Treviso - Sabato scorso a Treviso, si è celebrato il 50esimo anniversario dell’Unione Nazionale Associazioni Immigrati ed Emigrati (UNAIE) alla presenza di numerosi esponenti del mondo dell’emigrazione e delle Associazioni aderenti all’unione, presieduta da Franco Narducci. La scelta di Treviso è stata fatta considerando l’enorme contributo che il Triveneto ha dato al mondo dell’emigrazione, sia in termini numerici che in protagonismo.
Il presidente Narducci ha svolto la relazione principale confermando che l’Unaie è una forza viva nel mondo dell’emigrazione ed è una rete di solidarietà mondiale in cui anche i nuovi migranti trovano sostengo e ospitalità.
Primo Piano
Don Ioculano (CEI): “Maggiore attenzione verso i marittimi”
Una giornata speciale per ricordare i marittimi e pregare per loro, per le loro famiglie e per quanti si dedicano al loro servizio. La “domenica del mare” - così viene chiamata dal 1975 la seconda domenica del mese di luglio (quest’anno il 10 luglio) - torna puntuale per accendere i riflettori su un settore pastorale di cui, forse, si parla poco nel corso dell’anno. Non un appuntamento qualsiasi, dunque. Tutt’altro… E sono i numeri a confermarne l’importanza. “Quasi 1.200.000 marittimi di tutte le nazionalità (in gran parte provenienti dai Paesi in via di sviluppo) - ricorda il Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti nel messaggio per questo evento - trasportano, a bordo di 50.000 navi mercantili, circa il 90% di ogni tipo di merci”. Come dimenticarsi di tutte queste persone e del loro lavoro, spesso nascosto? Proprio per questo motivo la Conferenza episcopale italiana ha costituito nel marzo 2012 l’Ufficio nazionale per la pastorale del mare. A dirigerlo è don Natale Ioculano, che conferma: “L’Ufficio risponde a un’attesa pastorale della gente di mare e di tutte quelle persone che in un modo o in un altro frequentano o attraversano i numerosi porti del nostro territorio”.
Don Ioculano, il 10 luglio viene celebrata la “domenica del mare”. Qual è il senso di questo appuntamento annuale?
Quello dei marittimi è un lavoro da cui tutta l’umanità, che produce o che consuma, trae beneficio, ma di ciò non ci si rende conto. La “domenica del mare”, nel far acquisire la consapevolezza dell’interdipendenza dei mondi lavorativi, promuove una maggiore solidarietà verso chi, per tante ragioni, ha meno possibilità di far sentire la propria voce.
La via del mare è luogo di vita perché è strada che muove le persone, i loro affetti, i loro sogni, le loro attese, le loro speranze, ma è luogo anche di tante ferite per i marittimi.
È vero! Le ferite sono tante. Vorrei indicarne due. In primo luogo è noto che il trasporto via mare è il più globalizzato. In esso, causa la perdurante crisi, si avverte una maggiore pressione del cosiddetto dumping sociale, che da un lato mortifica il valore della professionalità, e quindi dell’impegno profuso, dall’altro crea esclusi. E i marittimi italiani ne sanno qualcosa. La seconda ferita riguarda un diritto negato. Ultimamente, infatti, sono sempre di più i porti italiani, nei quali ai marittimi è impedito di scendere a terra: occorre indagarne le cause per trovare una soluzione.
Quali le possibili soluzioni per un contesto che appare così isolato e, quindi, maggiormente vulnerabile?
È propria del sistema marittimo l’impossibilità di creare alleanze globali tra i lavoratori. Ho letto con interesse una pubblicazione sul lavoro a bordo delle navi, curata dall’Università di Genova, e mi ha confermato nell’idea che in un sistema globalizzato si può invertire un processo solo se si è capaci di un’incidenza globale e di tutti. Si tratta, perciò, di porre segni reali e concreti di solidarietà verso i marittimi e provare a costruire una loro unità. È necessario che siano i marittimi stessi i protagonisti del cambiamento.
Parlando di mare non si può non pensare alle situazioni d’urgenza umanitaria nel Mediterraneo. In che modo l’apostolato del mare può farsi prossimo a chi sceglie le rotte della speranza?
Nel 2015, in 15 porti, si sono registrati 934 sbarchi per un totale di 149.029 persone accolte. L’apostolato del mare italiano, facendo seguito all’invito del Consiglio permanente della CEI, ha avviato un dialogo con le Chiese locali per mettere a loro servizio la sua competenza. Si tratta di un servizio in collaborazione con altri enti e associazioni in modo che, insieme, completino quanto necessario e utile per una piena accoglienza. La vita è un dono ricevuto e, proprio per questo, l’impegno può diventare un atto d’amore restituito anche a questi fratelli che fuggono dalla morte per la guerra o per la fame.
Una nota particolare viene data all’appuntamento della “domenica del mare” dal Giubileo della misericordia. Quale può essere la Porta Santa dei marittimi? E cosa significa attraversarla?
L’immagine della Porta da attraversare si coniuga, con grande efficacia, a quella del mare. In fondo, il mare è come una grande porta che viene “attraversata” dai marittimi, ma non solo. Una porta che può fare paura, ma che apre anche alla speranza. Pensiamo agli sbarchi dei migranti, ad esempio. Da Trieste ad Augusta sono tanti i porti italiani che, in modo differente, accolgono e danno il calore della casa. La Porta Santa del mare, dunque… Attraversarla significa creare un luogo stabile e concreto di accoglienza. Se così sarà, questa Porta sarà un ponte permanente che unisce la gente di mare alla Chiesa e viceversa. Insomma, una Porta che, seguendo le indicazioni e la testimonianza di Papa Francesco, resti aperta anche per il futuro.
Sono trascorsi quattro anni dalla costituzione dell’Ufficio nazionale per l’apostolato del mare: qual è il suo bilancio? Quali i principali fronti su cui lavorare?
Il bilancio è senz’altro positivo e ne sono testimonianza i continui segnali che giungono dalle diocesi costiere che apprezzano la scelta della CEI di cui l’Ufficio incarna e promuove le linee pastorali. Papa Francesco, nel salutare i direttori degli Uffici della segreteria generale, ha detto: “Il vostro è un lavoro nascosto, è come le radici di un albero o come le fondamenta di un edificio, non si vedono ma se non ci fossero, non ci sarebbero nemmeno loro”. In questa prospettiva posso dire che sono pronti alcuni progetti che partiranno in autunno. Riguarderanno i pescatori e i marittimi residenti, un maggior coinvolgimento nell’accoglienza dei migranti che sbarcano nei porti e un incremento delle associazioni Stella Maris. Tre progetti in cui saranno coinvolti anche altri Uffici pastorali della segreteria generale.
Il Pontificio Consiglio per la pastorale dei migranti e degli itineranti continua a chiedere ai vescovi, in particolare delle diocesi marittime, d’istituire e sostenere l’apostolato marittimo. Al riguardo, come è la situazione in Italia?
La scelta della CEI è già una risposta. L’istituzione di un apostolato del mare nelle Chiese locali è conseguenza di una trama di relazioni che nascono, si coltivano e crescono intorno a un lavoro comune, come ha detto il Papa a Firenze. In questo senso la situazione italiana è un cantiere aperto nel quale s’intravedono tanti segnali positivi grazie all’impegno dei diversi Uffici pastorali secondo le loro peculiarità.
Mons. Di Tora: per una cultura dell’incontro
Per leggere dentro la storia e la cronaca di 25 anni di immigrazione in Italia, Caritas e Migrantes hanno scelto nel Rapporto di quest’anno di lasciarsi guidare da una bella espressione: la cultura dell’incontro. Dietro i numeri e le storie, le analisi e gli approfondimenti puntuali del Rapporto sull’immigrazione in Italia, c’ è una ‘cultura’ che esprime anche l’esperienza cristiana, e che guida il nostro impegno, coniugando strettamente evangelizzazione e promozione umana. Lo richiama con forza Papa Francesco in un passaggio importante dedicato all’amore ai poveri nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium: “ Il nostro impegno non consiste esclusivamente in azioni o in programmi di promozione e assistenza; quello che lo Spirito mette in moto non è un eccesso di attivismo, ma prima di tutto un’attenzione rivolta all’altro considerandolo come un’unica cosa con se stesso” (n.199). La cultura dell’incontro traduce e costruisce questa attenzione all’altro, con luoghi, segni e gesti abituali che si rinnovano continuamente, evitando chiusure e distanze, peggio ancora discriminazioni ed esclusioni. Il Rapporto Caritas e Migrantes di quest’anno mostra come ‘la cultura dell’incontro’ è la prospettiva sociale ed ecclesiale che può guidare la costruzione di una città aperta e di una Chiesa che – sempre citando papa Francesco – “è chiamata ad essere sempre la casa aperta del Padre (…) non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa” (E.G. n.47). La cultura dell’incontro non cresce sulla contrapposizione, sulla lotta tra classi e persone, sulla violenza, sulla creazione di luoghi esclusivi, ma sugli incontri, i legami diversi, da luoghi e città dove tutti hanno un posto, da strade e confini dove persone indicano la direzione, aiutano a rialzarsi e camminare. La cultura dell’incontro non si fonda su un’identità che pensa di affermarsi nella difesa e nella separazione. L’identità non è una relazionalità possessiva. Una società che non riconosca come debba la sua nascita e crescita nell’incontro e non dalla salvaguardia di una chimerica identità pura cade nell’illusione e muore. Un’identità chiusa è un inferno.
Oltre al quadro aggiornato sul piano statistico, tra arrivi e partenze, il Rapporto 2015, nei diversi e competenti contributi dello ‘speciale 25 anni’, indica come ci siano persone, luoghi e strumenti che guidano una cultura dell’incontro. Se il lavoro è spesso il primo motivo in questi 25 anni di arrivo dei migranti nel nostro Paese, è il mondo del lavoro, dell’impresa ad essere un primo luogo dove costruire una cultura dell’incontro: e questa passa attraverso la legalità, il contratto, il rispetto dei diritti dei lavoratori, l’attenzione alla sicurezza sul lavoro, una mobilità che non si traduca solo in precarietà, la partecipazione sindacale. Gli immigrati non possono essere qualificati solo come lavoratori: sono mariti, padri di famiglia, figli. La famiglia, il ricongiungimento familiare, una politica familiare attenta alle nuove famiglie miste, o miste miste, sempre più crescenti è il secondo luogo fondamentale da tutelare nella costruzione di una cultura dell’incontro. Ritardare i ricongiungimenti, lasciare troppi anni le persone, soprattutto i figli in un contesto di famiglia spezzata, amputata significa ritardare processi di inclusione sociale e di integrazione. I minori migranti, ormai oltre 1 milione in Italia , sono un ulteriore elemento nella costruzione della cultura dell’incontro. La scuola, l’Oratorio, la società sportiva, l’associazione sono i luoghi e gli strumenti importanti per rendere ‘casa’ una città per i minori, purtroppo non riconosciuti ancora come cittadini italiani pur essendo nati nella maggior parte di casi in Italia o pur avendo studiato in Italia: un grave ritardo che si trascina ancora oggi e che speriamo venga superato al più presto. Una cittadinanza per i minori, ma anche un esercizio della cittadinanza per gli adulti sono due binari su cui corre una cultura dell’incontro che si traduca nella capacità anche di riconoscere peso alla rappresentanza del popolo dei migranti, superando anche le paure di chi vede nell’allargamento dell’esercizio del voto una debolezza e non una forza nel rinnovamento del nostro Paese. E infine, una cultura dell’incontro passa attraverso nuove storie ed esperienze di dialogo ecumenico, che aiuta a riconoscere nella vita di tanti immigrati una Chiesa cristiana di riferimento, da salvaguardare, accompagnare e con cui condividere anche parole e gesti di accoglienza e di rispetto. Le Chiese Ortodosse della Riforma, hanno trovato spesso nelle diocesi non solo luoghi di culto a disposizione, ma anche luoghi dove camminare insieme nella pace e nella giustizia. Anche il dialogo religioso, nell’incontro con i mondi dell’islam, del buddismo , dell’induismo in particolare, costituisce oggi, in particolare, un luogo dove segnalare con forza come le religioni siano una risorsa importante per la crescita della cultura dell’incontro.
E che la cultura dell’incontro sia possibile lo ricordano le molteplici esperienze, i numerosi progetti che la ‘fantasia dell’incontro’ ha creato nelle diverse realtà territoriali ricordate nel Rapporto 2015. Esperienze e progetti che traducono la cultura dell’incontro, seguendo anche le parole che papa Francesco ha ricordato a Prato, il 10 novembre scorso, incontrando una delle città più multietniche d’Italia: “Vi ringrazio per gli sforzi costanti che la vostra comunità attua per integrare ciascuna persona, contrastando la cultura dell’indifferenza e dello scarto. In tempi segnati da incertezze e paure, sono lodevoli le vostre iniziative a sostegno dei più deboli e delle famiglie, che vi impegnate anche ad ‘adottare’. Mentre vi adoperate nella ricerca delle migliori possibilità concrete di inclusione, non scoraggiatevi di fronte alle difficoltà. Non rassegnatevi davanti a quelle che sembrano difficili situazioni di convivenza; siate sempre animati dal desiderio di stabilire dei veri e propri ‘patti di prossimità’. La cultura dell’incontro è il presente da riconoscere ed è il futuro da costruire”
Mons. Galantino: l’intervento alla presentazione del Rapporto Immigrazione Caritas Italiana-Fondazione Migrantes
In questo breve saluto non entro nel merito dei contenuti specifici del Rapporto; lo faranno persone dotate di competenze specifiche. Mi limito a proporre qualche riflessione, frutto di una lettura di alcuni eventi che hanno segnato – e stanno segnando! – queste giornate. La propongo anche alla luce di un incontro al quale ho preso parte nei giorni scorsi a Berlino e che, tra gli altri, ha affrontato anche il tema dell’immigrazione.
La strage di Dacca (ma non solo quella) ha inferto un colpo decisivo all’equazione – data per scontata dagli imprenditori della paura – tra immigrazione e terrorismo. Dobbiamo riconoscere che a tutt’oggi gli attentatori non sono praticamente mai gente arrivata in Belgio, in Francia o in Bangladesh con i barconi… Non a caso i commenti sull’identità degli autori del massacro oggi si appuntano sul fatto che si tratta di giovani rampolli di famiglie note e di ampie possibilità economiche, ben diverse dalla popolazione poverissima che abita il Paese.
Una seconda facile equazione è stata smentita. I dati diffusi dall’FMI, dal Rapporto Caritas/Migrantes dello scorso anno, come i risultati della ricerca della Commissione Bilancio della Camera, ci dicono che l’immigrazione – sul piano meramente economico – conviene; anzi ne abbiamo perfino bisogno.
Questi due elementi obbligano tutti ad affrontare il tema dell’immigrazione lasciando sullo sfondo luoghi comuni e facendo leva su alcuni punti-chiave.
Innanzitutto, il linguaggio. L’uso di alcune parole (invasione, emergenza, crisi…) non aiuta certamente ad affrontare correttamente le trasformazioni corso; contribuisce, piuttosto, a falsare i dati reali e ad allargare la forbice tra percezione e realtà del fenomeno migratorio (30% la percezione; 8,2% i numeri reali).
Occorre, inoltre, riconoscere come delle politiche migratorie si continui a fare una lettura prevalentemente, se non esclusivamente, economica, ma di un’economia falsata: “Vengono e ci portano via i posti di lavoro…”.
Infine, rispetto ad altre epoche segnate dalla migrazione, in questa fase c’è un elemento di novità, costituito dalla forte presenza dell’Islam. La lettura integralista dell’Islam, che è alla base del terrorismo, sta ritardando – se non escludendo – la possibilità di incontro con l’esperienza di un Islam moderato.
Da qui, due conseguenze, da cui è necessario guardarsi:
- Alla lettura integralista dell’Islam da parte di alcuni, si va facendo strada una lettura integralista e, quindi, ideologica del Vangelo, fino ad arrivare a quello che due giovani hanno fatto ieri sul Lungomare del Porto d’Ascoli: due bengalesi, che vendevano fiori, pestati a sangue perché non hanno saputo recitare il Vangelo.
- La riaffermazione del ruolo pubblico della religione cristiana, che alcuni Stati e alcuni movimenti stanno veicolando, in realtà riduce l’esperienza religiosa a uno strumento da opporre all’altro.
Se e quando si riesce – con grande realismo e senza facili irenismi – a guardare al fenomeno migratorio liberandolo da facili, deformanti e disinformate equazioni, è possibile percorrere un’altra strada, che è quella nella quale la Chiesa si riconosce.
Una strada caratterizzata da alcuni punti di riferimento molto chiari: l’immigrazione costringe a guardare la storia a partire dalla prospettiva di “quelli che non ce la fanno”; il fenomeno della mobilità va guardato con gli occhi – il più delle volte impauriti – dei “profughi”. Quello della mobilità è un fenomeno di volti e di storie che dovremmo almeno tentare di immaginare!
Alla base della visione “integrale” della mobilità umana da parte della Chiesa vi sono almeno due considerazioni:
- l’emigrazione è solo un aspetto della vita di queste persone. Nella loro vita c’è altro: progetti personali e familiari, attese per la vita dei propri figli. Di qui la necessità di accostarsi ai migranti centrandosi sulle persone a partire dalle loro esperienze;
- l’importanza che, in queste storie, va data alla volontà e alla possibilità di ricongiungersi con le proprie radici (spesso non solo familiari), che appartengono a una storia e a una cultura.
Difficile, quindi, non far proprie le parole di Papa Francesco in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato promossa dall’ONU (20 giugno):
“I rifugiati sono persone come tutti, ma alle quali la guerra ha tolto casa, lavoro, parenti, amici. Le loro storie e i loro volti ci chiamano a rinnovare l’impegno per costruire la pace nella giustizia. Per questo vogliamo stare con loro: incontrarli, accoglierli, ascoltarli, per diventare insieme artigiani di pace secondo la volontà di Dio” (Angelus, 19 giugno 2016)
A chi mi chiede se c’è un’alternativa all’uso (scontro) ideologico che alcuni - mi auguro inconsapevolmente – tendono ad alimentare, io dico che questa strada c’è. Ma non è certamente quella che sta percorrendo la nostra vecchia Europa; quella di questi ultimi tempi e degli ultimi pronunciamenti.
Dopo la Brexit si sono moltiplicate le richieste – non so quanto consapevoli e sincere – per la costruzione di un’Europa dei valori, andando oltre un’Unione meramente economica. Mi piacerebbe che, soprattutto chi sta invocando un' Europa dei valori, ci mettesse la faccia per far diventare realtà questa aspirazione. Ma, se le premesse restano quelle finora note, si fa fatica a credere che si possa riuscire a vedere un’Europa capace di scrollarsi di dosso il fiato pesante di lobby ben organizzate e in grado di smettere di essere ostaggio di gruppi di pressione fortemente ideologizzati e quindi capaci di fronte in maniera efficace a chi si presenta con l’arroganza e la violenza supportate dal proprio integralismo. Mi piacerebbe sapere di quali valori parlano quanti, in questi giorni, si dicono stufi di un’Europa senza valori e senza radici. Mi sembra fin troppo evidente e pesante il prezzo che stiamo pagando alla perdita di una identità culturale, politica e religiosa. Come stucchevole e insopportabile sta ormai apparendo a tanti la pretesa di dichiarare "retrograda" la nazione che in Europa non decide subito o necessariamente di adeguarsi per trasformare rispettabili diritti individuali in impegnative leggi dello Stato da imporre e far riconoscere a tutti. Stiamo vivendo giorni in cui si avverte tutta la debolezza di un’Europa costruita più su delle primazie, che sul rispetto e la valorizzazione delle differenze fra gli Stati membri. È come quando - fatte le dovute proporzioni - in una famiglia, che in senso etimologico significherebbe un impegno a «servire per la casa comune», gli interessi di parte diventano invece predominanti, e questo sguardo miope fa crollare tutto.
Caritas Italiana e Fondazione Migrantes: presentato il rapporto Immigrazione
Roma - “Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?”. Sono questi gli interrogativi posti nel suo intervento da Papa Francesco, il 6 maggio 2016, dopo aver ritirato il Premio Internazionale Carlo Magno. Interrogativi – spiegano il direttore generale della Fondazione Migrantes mons. Gian Carlo Perego e il direttore di Caritas Italiana, mons. Francesco Soddu presentando la 25ma edizione del “Rapporto Immigrazione” - “duri e impegnativi che comunicano tutta la complessità del momento storico che stiamo vivendo, alla luce anche della ‘nuovissima era delle migrazioni’ caratterizzata da persone che ‘bussano alle porte dell’Europa’ in cerca non più e non solo di un lavoro, ma di protezione, perché in fuga da guerre, da disastri ambientali, da un mondo e un territorio in cui la vita è messa a rischio”.
Oltre ai direttori dei due organismi sono intervenuti: S.E. Mons. Nunzio Galantino (Segretario Generale Conferenza Episcopale Italiana), Oliviero Forti (Ufficio Immigrazione Caritas Italiana), Elena Besozzi (Docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi, Università Cattolica Sacro Cuore di Milano), Enzo Pace (Docente di Sociologia della religione, Università di Padova), Mons. Guerino di Tora (Presidente Fondazione Migrantes).
Per le Istituzioni ci sono stati gli interventi di Piero Fassino (Presidente ANCI), Rosa De Pasquale, delegata di Stefania Giannini, Ministro dell’Istruzione, dell’Università e la Ricerca, di Paolo Masini, delegato di Dario Franceschini, Ministro dei Beni e delle Attività culturali e del turismo.
Ha coordinato i lavori il dott. Marco Tarquinio, Direttore di "Avvenire".
In un quarto di secolo il Rapporto Immigrazione di Caritas e Migrantes ha raccolto studi puntuali sul tema migratorio, partendo dai dati ufficiali e affiancando, negli ultimi anni, la metodologia prettamente statistica a quella qualitativa, dando spazio alla voce dei territori diocesani e regionali e mettendo al centro le persone con i loro volti e le loro storie. Hanno infatti portato la loro testimonianza dal territorio don Gianni De Robertis (Direttore regionale Migrantes Puglia) e don Giovanni Perini (Delegato regionale Caritas Piemonte - Valle d’Aosta). Proprio guardando a questi volti e ascoltando queste voci, “tra sofferenza e condivisione, sfruttamento e tutela”, è stato costruito il XXV Rapporto, evidenziando che oggi non possiamo dimenticare gli oltre 5 milioni di persone di cittadinanza non italiana che strutturalmente vivono in Italia, da più o meno anni, mentre si affronta il recente fenomeno dei richiedenti asilo e rifugiati, sicuramente cresciuto a livello numerico in questo momento e con maggiore urgenza di risoluzione in un quadro di mobilità europea e nazionale.
Lo stesso slogan “cultura dell’incontro” di questa edizione è scelto “in una prospettiva che guarda lontano oltre la interculturalità – termine oggi di cui si è fatto più abuso che uso – e finanche oltre il più recente termine di transculturalità, nella certezza che solo ponendo al centro della riflessione l’uomo, non come individuo singolo, ma in dialogo con l’altro, sia possibile creare la società civile del domani, quella che è in grado di ‘integrare, dialogare e generare’.
Se dai volti e dalle storie quotidiane emerge la parola incontro, i numeri parlano di stabilità, anche se in alcune regioni si registra un calo di presenze. Sono infatti sostanzialmente stabili i numeri dei cittadini stranieri residenti nel nostro paese, pari a 5 milioni circa (+1,9%) nel 2015. La tanto temuta “invasione” che qualcuno paventava con gli sbarchi dello scorso anno, non ha praticamente prodotto effetti sulla composizione del panorama migratorio nazionale. Molti di coloro che sono giunti via mare hanno lasciato il nostro paese mentre una parte residuale ha chiesto l’asilo. Sono altri i paesi in Europa che nel corso del 2015 hanno visto crescere sensibilmente la popolazione straniera tra cui Germania e Gran Bretagna.
Anche le loro caratteristiche confermano un modello di inserimento che privilegia il nord Italia rispetto al Sud, che vede un mercato del lavoro ancora fortemente segmentato ed una presenza storica soprattutto di Romeni, Albanesi, Marocchini, Cinesi ed Ucraini.
L’assenza di vie regolari per l’ingresso in Italia ha di fatto congelato il nostro paese su numeri che vedono una incidenza degli stranieri sulla popolazione totale di poco superiore all’8% e con caratteristiche che sono assimilabili al recente passato eccezion fatta per la cittadinanza le cui acquisizioni sono in forte aumento +29% (129.887).
Dunque, voglia di stabilità che si scontra con gli innumerevoli ostacoli che si frappongono nel percorso di integrazione: sono ancora molto sovra rappresentati gli stranieri nelle statistiche sulla dispersione scolastica, per quando riguarda i reati, per ciò che riguarda le loro condizioni di lavoro e il trattamento salariale.
Ma nonostante le tante difficoltà con il contributo di tutti è possibile promuovere una seria politica di costruzione di una società integrata e armoniosa, che è nelle mani di tutti noi. Non basta convivere nella società, ma la società bisogna crearla continuamente insieme.
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Rapporto immigrazione: il mondo del lavoro degli immigrati in Italia
comunitari (33,3% degli occupati stranieri). Va anche sottolineato che l’88,5% degli occupati stranieri è dipendente (nel caso degli occupati italiani, la percentuale scende a 74,0%). I dati sono contenuti nel Rapporto Immigrazione redatto da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes e presentati questa mattina a Roma.
Gli stranieri in cerca di occupazione sono 455.578 (14,7% del totale), di cui 328.070 di nazionalità non Ue (72,0% del totale degli stranieri in cerca di occupazione) e 127.508 di nazionalità Ue (28,0%). Gli inattivi stranieri sono 1.251.261, di cui 922.510 non Ue (73,7%) e 328.750 Ue (26,3%). La distribuzione territoriale degli occupati evoca il quadro già emerso a proposito dei residenti. La maggiore concentrazione di occupati stranieri si osserva nelle regioni del Nord (58,3%), e in particolare in quelle del Nord Ovest (788.405: 33,4% del totale degli occupati stranieri) e del Nord Est (586.940: 24,9%). In generale, quindi, nelle regioni con maggiore presenza di residenti stranieri si registrano percentuali più alte di occupati immigrati sul totale degli occupati.
La minore presenza di lavoratori stranieri si registra, invece, nel Mezzogiorno: solo il 17,3% dei lavoratori Ue e il 13,7% degli extra-Ue è residente in una regione meridionale. La distribuzione territoriale della disoccupazione segue, sostanzialmente, le proporzioni registrate tra gli occupati, con una maggiore concentrazione nelle regioni del Nord Ovest e del Nord Est. In queste ultime, gli stranieri alla ricerca di lavoro rappresentano circa un terzo del totale dei disoccupati. Nelle regioni del Mezzogiorno la disoccupazione è quasi totalmente italiana.
La distribuzione degli occupati stranieri nelle diverse attività economiche, confrontata con quella degli italiani, conferma la collocazione tipica del modello di segmentazione del mercato del lavoro, con le maggiori incidenze degli occupati stranieri nel settore dei servizi collettivi e personali (29,8%), nell’industria in senso stretto (18,4%), nel settore alberghiero e della ristorazione (10,9%), nelle costruzioni (9,6%) e nel commercio (8,3%). Nell’insieme di questi settori è collocato il 77,0% degli immigrati. Un aspetto da notare è il diverso modello di inserimento lavorativo degli stranieri rispetto agli italiani. Un lavoratore straniero, secondo il confronto effettuato, ha maggiore probabilità, rispetto ad un italiano, di collocarsi nel settore dei servizi collettivi e personali, nel settore alberghiero e della ristorazione, e nelle costruzioni. L’analisi di genere mostra la maggiore concentrazione delle donne straniere nelle “altre attività nei servizi” che va senza dubbio interpretata alla luce del fenomeno, già studiato a livello internazionale, della peculiarità femminile, all’interno del lavoro degli immigrati, nell’inserimento nei cosiddetti settore delle “tre C”: caring, cleaning e catering (cura, pulizia e ristorazione). Queste considerazioni risultano più chiare se si esamina la distribuzione degli occupati stranieri per professioni. La quota del lavoro non qualificato degli immigrati è del 36,5%, contro il 7,9% degli occupati italiani. In ordine decrescente di distribuzione degli occupati stranieri nelle diverse professioni, seguono quelle nelle attività commerciali e dei servizi (24,9% vs. 18,1% degli italiani), e gli artigiani, operai specializzati e agricoltori (20,5% vs. 14,6%). Il totale di queste incidenze è 81,5%: si conferma, perciò, la maggiore presenza degli immigrati nei segmenti bassi di lavoro. Tra gli occupati stranieri quasi il 50% ha un contratto di lavoro stabile a tempo indeterminato, ma con un differenziale retributivo a danno degli immigrati rispetto agli occupati italiani. Un significativo altro 20,4% è composto di lavoratori dipendenti a tempo indeterminato, che hanno un contratto a tempo parziale che dichiarano di aver dovuto accettare non avendo trovato una posizione stabile, sempre con retribuzioni inferiori rispetto agli italiani che svolgono lo stesso lavoro. Non va trascurato che questi contratti part-time involontari degli immigrati nascondono trasformazioni di lavoro nero in “lavoro grigio” caratterizzate da dichiarazioni di falsi part-time.
Queste ultime forme si possono anche porre in relazione ad alcuni nuovi contratti “atipici” che occultano irregolarità celate attraverso l’uso improprio di contratti di lavoro autonomo per rapporti a tutti gli effetti di tipo subordinato. Non si potrebbe comprendere se non alla luce di questa ultima considerazione il fatto che nel corso della rilevazione Rcfl-Istat i lavoratori abbiano dichiarato retribuzioni per posizioni di tipo autonomo per le quali in genere nella rilevazione non è prevista tale dichiarazione.
Per le donne straniere occupate emerge una condizione più svantaggiata rispetto ai loro omologhi uomini stranieri, come si può notare a proposito della loro minore presenza nelle forme contrattuali stabili (40,9% vs. 57,6% maschile), a fronte di una loro maggiore presenza nel part-time involontario a tempo indeterminato (32,5% vs. 10,1%). Inoltre, con la crisi questa forma contrattuale è considerevolmente aumentata tra le donne occupate se si tiene conto che nel II trimestre del 2009 la percentuale era del 24,9%.
In tutte le posizioni contrattuali i lavoratori immigrati hanno dichiarato retribuzioni inferiori rispetto a quelle dichiarate dagli italiani. In generale, mentre la retribuzione media mensile dichiarata dagli occupati italiani è di 1.356 euro, quella relativa agli stranieri scende a 965 euro, pari al 30% in meno (-371 euro). Le differenze salariali, poi, risultano particolarmente significative anche tra donne straniere e donne italiane. Il peggioramento delle condizioni di disagio economico, più intenso negli anni della crisi, interessa in misura maggiore gli stranieri: la riduzione delle famiglie che possono fare affidamento su un unico reddito da lavoro standard scende dall’82,3% del 2008 al 67,0% del 2015 (mentre tra gli italiani passa dall’84,6% al 79,1%).
Rapporto immigrazione: Italia, un paese plasmato dall’immigrazione
Al 1° gennaio 2015 risultano in corso di validità 3.929.916 permessi di soggiorno di cui il 48,9% riguarda le donne. Sono solo alcuni dati del Rapporto Immigrazione curato da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes presentato oggi a Roma. Il totale dei permessi si ripartisce tra 1.681.169 “con scadenza” (57,2%) e di cui il 47,3% riguarda donne, e 2.248.747 “di lungo periodo” (42,8%), per i quali la percentuale femminile è del 50,1%. Distinguendo i permessi nella loro totalità per aree di origine, si nota che la quota maggiore riguarda i paesi dell’Europa centro-orientale (30%), seguiti in ordine decrescente, dall’Africa settentrionale (20,7%), l’Asia centromeridionale (13,9%) e l’Asia orientale (13,4%). Considerando poi le nazionalità più numerose, distinguono il Marocco (13,2%), l’Albania (12,7%), la Cina (8,5%) e l’Ucraina (6,0%). Per quanto riguarda i permessi di soggiorno con scadenza (1.681.169) al 1° gennaio 2015 si conferma, rispetto al 2014, la prevalenza dei motivi di lavoro (52,5%) e di famiglia (34,1%). Si riscontra una quota significativa di uomini tra i soggiornanti per motivi di lavoro (60,3%) e una quota significativa di donne tra i soggiornanti per motivi di famiglia (64,5%). Il segnale più emblematico – sottolineano Caritas e Migrantes - della tendenza degli stranieri a stabilizzarsi e quindi integrarsi in Italia è, peraltro, confermata dal fatto che sul totale dei permessi rilasciati per motivi familiari, le donne sono il 60,3%. Va, infine, rilevato che il terzo motivo per importanza è quello legato alla richiesta di asilo (7,0%) che, rispetto agli anni precedenti, ha sopravanzato il motivo dello studio. Al 1° gennaio 2015 in Italia sono presenti ben 198 nazionalità su un totale mondiale, al 2016, di 232 (fonte Onu).
Ad inizio 2015 quasi il 60% degli immigrati vive nel Nord, mentre questa percentuale scende al 25,4% nel Centro, con un ulteriore calo nel Mezzogiorno (15,2%). In tre regioni del Nord ed una del Centro è concentrata più della metà dell’intera popolazione straniera presente in Italia (56,6%). In particolare, si tratta della Lombardia (23,0%), del Lazio (12,7%), dell’Emilia Romagna (10,7%) e del Veneto (10,2%). Nel Mezzogiorno va sottolineato che la Campania ospita il 28,6% del totale degli stranieri residenti in quest’area. Le regioni con maggiore presenza di immigrati sono anche quelle che presentano incidenze maggiori degli stranieri sul totale della popolazione residente.
Trentino: studenti protagonisti per i profughi
L’iniziativa è entrata nel vivo a fine giugno 2016 con il primo momento di formazione sul tema dell’accoglienza ai rifugiati. Presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale l’incontro con le associazioni e con il mondo del volontariato, a cura di Silvia Volpato di Atas onlus (referente area lavoro di comunità – progetto di accoglienza richiedenti asilo coordinato dal Cinformi della Provincia autonoma di Trento). Il corso prosegue con incontri di formazione giuridica sul problema dell’accoglienza ai rifugiati e di inquadramento sociologico della tematica.
Papa Francesco ad Assisi il 4 agosto
Ccee: il tema dei rifugiati durante l’incontro dei Segretari generali
Nell’anno della misericordia e tenendo in mente le tre parole chiavi (integrare, dialogare, generare) con cui Papa Francesco aveva indicato la vocazione dell’Europa nel giorno in cui riceveva il Premio Carlo Magno, i segretari generali hanno discusso di solidarietà con i migranti e i rifugiati (integrare), con le famiglie (dialogare) e tra le conferenze episcopali del continente (generare).
Ad aprire i lavori, il Segretario generale del Ccee, mons. Duarte da Cunha, che nel suo saluto iniziale ha ricordato come il Ccee, prima di essere una struttura ecclesiale, è un’occasione, una palestra, dove i vertici della Chiesa in Europa possono esercitare il discernimento comunitario, cui spesso chiama Papa Francesco, volto a individuare le reali priorità della società, e di riflesso, della Chiesa in Europa. Una delle sfide principali del lavoro del Ccee è infatti la promozione dell’unità sociale ed ecclesiale in un mondo plurale. Si tratta di valorizzare la diversità presente sul continente europeo, e promuovere allo stesso tempo una “sinfonia ecclesiale” che rende gli uni corresponsabili degli altri. Successivamente, P. Hans Langendörfer, ha presentato la Chiesa in Germania. Con una popolazione di ca. 81.1 milioni di abitanti - di cui 6 milioni sono stranieri - la Germania rimane una nazione in cui oltre la metà degli abitanti si confessa di religione cristiana. Insieme, la Chiesa Evangelica (EKD) e la Chiesa cattolica sono le istituzioni con maggiori impiegati nel territorio tedesco. Incontrando e presiedendo l’eucaristia con i segretari generali, il Cardinale Reinhard Marx, Presidente della Conferenza episcopale tedesca e Presidente della Comece, si è soffermato sull’intimo rapporto che lega il cristianesimo e la Chiesa all’Europa “Abbiamo bisogno di un rinnovamento dell’evangelizzazione ha dichiarato il Cardinale Marx - Per questo è necessario unire insieme il Vangelo e il nostro impegno per l'Europa. Il Vangelo è, infatti, il messaggio centrale per il continente europeo. Non possiamo capire l’Europa senza la nostra fede, il Vangelo, e non possiamo comprendere la Chiesa senza la storia della libertà che abbiamo sperimentato in questo continente. La via della Chiesa non è una ‘riconquista’ o un castello che deve essere difeso. Il cammino della Chiesa è la missione di incoraggiare e guidare le persone a una gestione responsabile del dono della libertà. Pertanto è necessario avere sempre in vista la qualità del nostro lavoro. Poiché è a causa di questa qualità che si raggiunge la gente”.
Nella mattina di venerdì 1° luglio è stato affrontato il tema della solidarietà nei confronti dei migranti e rifugiati, quella espressa nelle numerose esperienze di accoglienza e d’integrazione promosse dalla Chiesa, ma anche nelle sue implicazioni nei rapporti con gli Stati. La sessione ha visto il contributo del Ministro federale degli Interni della Repubblica Federale di Germania, Thomas De Maizière, che si è soffermato sulla politica migratoria messa in opera dal Governo tedesco. Di fronte alle difficoltà nell’applicare una comune politica migratoria europea e soprattutto al dilagare di una paura ingiustificata nei confronti dei migranti che a volte può sfociare in veri e propri atti di xenofobia, il Ministro tedesco ha rilevato che esistono delle difficoltà dovute al linguaggio con cui si parla del fenomeno e “che non tocca più il cuore e la mente” tanto dei cittadini europei che dei migranti in cerca di nuova casa. Troppo spesso, riconoscono i segretari generali, si parla del fenomeno migratorio in termini di “crisi” anziché di opportunità per le nostre nazioni. In molti casi il fenomeno è molto enfatizzato e le parole non corrispondono ai fatti, ai numeri o alla realtà. Come in Germania, in molti paesi europei, gli Stati riconoscono l’”eccezionale” contributo che la Chiesa ha portato nel rispondere con generosità all’emergenza degli immigrati. Tuttavia, l’esame delle varie politiche migratorie in Europa sembra mostrare che esse sono soprattutto ispirate da una lettura economica del fenomeno. Non possiamo continuare ad affrontare questa sfida limitandoci a semplici politiche di ridistribuzioni. Bisogna aver il coraggio di trattare anche le cause all’origine di questo fenomeno, e accompagnare con responsabilità la questione dell’integrazione. La storia dell’Europa è una storia di migrazioni. La sessione di lavoro sulle sfide delle migrazioni si è poi conclusa con gli interventi del Patriarca di Antiochia dei Siro-Cattolici, Ignazio Giuseppe III Younan, e del delegato del SCEAM-SECAM (Simposio delle Conferenze Episcopali d’Africa e Madagascar) mons. Jean-Vincent Ondon, Vescovo d'Oyem (Gabon) che hanno portato la testimonianza delle sofferenze e dei bisogni di quanti arrivano in Europa con la speranza di essere accolti. Il Patriarca di Antiochia ha testimoniato la sua incomprensione di fronte all’inerzia dei politici dei Paesi occidentali davanti al dilagare di regimi basati su un Islam politico che applica la sharia e non contemperano un pluralismo religioso in Medio Oriente. Dal canto suo il Vescovo Ondon ha denunciato il triste destino di quanti, dopo aver traversato “l’inferno” per approdare in Europa, spesso vengono “ammassati in squallidi campi profughi” e lasciati poi “a un destino incerto o peggio nelle mani dei loro sfruttatori”. Alla luce di queste testimonianze i segretari generali hanno espresso l'urgenza di deporre le armi e d’intraprendere la via del dialogo in Medio Oriente, in Ucraina e tutte le zone di conflitto in Africa. La pace è sempre possibile.
Caritas e Migrantes: domani la presentazione del Rapporto Immigrazione
Morti in mare: 2886 nei primi sei mesi
Nei primi sei mesi di quest’anno, secondo i dati aggiornati dell’ACNUR, sono già 2.886 i migranti dispersi e presumibilmente morti in mare (un anno fa erano circa 1.800). Ma il numero deve essere aggiornato. Perché anche sabato l’ennesimo naufragio. Una barca di fortuna con a bordo 28 giovani tunisini che tentavano di raggiungere le coste italiane è affondata al largo della Libia: 12 le persone portate in salvo, almeno 9 i dispersi. Secondo i dati diffusi dal ministero dell’Interno e aggiornati al 30 giugno, sono invece riusciti a sbarcare sulle coste italiane, nei primi sei mesi di quest’anno, 70.930 migranti, lo 0,23% in meno rispetto ai 71.092 dello stesso periodo dell’anno scorso. Ma, oltre al numero di chi non ce l’ha fatta la crisi migratoria registra anche un altro dato drammatico: quello dei minori non accompagnati. Adolescenti ma molto spesso anche bambini di 10-12 anni che sono partiti da casa senza famiglia né parenti. Sono complessivamente 8.553 quelli sbarcati sulle nostre coste dal primo gennaio al 17 giugno. Che si aggiungono ai 12.360 arrivati l’anno scorso e ai 13.026 del 2014. Al momento i migranti inseriti nel sistema di accoglienza sono 132.331: di questi, 97.376 sono ospiti delle strutture temporanee e 14.848 di centri di prima accoglienza e hotspot mentre 20.107 occupano posti del circuito Sprar. La Lombardia è la regione che ospita il maggior numero di migranti (13%), seguita da Sicilia (11%), Veneto (8%) e Campania (8%). Secondo quanto dichiarato al momento dello sbarco, le nazioni di provenienza sono, nell’ordine, Nigeria (15%), Eritrea (13%), Gambia (8%), Costa d’Avorio (7%), Guinea (7%), Sudan (6%), Somalia (6%), Senegal (6%), Mali (5%) ed Egitto (3%). Intanto proseguono ad Augusta, in Sicilia, le operazioni di recupero dei cadaveri dal barcone naufragato un anno fa nel canale di Sicilia. Sono racconti drammatici e di orrore quelli che arrivano dai vigili del fuoco, impegnati su più turni, 24 ore su 24 a estrarre le salme racchiuse nella stiva del relitto. «Non immaginavamo che ci fossero tanti, tantissimi corpi, tutti intrecciati tra di loro. Bambini, masse informi, donne che abbiamo potuto riconoscere solo grazie ai collant che indossavano. Un orrore» racconta Paolo Quattropani, l’ispettore dei Vigili del Fuoco che coordina le squadre. Sarà lo staff di medici legali guidati da Cristina Cattaneo, responsabile dell’Istituto di medicina legale dell’Università di Milano, a eseguire gli esami autoptici sui cadaveri recuperati. Fino a questo momento sono 39 i corpi estratti dal "barcone della morte". Ma ce ne sono ancora centinaia. Fra loro, secondo il racconto dei pochi superstiti, moltissimi bambini, anche neonati. «È un’operazione molto difficile dal punto di vista emotivo – ammette Quattropani – Io ho partecipato durante la mia carriera a molte missioni dei Vigili del fuoco, ma una cosa del genere non l’avevo mai vista. Mai». (Daniela Fassini – Avvenire)
Papa Francesco: convertire i cuori dei violenti
Cinema: un film sulle stragi di migranti nel Mediterraneo
Solamente nel 2001, grazie ad un’inchiesta del giornalista Giovanni Maria Bellu, i fatti vennero alla luce, sino all’iniziativa di quattro premi Nobel italiani, che hanno chiesto alle autorità di attivarsi per il recupero della nave e dei resti degli sventurati.
Ismu: 178 mila i nuovi cittadini stranieri in Italia
Secondo i dati al primo posto per numero di nuovi italiani residenti troviamo la Lombardia con oltre 45mila acquisizioni nel 2015 (più di un quarto del totale), seguono il Veneto con 25.800 nuovi cittadini (14% del totale) e l’Emilia Romagna con 22.500 nuovi italiani (pari al 12,6% del totale). Nelle sei regioni del Sud Italia complessivamente sono state solo 9.793 le cancellazioni anagrafiche di stranieri per acquisizione di cittadinanza italiana.
Accanto agli evidenti segnali di un rallentamento dei flussi regolari in ingresso di stranieri in Italia, emergono dunque anche indicatori di maggiore integrazione e stabilità per coloro che attualmente risiedono nel nostro Paese. Tuttavia, si osserva, anche per questa componente stabile e “naturalizzata”, una mobilità verso l’estero che già sta interessando - evidenza l’Ismu - da qualche anno la componente italiana di nascita. Sono in aumento infatti i trasferimenti all’estero sia di italiani di nascita che di italiani acquisiti: le stime di Istat indicano che su 100mila italiani che hanno lasciato il Paese nel 2015, 25mila sono italiani nati all’estero. Si tratta di cittadini italiani di origine straniera che decidono di tornare al paese di origine o di trasferirsi in altro Paese UE o non UE.
Mentre in Italia le acquisizioni di cittadinanza aumentano, nel resto dell’Europa diminuiscono: secondo i dati Eurostat nel 2014 (ultimi dati disponibili) sono 890mila i cittadini stranieri che hanno ottenuto la cittadinanza di uno degli Stati Membri, il 9% in meno rispetto al 2013, anno in cui furono quasi 1 milione le acquisizioni di cittadinanza nell’Unione Europea. La diminuzione è più marcata in alcuni Paesi quali Regno Unito (-82mila rispetto al 2013), Spagna (-20mila), Belgio (-16mila), Grecia (-8.600) e Svezia (-6.700). Al contrario il più significativo aumento in termini assoluti è stato rilevato in Italia (+30mila nel 2014 rispetto al 2013), seguita dalla Francia (+8.300) e dai Paesi Bassi (+6.800). In questo contesto l’Italia è attualmente al secondo posto nella graduatoria europea per numero di acquisizioni di cittadinanza (15% del totale).