Milano - I migranti che vivono in Lombardia si ritroveranno domenica 2 ottobre al Santuario S. Maria del Fonte presso Caravaggio per il loro pellegrinaggio regionale sul tema “Perdonaci… come noi perdoniamo”. L’iniziativa è promossa dagli ufficio Migrantes della Conferenza Episcopale Lombarda e prevede, dopo una breve presentazione del luogo a cura del rettore don Antonio Mascaretti, la recita del santo Rosario, il passaggio della Porta Santa e la celebrazione eucaristica presieduta da Mons. Franco Agnesi, vescovo delegato Migrantes della Conferenza Episcopale Lombarda e membro della Commissione CEI per le Migrazioni. La celebrazione sarà animata da vari gruppi etnici.
Primo Piano
Svezia: Jonsson, 115mila cattolici, 80% immigrati
Roma - In Svezia c’è un’unica diocesi cattolica, con sede a Stoccolma, guidata dal vescovo Anders Arborelius. Il numero dei cattolici ufficialmente registrati è di circa 115mila al quale “se ne devono forse aggiungere altrettanti che non compaiono nei registri”. A delineare il “paesaggio” religioso che il Papa troverà al suo arrivo Lunedì 31 ottobre per partecipare alla commemorazione dei 500 anni della Riforma luterana, è il gesuita Ulf Jonsson dalle colonne dell’ultimo numero de “La Civiltà Cattolica”. In quanto confessione riconosciuta, spiega, la Chiesa cattolica, costituita all’80% da immigrati, può ricevere i contributi dei fedeli attraverso il sistema fiscale. I media presentano il Pontefice come “un leader religioso simpatico, buono e responsabile”. Sebbene i rapporti ecumenici tra cattolici e luterani siano migliorati gradualmente durante il Novecento, raggiungendo il culmine con la visita di Papa Giovanni Paolo II nel giugno del 1989, e si siano realizzati molti progetti comuni a livello pratico, “oggi c’è la sensazione che non si viva più nell’epoca delle grandi visioni” e “la strada si è rivelata più impervia del previsto”, annota il gesuita. Tra i “conflitti”, quello sopraggiunto nel 2009 quando la Chiesa svedese ha ammesso il matrimonio omosessuale. Positivo, invece, il fatto che l’arcivescovo luterano di Uppsala, signora Antje Jackelén, abbia affermato di volersi impegnare “in una nuova fase di collaborazione ecumenica tra cattolici e luterani” proponendo di trasformare la commemorazione del prossimo 31 ottobre in “un evento comune”. “Non c’è motivo – ha detto – di fare una celebrazione trionfalistica”, ma è piuttosto l’ora della “guarigione dei ricordi, di un ecumenismo dell’amore e dell’incontro, dell’ascolto e dell’amicizia”. (SIR)
Madrid: incontro dei vescovi e delegati responsabili per la pastorale dei migranti delle Conferenze Episcopali in Europa
Madrid – Si svolgerà dal 26 al 27 settembre prossimo a Madrid l’incontro annuale dei vescovi e delegati responsabili per la pastorale migratoria delle Conferenze Episcopali europee. E’ alla luce della riflessione avviata negli ultimi anni assieme a diversi organismi ecclesiali sulla risposta della Chiesa all’intenso flusso migratorio verso l’Europa, e cercando di integrarla alla riflessione della Chiesa nell’Anno della Misericordia, che si apriranno i lavori nella capitale madrilena. Con l’aiuto della Comece, i partecipanti saranno aggiornati sulle politiche europee in tema d’integrazione e si soffermeranno sulle varie dimensioni dell’integrazione, in particolare quella pastorale, sia nella prospettiva di chi arriva che di quella di chi accoglie: dalla ricerca di un lavoro di un’abitazione, all’educazione dei figli e all’esperienza personale e comunitaria della propria religione, ma anche il rapporto tra immigrati già integrati e nuovi arrivati. “A Madrid, i partecipanti racconteranno come avviene l’integrazione nei rispettivi Paesi, condividendo le difficoltà riscontrate e le buone pratiche”, afferma Mons. Duarte da Cunha, Segretario generale del CCEE: “nell’affrontare il fenomeno migratorio è necessario non solo rispondere alle sfide a livello della carità che pongono coloro che fuggono da aree di guerra o da situazioni di completa instabilità politica e sociale, ma anche le diverse tappe dell’integrazione: dall’assistenza umanitaria al reinsediamento in terra straniera. L’Europa diventa sempre più un spazio multiculturale dove s’integrano persone di diverse provenienze. Appartiene al DNA dell’Europa, plasmato anche dalle sue radici cristiane, l’aver un’identità culturale aperta, non indifferente né sincretista, ma dialogante, consapevole che ha non solo molto da offrire ma anche da ricevere”. La prima giornata di lavoro si concluderà con la celebrazione dell’Eucarestia nella parrocchia “Santa Maria del Silenzio” insieme a una delegazione diocesana per la pastorale dei migranti di Madrid, presieduta dall’Arcivescovo della città, Mons. Carlos Osoro Sierra. I lavori si concluderanno nella mattinata di martedì 27 settembre con la celebrazione dell’eucarestia nella sede della Conferenza Episcopale Spagnola, presieduta dal suo Presidente, il Cardinale Ricardo Blázquez Pérez, non prima di aver discusso alcuni temi affrontati precedentemente e ancora attuali, quali: la tratta di esseri umani (il lavoro del Santa Marta Group) e la presenza immigrati cinesi in Europa. Sarà anche l’occasione per uno scambio di esperienze e delle difficoltà riscontrate nell’accompagnamento sociale e pastorale degli immigranti e nella cura pastorale di coloro che decidono di emigrare.
Card. Parolin: 48 milioni di bambini in fuga
New York - “Quarantotto milioni di bambini sono costretti a lasciare le loro case, e migliaia di bambini migranti non accompagnati sono dispersi e divengono preda di abusanti e sfruttatori”. Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha scelto l’Onu per lanciare il grido d’allarme. Intervenendo al summit in corso a New York sulla questione dei migranti e dei rifugiati, il porporato ha ribadito che “tutti gli individui hanno il diritto di rimanere in pace e sicurezza nella loro terra e nei loro Paesi d’origine”. Invece, ci sono milioni di persone che “rischiano tutto, vivono in misere condizioni” e migliaia che “hanno perso la vita mentre cercavano di scappare dai conflitti, dalla violenza, dalla povertà estrema, dall’esclusione sociale, dalle persecuzioni e da varie forme di discriminazione”. Di qui l’appello “urgente” della Santa Sede a favore di “sforzi politici e multilaterali per sradicare le cause profonde dei vasti movimenti e dello spostamento forzato delle popolazioni”: “conflitti e violenza, innumerevoli violazioni dei diritti umani, degrado ambientale, estrema povertà, commercio e traffico di armi, corruzione ed oscuri piani commerciali e finanziari”. Nello stesso tempo, ha detto Parolin, “è necessario assicurare che i fondi allo sviluppo siano assegnati equamente e con trasparenza, consegnati ed usati appropriatamente”. No, quindi, alla “globalizzazione dell’indifferenza” denunciata dal Papa, sì invece al “rinnovato impegno per proteggere ogni persona dalla violenza e dalla discriminazione, per garantire una qualità di assistenza sanitaria appropriata e per proteggere coloro che sono più vulnerabili, particolarmente le donne e i bambini”. Per il cardinale i muri e le barriere tra le persone e i popoli – sia fisiche che legislative – “non sono mai una soluzione accettabile per i problemi sociali”. “Tali barriere – si legge nel testo diffuso ieri dalla Sala Stampa della Santa Sede – dividono le persone e i popoli, causano tensioni tra di loro ed indeboliscono e impediscono lo sviluppo”. Perciò, “nonostante le difficoltà, gli interessi elettorali e le legittime preoccupazioni, le nostre responsabilità richiedono di superare le paure e gli ostali e di lavorare per un mondo dove gli individui e i popoli possano vivere in libertà e dignità”. “Mentre cerchiamo di trovare i modi più efficaci per rispondere alle sfide poste dal movimenti senza precedenti di rifugiati e di migranti – il monito del cardinale – non dovremmo mai perdere di vista la gente reale, con i nomi e volti che stanno dietro alle statistiche”. Un “approccio”, questo, ha precisato il segretario di Stato citando il Papa, che “richiede il pieno impegno per un’umanità che prima di tutto riconosca gli altri come fratelli e sorelle, che vuole costruire punti e rifugge dall’idea di edificare muri per renderci più sicuri”. “L’enorme e complessa sfida che l’immenso movimento di rifugiati e migranti pone può essere risolta solo se lavoriamo insieme”, l’appello di Parolin, che ha invitato al dialogo e alla collaborazione “tra nazioni, organismi internazionali e agenzie umanitarie” e ha menzionato il ruolo decisivo svolto dalle organizzazioni religiose e dalle comunità cristiane, le quali spesso sono le prime a rispondere alle emergenze umanitarie.
Affonda barcone di migranti: almeno 42 morti
Roma - Ennesima strage di migranti nel mar Mediterraneo. Un barcone carico di centinaia di persone in fuga dall'Africa è naufragato al largo delle coste settentrionali dell'Egitto. Almeno 42 i morti accertati, ma il bilancio della tragedia rischia di assumere proporzioni ancora maggiori.“Sono almeno 42 i corpi dei migranti annegati recuperati finora” ha reso noto nella serata di ieri il ministero della Salute egiziano alla tv di Stato. “Altri cinque migranti sono stati ricoverati in ospedale” ha aggiunto il portavoce. Il naufragio è avvenuto al largo di Kafr al-Sheikh, località situata a circa 140 a nord della capitale Il Cairo. L'agenzia statale Mena riporta la seguente dichiarazione di un'autorità locale: “Un'imbarcazione illegale di migranti si è capovolta al largo della costa di Kafr al -Sheikh con 600 migranti a bordo nella più vasta operazione di migrazione illegale registrata finora su queste coste”. Tra i cadaveri recuperati ci sono anche quelli di dieci donne e due bambini. Lo rende noto il portavoce della provincia di Kafr al-Sheikh, Ahmed al Loz, aggiungendo che a bordo del barcone viaggiavano almeno 600 migranti. Si tratta di egiziani, siriani e di persone “di altre nazionalità africane” afferma.
Roma: in mostra le “identità negate” dei migranti
Roma - Che cosa significa essere un richiedente asilo nel Regno Unito? È questo il punto di partenza della ricerca di Sam Ivin, iniziata in un centro di prima accoglienza a Cardiff, in Galles, e poi continuata in tutta l’Inghilterra. Il risultato è una serie di 28 ritratti oggi sono esposti – fino al 26 novembre – presso la Galleria del Cembalo a Roma.
“Graffiare” i volti di questi 28 migranti è un modo per trasmettere in maniera immediata l’idea della perdita di sé, la confusione che li attanaglia mentre aspettano di conoscere il loro destino, si legge in una nota di presentazione della mostra che vuole gettare luce su una questione spesso taciuta: l’emergenza dei richiedenti asilo. “Nonostante siano presentate prive di occhi, queste persone hanno una loro identità e in loro riconosciamo madri, padri, figlie e figli: esseri umani”.
La mostra si inserisce nel progetto “Identità negate” e comprende, oltre ai ritratti di Sam Ivin anche “Foibe” di Sharon Ritossa.
“Graffiare” i volti di questi 28 migranti è un modo per trasmettere in maniera immediata l’idea della perdita di sé, la confusione che li attanaglia mentre aspettano di conoscere il loro destino, si legge in una nota di presentazione della mostra che vuole gettare luce su una questione spesso taciuta: l’emergenza dei richiedenti asilo. “Nonostante siano presentate prive di occhi, queste persone hanno una loro identità e in loro riconosciamo madri, padri, figlie e figli: esseri umani”.
La mostra si inserisce nel progetto “Identità negate” e comprende, oltre ai ritratti di Sam Ivin anche “Foibe” di Sharon Ritossa.
Sbarchi 2016: Ismu, aumentano i minori non accompagnati
Milano - Nei primi otto mesi di quest’anno sono giunti in Italia attraverso il Mediterraneo oltre 16.800 minori non accompagnati, un numero rilevante considerando che solo l’anno scorso in dodici mesi ne sono sbarcati 12.360. Se i flussi dovessero continuare in tal modo, per la fine dell’anno si può prevedere complessivamente l’arrivo nel nostro Paese di circa 20mila giovani migranti che, senza adulti di riferimento al loro fianco, intraprendono lunghi e pericolosi viaggi attraverso il Mediterraneo. I minori non accompagnati rappresentano oggi il 15% di tutti gli arrivi via mare, mentre costituivano l’8% nel 2015 e il 7,7% nel 2014, anno record di sbarchi. I dati mensili mostrano – spiega una nota dell’Ismu - un andamento crescente con un picco nel mese di giugno quando, con una media giornaliera di 117 arrivi, sono sbarcati sulle nostre coste 3.515 minori soli; ad aprile si è registrata l’incidenza maggiore, infatti i giovani migranti non accompagnati hanno costituito un quinto di tutti gli arrivi nel mese (adulti e minori).
Nel 2016 i minori non accompagnati costituiscono il 91% del totale dei minori sbarcati. Considerando il collettivo dei minori nel loro complesso (accompagnati e non) si osserva come il peso relativo della componente dei non accompagnati sia anch’esso andato crescendo nel tempo: nel 2014 i msna costituivano il 49% su un totale di 26mila minori, nel 2015 il 75% (su 16.500) mentre oggi sono il 91% degli oltre 16mila minori sbarcati, a testimonianza di una migrazione prevalentemente individuale di giovani quasi-adulti originari soprattutto dal continente africano. La situazione italiana si distingue da quella greca, che invece è caratterizzata soprattutto da una migrazione di nuclei familiari in arrivo dal Medio Oriente (Siria, Afghanistan, Iraq): i dati disponibili a fine luglio per la Grecia indicano, sul totale degli arrivi, sbarchi di minori sia accompagnati che soli pari al 38% (in Italia il 16%), e un quinto di donne (in Italia il 13,6%) .
Il dettaglio delle nazionalità dei giovani migranti che arrivano in Italia evidenzia una provenienza tutta africana: al primo posto in graduatoria i giovani gambiani (1.902 pari al 13,9%), seguono eritrei, egiziani, nigeriani. I dati pubblicati da UNHCR, riferiti al periodo gennaio-luglio 2016, evidenziano che tra gli egiziani giunti via mare in Italia –uomini, donne, minori- i giovani non accompagnati costituiscono ben il 59% di tutto il collettivo egiziano. L’Italia non è sempre la meta ultima di questi giovani, ma solo il transito per coloro che intendono proseguire verso altri Paesi europei. Sono relativamente pochi infatti i giovani che intraprendono il percorso della protezione internazionale nel nostro Paese, mentre sono più numerosi coloro che cercano di abbandonare le strutture di accoglienza italiane che li ospitano. A fine luglio scorso a fronte di una presenza nel sistema di accoglienza di 12.700 minori soli, le richieste di protezione internazionale presentate risultano poco rilevanti (poco più di 3mila) mentre è più significativo il numero di coloro che si allontanano volontariamente dalle strutture di accoglienza che li ospitano: sono 5.315 i minori che risultavano irreperibili al 31 luglio scorso nelle strutture di accoglienza censite dal Ministero del Lavoro. Si tratta per lo più di giovani egiziani, somali, eritrei, afghani che vogliono soggiornare in Italia svincolati dall’accoglienza istituzionale o raggiungere parenti e reti amicali nei paesi del nord Europa.
Nel 2016 i minori non accompagnati costituiscono il 91% del totale dei minori sbarcati. Considerando il collettivo dei minori nel loro complesso (accompagnati e non) si osserva come il peso relativo della componente dei non accompagnati sia anch’esso andato crescendo nel tempo: nel 2014 i msna costituivano il 49% su un totale di 26mila minori, nel 2015 il 75% (su 16.500) mentre oggi sono il 91% degli oltre 16mila minori sbarcati, a testimonianza di una migrazione prevalentemente individuale di giovani quasi-adulti originari soprattutto dal continente africano. La situazione italiana si distingue da quella greca, che invece è caratterizzata soprattutto da una migrazione di nuclei familiari in arrivo dal Medio Oriente (Siria, Afghanistan, Iraq): i dati disponibili a fine luglio per la Grecia indicano, sul totale degli arrivi, sbarchi di minori sia accompagnati che soli pari al 38% (in Italia il 16%), e un quinto di donne (in Italia il 13,6%) .
Il dettaglio delle nazionalità dei giovani migranti che arrivano in Italia evidenzia una provenienza tutta africana: al primo posto in graduatoria i giovani gambiani (1.902 pari al 13,9%), seguono eritrei, egiziani, nigeriani. I dati pubblicati da UNHCR, riferiti al periodo gennaio-luglio 2016, evidenziano che tra gli egiziani giunti via mare in Italia –uomini, donne, minori- i giovani non accompagnati costituiscono ben il 59% di tutto il collettivo egiziano. L’Italia non è sempre la meta ultima di questi giovani, ma solo il transito per coloro che intendono proseguire verso altri Paesi europei. Sono relativamente pochi infatti i giovani che intraprendono il percorso della protezione internazionale nel nostro Paese, mentre sono più numerosi coloro che cercano di abbandonare le strutture di accoglienza italiane che li ospitano. A fine luglio scorso a fronte di una presenza nel sistema di accoglienza di 12.700 minori soli, le richieste di protezione internazionale presentate risultano poco rilevanti (poco più di 3mila) mentre è più significativo il numero di coloro che si allontanano volontariamente dalle strutture di accoglienza che li ospitano: sono 5.315 i minori che risultavano irreperibili al 31 luglio scorso nelle strutture di accoglienza censite dal Ministero del Lavoro. Si tratta per lo più di giovani egiziani, somali, eritrei, afghani che vogliono soggiornare in Italia svincolati dall’accoglienza istituzionale o raggiungere parenti e reti amicali nei paesi del nord Europa.
Media CEI: televisione e radio di qualità, specchio del messaggio “alternativo” del Vangelo
Milano - Comunicare, con stile e linguaggi alternativi, un messaggio e un modo di porsi dinanzi alla storia che è più che mai “alternativo”. Così Tv2000 e InBlu Radio, espressione della Chiesa italiana, rinnovano la propria proposta con palinsesti arricchiti. La presentazione della stagione 2016-17 è avvenuta ieri, 20 settembre, a Milano, nella sede dell’Università Cattolica, con gli interventi di Mons. Nunzio Galantino, segretario generale della CEI, del direttore di rete Paolo Ruffini e del direttore generale Lorenzo Serra. Ha portato i saluti Franco Anelli, rettore dell’ateneo milanese; erano presenti l’assistente ecclesiastico, Mons. Claudio Giuliodori, e il direttore dell’ufficio comunicazioni sociali della CEI, don Ivan Maffeis.
La riflessione di Mons. Nunzio Galantino si è snodata a partire da un deciso apprezzamento per il lavoro finora compiuto da Tv2000 e InBlu Radio, alle quali la chiesa italiana chiede, attraverso il segretario generale della Conferenza episcopale, programmi di qualità, verve comunicativa, informazione equilibrata ed esente da sensazionalismi, capacità di raccontare il vissuto del paese e della stessa chiesa in tutte le sue articolazioni. Il vescovo si sofferma sui limiti e le distorsioni dell’informazione, che subisce le “pressioni” dal web; valuta il peso dei media nella cultura e nella vita nazionale. Traccia quindi cinque “consegne” per televisione ed emittente radiofonica cattoliche. A suo avviso, infatti, occorre anzitutto “investire energie e professionalità per una tv e una radio di qualità, e spendersi, attraverso una comunicazione pensata per costruire un mondo meno cinico e baro”; in secondo luogo è necessario “evitare ogni occasione di disgustoso spettacolo sul dolore”; c’è quindi, terzo elemento, il dovere di “raccontare la vita vera della gente”, una vita “che merita sempre di essere vissuta fino in fondo”. Il quarto punto riguarda l’impegno a “smontare i luoghi comuni pigramente coltivati e riproposti, anche quelli sulla Chiesa italiana”; infine, quinta consegna, il richiamo a “realizzare una televisione che sappia spiegare quante potenzialità presenta questa tornante della storia, questo tempo bello in cui viviamo”.
L’analisi di Galantino lascia intravvedere una relazione tra la situazione del Paese, la presenza cristiana in Italia, la capacità dei cattolici di stare sulla “piazza” massmediale segnando una costruttiva “differenza”. Chiede, anche per questo, un’informazione che non alimenti irrazionali paure (già fin troppo diffuse), una modalità di fare spettacolo fondata sul buon gusto e il divertimento non banale, il tentativo di contribuire – pur con la specificità del linguaggio radiotelevisivo – a una crescita complessiva del Paese. Perché anche uno spettacolo tv o un radiogiornale possono diventare strumenti di formazione e di cultura popolare. Ugualmente il vescovo vede la televisione come “luogo” in cui “incontrarsi”, “riconoscersi”, “dialogare”, aprendosi alla realtà “feriale” nella quale portare la novità e la certezza del Vangelo. Anche questa è la “Chiesa in uscita” che Papa Bergoglio non si stanca di riproporre e che trova – come conferma Galantino – vasta eco su Tv2000 e Radio InBlu. Mons. Galantino ha in mente, e lo dichiara, media come “luoghi in cui transitano messaggi positivi, non facilmente rintracciabili altrove”. Da qui l’invito a proseguire su questa linea, “raccontando il Vangelo senza occhi bigotti o affetti da insopportabile strabismo”.
Il direttore di rete, Paolo Ruffini, fa eco al segretario generale CEI. “Sono tanti i protagonisti della televisione, del cinema e della cultura che hanno scelto Tv2000 e InBlu Radio per la qualità che ricercano. Ma ciò che voglio sottolineare è la grande coesione che lega tutto questo insieme e che rende unico il nostro circuito”, il cui obiettivo è “la qualità: è questo ciò che dà senso al nostro lavoro”. Ruffini parla di una televisione “che crede”, è “libera” e, “per questo, è grande”. “Abbiamo fatto tanta strada – prosegue – e altrettanta ci aspetta”. I numeri sono in crescita: share allo 0,8% (con punte tra l’1 e il 2%), 3 milioni di utenti al giorno, pubblicità in aumento, nuove produzioni, programmi che variano, presentati da volti noti al grande pubblico. Il tutto con un mix tra dibattiti e film, approfondimenti e tiggì, trasmissioni che “raccontano il quotidiano”: la vita delle famiglie, i temi dell’economia e della politica, il lavoro, la cura della salute e l’attenzione a chi si trova nel dolore, nella solitudine o nella povertà; e, ancora, la scuola, il volontariato, gli eventi internazionali (tutte le proposte nel sito http://www.tv2000.it/). Quindi una riflessione sul pubblico: “Stiamo cercando strade nuove per intercettare un pubblico giovane”; al momento “il nostro target è di persone adulte”, come del resto accade a tutte le televisioni generaliste, perché i ragazzi e i giovani “preferiscono il web”. Ruffini conclude: “Pur restando nell’ambito della tv generalista, vorremmo costruire una proposta basata su un pensiero, e realizzare uno spazio in cui condividere valori e visioni, aperto al confronto con tutti”. (Gianni Borsa – SIR)
La riflessione di Mons. Nunzio Galantino si è snodata a partire da un deciso apprezzamento per il lavoro finora compiuto da Tv2000 e InBlu Radio, alle quali la chiesa italiana chiede, attraverso il segretario generale della Conferenza episcopale, programmi di qualità, verve comunicativa, informazione equilibrata ed esente da sensazionalismi, capacità di raccontare il vissuto del paese e della stessa chiesa in tutte le sue articolazioni. Il vescovo si sofferma sui limiti e le distorsioni dell’informazione, che subisce le “pressioni” dal web; valuta il peso dei media nella cultura e nella vita nazionale. Traccia quindi cinque “consegne” per televisione ed emittente radiofonica cattoliche. A suo avviso, infatti, occorre anzitutto “investire energie e professionalità per una tv e una radio di qualità, e spendersi, attraverso una comunicazione pensata per costruire un mondo meno cinico e baro”; in secondo luogo è necessario “evitare ogni occasione di disgustoso spettacolo sul dolore”; c’è quindi, terzo elemento, il dovere di “raccontare la vita vera della gente”, una vita “che merita sempre di essere vissuta fino in fondo”. Il quarto punto riguarda l’impegno a “smontare i luoghi comuni pigramente coltivati e riproposti, anche quelli sulla Chiesa italiana”; infine, quinta consegna, il richiamo a “realizzare una televisione che sappia spiegare quante potenzialità presenta questa tornante della storia, questo tempo bello in cui viviamo”.
L’analisi di Galantino lascia intravvedere una relazione tra la situazione del Paese, la presenza cristiana in Italia, la capacità dei cattolici di stare sulla “piazza” massmediale segnando una costruttiva “differenza”. Chiede, anche per questo, un’informazione che non alimenti irrazionali paure (già fin troppo diffuse), una modalità di fare spettacolo fondata sul buon gusto e il divertimento non banale, il tentativo di contribuire – pur con la specificità del linguaggio radiotelevisivo – a una crescita complessiva del Paese. Perché anche uno spettacolo tv o un radiogiornale possono diventare strumenti di formazione e di cultura popolare. Ugualmente il vescovo vede la televisione come “luogo” in cui “incontrarsi”, “riconoscersi”, “dialogare”, aprendosi alla realtà “feriale” nella quale portare la novità e la certezza del Vangelo. Anche questa è la “Chiesa in uscita” che Papa Bergoglio non si stanca di riproporre e che trova – come conferma Galantino – vasta eco su Tv2000 e Radio InBlu. Mons. Galantino ha in mente, e lo dichiara, media come “luoghi in cui transitano messaggi positivi, non facilmente rintracciabili altrove”. Da qui l’invito a proseguire su questa linea, “raccontando il Vangelo senza occhi bigotti o affetti da insopportabile strabismo”.
Il direttore di rete, Paolo Ruffini, fa eco al segretario generale CEI. “Sono tanti i protagonisti della televisione, del cinema e della cultura che hanno scelto Tv2000 e InBlu Radio per la qualità che ricercano. Ma ciò che voglio sottolineare è la grande coesione che lega tutto questo insieme e che rende unico il nostro circuito”, il cui obiettivo è “la qualità: è questo ciò che dà senso al nostro lavoro”. Ruffini parla di una televisione “che crede”, è “libera” e, “per questo, è grande”. “Abbiamo fatto tanta strada – prosegue – e altrettanta ci aspetta”. I numeri sono in crescita: share allo 0,8% (con punte tra l’1 e il 2%), 3 milioni di utenti al giorno, pubblicità in aumento, nuove produzioni, programmi che variano, presentati da volti noti al grande pubblico. Il tutto con un mix tra dibattiti e film, approfondimenti e tiggì, trasmissioni che “raccontano il quotidiano”: la vita delle famiglie, i temi dell’economia e della politica, il lavoro, la cura della salute e l’attenzione a chi si trova nel dolore, nella solitudine o nella povertà; e, ancora, la scuola, il volontariato, gli eventi internazionali (tutte le proposte nel sito http://www.tv2000.it/). Quindi una riflessione sul pubblico: “Stiamo cercando strade nuove per intercettare un pubblico giovane”; al momento “il nostro target è di persone adulte”, come del resto accade a tutte le televisioni generaliste, perché i ragazzi e i giovani “preferiscono il web”. Ruffini conclude: “Pur restando nell’ambito della tv generalista, vorremmo costruire una proposta basata su un pensiero, e realizzare uno spazio in cui condividere valori e visioni, aperto al confronto con tutti”. (Gianni Borsa – SIR)
Migrantes: il 6 ottobre la presentazione del Rapporto “Italiani nel Mondo”
Roma - Sarà presentato a Roma giovedì 6 ottobre, la nuova edizione del “Rapporto Italiani nel Mondo” promossa dalla Fondazione Migrantes. La XI edizione dell’indagine, che da anni analizza non solo gli aspetti statistici ma anche le tendenze migratorie e le connotazioni umane della nostra emigrazione all’estero, verrà presentata presso l’Auditorium “V. Bachelet”, The Church Palace - Domus Mariae - via Aurelia 481 alle ore 10:00.
Bellunesi nel Mondo: nuovi progetti culturali
Belluno - Importanti novità in vista nel mondo dell’Associazione Bellunesi nel Mondo per quanto riguarda le attività culturali. L’Associazione sta infatti lavorando ad una serie di progetti che si concretizzeranno nei prossimi mesi. Il primo riguarda il Museo Interattivo delle Migrazioni. Visto il crescente numero di visitatori stranieri interessati a conoscere il Museo delle Migrazioni, saranno prossimamente disponibili anche i percorsi in lingua inglese, grazie all’introduzione dei sottotitoli e del doppiaggio nei filmati che costituiscono il cuore del museo. Altro cambiamento, la creazione di Radio Abm, la web radio dalle cui frequenze saranno trasmesse notizie, approfondimenti e curiosità dalla provincia di Belluno in tutto il mondo. Infine, sono in programma alcune nuove pubblicazioni sull’emigrazione bellunese a cura dell’associazione.
Preghiera per la pace: a Westfalia in Germania il prossimo incontro delle religioni
Assisi - Si terrà nelle diocesi tedesche di Westfalia, Muster e Osnabruc la prossima edizione dell’incontro dei leader delle religioni per la pace promosso dalla Comunità di Sant’Egidio nello spirito di Assisi. È stato annunciato al termine della cerimonia conclusiva della Giornata di Assisi da uno dei due vescovi delle diocesi coinvolte ricordando la pace di Westfalia del 1648 che pose fine alla cosiddetta guerra dei trent’anni.
Assisi: l’appello di Tamara Mikalli
Assisi – Tamara Mikalli, armena di Aleppo, insegnava inglese prima che la guerra gli portasse via tutto. È giunta in Italia nel maggio del 2016 e già parla con sicurezza la lingua italiana. “Aleppo, quando pronuncio questo nome, mi si stringe il cuore – ha detto Tamara ad Assisi – perché mi ricordo dove sono nata, cresciuta e dove mi sono sposata. Mi tornano alla mente i tanti amici musulmani e cristiani. Ora si fanno differenze tra cristiani e musulmani, ma prima della guerra non c’erano differenze”. Sotto i “pesanti bombardamenti”, ha ricordato la giovane testimone, “condividevamo il pane e l’acqua, i beni più preziosi che mancano durante la guerra, ci incoraggiavamo a vicenda e pregavamo. La preghiera era l’unico sostegno per noi”. Dopo tre anni di sofferenze durante l’assedio di Aleppo, è fuggita con la famiglia in Libano, dove ha conosciuto “gli angeli che ci hanno parlato dei corridoi umanitari e della possibilità di vivere in pace”, ha concluso.
I bambini messaggeri di pace tra i leader religiosi e i rappresentanti delle Nazioni
Assisi – Arrivavano da 11 paesi i 34 bambini che hanno sfilato ieri sera al centro della piazza della Basilica inferiore di San Francesco ad Assisi per prendere l’Appello di Pace dalle mani del Papa e dei leader delle grandi religioni mondiali. Sono stati loro i messaggeri che consegneranno questo messaggio, firmato dai capi religiosi, che è stato proclamato al termine della cerimonia conclusiva dell'Incontro "Sete di pace", promosso dalla Comunità di Sant'Egidio, dalla Diocesi di Assisi e dalle Famiglie Francescane.
Arrivavano da Italia, Albania, Polonia, Romania, Burkina Faso, Costa d'Avorio, Marocco, Colombia, Perù, Filippine e Siria. Tra di loro la piccola Kudus, di Deir el-Zor (Siria), arrivata a Roma con Papa Francesco dall’isola di Lesbos il 16 aprile 2016.
In questi mesi Kudus è andata a scuola e già parla bene l’italiano, come ha potuto constatare lo stesso Papa Francesco, che lo scorso 11 agosto ha invitato a pranzo Kudus, la sua famiglia e gli altri rifugiati suoi ospiti. La bimba più piccola, Paola, ha appena quattro anni, ma ha detto alla mamma che ieri ha parlato “a nome di tanti bambini che vivono in guerra”. Bernardine, nato in Italia ma di origini filippine, è fiero di avere amici di tutto il mondo perché “non si è mai troppo piccoli per lavorare per la pace”.
Arrivavano da Italia, Albania, Polonia, Romania, Burkina Faso, Costa d'Avorio, Marocco, Colombia, Perù, Filippine e Siria. Tra di loro la piccola Kudus, di Deir el-Zor (Siria), arrivata a Roma con Papa Francesco dall’isola di Lesbos il 16 aprile 2016.
In questi mesi Kudus è andata a scuola e già parla bene l’italiano, come ha potuto constatare lo stesso Papa Francesco, che lo scorso 11 agosto ha invitato a pranzo Kudus, la sua famiglia e gli altri rifugiati suoi ospiti. La bimba più piccola, Paola, ha appena quattro anni, ma ha detto alla mamma che ieri ha parlato “a nome di tanti bambini che vivono in guerra”. Bernardine, nato in Italia ma di origini filippine, è fiero di avere amici di tutto il mondo perché “non si è mai troppo piccoli per lavorare per la pace”.
Rom e sinti: da domani il convegno Aizo a Torino
Torino - I rom, i sinti e i gagé di A.I.Z.O., l’Associazione Italiana Zingari Oggi, hanno organizzato insieme il 27esimo Convegno annuale dell’Associazione per parlare di campi sosta, delle favelas istituzionali e del loro superamento; dunque per provare ad “immaginare alcune possibili soluzioni”.
I lavori inizieranno domani, 22 settembre, e si concluderanno il giorno successivo. La sede del convegno è uno dei campi sosta rom della Città Metropolitana, ai confini con il Comune di Borgaro. “La nostra scelta è sempre stata quella di realizzare i nostri convegni nei luoghi di dimora del popolo rom e sinto” dice Carla Osella, Presidente Nazionale di A.I.Z.O. “perché i momenti di confronto e di scambio di idee siano anche occasioni di conoscenza diretta reciproca”.
Rom e sinti sono una delle popolazioni più emarginate, eppure oggi sono la più numerosa minoranza presente in Europa: oltre 12 milioni di persone, di cui il 70% minorenni, evidenziano i promotori sottolineano che tanti parlano di loro; molte sono le dichiarazioni di intenti, tutti hanno diritto di dire su di loro, ma sono pochi coloro che ne condividono il percorso camminando insieme.
Saranno presentate le situazioni nazionali legate alle politiche di inclusione abitativa e si cercherà di capire, in virtù delle richieste della Comunità Europea che ribadiscono la necessità della chiusura definitiva dei campi, quali siano le possibili alternative per questa popolazione.
Attraverso gli interventi di relatori che provengono da Università e Istituzioni a livello nazionale e locale verranno presentati i problemi correlati alla presenza stessa dei campi sosta, le difficoltà e la grande emarginazione vissuta dai rom che vi abitano. Tutto letto in un’ottica costruttiva e coordinata da una prospettiva regionale che ci verrà dall’Assessora Monica Cerutti e inserito nelle linee programmatiche dell’UNAR, l’organismo istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. “Il 2016 è il 45esimo anniversario dalla fondazione di A.I.Z.O, un’associazione nata proprio a Torino nel 1971” ci racconta Jonko Jovanovic, vicepresidente nazionale – “quando una giovane sociologa, Carla Osella, con la collaborazione di alcuni volontari e la richiesta di un gruppo di famiglie sinti piemontesi, hanno deciso di diventare insieme protagonisti e dare voce a questa minoranza”.
Oltre alle diverse sessioni di lavoro ne è stata organizzata una proprio per raccontare il cammino percorso dall’A.I.Z.O. che in 45 anni è arrivata ad essere nazionale, con antenne territoriali diffuse ma soprattutto con una presenza quotidiana e costante a fianco del popolo rom, nella difesa dei loro diritti e nella lotta alle discriminazioni e ai pregiudizi che spesso li accompagnano.
Per confermare ancora di più la volontà di camminare con il popolo rom, sono previsti interventi di rom e sinti, dei giovani che parleranno dei loro sogni e delle donne che rivestono un ruolo importante nell’educazione dei figli e quindi fondamentali per ogni percorso di inclusione che si vorrà tratteggiare.
I lavori inizieranno domani, 22 settembre, e si concluderanno il giorno successivo. La sede del convegno è uno dei campi sosta rom della Città Metropolitana, ai confini con il Comune di Borgaro. “La nostra scelta è sempre stata quella di realizzare i nostri convegni nei luoghi di dimora del popolo rom e sinto” dice Carla Osella, Presidente Nazionale di A.I.Z.O. “perché i momenti di confronto e di scambio di idee siano anche occasioni di conoscenza diretta reciproca”.
Rom e sinti sono una delle popolazioni più emarginate, eppure oggi sono la più numerosa minoranza presente in Europa: oltre 12 milioni di persone, di cui il 70% minorenni, evidenziano i promotori sottolineano che tanti parlano di loro; molte sono le dichiarazioni di intenti, tutti hanno diritto di dire su di loro, ma sono pochi coloro che ne condividono il percorso camminando insieme.
Saranno presentate le situazioni nazionali legate alle politiche di inclusione abitativa e si cercherà di capire, in virtù delle richieste della Comunità Europea che ribadiscono la necessità della chiusura definitiva dei campi, quali siano le possibili alternative per questa popolazione.
Attraverso gli interventi di relatori che provengono da Università e Istituzioni a livello nazionale e locale verranno presentati i problemi correlati alla presenza stessa dei campi sosta, le difficoltà e la grande emarginazione vissuta dai rom che vi abitano. Tutto letto in un’ottica costruttiva e coordinata da una prospettiva regionale che ci verrà dall’Assessora Monica Cerutti e inserito nelle linee programmatiche dell’UNAR, l’organismo istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. “Il 2016 è il 45esimo anniversario dalla fondazione di A.I.Z.O, un’associazione nata proprio a Torino nel 1971” ci racconta Jonko Jovanovic, vicepresidente nazionale – “quando una giovane sociologa, Carla Osella, con la collaborazione di alcuni volontari e la richiesta di un gruppo di famiglie sinti piemontesi, hanno deciso di diventare insieme protagonisti e dare voce a questa minoranza”.
Oltre alle diverse sessioni di lavoro ne è stata organizzata una proprio per raccontare il cammino percorso dall’A.I.Z.O. che in 45 anni è arrivata ad essere nazionale, con antenne territoriali diffuse ma soprattutto con una presenza quotidiana e costante a fianco del popolo rom, nella difesa dei loro diritti e nella lotta alle discriminazioni e ai pregiudizi che spesso li accompagnano.
Per confermare ancora di più la volontà di camminare con il popolo rom, sono previsti interventi di rom e sinti, dei giovani che parleranno dei loro sogni e delle donne che rivestono un ruolo importante nell’educazione dei figli e quindi fondamentali per ogni percorso di inclusione che si vorrà tratteggiare.
Papa Francesco: solo la pace è santa
Assisi – La prima l’ha accesa Papa Francesco. Poi, una dopo l’altra, dalle mani dei principali leader religiosi mondiali, piccole-grandi luci sono sbocciate sul grande candelabro posto sul palco. Sciogliendo le ombre della sera che, inesorabili, scendevano su Assisi. Le donne e uomini di ogni fede si sono stretti l’un l’altro per ribadire l’urgenza della pace. “Dio ce lo chiede, esortandoci ad affrontare la grande malattia del nostro tempo: l’indifferenza. E’ un virus che paralizza, rende inerti e insensibili, un morbo che intacca il centro stesso della religiosità, ingenerando un nuovo, tristissimo paganesimo: il paganesimo dell’indifferenza”, ha detto un emozionato Francesco al termine della storica giornata, organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio, dalla diocesi di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e dalle Famiglie Francescane. Trent’anni dopo il primo incontro – voluto con determinazione profetica da Giovanni Paolo II -, rappresentanti delle religioni, esponenti del mondo della cultura, credenti e non credenti, sono tornati ad Assisi, “assetati di pace”.
Impossibile sintetizzare la ricchezza della giornata, a cui ha partecipato anche il Papa, arrivato nella mattinata di ieri. Dopo gli incontri e il pranzo insieme, nel refettorio del Sacro Convento, le differenti religioni hanno pregato. Poi il momento comune nella piazza antistante alla Basilica di San Francesco. Una cerimonia toccante che ha incluso – a differenza degli altri appuntamenti interreligiosi organizzati ogni anno da Sant’Egidio, sull’onda dello spirito di Assisi – anche una testimone della guerra. Tamara Mikalli, cristiana armena di Aleppo, ha raccontato la follia della guerra. Poi, hanno parlato Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, il Patriarca ecumenico Bartolomeo I, il rabbino David Brodman, il Patriarca del buddismo tendai, Koei Morikawa, il presidente del Consiglio degli ulema, Din Syamsuddin. Quindi il discorso del Papa, prima del minuto di silenzio per le vittime dei conflitti e la lettura dell’appello comune, consegnato a una delegazione di bimbi. Francesco ha ribadito con forza che la violenza è contraria “al nome di Dio e alla dignità dell’uomo”. Per i credenti – di qualunque fede - resta un’unica parola, “Pace, filo di speranza che collega la terra al cielo”, ha dichiarato. Un filo troppo sottile per tenere saldo tale legame, pensano alcune persone, anche religiose. La risposta a questa “narrazione scettica”, spesso imperante, la dà il popolo di Assisi. Non solo i grandi leader spirituali, che hanno animato le tre giornate. Ma i tanti – in gran parte giovani – dietro la cui testimonianza si nasconde un’invisibile fucina di pace. Che forgia fatti. E costruisce, lontano dai riflettori, pezzi di una nuova umanità. La pace ha il loro volto. E, a dispetto dei cinici, è già all’opera. (Lucia Capuzzi – Avvenire)
Impossibile sintetizzare la ricchezza della giornata, a cui ha partecipato anche il Papa, arrivato nella mattinata di ieri. Dopo gli incontri e il pranzo insieme, nel refettorio del Sacro Convento, le differenti religioni hanno pregato. Poi il momento comune nella piazza antistante alla Basilica di San Francesco. Una cerimonia toccante che ha incluso – a differenza degli altri appuntamenti interreligiosi organizzati ogni anno da Sant’Egidio, sull’onda dello spirito di Assisi – anche una testimone della guerra. Tamara Mikalli, cristiana armena di Aleppo, ha raccontato la follia della guerra. Poi, hanno parlato Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, il Patriarca ecumenico Bartolomeo I, il rabbino David Brodman, il Patriarca del buddismo tendai, Koei Morikawa, il presidente del Consiglio degli ulema, Din Syamsuddin. Quindi il discorso del Papa, prima del minuto di silenzio per le vittime dei conflitti e la lettura dell’appello comune, consegnato a una delegazione di bimbi. Francesco ha ribadito con forza che la violenza è contraria “al nome di Dio e alla dignità dell’uomo”. Per i credenti – di qualunque fede - resta un’unica parola, “Pace, filo di speranza che collega la terra al cielo”, ha dichiarato. Un filo troppo sottile per tenere saldo tale legame, pensano alcune persone, anche religiose. La risposta a questa “narrazione scettica”, spesso imperante, la dà il popolo di Assisi. Non solo i grandi leader spirituali, che hanno animato le tre giornate. Ma i tanti – in gran parte giovani – dietro la cui testimonianza si nasconde un’invisibile fucina di pace. Che forgia fatti. E costruisce, lontano dai riflettori, pezzi di una nuova umanità. La pace ha il loro volto. E, a dispetto dei cinici, è già all’opera. (Lucia Capuzzi – Avvenire)
Fisc: pronti per raccontare l’accoglienza
Noto - Cresce di anno in anno il tradizionale seminario di aggiornamento di fine estate per operatori delle testate diocesane, aperto a tutti i giornalisti al servizio della comunicazione nella Chiesa, intitolato a monsignor Alfio Inserra – storico direttore del Cammino di Siracusa.
«Raccontare l’accoglienza» è il tema della 25esima edizione da domani, giovedì 22 a domenica 24 settembre a Noto, diocesi che sperimenta da anni l’ospitalità ai migranti che arrivano a migliaia sulle sue coste. Ad animare il seminario la Federazione settimanali cattolici (Fisc), col suo presidente Francesco Zanotti, che vede in questo appuntamento un punto fermo nella formazione di una più acuta sensibilità sociale ed ecclesiale tra i giornalisti impegnati nell’informazione diocesana. Accolti dal direttore del settimanale locale La Vita Diocesana, Giuseppe Malandrino, i partecipanti al seminario ascolteranno le testimonianze, tra gli altri, del vescovo di Acireale e presidente della Commissione episcopale per le comunicazioni, Mons. Antonino Raspanti, del sociologo Luciano Nicastro, del presidente di Meter don Fortunato Di Noto, di missionari e giornalisti, di studiosi di relazioni internazionali e giuristi, con approfondimenti sulla questione migratoria ma anche sulle sfide per il sistema dei media e l’informazione territoriale. Previsti anche gli interventi dei vertici siciliani dell’Ucsi (Domenico Interdonato) e della Fisc (Giuseppe Vecchio), del presidente nazionale dell’Acec don Adriano Bianchi e del responsabile web di Tv2000 e InBlu Vincenzo Grienti. Gli organizzatori sottolineano la «rete di esperienze che può offrire» il territorio della diocesi di Noto, esteso tra le province di Ragusa e Siracusa, «nell’ambito di un’accoglienza e integrazione degli immigrati che si inserisce nel duplice orizzonte di cammini di liberazione dal basso e della convivialità delle differenze».
«Raccontare l’accoglienza» è il tema della 25esima edizione da domani, giovedì 22 a domenica 24 settembre a Noto, diocesi che sperimenta da anni l’ospitalità ai migranti che arrivano a migliaia sulle sue coste. Ad animare il seminario la Federazione settimanali cattolici (Fisc), col suo presidente Francesco Zanotti, che vede in questo appuntamento un punto fermo nella formazione di una più acuta sensibilità sociale ed ecclesiale tra i giornalisti impegnati nell’informazione diocesana. Accolti dal direttore del settimanale locale La Vita Diocesana, Giuseppe Malandrino, i partecipanti al seminario ascolteranno le testimonianze, tra gli altri, del vescovo di Acireale e presidente della Commissione episcopale per le comunicazioni, Mons. Antonino Raspanti, del sociologo Luciano Nicastro, del presidente di Meter don Fortunato Di Noto, di missionari e giornalisti, di studiosi di relazioni internazionali e giuristi, con approfondimenti sulla questione migratoria ma anche sulle sfide per il sistema dei media e l’informazione territoriale. Previsti anche gli interventi dei vertici siciliani dell’Ucsi (Domenico Interdonato) e della Fisc (Giuseppe Vecchio), del presidente nazionale dell’Acec don Adriano Bianchi e del responsabile web di Tv2000 e InBlu Vincenzo Grienti. Gli organizzatori sottolineano la «rete di esperienze che può offrire» il territorio della diocesi di Noto, esteso tra le province di Ragusa e Siracusa, «nell’ambito di un’accoglienza e integrazione degli immigrati che si inserisce nel duplice orizzonte di cammini di liberazione dal basso e della convivialità delle differenze».
Cosenza: si laurea con una tesi sui rom stanziali
Rende – La comunità di rom italiani di Cosenza è in festa per la laurea, presso la facoltà di Scienze dell'educazione dell'università della Calabria, di Fiore Manzo con una tesa su: "Gli stanziali: modelli di insegnamento dei rom a Cosenza". "Una tesi - come ha detto il relatore, il professor Ciro Tarantino - che è uno strumento di indagine utile alle pubbliche amministrazioni". Quella di Cosenza, dove si concentrano tutti insieme i modelli di insediamento rom conosciuti in Europa. L'unicità dell'evento- scrive il “Quotidiano del Sud” sta nel fatto che in un'aula universitaria un tesista parla di baracche, dei campi rom, degli insediamenti di via degli Stadi, di via Popoli, di via Gergeri, di via Reggio Calabria, dicendo "noi". Parlandone, cioè, da dentro, con coscienza di sé. Autore di vari testi pubblicati Fiore non è il primo – informa il quotidiano - della comunità cosentina a laurearsi; lo seguiranno a breve. Ma è certamente tra i primi.
Calais e Lampedusa, unione di europei
Lampedusa - I giorni della festa della Madonna di Porto Salvo, patrona di Lampedusa, vedranno, da domani, sull’isola la contemporanea presenza di delegazioni della Chiesa cattolica in Francia ed Italia, che con l’accoglienza e l’integrazione dei migranti, assistono anche quanti già cittadini europei si muovono da una nazione all’altra.
Saranno così presenti Mons. Jean Paul Jaeger, Vescovo della diocesi di Arras (nel territorio della sua diocesi si trova Calais); padre Carlos Caetano, Direttore della pastorale migratoria; don Ferruccio Sant, coordinatore delle Missioni Cattoliche Italiane in Francia.
A rappresentare le diocesi italiane saranno il vescovo Mons. Guerino Di Tora, Presidente della Fondazione Migrantes della CEI e il Direttore della stesso organismo pastorale Mons. Gian Carlo Perego. Ad accogliere gli ospiti l’arcivescovo di Agrigento, il Card. Francesco Montenegro, coadiuvato dai preti che attualmente sono presenti sull’isola: don Gianluca Arcuri e don Mimmo Zambito. Con le due porte sante del giubileo della misericordia, porta del Santuario e Porta d’Europa, porte aperte notte e giorno e mai chiuse, l’isola stessa è segno di apertura e promozione, come le braccia spalancate del Cristo del Mediterraneo, dono che papa Francesco, ricevutolo in dono a Cuba, ha voluto porre nella chiesa parrocchiale.
Tanti gli incontri e le visite previste. Il primo cittadino dell’Isola, il sindaco Giusy Nicolini, prospetta un proficuo scambio di opinioni con la delegazione d’oltralpe. Con i lampedusani nei giorni 22 e 23 settembre, fedeli fra i fedeli e come ministri del culto, le rappresentanze ecclesiali si rivolgeranno in preghiera alla Madonna di Porto Salvo, affidando migranti e marittimi, personale delle marinerie militari e del soccorso in mare, operatori dei porti e pescatori. I giorni intensi e brevi della presenza delle due delegazioni, prenderanno il via dalla visita al centro di primo soccorso e accoglienza di Contrada Imbriacola. Successivamente a tappe brevi ma dense vari incontri con il Comandante dell’Ufficio circondariale Marittimo di Lampedusa Tenente di Vascello della Guardia Costiera Paolo Monaco; con esponenti del Forum Lampedusa Solidale; con gli operatori del Progetto Mediterranean Hope della Federazione Chiese Evangeliche in Italia; con i volontari degli uffici diocesani di Caritas e di Migrantes e con le Suore di don Morinello che, come insieme altri, operano tutti a sostegno dei diritti di cittadinanza dei lampedusani, residenti e in transito. Prevista anche una visita al Molo Favaloro, porta di accesso alla libertà e cittadinanza europea, e una sosta al cimitero per una commemorazione dei migranti li sepolti.
Il parroco don Mimmo Zambito così ha presentato la due giorni di presenza delle delegazioni sull’isola: “Calais e Lampedusa, nel passato sono stati collocati al confine di mondi in contrasto, terre di occupazione, di guerre e di morte. Il legame ideale che in questi giorni li raccorderà, è l’ennesimo appello, speriamo non fra gli ultimi, alla riconsiderazione della comune cittadinanza europea e al rischio che la tragedia delle morti in mare e del respingimento di quanti fuggono dalla violenza e dalla fame, non sia il naufragio dell’Europa dei popoli e dei loro diritti, diritti da promuovere mai separandoli dai diritti della individua persona. Erigere muri, non fermerà donne e bambini, genti e popoli alla ricerca della felicità nel compimento del progetto di vita. Come Europei abbiamo inventato e proposto un modello con infiniti riferimenti: la osmosi di cittadini da una nazione ad un'altra che abroga la omogeneità etnica e culturale nazionale; la promozione dei diritti
della persona; la solidarietà e l’apertura alla integrazione – anche economica - di quanti popoli e nazioni d’Europa non riescono a tenere il passo con i paesi più forti. Propugnare un modello di uniformità culturale, di esclusiva preoccupazione economica e di relativizzazione o, addirittura, di abrogazione dei diritti dell’uomo, dichiarano la fascinazione perversa che modelli quali Daesh – Isis in oriente e in Africa, e altri soggetti in occidente e nel mondo, esercitano purtroppo anche sugli europei. Come credenti di Lampedusa e di Calais, alla stessa Madre di Cristo che veneriamo da un confine all’altro, chiederemo a Dio e alla nostra coscienza di cittadini dell’Unione, di abitare queste terre d’Europa condividendo questi beni con quanti, affascinati da essi e in fuga da morte certa, ci chiedono di praticare quanto abbiamo avuto la presunzione di insegnare”.
Perché dai confini dell’Europa non si prospetti la fine dell’Unione, il popolo fedele del Dio di Gesù Cristo che vive in Francia e Italia con i suoi vescovi e preti, prega e si impegna a condividere vita, dignità e diritti, e sia respinta la fine dell’Unione e non i migranti siano respinti verso morte certa.
Infatti, “Calais e Lampedusa - spiega Mons. Gian Carlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes - ricordano che ogni respingimento, come ogni rinuncia di responsabilità difronte ai richiedenti asilo sono una ferita nella democrazia europea e contraddicono la necessità di gesti di legalità e di sicurezza, quali sono l'accoglienza, l'attuale, i rimpatri assistiti”.
Saranno così presenti Mons. Jean Paul Jaeger, Vescovo della diocesi di Arras (nel territorio della sua diocesi si trova Calais); padre Carlos Caetano, Direttore della pastorale migratoria; don Ferruccio Sant, coordinatore delle Missioni Cattoliche Italiane in Francia.
A rappresentare le diocesi italiane saranno il vescovo Mons. Guerino Di Tora, Presidente della Fondazione Migrantes della CEI e il Direttore della stesso organismo pastorale Mons. Gian Carlo Perego. Ad accogliere gli ospiti l’arcivescovo di Agrigento, il Card. Francesco Montenegro, coadiuvato dai preti che attualmente sono presenti sull’isola: don Gianluca Arcuri e don Mimmo Zambito. Con le due porte sante del giubileo della misericordia, porta del Santuario e Porta d’Europa, porte aperte notte e giorno e mai chiuse, l’isola stessa è segno di apertura e promozione, come le braccia spalancate del Cristo del Mediterraneo, dono che papa Francesco, ricevutolo in dono a Cuba, ha voluto porre nella chiesa parrocchiale.
Tanti gli incontri e le visite previste. Il primo cittadino dell’Isola, il sindaco Giusy Nicolini, prospetta un proficuo scambio di opinioni con la delegazione d’oltralpe. Con i lampedusani nei giorni 22 e 23 settembre, fedeli fra i fedeli e come ministri del culto, le rappresentanze ecclesiali si rivolgeranno in preghiera alla Madonna di Porto Salvo, affidando migranti e marittimi, personale delle marinerie militari e del soccorso in mare, operatori dei porti e pescatori. I giorni intensi e brevi della presenza delle due delegazioni, prenderanno il via dalla visita al centro di primo soccorso e accoglienza di Contrada Imbriacola. Successivamente a tappe brevi ma dense vari incontri con il Comandante dell’Ufficio circondariale Marittimo di Lampedusa Tenente di Vascello della Guardia Costiera Paolo Monaco; con esponenti del Forum Lampedusa Solidale; con gli operatori del Progetto Mediterranean Hope della Federazione Chiese Evangeliche in Italia; con i volontari degli uffici diocesani di Caritas e di Migrantes e con le Suore di don Morinello che, come insieme altri, operano tutti a sostegno dei diritti di cittadinanza dei lampedusani, residenti e in transito. Prevista anche una visita al Molo Favaloro, porta di accesso alla libertà e cittadinanza europea, e una sosta al cimitero per una commemorazione dei migranti li sepolti.
Il parroco don Mimmo Zambito così ha presentato la due giorni di presenza delle delegazioni sull’isola: “Calais e Lampedusa, nel passato sono stati collocati al confine di mondi in contrasto, terre di occupazione, di guerre e di morte. Il legame ideale che in questi giorni li raccorderà, è l’ennesimo appello, speriamo non fra gli ultimi, alla riconsiderazione della comune cittadinanza europea e al rischio che la tragedia delle morti in mare e del respingimento di quanti fuggono dalla violenza e dalla fame, non sia il naufragio dell’Europa dei popoli e dei loro diritti, diritti da promuovere mai separandoli dai diritti della individua persona. Erigere muri, non fermerà donne e bambini, genti e popoli alla ricerca della felicità nel compimento del progetto di vita. Come Europei abbiamo inventato e proposto un modello con infiniti riferimenti: la osmosi di cittadini da una nazione ad un'altra che abroga la omogeneità etnica e culturale nazionale; la promozione dei diritti
della persona; la solidarietà e l’apertura alla integrazione – anche economica - di quanti popoli e nazioni d’Europa non riescono a tenere il passo con i paesi più forti. Propugnare un modello di uniformità culturale, di esclusiva preoccupazione economica e di relativizzazione o, addirittura, di abrogazione dei diritti dell’uomo, dichiarano la fascinazione perversa che modelli quali Daesh – Isis in oriente e in Africa, e altri soggetti in occidente e nel mondo, esercitano purtroppo anche sugli europei. Come credenti di Lampedusa e di Calais, alla stessa Madre di Cristo che veneriamo da un confine all’altro, chiederemo a Dio e alla nostra coscienza di cittadini dell’Unione, di abitare queste terre d’Europa condividendo questi beni con quanti, affascinati da essi e in fuga da morte certa, ci chiedono di praticare quanto abbiamo avuto la presunzione di insegnare”.
Perché dai confini dell’Europa non si prospetti la fine dell’Unione, il popolo fedele del Dio di Gesù Cristo che vive in Francia e Italia con i suoi vescovi e preti, prega e si impegna a condividere vita, dignità e diritti, e sia respinta la fine dell’Unione e non i migranti siano respinti verso morte certa.
Infatti, “Calais e Lampedusa - spiega Mons. Gian Carlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes - ricordano che ogni respingimento, come ogni rinuncia di responsabilità difronte ai richiedenti asilo sono una ferita nella democrazia europea e contraddicono la necessità di gesti di legalità e di sicurezza, quali sono l'accoglienza, l'attuale, i rimpatri assistiti”.
Papa Francesco: ieri pranzo con i rifugiati
Assisi - Nei giorni in cui a New York scoppiano ordigni che seminano terrore e le cronache parlano solamente di attentati e scontri armati, quando la parola pace sembra una chimera, qualcuno ad Assisi prova a ricostruire invece che a distruggere. Attraverso gesti di solidarietà e di amicizia, come il pranzo che ieri, martedì 20 settembre, Papa Francesco ha condiviso con i partecipanti all’incontro internazionale «Sete di pace: religioni e culture in dialogo» promosso dalla comunità di Sant’Egidio, dalla diocesi assisiate e dalle famiglie francescane.
Gente che è scappata dai bombardamenti, dalla miseria, dalla violenza. Drammi che sembrano dimostrare che la pace è impossibile. Eppure, c’è chi nonostante tutto ci crede ancora. A cominciare proprio dal Pontefice e dai numerosi leader religiosi riuniti per l’incontro, giunto alla sua giornata conclusiva. La memoria torna a quel 27 ottobre di trent’anni fa, quando Giovanni Paolo ii convocò per la prima volta la giornata mondiale di preghiera per la pace, alla quale parteciparono i rappresentanti di tutte le grandi religioni mondiali. In quel giorno erano più di un centinaio: cinquanta per le Chiese e le comunità cristiane e sessanta per le altre religioni. Trent’anni dopo erano oltre cinquecento. L’appuntamento voluto da Papa Wojtyła segnò l’inizio dello spirito di Assisi, diffusosi ovunque dalle grandi metropoli di ogni latitudine fino ai più piccoli villaggi del pianeta. E oggi i capi religiosi sono tornati nella cittadella di san Francesco per dire al mondo che la pace è possibile, che insieme si può. Qui ad Assisi si sono fatti nuovamente voce di chi non ha voce, ricordando al mondo che la religione può costruire ponti per favorire il dialogo e la fraternità universale. Le aree calde del mondo, dal Medio oriente, all’Africa, all’Asia, sono state idealmente presenti al momento conviviale con il Papa nel refettorio del sacro convento. C’erano ventisette rifugiati, vittime delle guerre e della miseria, in cerca di un futuro migliore. Dodici sono ospiti della comunità di Sant’Egidio a Roma, giunti attraverso corridoi umanitari in collaborazione con la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei) e la Tavola valdese; dieci sono assistiti dal Centro di accoglienza per profughi (Cara) di Castelnuovo di Porto; cinque dalla Caritas di Assisi. Tra loro, Rasha e la figlia Janin di sette anni, di origini palestinesi, in Italia da febbraio. In fuga da un campo profughi alla periferia di Damasco, in Siria, hanno raggiunto il Libano. Ci sono anche cinque cattolici di rito orientale di origini siriane: Fadi e Ruba, con il figlio undicenne Murkus, scappati da Hasake. E poi Osep, Kevork e Tamar, di rito armeno, che testimoniano la tragedia della città di Aleppo. Paulina ed Evelyn vengono invece dalla Nigeria, dove Boko Haram ha seminato il terrore. Fuggiva dalla guerra anche l’eritrea Enes. Cercava migliori condizioni di vita il ventitreenne Alou, sopravvissuto al drammatico viaggio in mare sui barconi in partenza dalla Libia per la Sicilia.
Tra gli ospiti del Cara — provenienti da Siria, Eritrea, Nuova Guinea, Nigeria, Pakistan e Afghanistan — la famiglia Zanboua, di Yarmuk, il campo profughi a sud di Damasco assediato e conquistato dai miliziani del cosiddetto Stato islamico. Papà Muhanad, trentadue anni, ha ancora negli occhi le scene di terrore. Da un altro conflitto è fuggita Nura, venticinquenne eritrea costretta a lasciare gli studi e ad arruolarsi nell’esercito. Storie simili, ma con un unico filo conduttore: scappare dalla violenza, dalla morte, dall’odio. C’è poi l’avventura di Ibraim, un ragazzo della Nuova Guinea, musulmano, che ha rischiato la morte per fame in Libia per andare alla ricerca del padre che lo aveva abbandonato da piccolo.
All’inizio del pranzo, il presidente della comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, ha rivolto alcune parole di benvenuto al Papa, accanto al quale siedeva l’anziano sacerdote albanese Ernest Simoni Troshani, che ha trascorso ventotto anni in prigione e che lo stesso Francesco aveva abbracciato il 21 settembre 2014, durante il viaggio a Tirana, dopo aver ascoltato la storia della sua persecuzione. Impagliazzo ha anche ricordato il venticinquesimo anniversario dell’elezione di Bartolomeo al patriarcato, sottolineandone il ruolo spirituale all’interno dell’ortodossia d’oriente e occidente. (Nicola Gori – Osservatore Romano)
Gente che è scappata dai bombardamenti, dalla miseria, dalla violenza. Drammi che sembrano dimostrare che la pace è impossibile. Eppure, c’è chi nonostante tutto ci crede ancora. A cominciare proprio dal Pontefice e dai numerosi leader religiosi riuniti per l’incontro, giunto alla sua giornata conclusiva. La memoria torna a quel 27 ottobre di trent’anni fa, quando Giovanni Paolo ii convocò per la prima volta la giornata mondiale di preghiera per la pace, alla quale parteciparono i rappresentanti di tutte le grandi religioni mondiali. In quel giorno erano più di un centinaio: cinquanta per le Chiese e le comunità cristiane e sessanta per le altre religioni. Trent’anni dopo erano oltre cinquecento. L’appuntamento voluto da Papa Wojtyła segnò l’inizio dello spirito di Assisi, diffusosi ovunque dalle grandi metropoli di ogni latitudine fino ai più piccoli villaggi del pianeta. E oggi i capi religiosi sono tornati nella cittadella di san Francesco per dire al mondo che la pace è possibile, che insieme si può. Qui ad Assisi si sono fatti nuovamente voce di chi non ha voce, ricordando al mondo che la religione può costruire ponti per favorire il dialogo e la fraternità universale. Le aree calde del mondo, dal Medio oriente, all’Africa, all’Asia, sono state idealmente presenti al momento conviviale con il Papa nel refettorio del sacro convento. C’erano ventisette rifugiati, vittime delle guerre e della miseria, in cerca di un futuro migliore. Dodici sono ospiti della comunità di Sant’Egidio a Roma, giunti attraverso corridoi umanitari in collaborazione con la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei) e la Tavola valdese; dieci sono assistiti dal Centro di accoglienza per profughi (Cara) di Castelnuovo di Porto; cinque dalla Caritas di Assisi. Tra loro, Rasha e la figlia Janin di sette anni, di origini palestinesi, in Italia da febbraio. In fuga da un campo profughi alla periferia di Damasco, in Siria, hanno raggiunto il Libano. Ci sono anche cinque cattolici di rito orientale di origini siriane: Fadi e Ruba, con il figlio undicenne Murkus, scappati da Hasake. E poi Osep, Kevork e Tamar, di rito armeno, che testimoniano la tragedia della città di Aleppo. Paulina ed Evelyn vengono invece dalla Nigeria, dove Boko Haram ha seminato il terrore. Fuggiva dalla guerra anche l’eritrea Enes. Cercava migliori condizioni di vita il ventitreenne Alou, sopravvissuto al drammatico viaggio in mare sui barconi in partenza dalla Libia per la Sicilia.
Tra gli ospiti del Cara — provenienti da Siria, Eritrea, Nuova Guinea, Nigeria, Pakistan e Afghanistan — la famiglia Zanboua, di Yarmuk, il campo profughi a sud di Damasco assediato e conquistato dai miliziani del cosiddetto Stato islamico. Papà Muhanad, trentadue anni, ha ancora negli occhi le scene di terrore. Da un altro conflitto è fuggita Nura, venticinquenne eritrea costretta a lasciare gli studi e ad arruolarsi nell’esercito. Storie simili, ma con un unico filo conduttore: scappare dalla violenza, dalla morte, dall’odio. C’è poi l’avventura di Ibraim, un ragazzo della Nuova Guinea, musulmano, che ha rischiato la morte per fame in Libia per andare alla ricerca del padre che lo aveva abbandonato da piccolo.
All’inizio del pranzo, il presidente della comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, ha rivolto alcune parole di benvenuto al Papa, accanto al quale siedeva l’anziano sacerdote albanese Ernest Simoni Troshani, che ha trascorso ventotto anni in prigione e che lo stesso Francesco aveva abbracciato il 21 settembre 2014, durante il viaggio a Tirana, dopo aver ascoltato la storia della sua persecuzione. Impagliazzo ha anche ricordato il venticinquesimo anniversario dell’elezione di Bartolomeo al patriarcato, sottolineandone il ruolo spirituale all’interno dell’ortodossia d’oriente e occidente. (Nicola Gori – Osservatore Romano)
Papa Francesco: i cristiani “alberi di vita” che assorbono l’indifferenza
Assisi – “Di fronte a Gesù crocifisso risuonano anche per noi le sue parole: «Ho sete»”. Lo ha detto Papa Francesco alla preghiera ecumenica dei cristiani, che ha preceduto, ieri sera, la cerimonia conclusiva dell’incontro “Sete di Pace”, organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio, dalla Diocesi di Assisi e dalle Famiglie Francescane nella Città del Poverello. Nella “sete” di Gesù – ha continuato il Papa – “possiamo sentire la voce dei sofferenti, il grido nascosto dei piccoli innocenti cui è preclusa la luce di questo mondo, l’accorata supplica dei poveri e dei più bisognosi di pace. Implorano pace le vittime delle guerre, che inquinano i popoli di odio e la Terra di armi; implorano pace i nostri fratelli e sorelle che vivono sotto la minaccia dei bombardamenti o sono costretti a lasciare casa e a migrare verso l’ignoto, spogliati di ogni cosa”.
“Anche noi, discepoli del Crocifisso – ha concluso Papa Francesco -, siamo chiamati a essere «alberi di vita», che assorbono l’inquinamento dell’indifferenza e restituiscono al mondo l’ossigeno dell’amore”, perché nella compassione verso “quanti oggi vivono da crocifissi” crescerà “ancora di più l’armonia e la comunione” tra i cristiani.
“Anche noi, discepoli del Crocifisso – ha concluso Papa Francesco -, siamo chiamati a essere «alberi di vita», che assorbono l’inquinamento dell’indifferenza e restituiscono al mondo l’ossigeno dell’amore”, perché nella compassione verso “quanti oggi vivono da crocifissi” crescerà “ancora di più l’armonia e la comunione” tra i cristiani.