Roma - “L'ennesima strage di migranti nel Mediterraneo, con 239 morti solo ieri, è la conferma che i governi internazionali devono fare qualcosa di diverso. C'è un'emergenza, sì, ma è quella del traffico senza scrupoli degli esseri umani. E' un mostro che si trascina contro lo sviluppo dei sogni degli individui che migrano per un futuro migliore, perché si trovano costretti a farlo da condizioni sociali, politiche, economiche, ambientali”. Lo dichiara, in una nota suor Neusa de Fatima Mariano, superiora generale delle Suore Missionarie scalabriniane, congregazione che, nel mondo, si occupa principalmente di assistenza ai migranti. “Ci sono ogni giorno migliaia di vittime di questi trafficanti di corpi che, senza alcuna pietà o morale, li illudono decidendo all'improvviso la loro condanna a morte – ha aggiunto oggi, giornata in cui si celebra il patrono della congregazione stessa, San Carlo Borromeo – I percorsi delle istituzioni, a livello internazionale, non sono ancora efficaci. Veder morire 239 persone, tutte insieme, vuol dire che questa lotta contro i trafficanti non è stata vinta. E, ripeto, bisogna lottare contro i trafficanti, non contro i migranti, come invece qualcuno ci fa credere. Sbaglia chi confonde”.
Primo Piano
Migranti: Bartolo, “ucciso un uomo per costringerli a salire su gommoni”.
Roma - “I racconti dei 29 superstiti sono raccapriccianti. Hanno raccontato che per la farli salire su questi due gommoni fatiscenti hanno sparato ad un uomo uccidendolo. I migranti si erano accorti che i gommoni erano fatiscenti e il mare non era nelle condizioni per una navigazione tranquilla. Nonostante questo li hanno fatti partire e dopo poche miglia è successa la tragedia”. Così Pietro Bartolo, medico del Poliambulatorio di Lampedusa, protagonista del film ‘Fuocoammare’ in un’intervista al Tg2000, il telegiornale di Tv2000, ha riferito la testimonianza dei sopravvissuti all’ultimo naufragio nel Mediterraneo. “Una donna superstite - ha proseguito Bartolo - ha raccontato che per salvarsi si è aggrappata ad un cadavere. Hanno raccontato che sono stati molte ore in mare nella speranza che qualcuno li andasse a salvare. Ma quando sono arrivati i soccorritori per la maggior parte di loro non c’è stato nulla da fare. In un gommone erano presenti sicuramente tre bambini, di cui uno era la figlia di una signora superstite. Ci ha fatto vedere la foto della figlia, era una mamma davvero inconsolabile. Abbiamo cercato di confortarla ma una mamma che perde una bambina non è facile da consolare. Dobbiamo pensare che sono persone con i nostri stessi sentimenti, non sono alieni”.
“La priorità ora - ha sottolineato Bartolo - è evitare nuove stragi. Sono veramente amareggiato, sopportare queste tragedie è un dramma e uno strazio insopportabile. Si parla sempre d’emergenza ma è diventata la quotidianità. Vogliamo che si metta fine alle morti. Nel Mediterraneo ci sono decine di navi, un lavoro lodevole ma evidentemente non è la strada giusta perché la gente continua a morire. Malgrado tutti gli sforzi tra Frontex, Triton e Mare Nostrum sono morte 250 persone. Bisogna cambiare pagina e strategia e andare a prendere questa gente in terra africana. Ora spetta alla politica europea mettere fine a tutto questo”.
“La priorità ora - ha sottolineato Bartolo - è evitare nuove stragi. Sono veramente amareggiato, sopportare queste tragedie è un dramma e uno strazio insopportabile. Si parla sempre d’emergenza ma è diventata la quotidianità. Vogliamo che si metta fine alle morti. Nel Mediterraneo ci sono decine di navi, un lavoro lodevole ma evidentemente non è la strada giusta perché la gente continua a morire. Malgrado tutti gli sforzi tra Frontex, Triton e Mare Nostrum sono morte 250 persone. Bisogna cambiare pagina e strategia e andare a prendere questa gente in terra africana. Ora spetta alla politica europea mettere fine a tutto questo”.
Messina: un incontro su “Noi e l’Islam. Riflessioni e prassi pastorale”
Messina - Mercoledì 9 novembre, alle ore 17.30, a Messina, presso il Teatro dell’Istituto “Cristo Re” dei padri Rogazionisti (viale Principe Umberto, 89), si terrà l’incontro sul tema “Noi e l’Islam: riflessioni e prassi pastorale”. Voluto e preparato da quattro organismi della nostra Chiesa locale (Caritas diocesana, Ufficio Migrantes, Ufficio per il dialogo interreligioso e Consulta delle Aggregazioni laicali) l’appuntamento si pone in continuità con tutte quelle iniziative, già realizzate, volte a consolidare l’incontro e la conoscenza reciproca con la comunità islamica. Il relatore dell’incontro sarà don Massimo Rizzi, sacerdote della diocesi di Bergamo dove dirige l’Ufficio per il dialogo interreligioso e l’Ufficio Migrantes. L’incontro è destinato a tutte le componenti della comunità diocesana nella consapevolezza che la presenza dei fedeli islamici – spiega una nota - ci interpella e ci interroga sulla nostra stessa spiritualità”.
Centro Astalli: i morti in mare sono l’unica vera emergenza da affrontare subito
Roma - Il Centro Astalli, Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati in Italia, esprime “profondo cordoglio” per le vittime del naufragio a largo delle coste libiche. Si teme un ecatombe. Secondo i superstiti arrivati a Lampedusa, ascoltati dall’UNHCR, le vittime potrebbero essere almeno 239. Il 2016 si conferma l’anno in cui si registra il maggior numero di morti del Mediterraneo da sempre. Le operazioni di soccorso in mare non possono essere l’unica via di accesso prevista dalle politiche sull’immigrazione in Europa, spiega il centro Astalli che chiede a istituzioni nazionali e sovranazionali di “garantire vie legali per arrivare a chiedere asilo in sicurezza evitando così la morte di migliaia di persone e contrastando seriamente il monopolio dei trafficanti. Respingimenti e muri non fermano chi fugge da guerre e persecuzioni. L’unico modo per evitare l’esodo di migranti è lavorare seriamente per contrastare le cause dei flussi migratori a partire dai conflitti armati e dalle violazioni sistematiche dei diritti umani che sono prassi consolidata in molti paesi di origine.
P. Camillo Ripamonti, presidente Centro Astalli sottolinea: “L’emergenza non è negli arrivi dei migranti in Europa. Chi lo afferma è mendace e demagogico. I numeri degli ultimi tre anni sono pressoché invariati. L’unica vera emergenza è il numero impressionante di vite spezzate nel tentativo di giungere in Europa. Uomini, donne e bambini lasciati morire da un continente indifferente e sempre più xenofobo”.
P. Camillo Ripamonti, presidente Centro Astalli sottolinea: “L’emergenza non è negli arrivi dei migranti in Europa. Chi lo afferma è mendace e demagogico. I numeri degli ultimi tre anni sono pressoché invariati. L’unica vera emergenza è il numero impressionante di vite spezzate nel tentativo di giungere in Europa. Uomini, donne e bambini lasciati morire da un continente indifferente e sempre più xenofobo”.
Scalabriniani: altri 240 nella lista degli “invisibili”
Roma - “Un altro barcone è affondato nella notte tra le coste libiche e l'Italia e con esso si conferma anche la sparizione del ruolo dei leader politici europei. Questi, infatti, sembrano perseguire unicamente il trend del proprio interesse unito a quello dell'inettitudine nel gestire con efficacia il fenomeno quotidiano e costante della migrazione di persone dal Sud al Nord del mondo". Questo il commento di P. Gianni Borin, superiore della Regione Europea e Africana della Congregazione Scalabriniana che qualifica l’ennesima tragedia di migranti nel Mare Mediterraneo come "una tragedia annunciata, frutto dello stallo cronico in cui si trova l'Unione Europea". Ogni tragedia del mare, ribadiscono i Missionari Scalabriniani, oltre a suscitare dolore e sdegno in chiunque opera al fianco di migranti e rifugiati, è “un'offesa anche all’intelligenza di ogni persona ‘di buona volontà’, un richiamo deciso per coloro che rivestono cariche istituzionali e sono posti a capo delle nostre società per il bene comune.
I Missionari Scalabriniani ribadiscono una volta ancora “la necessità fondamentale di canali umanitari quale urgenza ineludibile se si vuole rallentare, anzi, cessare la macabra conta dei morti;
“l'urgenza di prendersi in carico, integralmente, delle persone salvate, accompagnandole nei loro bisogni primari attraverso percorsi efficaci di inclusione nella società di arrivo; il combattere il persistente traffico umano via mare e via terra”.
I Missionari Scalabriniani ribadiscono una volta ancora “la necessità fondamentale di canali umanitari quale urgenza ineludibile se si vuole rallentare, anzi, cessare la macabra conta dei morti;
“l'urgenza di prendersi in carico, integralmente, delle persone salvate, accompagnandole nei loro bisogni primari attraverso percorsi efficaci di inclusione nella società di arrivo; il combattere il persistente traffico umano via mare e via terra”.
Mons. Perego: l’Europa è chiusa, servono corridoi umanitari
Roma - “Di fronte a queste nuove morti nel Mediterraneo, che fanno salire a oltre 4 mila i morti nel 2016, un numero mai raggiunto negli ultimi anni, cresce la responsabilità dell’Europa nel non disattendere ancora l’impegno di costruire vie legali di ingresso, corridoi umanitari, tra le persone che sono in fuga. Questa indifferenza dell’Europa è ancora più grave perché in continuazione si rimanda quel piano Marshall per l’Africa che non sia semplicemente un trattenere i migranti nei Paesi di origine ma sia veramente un impegno serio nella cooperazione allo sviluppo. Quindi sono morti che richiamano non solo l’impegno per vie legali e i corridoi umanitari ma l’impegno per una cooperazione che ancora manca”. Lo afferma a Radio Vaticana il direttore generale della Fondazione Migrantes mons. Giancarlo Perego. “L’Europa è incapace di uscire dalla logica di chiusura verso la quale alcuni Stati stanno andando e non invece aprirsi a una logica di impegno per lo sviluppo nei Paesi di origine delle persone migranti - continua Perego - Quindi la mancanza del ricollocamento dei 160 mila è un segno molto chiaro di questa chiusura e i rimandi continui di un impegno per la cooperazione è una situazione che effettivamente dimostra come l’Europa è incapace di leggere anche il futuro delle migrazioni che necessariamente interesseranno ancora una volta l’Europa”. Per Perego, “se ne può uscire se effettivamente si esce da questa logica di chiusura e si ottimizzano al meglio le risorse che l’Europa ha a disposizione nelle due direzioni. In primo luogo superando la volontarietà dell’accoglienza e quindi questo ricollocamento dei 160 mila in tutti i 28 Paesi europei. In secondo luogo facendo in modo che le risorse non siano semplicemente per l’accoglienza ma vadano per percorsi di integrazione. L’Europa ha bisogno di nuovi lavoratori, l’Europa ha bisogno anche di questa risorsa importante dei migranti. In terzo luogo, l’Europa potrebbe dare un segnale molto forte in un impegno di politica estera che vada effettivamente nella direzione della pace, soprattutto nel Medio Oriente e in alcuni Paesi africani, cosa che invece continuamente viene rimandata, e non si vorrebbe che la logica sia quella del guadagnare di più anche negli armamenti venduti a questi Paesi”.
Viminale contro Amnesty: “accuse false”
Roma - «Che le forze di polizia operino violenza sui migranti è totalmente falso. Sono rimasto sconcertato nel leggere queste cretinaggini». Lo ha detto il prefetto Mario Morcone, capo Dipartimento immigrazione del Viminale, in merito al rapporto di Amnesty International, anticipato ieri da Avvenire, che parla di casi di pestaggi, maltrattamenti ed espulsioni illegali negli hotspot.
Il dossier dell’organizzazione ha sollevato un vespaio e c’è chi, come il capo della polizia Franco Gabrielli, arriva a mettere in dubbio che si tratti di racconti raccolti dal vero, parlando di «presunte testimonianze» in forma anonima di migranti «che non risiedevano in alcun hot spot». Pertanto, «a tutela dell’onorabilità e della professionalità dei tanti operatori di polizia che con abnegazione e senso del dovere stanno affrontando da lungo tempo questa emergenza umanitaria, smentisco categoricamente che vengano utilizzati metodi violenti», ha reagito Gabrielli rincuorato anche dalla Commissione europea a cui «non risulta che negli hot spot italiani si sia verificata alcuna violazione dei diritti fondamentali».
Nel dossier si fa riferimento all’uso di un manganello elettrificato. Uno strumento che non sarebbe in dotazione alle forze dell’ordine, sebbene le testimonianze (raccolte in luoghi e momenti diversi) sembrano concordanti. I sindacati di polizia hanno seccamente respinto le accuse. Tuttavia il Silp Cgil parla di denuncia «molto grave ». «Ci auguriamo – ha detto il segretario generale Daniele Tissone –, che gli episodi segnalati, frutto di interviste ai migranti, siano circostanziate e non frutto della disperazione».
Il metodo seguito dai ricercatori è quello di sempre. «Le informazioni presentate in questo documento sono state raccolte da rappresentanti di Amnesty International durante il 2016, attraverso quattro visite a diverse città e centri di accoglienza in Italia: Roma, Palermo, Agrigento, Catania e Lampedusa (marzo), Taranto, Bari e Agrigento (maggio), Genova eVentimiglia (luglio), Roma, Como e Ventimiglia (agosto). Alcune informazioni sono basate su precedenti visite in Italia, comprese quelle ai centri di accoglienza di Lampedusa e Pozzallo a luglio 2015». Sono stati intervistati 174 rifugiati e migranti e ascoltati molti altri. Nel corso dell’investigazione gli operatori hanno beneficiato dell’aiuto di numerosi agenti di polizia, tuttavia è stato espresso il rammarico «per il fatto che il direttore centrale per l’immigrazione e la polizia delle frontiere del ministero dell’Interno, prefetto Giovanni Pinto, il cui ruolo è centrale in questo ambito, non abbia potuto rendersi disponibile per un incontro con Amnesty» e non abbia risposto alla lettera che l’organizzazione gli ha inviato «a giugno 2016, chiedendo informazioni su screening e iter al quale sono sottoposti i nuovi arrivati ». L’organizzazione ha inoltre inviato due lettere al ministro dell’Interno, Angelino Alfano, «esprimendo preoccupazione in relazione ai risultati provvisori della ricerca e chiedendo informazioni sull’uso della forza e della detenzione per il rilevamento delle impronte digitali dei nuovi arrivati e sulla riammissione di cittadini di paesi terzi, in particolare del Sudan. Il ministro Alfano non ha risposto ad alcuna delle lettere». Tutto questo lo si può leggere fin dalle prime pagine del report, come dire che se vi fosse stata una maggiore disponibilità delle autorità forse le smentite avrebbero potuto essere motivate prima della pubblicazione.
«Siamo dispiaciuti per i toni e per il contenuto di alcune reazioni alla pubblicazione del rapporto», rispondono dalla sede romana di Amnesty. Che ribadisce: «Le informazioni incluse nel rapporto sono state messe a disposizione delle nostre autorità con largo anticipo sulla data di pubblicazione affinché avessero modo di commentarle ». Ma nessuno è voluto intervenire prima di ieri. (Nello Scavo - Avvenire)
Il dossier dell’organizzazione ha sollevato un vespaio e c’è chi, come il capo della polizia Franco Gabrielli, arriva a mettere in dubbio che si tratti di racconti raccolti dal vero, parlando di «presunte testimonianze» in forma anonima di migranti «che non risiedevano in alcun hot spot». Pertanto, «a tutela dell’onorabilità e della professionalità dei tanti operatori di polizia che con abnegazione e senso del dovere stanno affrontando da lungo tempo questa emergenza umanitaria, smentisco categoricamente che vengano utilizzati metodi violenti», ha reagito Gabrielli rincuorato anche dalla Commissione europea a cui «non risulta che negli hot spot italiani si sia verificata alcuna violazione dei diritti fondamentali».
Nel dossier si fa riferimento all’uso di un manganello elettrificato. Uno strumento che non sarebbe in dotazione alle forze dell’ordine, sebbene le testimonianze (raccolte in luoghi e momenti diversi) sembrano concordanti. I sindacati di polizia hanno seccamente respinto le accuse. Tuttavia il Silp Cgil parla di denuncia «molto grave ». «Ci auguriamo – ha detto il segretario generale Daniele Tissone –, che gli episodi segnalati, frutto di interviste ai migranti, siano circostanziate e non frutto della disperazione».
Il metodo seguito dai ricercatori è quello di sempre. «Le informazioni presentate in questo documento sono state raccolte da rappresentanti di Amnesty International durante il 2016, attraverso quattro visite a diverse città e centri di accoglienza in Italia: Roma, Palermo, Agrigento, Catania e Lampedusa (marzo), Taranto, Bari e Agrigento (maggio), Genova eVentimiglia (luglio), Roma, Como e Ventimiglia (agosto). Alcune informazioni sono basate su precedenti visite in Italia, comprese quelle ai centri di accoglienza di Lampedusa e Pozzallo a luglio 2015». Sono stati intervistati 174 rifugiati e migranti e ascoltati molti altri. Nel corso dell’investigazione gli operatori hanno beneficiato dell’aiuto di numerosi agenti di polizia, tuttavia è stato espresso il rammarico «per il fatto che il direttore centrale per l’immigrazione e la polizia delle frontiere del ministero dell’Interno, prefetto Giovanni Pinto, il cui ruolo è centrale in questo ambito, non abbia potuto rendersi disponibile per un incontro con Amnesty» e non abbia risposto alla lettera che l’organizzazione gli ha inviato «a giugno 2016, chiedendo informazioni su screening e iter al quale sono sottoposti i nuovi arrivati ». L’organizzazione ha inoltre inviato due lettere al ministro dell’Interno, Angelino Alfano, «esprimendo preoccupazione in relazione ai risultati provvisori della ricerca e chiedendo informazioni sull’uso della forza e della detenzione per il rilevamento delle impronte digitali dei nuovi arrivati e sulla riammissione di cittadini di paesi terzi, in particolare del Sudan. Il ministro Alfano non ha risposto ad alcuna delle lettere». Tutto questo lo si può leggere fin dalle prime pagine del report, come dire che se vi fosse stata una maggiore disponibilità delle autorità forse le smentite avrebbero potuto essere motivate prima della pubblicazione.
«Siamo dispiaciuti per i toni e per il contenuto di alcune reazioni alla pubblicazione del rapporto», rispondono dalla sede romana di Amnesty. Che ribadisce: «Le informazioni incluse nel rapporto sono state messe a disposizione delle nostre autorità con largo anticipo sulla data di pubblicazione affinché avessero modo di commentarle ». Ma nessuno è voluto intervenire prima di ieri. (Nello Scavo - Avvenire)
Migranti: altri 239 morti
Milano - Li hanno prima fatti salire con forza sui gommoni – addirittura sparando e uccidendo anche un uomo – e poi lasciati in balia del mare. Malgrado le condizioni marine proibitive (mare forza 4). Malgrado un gommone fosse già visibilmente precario. I trafficanti di essere umani non si fermano. Neanche davanti alle suppliche di chi teme la pericolosissima traversata. Sono i racconti raccapriccianti dei 29 superstiti tratti in salvo mercoledì pomeriggio.
Gli scafisti ormai sanno che dopo poche miglia marine c’è la task-force europea pronta a salvarli. Ma non è sempre così. Le navi di Eunavformed, delle Ong e di tutte quelle che transitano nel canale della morte, quel tratto di mare che divide il Nord Africa dall’Italia, spesso arrivano troppo tardi. Ed è così che è successo anche giovedì pomeriggio. Una nuova duplice strage annunciata. Sono in tutto 239 i migranti dispersi e quindi morti in questi ultimi due naufragi.
Ancora morti in mare. Malgrado gli sforzi messi in campo per aiutare chi fugge dalla guerra e dalla povertà. Sono già 4.220 i migranti che hanno perso la vita nel 2016 mentre tentavano di raggiungere le coste dell’Europa.
«È l’emergenza umanitaria di questo inizio secolo le cui dimensioni forse non sono state ancora comprese appieno » ha detto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo intervento al Quirinale alla cerimonia di consegna delle decorazioni all’Ordine militare di Malta.
Gli scafisti ormai sanno che dopo poche miglia marine c’è la task-force europea pronta a salvarli. Ma non è sempre così. Le navi di Eunavformed, delle Ong e di tutte quelle che transitano nel canale della morte, quel tratto di mare che divide il Nord Africa dall’Italia, spesso arrivano troppo tardi. Ed è così che è successo anche giovedì pomeriggio. Una nuova duplice strage annunciata. Sono in tutto 239 i migranti dispersi e quindi morti in questi ultimi due naufragi.
Ancora morti in mare. Malgrado gli sforzi messi in campo per aiutare chi fugge dalla guerra e dalla povertà. Sono già 4.220 i migranti che hanno perso la vita nel 2016 mentre tentavano di raggiungere le coste dell’Europa.
«È l’emergenza umanitaria di questo inizio secolo le cui dimensioni forse non sono state ancora comprese appieno » ha detto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo intervento al Quirinale alla cerimonia di consegna delle decorazioni all’Ordine militare di Malta.
Genova: giubileo con le rifugiate cristiane e le persone senza fissa dimora
Genova - Sarà il cardinale Angelo Bagnasco a presiedere, lunedì sera nella cattedrale di Genova, il Giubileo con le persone senza dimora e rifugiate cristiane. Prima della celebrazione eucaristica, prevista per le 18, il passaggio della Porta Santa. Dopo la Santa Messa cena condivisa presso il Chiostro del Museo diocesano. “Abbiamo voluto chiamarlo Giubileo ‘con’ e non Giubileo ‘delle’ persone senza dimora e rifugiate cristiane” per “una sfumatura che ci pare rivelatrice del problema: quando parliamo di profondi stati di bisogno, infatti, è naturale accostarsi a essi con l’idea di fare qualcosa ‘per’ contrastarli, pensando che ciò sia sufficiente”, ha affermato monsignor Marino Poggi, vicario per la testimonianza e il servizio della carità.
Papa Francesco: “chinarsi con compassionevole tenerezza verso l’umanità debole appartiene ad un animo veramente religioso”
Città del Vaticano - “Chinarsi con compassionevole tenerezza verso l’umanità debole e bisognosa appartiene ad un animo veramente religioso, che respinge la tentazione di prevaricare con la forza, che rifiuta di mercificare la vita umana e vede negli altri dei fratelli, mai dei numeri”. E’ quanto ha detto questa mattina papa Francesco incontrando in Sala Clementina i rappresentanti di diverse religioni per un’udienza interreligiosa nell’ambito del Giubileo della misericordia. 200 membri appartenenti a religioni diverse (cristiana, ebraica, musulmana, buddista, induista ed altre), impegnati nel campo delle opere di carità e di misericordia. Per il pontefice “farsi vicini a quanti vivono situazioni che richiedono una maggiore cura, come la malattia, la disabilità, la povertà, l’ingiustizia, le conseguenze dei conflitti e delle migrazioni, è una chiamata che viene dal cuore di ogni tradizione autenticamente religiosa. È l’eco della voce divina, che parla alla coscienza di ciascuno, invitando a superare il ripiegamento su sé stessi e ad aprirsi: aprirsi all’Altro sopra di noi, che bussa alla porta del cuore; aprirsi all’altro accanto a noi, che bussa alla porta di casa, chiedendo attenzione e aiuto”.
Il pontefice nel suo discorso ha poi ribadito la condanna ad “atteggiamenti iniqui, che profanano il nome di Dio e inquinano la ricerca religiosa dell’uomo”. Da qui il monito: “Non accada più che le religioni, a causa del comportamento di alcuni loro seguaci, trasmettano un messaggio stonato, dissonante da quello della misericordia. Purtroppo, non passa giorno che non si senta parlare di violenze, conflitti, rapimenti, attacchi terroristici, vittime e distruzioni”. “Siano invece favoriti, ovunque, l’incontro pacifico tra i credenti e una reale libertà religiosa. In questo la nostra responsabilità di fronte a Dio, all’umanità e all’avvenire è grande e richiede ogni sforzo, senza alcun infingimento. È una chiamata – ha spiegato papa Francesco - che ci coinvolge, un cammino da percorrere insieme per il bene di tutti, con speranza. Siano le religioni grembi di vita, che portino la tenerezza misericordiosa di Dio all’umanità ferita e bisognosa; siano porte di speranza, che aiutino a varcare i muri eretti dall’orgoglio e dalla paura”. (Raffaele Iaria)
Il pontefice nel suo discorso ha poi ribadito la condanna ad “atteggiamenti iniqui, che profanano il nome di Dio e inquinano la ricerca religiosa dell’uomo”. Da qui il monito: “Non accada più che le religioni, a causa del comportamento di alcuni loro seguaci, trasmettano un messaggio stonato, dissonante da quello della misericordia. Purtroppo, non passa giorno che non si senta parlare di violenze, conflitti, rapimenti, attacchi terroristici, vittime e distruzioni”. “Siano invece favoriti, ovunque, l’incontro pacifico tra i credenti e una reale libertà religiosa. In questo la nostra responsabilità di fronte a Dio, all’umanità e all’avvenire è grande e richiede ogni sforzo, senza alcun infingimento. È una chiamata – ha spiegato papa Francesco - che ci coinvolge, un cammino da percorrere insieme per il bene di tutti, con speranza. Siano le religioni grembi di vita, che portino la tenerezza misericordiosa di Dio all’umanità ferita e bisognosa; siano porte di speranza, che aiutino a varcare i muri eretti dall’orgoglio e dalla paura”. (Raffaele Iaria)
Papa in Svezia: il commento di mons. Cesare della M.C.I. di Stoccolma
Stoccolma - E così il piccolo “gregge” della Missione Cattolica Italiana di Stoccolma è rientrato a Stoccolma. Sì, perchè c’eravamo anche noi all’evento storico celebratosi il 31 ottobre a Lund e conclusosi il 1 novembre; anche noi, una piccola rappresentanza della nostra Missione, una trentina di persone fra giovani e meno giovani, pensionati, padri, madri e figli, focolarini e ciellini; tutti noi abbiamo desiderato essere presenti con il Santo Padre Francesco, rappresentando la nostra comunità italiana.
Un esperienza entusiasmante e ricca di fede, vissuta prima con i nostri fratelli e sorelle luterani nell’Arena di Malmö, (a Lund i posti erano limitati) pregando insieme e testimoniando che il cammino verso l’unità dei cristiani non può interrompersi ma deve consolidarsi; che ciò che ci unisce è molto più di ciò che ci separa; per poi partecipare il giorno seguente, Solennità di Tutti i Santi, nello Swedbank Stadion di Malmö, dove migliaia di cattolici provenienti da diverse parti della Svezia e di origini culturale più svariate, hanno testimoniato la loro identità cattolica partecipando e pregando insieme alla S. Messa celebrata da Papa Francesco.
E’ con gratitudine e rinvigoriti nella fede dalle parole del Papa, che riprendiamo ora le nostre routine quotidiane. Abbiamo vissuto momenti di fede e di ecumenismo che senz’altro lasceranno un segno in ognuno di noi. “Siate il sale della terra e luce del mondo” ci ha detto Papa Francesco nella sua omelia. Anche noi italiani residenti in Svezia possiamo offrire il nostro contributo per la causa dell’unità dei cristiani; vivere fra le lande nordiche è inevitabilmente una sfida, ma sono convinto che l’esperienza vissuta in questi due giorni in compagnia di Papa Francesco, ha rinnovato la coscienza che siamo tutti tralci innestati nell’unica vite, Gesù Cristo. (Mons. Furio Cesare, Missione Cattolica Italiana di Stoccolma)
Un esperienza entusiasmante e ricca di fede, vissuta prima con i nostri fratelli e sorelle luterani nell’Arena di Malmö, (a Lund i posti erano limitati) pregando insieme e testimoniando che il cammino verso l’unità dei cristiani non può interrompersi ma deve consolidarsi; che ciò che ci unisce è molto più di ciò che ci separa; per poi partecipare il giorno seguente, Solennità di Tutti i Santi, nello Swedbank Stadion di Malmö, dove migliaia di cattolici provenienti da diverse parti della Svezia e di origini culturale più svariate, hanno testimoniato la loro identità cattolica partecipando e pregando insieme alla S. Messa celebrata da Papa Francesco.
E’ con gratitudine e rinvigoriti nella fede dalle parole del Papa, che riprendiamo ora le nostre routine quotidiane. Abbiamo vissuto momenti di fede e di ecumenismo che senz’altro lasceranno un segno in ognuno di noi. “Siate il sale della terra e luce del mondo” ci ha detto Papa Francesco nella sua omelia. Anche noi italiani residenti in Svezia possiamo offrire il nostro contributo per la causa dell’unità dei cristiani; vivere fra le lande nordiche è inevitabilmente una sfida, ma sono convinto che l’esperienza vissuta in questi due giorni in compagnia di Papa Francesco, ha rinnovato la coscienza che siamo tutti tralci innestati nell’unica vite, Gesù Cristo. (Mons. Furio Cesare, Missione Cattolica Italiana di Stoccolma)
U.S.A. : chiusa la XVI Settimana della Lingua Italiana nel Mondo
Washington - La forza propositiva che si sprigiona dall’incontro tra due culture si poteva respirare nell’aria frizzante che ha accolto gli ospiti ieri sera all’Ambasciata d’Italia per il Book Award "The Bridge" giunto alla sua seconda edizione. Un evento che ha visto ospiti entusiasti di quanto l’Italia e gli Stati Uniti trovino sempre nuovi modi per suggellare e approfondire i loro legami. Come ha sottolineato l’Ambasciatore d’Italia negli Stati Uniti Armando Varricchio: “I nostri amici americani amano la nostra lingua: il numero di studenti che studiano italiano nelle università americane è aumentato del 60% nell’ultimo decennio, passando da 49.000 a 80.000, mentre sono oltre 30.000 gli studenti americani che scelgono di vivere un’esperienza di studio in Italia.
A chiusura della XVI Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, l'Ambasciata d'Italia e l'Istituto Italiano di Cultura di Washington DC, in collaborazione con l'Ambasciata degli Stati Uniti a Roma, la Casa delle Letterature del Comune di Roma e l'Iniziativa Americana per la Cultura Italiana (AIFIC), hanno ospitato la cerimonia di premiazione e la tavola rotonda dei vincitori italiani del premio The Bridge: Nadia Terranova per il romanzo “Gli Anni al Contrario” e Marco Belpoliti per il saggio “Primo Levi di Fronte e Profilo”.
Maria Ida Gaeta, Direttrice della Casa delle Letterature del Comune di Roma, ha moderato l’incontro con Domenico Starnone, scrittore e vincitore dell'edizione 2015, Jhumpa Lahiri, scrittrice e docente di Scrittura Creativa presso la Princeton University e Teresa Fiore, Professore Ordinario di Studi Italiani e Italo-Americani presso la Montclair State University, New Jersey.
Il Premio The Bridge, che si propone quale ponte ideale che collega due culture al fine di promuovere la conoscenza delle più recenti tendenze culturali e letterarie, viene conferito ogni anno a un romanzo e a un saggio recentemente pubblicati in Italia e negli Stati Uniti. Come ha esemplificato l’Ambasciatore Varricchio: “Quest'iniziativa si caratterizza per due aspetti: l’inclusione sia della narrativa sia della saggistica all’interno dello stesso premio e il fatto che le opere premiate vengono tradotte dall’italiano all’inglese e viceversa. La combinazione di questi elementi non può che assicurare maggiore comprensione reciproca e un vero scambio culturale.”
L’Ambasciatore Varricchio ha infine voluto riprendere le parole dell’American Initiative for Italian Culture (AIFIC): “L’AIFIC è un incubatore per lo sviluppo creativo dei giovani artisti italiani e americani, fungendo in questo modo da laboratorio culturale”, concludendo con un chiaro apprezzamento per “la metafora scientifica, che si allaccia al nostro porre l’attenzione anche su ricerca e innovazione.”
A suggellare questo “bilateralismo” durante la cerimonia sono stati presentati anche i libri dei vincitori italiani e americani dell’edizione del 2015 recentemente tradotti, rispettivamente Domenico Starnone per la narrativa e Quinto Antonelli per la saggistica italiana; Laird Hunt per la narrativa e Robert Harrison per la saggistica americana.
A chiusura della XVI Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, l'Ambasciata d'Italia e l'Istituto Italiano di Cultura di Washington DC, in collaborazione con l'Ambasciata degli Stati Uniti a Roma, la Casa delle Letterature del Comune di Roma e l'Iniziativa Americana per la Cultura Italiana (AIFIC), hanno ospitato la cerimonia di premiazione e la tavola rotonda dei vincitori italiani del premio The Bridge: Nadia Terranova per il romanzo “Gli Anni al Contrario” e Marco Belpoliti per il saggio “Primo Levi di Fronte e Profilo”.
Maria Ida Gaeta, Direttrice della Casa delle Letterature del Comune di Roma, ha moderato l’incontro con Domenico Starnone, scrittore e vincitore dell'edizione 2015, Jhumpa Lahiri, scrittrice e docente di Scrittura Creativa presso la Princeton University e Teresa Fiore, Professore Ordinario di Studi Italiani e Italo-Americani presso la Montclair State University, New Jersey.
Il Premio The Bridge, che si propone quale ponte ideale che collega due culture al fine di promuovere la conoscenza delle più recenti tendenze culturali e letterarie, viene conferito ogni anno a un romanzo e a un saggio recentemente pubblicati in Italia e negli Stati Uniti. Come ha esemplificato l’Ambasciatore Varricchio: “Quest'iniziativa si caratterizza per due aspetti: l’inclusione sia della narrativa sia della saggistica all’interno dello stesso premio e il fatto che le opere premiate vengono tradotte dall’italiano all’inglese e viceversa. La combinazione di questi elementi non può che assicurare maggiore comprensione reciproca e un vero scambio culturale.”
L’Ambasciatore Varricchio ha infine voluto riprendere le parole dell’American Initiative for Italian Culture (AIFIC): “L’AIFIC è un incubatore per lo sviluppo creativo dei giovani artisti italiani e americani, fungendo in questo modo da laboratorio culturale”, concludendo con un chiaro apprezzamento per “la metafora scientifica, che si allaccia al nostro porre l’attenzione anche su ricerca e innovazione.”
A suggellare questo “bilateralismo” durante la cerimonia sono stati presentati anche i libri dei vincitori italiani e americani dell’edizione del 2015 recentemente tradotti, rispettivamente Domenico Starnone per la narrativa e Quinto Antonelli per la saggistica italiana; Laird Hunt per la narrativa e Robert Harrison per la saggistica americana.
Migranti: nuova strage in mare
Milano - Nuova strage in mare. Almeno 12 migranti hanno perso la vita durante la traversata dalla Libia all’Italia. Ma il bilancio potrebbe essere più drammatico perchè si temono decine di dispersi. Il gommone su cui i migranti - di cui non si conosce ancora il numero esatto - stavano viaggiando non ha retto alle condizioni marine 'proibitive', con mare forza quattro.
È stato trovato semi-affondato dalle navi dei soccorsi. Salvate 29 persone. Gli scafisti sono soliti a imbarcare su gommoni come quello recuperato ieri pomeriggio a 25 miglia dalle coste della Libia, almeno un centinaio di persone. La centrale operativa della Guardia Costiera ha ricevuto una telefonata satellitare di Sos dalle persone che si trova- vano a bordo del natante.
Sul luogo del naufragio sono state inviate cinque navi -due rimorchiatori privati, una unità Frontex, una della missione Eunavformed Sophia, una nave di Save the Children- ed è stato fatto alzare in volo un elicottero della Marina militare. Erano giorni di tregua, per le pericolosissime traversate in mare. Gli ultimi soccorsi della Guardia costiera si erano infatti registrati una settimana fa, poi il maltempo aveva fermato le partenze. Fino a giovedì pomeriggio quando il gommone naufragato, partito malgrado le condizioni avverse e proibitive, è stato trovato semi affondato, con decine di corpi già senza vita.
In una delle tante traversate verso l’Europa, sarebbe anche morto il portiere della nazionale femminile di calcio del Gambia, Fatim Jawara. Aveva 19 anni ed è morta annecato gata su un barcone partito dalla Libia. Lo rivela il suo ex allenatore, Chorro Mbenga.
Intanto, negli hotspot italiani, nel corso delle procedure di riconoscimento si sarebbero verificati pestaggi e maltrattamenti equivalenti a torture nei confronti dei migranti. È la pesante denuncia di Amnesty. Nel rapporto 'Hotspot Italia: come le politiche dell’Unione europea portano a violazioni dei diritti di rifugiati e migranti' che sarà pubbli- oggi, la Ong mostra come le pressioni dell’Unione Europea affinchè l’Italia usi la 'mano dura' nei confronti delle persone sbarcate sulle nostre coste si produca in realtà in atti di violenza, intimidazione e soprusi. Il cosiddetto 'approccio hotspot', per identificare i migranti e i rifugiati, sottolinea Amnesty, «non solo ha compromesso il loro diritto a chiedere asilo, ma ha anche alimentato agghiaccianti episodi di violenza, con l’uso di pestaggi, elettroshock e umiliazioni sessuali».
«Determinati a ridurre il movimento di migranti e rifugiati verso altri stati membri, i leader europei hanno spinto le autorità italiane ai limiti, e talvolta oltre i limiti, della legalità » sostiene Matteo de Bellis, ricercatore di Amnesty International sull’Italia. «Il risultato è che persone traumatizzate, arrivate in Italia dopo esperienze di viaggio strazianti, vengono sottoposte a procedure viziate e in alcuni casi a gravi violenze da parte della polizia, così come a espulsioni illegali» aggiunge de Bellis. Nel rapporto Amnesty punta il dito contro le impronte digitali prese con la forza (addirittura citando anche testimonianze di torture fisiche) e uno 'screening' per separare i richiedenti asilo dai migranti irregolari, che viene effettuato senza accesso a informazioni adeguate e con un «approccio fondamentalmente difettoso». Poi c’è anche il tema «espulsioni». «Sotto le pressioni dell’Unione europea, l’Italia sta cercando di aumentare il numero dei migranti rinviati nei paesi di origine – sottolinea il rapporto – anche negoziando accordi di riammissione con paesi le cui autorità hanno commesso terribili atrocità». (Daniela Fassini - Avvenire)
È stato trovato semi-affondato dalle navi dei soccorsi. Salvate 29 persone. Gli scafisti sono soliti a imbarcare su gommoni come quello recuperato ieri pomeriggio a 25 miglia dalle coste della Libia, almeno un centinaio di persone. La centrale operativa della Guardia Costiera ha ricevuto una telefonata satellitare di Sos dalle persone che si trova- vano a bordo del natante.
Sul luogo del naufragio sono state inviate cinque navi -due rimorchiatori privati, una unità Frontex, una della missione Eunavformed Sophia, una nave di Save the Children- ed è stato fatto alzare in volo un elicottero della Marina militare. Erano giorni di tregua, per le pericolosissime traversate in mare. Gli ultimi soccorsi della Guardia costiera si erano infatti registrati una settimana fa, poi il maltempo aveva fermato le partenze. Fino a giovedì pomeriggio quando il gommone naufragato, partito malgrado le condizioni avverse e proibitive, è stato trovato semi affondato, con decine di corpi già senza vita.
In una delle tante traversate verso l’Europa, sarebbe anche morto il portiere della nazionale femminile di calcio del Gambia, Fatim Jawara. Aveva 19 anni ed è morta annecato gata su un barcone partito dalla Libia. Lo rivela il suo ex allenatore, Chorro Mbenga.
Intanto, negli hotspot italiani, nel corso delle procedure di riconoscimento si sarebbero verificati pestaggi e maltrattamenti equivalenti a torture nei confronti dei migranti. È la pesante denuncia di Amnesty. Nel rapporto 'Hotspot Italia: come le politiche dell’Unione europea portano a violazioni dei diritti di rifugiati e migranti' che sarà pubbli- oggi, la Ong mostra come le pressioni dell’Unione Europea affinchè l’Italia usi la 'mano dura' nei confronti delle persone sbarcate sulle nostre coste si produca in realtà in atti di violenza, intimidazione e soprusi. Il cosiddetto 'approccio hotspot', per identificare i migranti e i rifugiati, sottolinea Amnesty, «non solo ha compromesso il loro diritto a chiedere asilo, ma ha anche alimentato agghiaccianti episodi di violenza, con l’uso di pestaggi, elettroshock e umiliazioni sessuali».
«Determinati a ridurre il movimento di migranti e rifugiati verso altri stati membri, i leader europei hanno spinto le autorità italiane ai limiti, e talvolta oltre i limiti, della legalità » sostiene Matteo de Bellis, ricercatore di Amnesty International sull’Italia. «Il risultato è che persone traumatizzate, arrivate in Italia dopo esperienze di viaggio strazianti, vengono sottoposte a procedure viziate e in alcuni casi a gravi violenze da parte della polizia, così come a espulsioni illegali» aggiunge de Bellis. Nel rapporto Amnesty punta il dito contro le impronte digitali prese con la forza (addirittura citando anche testimonianze di torture fisiche) e uno 'screening' per separare i richiedenti asilo dai migranti irregolari, che viene effettuato senza accesso a informazioni adeguate e con un «approccio fondamentalmente difettoso». Poi c’è anche il tema «espulsioni». «Sotto le pressioni dell’Unione europea, l’Italia sta cercando di aumentare il numero dei migranti rinviati nei paesi di origine – sottolinea il rapporto – anche negoziando accordi di riammissione con paesi le cui autorità hanno commesso terribili atrocità». (Daniela Fassini - Avvenire)
Unhcr: raddoppiare i fondi per i contributi economici ai rifugiati entro il 2020
Ginevra - L'Unhcr ha annunciato l’intenzione di raddoppiare i fondi destinati all'assistenza in denaro per i rifugiati in tutto il mondo entro il 2020, uno strumento capace di proteggerli e aiutarli meglio.
“Utilizzare forme di assistenza in denaro è stato davvero un punto di svolta nel modo di aiutare i rifugiati e abbiamo deciso di adottarla come politica in tutto il mondo ed espanderne l’uso in tutte le nostre operazioni, laddove fattibile”, ha detto l'Alto Commissario, Filippo Grandi. “L'Unhcr è stata una delle prime agenzie delle Nazioni Unite ad adottare l'assistenza in denaro a metà degli anni '80, ha perciò sviluppato un notevole know-how in questo campo. Nel corso degli anni abbiamo visto gli effetti positivi sulla vita di rifugiati e sfollati”, ha proseguito. “I rifugiati sanno meglio di chiunque altro ciò di cui hanno bisogno. Ampliare l’utilizzo di questo strumento di assistenza significa che molti di più saranno in grado di decidere come gestire il budget della propria famiglia, e questo li aiuterà a condurre una vita più dignitosa e normale”, ha aggiunto. L'Unhcr sta già fornendo aiuti in denaro in 60 Paesi. In particolare, in Giordania e in Libano si sono registrati successi importanti, proprio perché hanno permesso all'Unhcr di aiutare i rifugiati siriani più vulnerabili nel modo più conveniente ed efficiente. Nel 2017, fermamente impegnato a raggiungere l’obiettivo del 2020, l'Unhcr introdurrà ed espanderà l'assistenza in denaro ai rifugiati vulnerabili e alle persone in condizioni di bisogno in altri 15 Paesi, tra cui: Niger, Repubblica Democratica del Congo, Kenya, Congo, Ruanda, Somalia, Sudan, Etiopia , Uganda, Afghanistan e Iran.
“Utilizzare forme di assistenza in denaro è stato davvero un punto di svolta nel modo di aiutare i rifugiati e abbiamo deciso di adottarla come politica in tutto il mondo ed espanderne l’uso in tutte le nostre operazioni, laddove fattibile”, ha detto l'Alto Commissario, Filippo Grandi. “L'Unhcr è stata una delle prime agenzie delle Nazioni Unite ad adottare l'assistenza in denaro a metà degli anni '80, ha perciò sviluppato un notevole know-how in questo campo. Nel corso degli anni abbiamo visto gli effetti positivi sulla vita di rifugiati e sfollati”, ha proseguito. “I rifugiati sanno meglio di chiunque altro ciò di cui hanno bisogno. Ampliare l’utilizzo di questo strumento di assistenza significa che molti di più saranno in grado di decidere come gestire il budget della propria famiglia, e questo li aiuterà a condurre una vita più dignitosa e normale”, ha aggiunto. L'Unhcr sta già fornendo aiuti in denaro in 60 Paesi. In particolare, in Giordania e in Libano si sono registrati successi importanti, proprio perché hanno permesso all'Unhcr di aiutare i rifugiati siriani più vulnerabili nel modo più conveniente ed efficiente. Nel 2017, fermamente impegnato a raggiungere l’obiettivo del 2020, l'Unhcr introdurrà ed espanderà l'assistenza in denaro ai rifugiati vulnerabili e alle persone in condizioni di bisogno in altri 15 Paesi, tra cui: Niger, Repubblica Democratica del Congo, Kenya, Congo, Ruanda, Somalia, Sudan, Etiopia , Uganda, Afghanistan e Iran.
Milano: il 5 novembre rom e sinti in preghiera
Milano - Sabato 5 novembre un gruppo di Rom e di Sinti cattolici si radunerà per una mattinata di preghiera nella chiesa di San Sigismondo a Milano (adiacente alla basilica di Sant’Ambrogio). Il ritrovo è fissato alle ore 9 per l’Ora Media e a seguire l’Adorazione; alle 11 sarà celebrata la Santa Messa, «per ringraziare Dio che sta accompagnando gli Zingari nel loro cammino di vita cristiana» sottolinea monsignor Mario Riboldi, incaricato diocesano per la pastorale dei nomadi, coadiuvato da don Marco Frediani.
Quest’anno saranno diversi i motivi di ringraziamento al Signore «che ha chiamato molto vicino a sé» un Rom abruzzese, Cristian Di Silvio, con l’ordinazione sacerdotale avvenuta a Cassino nel mese di aprile. «Questo prete novello - informa monsignor Riboldi - è ora inserito nel clero della Diocesi di Montecassino e opera in una parrocchia dove è impegnato un altro prete Rom di origine rumena. Inoltre in settembre è stato ordinato a Bari un Rom calabrese, fra Claudio Bevilacqua, già professo solenne come Cappuccino. Ora si trova nel convento di Eboli (Salerno)». Il 2017 sarà per i nomadi di fede cattolica un anno particolare perché ricorrerà il ventesimo anniversario della beatificazione del loro martire spagnolo Zeffirino, ed è in «direzione d’arrivo, anche se non si sa ancora la data precisa», aggiunge monsignor Riboldi, la beatificazione della gitana Emilia, insieme ai martiri di Almerìa (Spagna). Emilia Fernàndez Rodrìguez nasce il 13 aprile 1914 ad Almerìa, il giorno stesso viene battezzata. Fin da piccola impara a costruire ceste di vimini, che la sua famiglia vendeva per vivere. Emilia, compiuti i 24 anni, si sposa con il gitano Juan. Intanto cresce la persecuzione religiosa in Spagna e i due sposi vengono arrestati, lei con la complicazione di essere incinta. Emilia viene rinchiusa insieme a quaranta donne cattoliche che arriveranno presto a trecento. Una testimone ricorda: «Alla sera ci radunavamo a gruppi e cantavamo, ballavamo, pregavamo e piangevamo. Quante lacrime! Eravamo abituate a recitare il Rosario tutte le sere. Emilia non sapeva niente, chiese di imparare». Una giovane (non gitana) si impegna con gioia ad insegnarle il Padre Nostro, l’Ave Maria e il Gloria. Il 13 gennaio
1939 nasce Angela, la figlia di Emilia. La madre sopravvive, nonostante le grandi emorragie, coricata sopra un materasso, sul pavimento, senza nessuna attenzione medica. Il 25 gennaio 1939 Emilia termina il suo «calvario»: muore abbandonata e sola, ma senza rinnegare la fede. (MilanoSette)
Quest’anno saranno diversi i motivi di ringraziamento al Signore «che ha chiamato molto vicino a sé» un Rom abruzzese, Cristian Di Silvio, con l’ordinazione sacerdotale avvenuta a Cassino nel mese di aprile. «Questo prete novello - informa monsignor Riboldi - è ora inserito nel clero della Diocesi di Montecassino e opera in una parrocchia dove è impegnato un altro prete Rom di origine rumena. Inoltre in settembre è stato ordinato a Bari un Rom calabrese, fra Claudio Bevilacqua, già professo solenne come Cappuccino. Ora si trova nel convento di Eboli (Salerno)». Il 2017 sarà per i nomadi di fede cattolica un anno particolare perché ricorrerà il ventesimo anniversario della beatificazione del loro martire spagnolo Zeffirino, ed è in «direzione d’arrivo, anche se non si sa ancora la data precisa», aggiunge monsignor Riboldi, la beatificazione della gitana Emilia, insieme ai martiri di Almerìa (Spagna). Emilia Fernàndez Rodrìguez nasce il 13 aprile 1914 ad Almerìa, il giorno stesso viene battezzata. Fin da piccola impara a costruire ceste di vimini, che la sua famiglia vendeva per vivere. Emilia, compiuti i 24 anni, si sposa con il gitano Juan. Intanto cresce la persecuzione religiosa in Spagna e i due sposi vengono arrestati, lei con la complicazione di essere incinta. Emilia viene rinchiusa insieme a quaranta donne cattoliche che arriveranno presto a trecento. Una testimone ricorda: «Alla sera ci radunavamo a gruppi e cantavamo, ballavamo, pregavamo e piangevamo. Quante lacrime! Eravamo abituate a recitare il Rosario tutte le sere. Emilia non sapeva niente, chiese di imparare». Una giovane (non gitana) si impegna con gioia ad insegnarle il Padre Nostro, l’Ave Maria e il Gloria. Il 13 gennaio
1939 nasce Angela, la figlia di Emilia. La madre sopravvive, nonostante le grandi emorragie, coricata sopra un materasso, sul pavimento, senza nessuna attenzione medica. Il 25 gennaio 1939 Emilia termina il suo «calvario»: muore abbandonata e sola, ma senza rinnegare la fede. (MilanoSette)
Card. Scola: con l’immigrazione “L’Europa ha lasciato sola l’Italia”
Milano - L’Arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola, ha celebrato ieri mattina in Duomo la Messa per la Solennità di Tutti i Santi. Nella sua omelia ha spiegato che “la Chiesa nostra madre, facendo precedere il giorno della memoria dei defunti con la Solennità di tutti i Santi, ci ricorda che la meta della nostra vita non è la morte, ma il per sempre della vita. Ci educa a guardare alla morte dal punto di vista del Paradiso, la casa della Trinità dalle tante porte aperte, della comunione piena con Lui e con tutti i fratelli”. Dopo aver ricordato come “la santità non è un privilegio di pochi, ma una vocazione per tutti”, l’Arcivescovo di Milano, ha detto che “in questa nostra epoca di individualismo esasperato, fino ad assumere tratti di autismo, non c’è chi non veda l’urgenza di punti di riferimento, testimoni e costruttori di speranza, da seguire”. Nel pomeriggio al Cimitero Monumentale di Milano il cardinale Scola ha poi celebrato la Messa per i defunti. Nell’omelia ha detto che “pensando alla morte siamo tutti angosciati, ma sappiamo che nell’ultimo istante delle vita terrena avremo una mano che ci prende per la nostra salvezza. Veniamo al Cimitero perché vogliamo essere cristiani e cittadini responsabili. Il Famedio è come una bandiera levata che ricorda a tutti i cittadini l’obbligo di una amicizia civica e l’impegno della costruzione di una società degna del nostro livello di sviluppo”.
Al termine della celebrazione, dopo aver visitato il Famedio ed esseri raccolto in preghiera davanti alla tomba di Alessandro Manzoni e di don Luigi Giussani, il cardinale Scola rispondendo ad alcune domande dei giornalisti, ha commentato l’arrivo dei profughi alla caserma Montello di Milano e le tensioni che ne sono scaturite: “Capitano dei momenti di dialettica tra due tipi di visioni, due modi di capire il problema. Ieri sera c’è stato chi ha protestato contro l’arrivo dei profughi alla Caserma Montello e stamattina chi ha accolto e fatto festa per loro. Il flusso migratorio è mondiale e durerà qualche decennio: dobbiamo abituarci a questa dialettica, cercando di superarla e invitando tutti a darsi le ragioni reciproche in modo tale che le motivazioni autentiche - non i pretesti e i pregiudizi - aiutino chi la pensa diversamente a maturare la sua scelta, così che si giunga ad una unità di visioni. L’accoglienza è un processo che va governato”.
“Il nostro popolo – ha aggiunto l’arcivescovo ambrosiano - generalmente non è razzista, accoglie e si dà molto da fare. La società civile sta facendo la sua parte con le scuole, i quartieri, le parrocchie, con l’aiuto spontaneo e reciproco. Esiste però un problema politico drammatico. L’Italia sull’immigrazione è stata abbandonata dall’Europa: questa scelta grave pone un interrogativo sull’Europa stessa: è vitale o è morente? Noi dobbiamo essere cittadini europei energici, comprendendo come queste persone che arrivano - in larga maggioranza giovani - si fonderanno con i nostri popoli e daranno vita alla nuova Europa. Conviene accoglierli”.
Al termine della celebrazione, dopo aver visitato il Famedio ed esseri raccolto in preghiera davanti alla tomba di Alessandro Manzoni e di don Luigi Giussani, il cardinale Scola rispondendo ad alcune domande dei giornalisti, ha commentato l’arrivo dei profughi alla caserma Montello di Milano e le tensioni che ne sono scaturite: “Capitano dei momenti di dialettica tra due tipi di visioni, due modi di capire il problema. Ieri sera c’è stato chi ha protestato contro l’arrivo dei profughi alla Caserma Montello e stamattina chi ha accolto e fatto festa per loro. Il flusso migratorio è mondiale e durerà qualche decennio: dobbiamo abituarci a questa dialettica, cercando di superarla e invitando tutti a darsi le ragioni reciproche in modo tale che le motivazioni autentiche - non i pretesti e i pregiudizi - aiutino chi la pensa diversamente a maturare la sua scelta, così che si giunga ad una unità di visioni. L’accoglienza è un processo che va governato”.
“Il nostro popolo – ha aggiunto l’arcivescovo ambrosiano - generalmente non è razzista, accoglie e si dà molto da fare. La società civile sta facendo la sua parte con le scuole, i quartieri, le parrocchie, con l’aiuto spontaneo e reciproco. Esiste però un problema politico drammatico. L’Italia sull’immigrazione è stata abbandonata dall’Europa: questa scelta grave pone un interrogativo sull’Europa stessa: è vitale o è morente? Noi dobbiamo essere cittadini europei energici, comprendendo come queste persone che arrivano - in larga maggioranza giovani - si fonderanno con i nostri popoli e daranno vita alla nuova Europa. Conviene accoglierli”.
Bruxelles: un convegno su “la conoscenza come porta dalla solidarietà alla fraternità”
Bruxelles- “La conoscenza come porta dalla solidarietà alla fraternità per un nuovo umanesimo”: questo il tema di una Conferenza che si terrà presso il Forum Center di Palazzo Italia in Bucarest, il 15 Novembre 2016 con l’obiettivo di dare il giusto valore ad un dialogo incentrato sull’etica, quale base di confronto tra uomini di comunità religiose diverse.
“La grande esperienza che ne verrà fuori, permetterà – dice don Pierluigi Vignola, missionario con gli Italiani ad Amburgo - poi di scorrere con gli occhi e comprendere le due modalità per leggere la società dai due punti di vista generati dall’appartenenza a due comunità religiose”.
“La grande esperienza che ne verrà fuori, permetterà – dice don Pierluigi Vignola, missionario con gli Italiani ad Amburgo - poi di scorrere con gli occhi e comprendere le due modalità per leggere la società dai due punti di vista generati dall’appartenenza a due comunità religiose”.
Mons. Perego: continuità di un magistero sulle migrazioni
Roma – “Non c’è nessuna 'svolta' da parte di Papa Francesco in tema di migrazioni”. Papa Francesco, infatti, anche ieri sull’aereo che lo riportava a Roma dopo il viaggio ecumenico in Svezia ha ribadito che “non è umano chiudere le porte e il cuore ai migranti e alla lunga questo si paga politicamente, come anche si paga quando si sbagliano i calcoli pensando di poterne ricevere di più di quanti se ne possano integrare: parole tutte assolutamente in continuità' con le posizioni espresse in altre occasioni, ad esempio nel recente messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebra nel prossimo mese di Gennaio”. A dirlo questa mattina Mons. Gian Carlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes riflettendo sulle parole del pontefice e ricordando quanto sia flebile la distinzione, “comunque necessaria”, tra rifugiati e migranti economici, dei quali pure ieri ha “riaffermato i diritti, a partire da quello all'emigrazione che la Chiesa ha sempre difeso. Semmai nelle parole pronunciate sull'aereo in volo dalla Svezia – nota Mons. Perego in una dichiarazione all’Agi – c’è una sottolineatura importante sul fatto che l'Europa rischia di alimentare paure e chiusure perché il Papa esorta i paesi della Ue a non aver paura di integrare, essendo il Vecchio Continente precisamente frutto di integrazioni tra culture diverse". Per il direttore di Migrantes nelle parole del papa “vi è un forte richiamo a salvaguardare il diritto di asilo con realismo: ricordiamoci che esso viene esercitato mettendo a rischio la propria vita e dunque valutare responsabilmente i mezzi necessari ad accogliere significa valorizzare strumenti come il lavoro e la scuola, e al contempo dire 'no' ai ghetti”.
Papa Francesco: “Non si può chiudere il cuore a un rifugiato”
Città del Vaticano - “Non si può chiudere il cuore a un rifugiato”. Lo ha ribadito Papa Francesco ieri rispondendo alle domande dei giornalisti durante il viaggio di ritorno dalla Svezia. “Non è umano chiudere il cuore, e alla lunga questo si paga”, ha aggiunto evidenziando che “quando chi arriva non è integrato si ghettizza, entra in un ghetto” e da qui nascono molti problemi. Parlando poi di chiusura di frontiere e di accoglienza il Pontefice ha sottolineato che “la più cattiva consigliera è la paura, la migliore è la prudenza”. “Non dobbiamo spaventarci – ha spiegato – per le ondate di migranti: l’Europa è stata fatta con una continua integrazione di culture: una cultura che non si sviluppa in rapporto con l’altra cultura si chiude”.
Trento: i migranti raccontano se stessi
Trento - Dal 17 al 28 ottobre, presso l’Università degli studi di Trento, è stata allestita la mostra 'Migranti, la sfida dell’incontro', grazie al sostengo economico e organizzativo dell’Ateneo e al lavoro di un gruppo di dodici studenti, che poi si è allargato alla maggior parte della comunità studentesca. Il giudizio comune emerso sulla presentazione è quello di un 'miracolo', vero e proprio, per diverse ragioni: affluenza e presenze alle visite guidate, incontri e testimonianze organizzate, ma ancora di più, il cambiamento umano che ha avviato in me e negli altri amici che con me si sono messi in gioco. Quotidianamente abbiamo proposto una visita guidata alle ore 18.00. Tra le dodici guide vi erano uno studente marocchino ed uno afghano, che ciò che raccontano i pannelli della mostra l’hanno vissuto sulla loro pelle. Alla nostra proposta di fare le guide hanno detto di sì perché non hanno mai visto una mostra che descrivesse così a fondo e compiutamente ciò che, in primis, hanno vissuto loro. Ogni sera, poi, oltre alle visite guidate, siamo riusciti a proporre la testimonianza e l’incontro con alcuni operatori delle diverse realtà territoriali di Trento che lavorano a stretto contatto con i migranti. Tali incontri ci hanno permesso di conoscere realtà totalmente ignote, e di incontrare persone che dedicano la loro vita a chi arriva nel nostro territorio. Una sera abbiamo incontrato una donna di origini musulmane, fondatrice di un’associazione che raccoglie aiuti umanitari da inviare in Siria. Prima di andare via ci ha detto: «Sono commossa da quanto visto stasera; vedere dei ragazzi come voi che si sono mossi per affrontare questa tematica è davvero sorprendente, non mi era ancora capitato». L’affluenza poi è stata davvero elevata: in media, ad ogni visita guidata, vi sono state almeno una quindicina di persone, con un picco di settanta all’inaugurazione. Ma fermarsi a questi numeri sarebbe riduttivo: ogni visitatore è uscito dalla mostra commosso, scosso e pieno di domande, sia che fosse studente universitario, cittadino o studente delle scuole superiori accompagnato dal professore. Introducendo l’incontro pubblico che abbiamo tenuto in Università sul tema 'L’emigrazione: analisi di fatti e testimonianze di un fenomeno che scuote l’Italia', Benedetto, uno dei volontari, ha detto: «Prima di presentare gli ospiti di questo incontro vorrei raccontarvi come questa mostra ad oggi possa ritenersi un successo, o meglio ancora un miracolo perché fino a 6 giorni dell’inizio noi volontari non ci conoscevamo neanche. Miracolo per l’affluenza, personalmente insperata; come potevamo noi studenti raccontare qualcosa di interessante? Miracolo soprattutto perché questa mostra è stata un luogo di incontro: l’integrazione non è stata raccontata ma è stata vissuta. E ci ha dato un metodo che può essere utilizzato in ciascuna circostanza». Il giorno dopo ho incontrato un ragazzo di colore, che vendeva alcuni oggetti. Come poteva essermi ancora indifferente dopo un’esperienza così? Sono andato a fare colazione insieme a lui. Mi ha raccontato la sua storia e alla fine mi ha detto: «Io, come te, desidero poter lavorare, studiare, vivere e un giorno tornare a casa». (Elia Frignani)