelta del tema – aggiunge – “ va in armonia con l’anno santo della Misericordia. Infatti come ha detto il Papa, Maria è madre della misericordia, è lei che ci insegna come seguire il suo Figlio, è la madre maestra che insegna ai suoi figli che l’obbedienza a Gesù ci darà tanta gioia, tanta pace e la vita eterna”.
Brescia: domenica 29 maggio la Festa dei Popoli
Brescia - Una festa che mette al centro i volti, tre uffici diocesani e tante altre realtà coinvolte per una proposta che “celebra” quella parte di anima della città che sa aprirsi all’altro e accoglierlo. È in programma il 29 maggio prossimo (con un’anteprima il 28 e altre iniziative collaterali), negli spazi del Pala Banco di Brescia l’edizione 2016 della “Festa dei Popoli” che quest’anno ha per tema “Travolti in festa” e che sin dalla sua prima edizione è stata pensata come segno positivo di accoglienza, condivisione e apertura della Chiesa bresciana e della società civile verso le comunità immigrate presenti nel territorio, attraverso momenti di festa, riflessione e celebrazione.
Obiettivo dell’iniziativa, inserita nel programma del Festival della comunità dedicato appunto a “L’anima della città”, rimane quello di far vivere la diversità di molte persone non come un qualcosa che divide e crea barriere nella comunicazione e nella relazione, ma come un’opportunità per arricchire il nostro stare insieme. La cultura del dialogo rimane prioritaria nella costruzione di una società che rispetta la dignità del singolo e la pacifica convivenza.
“La festa dei popoli – afferma padre Mario Toffari, direttore dell’ufficio Migrantes – rappresenta un momento di gioia, di incontro ma anche l’occasione per capire che la stagione che stiamo vivendo porta con sé grandi opportunità”. In un tempo storico in cui sono sempre di più le voci che inneggiano alla creazione di muri e barriere con cui frenare un movimento di popoli (spesso forzato come dimostrano le migliaia e migliaia di persone che ogni giorno fuggono dalla morte e dalla miseria di Paesi dilaniati dalla guerra) guardato con paura e sospetto, è necessario, per padre Toffari, cambiare prospettiva. “Perché alcuni Paesi – è la domanda posta dal sacerdote – riescono a vedere nell’immigrazione una ricchezza e altri (parte dell’Italia compresa), no?”. Il direttore dell’Ufficio Migrantes non trova risposta a una domanda che gli deriva dall’esperienza vissuta prima da migrante e poi da sacerdote a servizio degli italiani che hanno cercato fortuna in altri Paesi. “L’Italia – continua la sua riflessione – è un Paese che sta invecchiando e che deve trovare la via per vedere negli immigrati una risorsa su cui puntare, magari nell’ottica di quella civiltà dell’amore che molti annunciano ma che pochi praticano”. Se il Paese non saprà imboccare questa strada, finirà per imboccare quello che padre Toffari definisce un vicolo cieco, senza uscita. “Rischiamo di condannarci a una morta lenta – è la sua previsione – arroccati come siamo nel nostro fortino”. La Festa dei Popoli, soprattutto con la sua giornata conclusiva punta a far comprendere questi e altri aspetti a Brescia e ai bresciani. “Con la festa – afferma ancora il sacerdote – puntiamo a far passare il messaggio di una convivenza possibile, che non è solo una questione di rispetto delle leggi ma anche di condivisione e di conoscenza reciproca”.
In questa prospettiva acquista senso anche il contributo dato all’organizzazione della festa e al perseguimento dei suoi obiettivi degli altri uffici diocesani: quello per il Dialogo interreligioso e quello per le Missioni che con le loro iniziative punta al medesimo obiettivo, seppure con modalità diverse. I destinatari della festa, intesa come opportunità di incontro, di conoscenza, di arricchimento, di comprensione dell’altro non come limite ma come ricchezza e opportunità sono tutti i cittadini di Brescia, italiani e stranieri. La prima parte della mattinata, come da tradizione, è
riservata ai cittadini cattolici con la celebrazione della Santa Messa presieduta dal vescovo Mons. Luciano Monari. Durante la giornata saranno sempre aperti, nel foyer, stand delle diverse comunità in cui si potranno ammirare oggetti artistici dei diversi Paesi, occasione in più per facilitare quella conoscenza e quella comprensione che è premessa dell’incontro e dell’integrazione.
Obiettivo dell’iniziativa, inserita nel programma del Festival della comunità dedicato appunto a “L’anima della città”, rimane quello di far vivere la diversità di molte persone non come un qualcosa che divide e crea barriere nella comunicazione e nella relazione, ma come un’opportunità per arricchire il nostro stare insieme. La cultura del dialogo rimane prioritaria nella costruzione di una società che rispetta la dignità del singolo e la pacifica convivenza.
“La festa dei popoli – afferma padre Mario Toffari, direttore dell’ufficio Migrantes – rappresenta un momento di gioia, di incontro ma anche l’occasione per capire che la stagione che stiamo vivendo porta con sé grandi opportunità”. In un tempo storico in cui sono sempre di più le voci che inneggiano alla creazione di muri e barriere con cui frenare un movimento di popoli (spesso forzato come dimostrano le migliaia e migliaia di persone che ogni giorno fuggono dalla morte e dalla miseria di Paesi dilaniati dalla guerra) guardato con paura e sospetto, è necessario, per padre Toffari, cambiare prospettiva. “Perché alcuni Paesi – è la domanda posta dal sacerdote – riescono a vedere nell’immigrazione una ricchezza e altri (parte dell’Italia compresa), no?”. Il direttore dell’Ufficio Migrantes non trova risposta a una domanda che gli deriva dall’esperienza vissuta prima da migrante e poi da sacerdote a servizio degli italiani che hanno cercato fortuna in altri Paesi. “L’Italia – continua la sua riflessione – è un Paese che sta invecchiando e che deve trovare la via per vedere negli immigrati una risorsa su cui puntare, magari nell’ottica di quella civiltà dell’amore che molti annunciano ma che pochi praticano”. Se il Paese non saprà imboccare questa strada, finirà per imboccare quello che padre Toffari definisce un vicolo cieco, senza uscita. “Rischiamo di condannarci a una morta lenta – è la sua previsione – arroccati come siamo nel nostro fortino”. La Festa dei Popoli, soprattutto con la sua giornata conclusiva punta a far comprendere questi e altri aspetti a Brescia e ai bresciani. “Con la festa – afferma ancora il sacerdote – puntiamo a far passare il messaggio di una convivenza possibile, che non è solo una questione di rispetto delle leggi ma anche di condivisione e di conoscenza reciproca”.
In questa prospettiva acquista senso anche il contributo dato all’organizzazione della festa e al perseguimento dei suoi obiettivi degli altri uffici diocesani: quello per il Dialogo interreligioso e quello per le Missioni che con le loro iniziative punta al medesimo obiettivo, seppure con modalità diverse. I destinatari della festa, intesa come opportunità di incontro, di conoscenza, di arricchimento, di comprensione dell’altro non come limite ma come ricchezza e opportunità sono tutti i cittadini di Brescia, italiani e stranieri. La prima parte della mattinata, come da tradizione, è
riservata ai cittadini cattolici con la celebrazione della Santa Messa presieduta dal vescovo Mons. Luciano Monari. Durante la giornata saranno sempre aperti, nel foyer, stand delle diverse comunità in cui si potranno ammirare oggetti artistici dei diversi Paesi, occasione in più per facilitare quella conoscenza e quella comprensione che è premessa dell’incontro e dell’integrazione.
L’Oratorio che piace a Rachid
Torino – “Uno dei luoghi che più di tutti mi faceva sentire a casa, nella mia infanzia, è stato l’oratorio, punto di riferimento di accoglienza, spazio per il dialogo, il confronto, dove al centro si poneva proprio la valorizzazione delle diversità”. Ad affermarlo è Fatima, giovane musulmana cresciuta all’oratorio della parrocchia San Gioacchino a Porta Palazzo. È una delle testimonianze al centro della tavola rotonda che è si è tenuta al Salone del Libro in occasione della conferenza “Sogni dei giovani, perché non partire dall’oratorio?” organizzata dalla Pastorale giovanile diocesana e dall’associazione oratori “Noi Torino”. L’incontro, moderato da don Stefano Votta, presidente Noi Torino, e da don Luca Ramello, direttore dell’Ufficio giovani della diocesi di Torino, a cui sono intervenuti don Ermis Segatti, docente presso la Facoltà Teologica di Torino, e don Danilo Magni, dei Giuseppini del Murialdo, presidente di “Social Fare”, si è conclusa proprio con lo specchio della realtà cittadina giovanile, ragazzi italiani e stranieri con storie diverse alle spalle accomunati dalla passione di costruire il proprio futuro e quello della società in cui si trovano a vivere. Ed ecco al centro del dibattito i progetti, le idee, i sogni e “le visioni” che i giovani hanno nel cuore e che quotidianamente portano avanti nel servizio come risorsa preziosa per la città. Sei giovani su quel palco che rappresenta la città, un ragazzo cinese, uno del Camerun, due ragazze musulmane e una giovane italiana che presta servizio presso l’oratorio salesiano San Luigi a San Salvario ed infine Marta, volontaria della Gioc.
In sala numerosi sacerdoti, educatori, responsabili di oratori, società sportive parrocchiali, associazioni e cooperative sociali che in diocesi si occupano di oratori e pastorale giovanile. Presente l’Imam della comunità Coreis del Piemonte Abd ar-Razaqq Bergia.
Al centro del confronto la funzione sociale e di integrazione degli oratori, 250 in diocesi, circa un centinaio a Torino che accolgono diecimila giovani di qualsiasi condizione e provenienza, senza contare i bambini, le famiglie, i volontari coinvolti nelle diverse attività. “Oratorio come luogo di comunicazione della fede”. È la visione che ha proposto don Ermis Segatti che ha sottolineato come “proprio negli oratori sia necessario trasmettere che la fede è prima di tutto un linguaggio comunicativo”.
“Uno dei più grossi rischi che si possono correre negli oratori – ha evidenziato – e negli ambienti educativi multietnici è quello di cadere vittime dell’‘afasia spirituale’, dell’incapacità di comunicare in virtù dei principi di tolleranza, pluralismo. La maggior parte delle culture che si affacciano sull’oratorio utilizzano la propria tradizione spirituale e religiosa come via di comunicazione ed è proprio da lì che è necessario partire”.
Don Danilo Magni ha posto al centro il tema della prospettiva del lavoro negli oratori. “L’oratorio – ha sottolineato don Magni – ha il compito di accompagnare i giovani verso la vita adulta per essere buoni cristiani, onesti cittadini, ma anche validi lavoratori». «Non basta dunque l’accoglienza – ha evidenziato – l’obiettivo dell’oratorio deve essere anche quello di accompagnare un giovane all’autonomia, per non illuderlo”.
I relatori hanno sottolineato come debba essere centrale per gli educatori la preoccupazione per il futuro concreto dei giovani esattamente come lo fu per i fondatori dell’oratorio a Torino don Giovanni Cocchi e don Bosco.
“Il loro sogno e la loro visione – hanno osservato – partì proprio da lì dall’accogliere bande di ragazzi poveri, ignoranti e violenti dei sobborghi torinesi che erano già falliti e senza prospettive a 15 anni”. Don Magni, nel proporre i dati sulla disoccupazione giovanile in Piemonte, che si attesta attorno al 43%, con zone della diocesi e della città con oltre il 50% di giovani senza lavoro, ha citato il fenomeno dei “neet”, giovani che né studiano e né lavorano, problematica che la diocesi sta affrontando con il lavoro dell’Agorà del sociale lanciato dall’Arcivescovo di Torino mons. Cesare Nosiglia e portato avanti in dialogo tra parrocchie e territorio.
Oratori, dunque, come luoghi di frontiera, accoglienza e integrazione che continuano la loro opera nella città.
Fa discutere dunque l’azzeramento dei fondi della legge regionale 26/2002 sugli oratori da parte della Regione Piemonte per l’anno pastorale 2015-2016, annunciati tramite comunicazione ufficiale alla Noi Torino lo scorso gennaio. La lettera di don Filippo Raimondi, parroco a Collegno, pubblicata su La Voce del Popolo del 31 gennaio scorso, con cui il sacerdote si interrogava sulla fragilità del sistema di sostegno al welfare in relazione alle incertezze sui sussidi, non ha ad oggi ancora trovato eco concreta nelle istituzioni. (Stefano Di Lullo – La Voce del popolo – Torino)
In sala numerosi sacerdoti, educatori, responsabili di oratori, società sportive parrocchiali, associazioni e cooperative sociali che in diocesi si occupano di oratori e pastorale giovanile. Presente l’Imam della comunità Coreis del Piemonte Abd ar-Razaqq Bergia.
Al centro del confronto la funzione sociale e di integrazione degli oratori, 250 in diocesi, circa un centinaio a Torino che accolgono diecimila giovani di qualsiasi condizione e provenienza, senza contare i bambini, le famiglie, i volontari coinvolti nelle diverse attività. “Oratorio come luogo di comunicazione della fede”. È la visione che ha proposto don Ermis Segatti che ha sottolineato come “proprio negli oratori sia necessario trasmettere che la fede è prima di tutto un linguaggio comunicativo”.
“Uno dei più grossi rischi che si possono correre negli oratori – ha evidenziato – e negli ambienti educativi multietnici è quello di cadere vittime dell’‘afasia spirituale’, dell’incapacità di comunicare in virtù dei principi di tolleranza, pluralismo. La maggior parte delle culture che si affacciano sull’oratorio utilizzano la propria tradizione spirituale e religiosa come via di comunicazione ed è proprio da lì che è necessario partire”.
Don Danilo Magni ha posto al centro il tema della prospettiva del lavoro negli oratori. “L’oratorio – ha sottolineato don Magni – ha il compito di accompagnare i giovani verso la vita adulta per essere buoni cristiani, onesti cittadini, ma anche validi lavoratori». «Non basta dunque l’accoglienza – ha evidenziato – l’obiettivo dell’oratorio deve essere anche quello di accompagnare un giovane all’autonomia, per non illuderlo”.
I relatori hanno sottolineato come debba essere centrale per gli educatori la preoccupazione per il futuro concreto dei giovani esattamente come lo fu per i fondatori dell’oratorio a Torino don Giovanni Cocchi e don Bosco.
“Il loro sogno e la loro visione – hanno osservato – partì proprio da lì dall’accogliere bande di ragazzi poveri, ignoranti e violenti dei sobborghi torinesi che erano già falliti e senza prospettive a 15 anni”. Don Magni, nel proporre i dati sulla disoccupazione giovanile in Piemonte, che si attesta attorno al 43%, con zone della diocesi e della città con oltre il 50% di giovani senza lavoro, ha citato il fenomeno dei “neet”, giovani che né studiano e né lavorano, problematica che la diocesi sta affrontando con il lavoro dell’Agorà del sociale lanciato dall’Arcivescovo di Torino mons. Cesare Nosiglia e portato avanti in dialogo tra parrocchie e territorio.
Oratori, dunque, come luoghi di frontiera, accoglienza e integrazione che continuano la loro opera nella città.
Fa discutere dunque l’azzeramento dei fondi della legge regionale 26/2002 sugli oratori da parte della Regione Piemonte per l’anno pastorale 2015-2016, annunciati tramite comunicazione ufficiale alla Noi Torino lo scorso gennaio. La lettera di don Filippo Raimondi, parroco a Collegno, pubblicata su La Voce del Popolo del 31 gennaio scorso, con cui il sacerdote si interrogava sulla fragilità del sistema di sostegno al welfare in relazione alle incertezze sui sussidi, non ha ad oggi ancora trovato eco concreta nelle istituzioni. (Stefano Di Lullo – La Voce del popolo – Torino)
Minori stranieri: 10800 quelli accolti temporaneamente in Italia con programmi di solidarietà
Roma - Nel corso del 2015, in Italia sono stati 183 gli Enti e Associazioni che - nell'ambito di 885 programmi solidaristici di accoglienza temporanea approvati dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali - hanno ospitato 10.800 minori stranieri, l'89% dei quali ospitati in famiglia. Una cifra di rilievo che porta a oltre 520.000 i casi in cui il nostro Paese ha fornito assistenza, negli ultimi venti anni.
Se ne è parlato a Roma, in occasione della presentazione il Report “Minori Stranieri. Il fenomeno dell'accoglienza temporanea in Italia nel 2015”, realizzato dalla Direzione Generale dell'Immigrazione e delle Politiche di Integrazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che raccoglie i dati e le informazioni sull'accoglienza, il quadro giuridico di riferimento e l'intero elenco delle associazioni coinvolte dal fenomeno.
“Questi numeri - ha commentato il Ministro Poletti - questo volontariato sono una cosa bella dell'Italia”. Un giudizio che va oltre la responsabilità politica poiché il Ministro stesso, con la sua famiglia, ha offerto ospitalità a due minori stranieri oggi adulti. La sua analisi sull'accoglienza è stata pure sociale: “Se vogliamo guardare al futuro – ha proseguito – non dobbiamo chiuderci in casa, pensando a difendere ciò che abbiamo. Una società che fa dell'inclusione un proprio obiettivo è una società che vivrà meglio. Se ci chiudiamo in casa, abbiamo già perso la gara”.
Nel 2015, i minori stranieri accolti sono stati per il 59% del totale in età compresa tra 8 e 12 anni e il l 61% di essi era di genere femminile. Secondo i dati al 31/12/2015, i primi tre paesi di origine sono stati, nell'ordine: Bielorussia (con il 72,3%), Ucraina (15,2%) e Bosnia Erzegovina (5,5%). La regione italiana che ha registrato il maggior numero di minori in accoglienza temporanea è stata la Lombardia, con 2.332 casi (il 21,6% del totale); seguono il Veneto, l'Emilia Romagna, il Lazio e il Piemonte.
Se ne è parlato a Roma, in occasione della presentazione il Report “Minori Stranieri. Il fenomeno dell'accoglienza temporanea in Italia nel 2015”, realizzato dalla Direzione Generale dell'Immigrazione e delle Politiche di Integrazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che raccoglie i dati e le informazioni sull'accoglienza, il quadro giuridico di riferimento e l'intero elenco delle associazioni coinvolte dal fenomeno.
“Questi numeri - ha commentato il Ministro Poletti - questo volontariato sono una cosa bella dell'Italia”. Un giudizio che va oltre la responsabilità politica poiché il Ministro stesso, con la sua famiglia, ha offerto ospitalità a due minori stranieri oggi adulti. La sua analisi sull'accoglienza è stata pure sociale: “Se vogliamo guardare al futuro – ha proseguito – non dobbiamo chiuderci in casa, pensando a difendere ciò che abbiamo. Una società che fa dell'inclusione un proprio obiettivo è una società che vivrà meglio. Se ci chiudiamo in casa, abbiamo già perso la gara”.
Nel 2015, i minori stranieri accolti sono stati per il 59% del totale in età compresa tra 8 e 12 anni e il l 61% di essi era di genere femminile. Secondo i dati al 31/12/2015, i primi tre paesi di origine sono stati, nell'ordine: Bielorussia (con il 72,3%), Ucraina (15,2%) e Bosnia Erzegovina (5,5%). La regione italiana che ha registrato il maggior numero di minori in accoglienza temporanea è stata la Lombardia, con 2.332 casi (il 21,6% del totale); seguono il Veneto, l'Emilia Romagna, il Lazio e il Piemonte.
MIUR-UNHCR: un protocollo per sensibilizzare studenti su tema rifugiati
Roma - È stato siglato oggi, al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, il Protocollo d’intesa fra MIUR e UNHCR, Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, che dà il via a una collaborazione tesa a promuovere nella scuola i temi dell’accoglienza, dell’integrazione e della solidarietà internazionale.
Il Protocollo, che è stato firmato dal Ministro Stefania Giannini e dal Rappresentante UNHCR per il Sud Europa Stephane Jaquemet, prevede la realizzazione di una serie di attività congiunte fra i due organismi mediante l’elaborazione di specifici progetti. Il primo frutto di questa collaborazione è il sito interattivo www.viaggidaimparare.it destinato ai docenti delle scuole secondarie di I e II grado. Il sito, attraverso una mappa interattiva e schede di supporto, fornisce elementi di conoscenza del fenomeno dei rifugiati. Alla realizzazione di “Viaggi da Imparare” ha collaborato il Comitato 3 Ottobre, organizzazione che ha avuto il merito di far istituire la Giornata della memoria e dell’accoglienza che sarà celebrata il 3 ottobre di ogni anno in ricordo del naufragio del 2013 davanti alle coste di Lampedusa e nel quale persero la vita 368 persone.
"Il sito rappresenta una prima azione concreta di attuazione del Protocollo - sottolinea il Ministro Giannini - Sul tema dell’accoglienza e dei rifugiati questo Ministero sta già facendo molto. Abbiamo infatti avviato un piano di formazione da 4 milioni di euro per 1.000 dirigenti scolastici, 10.000 docenti e 2.000 unità di personale Ata nelle scuole ad alta incidenza di alunni stranieri. Attraverso il Fondo Fami (Asilo, Migrazione e integrazione), in collaborazione con il Ministero dell’Interno ed il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, vengono stanziati 13 milioni di euro per progetti proposti dalle scuole, finalizzati ad aumentare l’inclusione sociale dei minori e dei giovani stranieri. Infine, attraverso il progetto ‘L’Europa inizia a Lampedusa’, dal 30 settembre al 4 ottobre, porteremo 250 studenti italiani e del resto d’Europa sull’isola per una settimana di approfondimenti. Mentre i ragazzi lampedusani andranno nelle scuole per raccontare la loro esperienza sull’isola”.
"La recente crisi dei rifugiati in Europa ha portato alla luce una realtà che prima era troppo poco conosciuta. Oggi, non è più possibile ignorare quello che sta succedendo in Siria, in Afghanistan, in Sudan o in Somalia, a causa della guerra e della persecuzione i rifugiati nel mondo hanno superato la cifra di 60 milioni di persone - ha ricordato Stephane Jaquemet - Come esseri umani il nostro primo dovere verso i rifugiati è quello di conoscerli, di chiederci da dove vengono, perché hanno lasciato tutto, perché si mettono nelle mani di trafficanti senza scrupoli e rischiano la loro vita per scappare, cosa accade loro quando arrivano in Italia o in altri paesi Europei – ha aggiunto - Il desiderio di conoscere e di comprendere è il primo vero atto di solidarietà e di accoglienza verso l’altro”.
Il Protocollo, che è stato firmato dal Ministro Stefania Giannini e dal Rappresentante UNHCR per il Sud Europa Stephane Jaquemet, prevede la realizzazione di una serie di attività congiunte fra i due organismi mediante l’elaborazione di specifici progetti. Il primo frutto di questa collaborazione è il sito interattivo www.viaggidaimparare.it destinato ai docenti delle scuole secondarie di I e II grado. Il sito, attraverso una mappa interattiva e schede di supporto, fornisce elementi di conoscenza del fenomeno dei rifugiati. Alla realizzazione di “Viaggi da Imparare” ha collaborato il Comitato 3 Ottobre, organizzazione che ha avuto il merito di far istituire la Giornata della memoria e dell’accoglienza che sarà celebrata il 3 ottobre di ogni anno in ricordo del naufragio del 2013 davanti alle coste di Lampedusa e nel quale persero la vita 368 persone.
"Il sito rappresenta una prima azione concreta di attuazione del Protocollo - sottolinea il Ministro Giannini - Sul tema dell’accoglienza e dei rifugiati questo Ministero sta già facendo molto. Abbiamo infatti avviato un piano di formazione da 4 milioni di euro per 1.000 dirigenti scolastici, 10.000 docenti e 2.000 unità di personale Ata nelle scuole ad alta incidenza di alunni stranieri. Attraverso il Fondo Fami (Asilo, Migrazione e integrazione), in collaborazione con il Ministero dell’Interno ed il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, vengono stanziati 13 milioni di euro per progetti proposti dalle scuole, finalizzati ad aumentare l’inclusione sociale dei minori e dei giovani stranieri. Infine, attraverso il progetto ‘L’Europa inizia a Lampedusa’, dal 30 settembre al 4 ottobre, porteremo 250 studenti italiani e del resto d’Europa sull’isola per una settimana di approfondimenti. Mentre i ragazzi lampedusani andranno nelle scuole per raccontare la loro esperienza sull’isola”.
"La recente crisi dei rifugiati in Europa ha portato alla luce una realtà che prima era troppo poco conosciuta. Oggi, non è più possibile ignorare quello che sta succedendo in Siria, in Afghanistan, in Sudan o in Somalia, a causa della guerra e della persecuzione i rifugiati nel mondo hanno superato la cifra di 60 milioni di persone - ha ricordato Stephane Jaquemet - Come esseri umani il nostro primo dovere verso i rifugiati è quello di conoscerli, di chiederci da dove vengono, perché hanno lasciato tutto, perché si mettono nelle mani di trafficanti senza scrupoli e rischiano la loro vita per scappare, cosa accade loro quando arrivano in Italia o in altri paesi Europei – ha aggiunto - Il desiderio di conoscere e di comprendere è il primo vero atto di solidarietà e di accoglienza verso l’altro”.
Migrantes: Caritas, Missio toscana: Percorso di pastorale integrata
Firenze - La conoscenza reciproca e lo scambio di buone prassi, sono necessarie per superare lo schema di pastorali “solitarie” e iniziare a pensare e attuare una pastorale integrata. Questi sono gli obiettivi dell’incontro: “Fatti della stessa pasta. Percorso di pastorale integrata tra Caritas, Migrantes e Missio della Toscana” promosso dalle tre commissioni regionali e che si svolgerà sabato 21 maggio a Firenze. “Il desiderio di fare rete, di camminare insieme, emerge con sempre più forza da vari ambiti. Incontrarci è il primo passo per iniziare un percorso condiviso e riflettere su quali possono essere i passi concreti da compiere”, spiegano i tre uffici. All’incontro, presso la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale di Firenze ( via Cosimo il Vecchio) interverranno Agostino Rigon (insegnante, membro del Centro Missionario Diocesano di Padova e coordinatore della Scuola di Animazione Missionaria e i vescovi incaricati della Conferenza Episcopale Toscana Mons. Roberto Filippini vescovo di Pescia (Caritas), Mons. Franco Agostinelli, vescovo di Prato (Migrantes) e Mons. Italo Castellani vescovo di Lucca (Missio) che si soffermeranno sulle “Piste e prospettive per una pastorale integrata”.