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Roma - “Come se fossimo animali”: è il titolo più che eloquente del nuovo dettagliato rapporto con il quale Human Rights Watch torna ad accusare il governo di Zagabria sui respingimenti di migranti alle frontiera con la Bosnia Erzegovina. Secondo i dati raccolti dall’Ong la polizia croata si accanirebbe in modo sistematico e violento anche contro minori non accompagnati e intere famiglie con bambini piccoli. Tutto ciò nonostante le recenti smentite del ministro dell’Interno Davor Bozinovic e le ripetute promesse di voler garantire l’accesso all’asilo. Tra il novembre 2021 e l’aprile di quest’anno i ricercatori di Human Rights Watch hanno raccolto le testimonianze di oltre un centinaio di rifugiati e richiedenti asilo provenienti da Afghanistan, Iraq, Iran e Pakistan, tra cui una ventina di minori non accompagnati e 24 coppie di genitori che viaggiavano con bambini piccoli. Gran parte delle persone intervistate sostengono che la polizia croata li ha respinti decine di volte ignorando le loro richieste di asilo. «I respingimenti sono da tempo una procedura standard per la polizia di frontiera croata, mentre il governo inganna le istituzioni dell’Ue nascondendosi dietro parole vuote e vane promesse», ha spiegato l’avvocato Michael Garcia Bochenek, consulente di Human Rights Watch e autore del rapporto. Dal dossier emerge che la polizia di frontiera avrebbe l’abitudine di sequestrare o distruggere telefoni cellulari, denaro, documenti di identità e altri effetti personali, oltre a sottoporre adulti e bambini a trattamenti umilianti e degradanti. Tra i casi citati ci sono quelli di Farooz D., e Hadi A., due 15enni afgani, i quali hanno raccontato ai ricercatori che nell’aprile scorso la polizia croata li ha fermati e riportati al confine ordinando loro di tornare in Bosnia a piedi, sebbene avessero chiesto protezione dichiarando di essere minorenni. Gli agenti li avrebbero anche presi a calci sequestrando tutto quello che avevano nello zaino, tra cui 500 euro in contanti. Un altro minore, il diciassettenne Rozad N., originario del Kurdistan iracheno, ha riferito che dalla fine del 2021 lui e la sua famiglia, tra cui suo fratello di sette anni e sua sorella di nove, sono stati rimandati indietro una quarantina di volte. Quasi tutti i migranti respinti affermano di essere stati picchiati almeno una volta dalla polizia croata o di aver assistito alla violenza degli agenti. Le loro testimonianze sono state confermate anche da molti operatori umanitari. “Inoltre – si legge - molti bambini piccoli sono stati costretti ad assistere a scene in cui i loro padri, fratelli maggiori e cugini venivano pestati a pugni e calci e presi a manganellate. In più occasioni gli agenti della polizia di frontiera croata hanno sparato vicino ai bambini e puntato armi contro di loro. Sono stati registrati anche alcuni episodi che hanno visto gli agenti spintonare e picchiare bambini di sei anni”. Ciononostante le autorità di Zagabria - sottolinea ancora il rapporto – continuano a negare ogni responsabilità e il ministero dell’Interno croato non ha risposto alle richieste di incontro arrivate da Human Rights Watch, né ha voluto commentare il contenuto del rapporto. “Le istituzioni europee devono mostrarsi ferme nel chiedere conto alla Croazia di queste violazioni sistematiche del diritto UE e delle norme internazionali”, ha concluso l’avvocato Bochenek. (Riccardo Michelucci - Avvenire)
Roma - Alcune norme del cosiddetto decreto Cutro, convertito il 5 maggio dalle Camere nella legge numero 50, suscitano «profonda preoccupazione » nell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Ci sono disposizioni che presentano diverse «criticità», rispetto alla compatibilità con «la normativa internazionale sui rifugiati e sui diritti umani», in merito «alla fattibilità delle misure previste», al potenziale «impatto sul sistema d’asilo» e allo «spazio di protezione garantito a richiedenti asilo, rifugiati e persone apolidi». Osservazioni contenute in una «nota tecnica» di 9 pagine inviata dall’Acnur al governo. Il documento, che Avvenire anticipa oggi in esclusiva, contiene una decina fra raccomandazioni e osservazioni. Nel pronunciarsi, l’organismo si muove nell’alveo della prassi e delle proprie competenze. Le sue «raccomandazioni », si legge, sono infatti «elaborate sulla base del mandato conferito dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite di protezione internazionale dei rifugiati, e delle altre persone sotto la propria responsabilità» e «di assistenza ai Governi nella ricerca di soluzioni durevoli».
Durante l’iter di conversione del dl Cutro, l’Acnur aveva scritto al governo, cercando un dialogo rispettoso dell’attività legislativa in corso. «Avevamo rappresentato diverse criticità, confidando che nel procedimento legislativo alcuni correttivi potessero essere apportati», spiega ad Avvenire Chiara Cardoletti, dal 2020 rappresentante dell’Acnur per l’Italia, la Santa Sede e San Marino. E l’esecutivo ha risposto? «No», fanno sapere dall’organismo Onu, che tuttavia non è interessato a sollevare polemiche, ma solo - giacché il testo è diventato legge - a rendere note le osservazioni alla pubblica opinione. Ieri, per correttezza istituzionale, l’Acnur ha inviato al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi una lettera per informarlo che oggi il documento sarà pubblicato.
Nelle 9 pagine, affiora il timore che alcune «criticità » delle norme possano, nell’applicazione, finire per porsi in contrasto col quadro internazionale di tutela dei diritti umani e delle persone rifugiate. Per esempio - pur concordando con l’istituzione di procedure di frontiera più efficienti - si raccomanda di introdurre «misure per la individuazione dei bisogni dei richiedenti asilo, dei minori e delle altre persone con esigenze particolari». E si ricorda come i «luoghi di trattenimento» debbano rispettare quanto prevede la Direttiva accoglienza: «Disponibilità di spazi aperti, possibilità di comunicare e ricevere visite (da personale Acnur, familiari, avvocati, consulenti legali e rappresentanti di ong) e il diritto di essere informati delle norme vigenti nel centro». Inoltre, anche nel caso di domande di protezione internazionale «manifestamente infondate» (perché di persone provenienti da Paesi ritenuti “sicuri”) si chiede di vagliare prima se la persona invoca «gravi motivi per ritenere che, nelle sue specifiche circostanze, il Paese non sia sicuro». Un inciso riguarda pure la stretta alla protezione complementare. «Le nuove disposizioni eliminano il riferimento alla vita privata e familiare», rammenta il documento, auspicando procedure veloci per identificare gli apolidi e la necessità di garantire una protezione complementare a persone che, se rispedite nel proprio Paese «rischino una violazione dei propri diritti fondamentali».
In apertura, il documento riconosce alcuni «sforzi compiuti dalle autorità italiane nell’individuare soluzioni per rispondere alla pressione migratoria». Fra questi, la «gestione efficace e trasparente del sistema di accoglienza dei richiedenti protezione internazionale» o le «misure relative alla gestione dell’hotspot di Lampedusa», fra cui «l’attivazione di una postazione del 118 sull’isola e il rafforzamento dei trasferimenti dai punti di crisi». C’è «apprezzamento» pure per la disposizione che introduce «una quota d’ingressi per lavoro per rifugiati e apolidi» nell’ambito del Decreto flussi, e «per la loro inclusione» negli ingressi “extra-quota” dopo la formazione professionale. L’Acnur «raccomanda che già dal prossimo Decreto flussi sia assegnata una specifica quota riservata» per favorire un «corridoio lavorativo» a beneficio di apolidi e ai rifugiati residenti in Paesi di primo asilo o di transito.
Ma soprattutto l’Acnur esprime «profonda preoccupazione» per la norma che elimina servizi ai profughi come «supporto psicologico, informazione legale o corsi di lingua italiana». Così, ragiona Cardoletti, non si facilita «lo sviluppo di percorsi di autosufficienza e autonomia dei richiedenti asilo» e si rischia «una loro completa dipendenza dal sistema di accoglienza». Il risultato? Visto che l’esame della domanda d’asilo può durare un anno anche solo in prima istanza, il richiedente resta a lungo in una struttura senza accedere a servizi cruciali. «Forse vorrebbe disincentivare gli arrivi - osserva la funzionaria Onu -, ma rischia di essere più una “punizione” per quanti potrebbero essere avviati verso cammini di autonomia». L’Acnur «ribadisce la disponibilità a collaborare con le autorità italiane» per «elaborare le migliori soluzioni normative od operative, a partire dalle raccomandazioni qui contenute». Ma davvero, chiediamo, vi aspettate che il governo interloquirà? «Ci speriamo - conclude Cardoletti -. In fondo, le nostre raccomandazioni individuano possibili aggiustamenti non particolarmente complicati da realizzare». (Vincenzo R. Spagnolo - Avvenire)
Milano - È il «per» a farci capire bene cosa vuol dire «otto per mille». Scegliere di firmare per indicare la destinazione dell’8xmille, infatti, è un singolo semplice gesto che si moltiplica per migliaia di volte e che supera pregiudizi, abbatte barriere, genera un bene difficilmente misurabile, sulla solidarietà costruisce un futuro diverso per tantissime persone. Ne ha la certezza chi decide di destinare questa parte dell’Irpef alla Chiesa cattolica, come testimoniano le tante storie di speranza che arrivano dal territorio, dove l’8xmille sostiene progetti che vanno dalle mense, ai centri di ascolto, dalle case di accoglienza, fino al sostegno ai disoccupati, alle vittime dell’usura, agli immigrati, agli emarginati, agli anziani abbandonati. Senza contare il bene compiuto ogni giorno dai circa 32mila preti, che vivono nelle e per le comunità. E poi tutto l’impegno per conservare, custodire e valorizzare il preziosissimo patrimonio storico, culturale e artistico legato alla vita della Chiesa.
Ma cos’è l’8xmille? Da dove viene? Come funziona la scelta? Davvero non costa nulla? Sono tutte domande legittime, spesso date per scontate, ma la cui comprensione è fondamentale per poterne cogliere tutta l’importanza.
Prima di tutto va chiarito che l’8xmille non è una “tassa” in più ma è una quota (esattamente otto millesimi) dell’imposta sui redditi delle persone fisiche (a tutti noto con il nome di Irpef), che lo Stato distribuisce, in base alle scelte effettuate dai contribuenti. Chi firma, quindi, non paga nulla in più, anzi, di fatto beneficia “a costo zero” della ricaduta della propria stessa scelta. Ciò che l’8xmille alla Chiesa cattolica genera, infatti, va a vantaggio di tutti, perché, per dirla con parole semplici, rende migliore e più umana la società in cui viviamo. Per conoscere come gettare uno sguardo ai progetti realizzati grazie a questi fondi, basta dare un occhio al sito dell’8xmille alla Chiesa cattolica (www.8xmille.it), che riporta tutto il rendiconto dell’utilizzo dei soldi e dà voce ai tanti protagonisti dei numerosi piccoli grandi “miracoli” realizzati quotidianamente.
Come scegliere quindi?
L’8xmille viene legato nell’immaginario alla dichiarazione dei redditi, in realtà anche chi non è obbligato alla presentazione della dichiarazione, pur percependo un reddito, può firmare. Ecco perché far conoscere il meccanismo e i frutti dell’8xmille è importante: se quelli che presentano la dichiarazione dei redditi, infatti, si trovano quasi automaticamente davanti lo spazio per la scelta della destinazione dell’8xmille (e per chi fa da sé la precompilata è lo stesso sistema a segnalare la richiesta di compilare anche la parte relativa all’8xmille), chi non presenta dichiarazione deve fare un piccolo gesto che nasce da un’attenzione volontaria aggiuntiva. Il meccanismo di distribuzione poi di fatto trasforma la firma in un referendum. Lo Stato, infatti, distribuisce tutto l’8xmille di tutte le imposte sul reddito delle persone fisiche raccolte in un anno e le quote vengono decise in base alle firme di chi ha espresso una scelta. Insomma è importante firmare, perché altrimenti si lascerà semplicemente che siano gli altri a scegliere per noi e per la nostra parte di 8xmille.
Infine, concretamente come fare?
Chi presenta dichiarazione dei redditi trova lo spazio per la firma nell’apposito modulo incluso nella dichiarazione stessa: un click per la precompilata sulla voce «Chiesa cattolica». Chi è esonerato dalla dichiarazione perché ha, ad esempio, solo redditi di pensione, di lavoro dipendente o assimilati, può utilizzare l’apposita scheda allegata al Modello Cu (Certificazione unica): la stessa scheda con la quale si può scegliere la destinazione del 5xmille e del 2xmille (che non sono alternativi tra loro e possono essere indicati assieme alla scelta per l’8xmille). Nel riquadro relativo alla scelta per l’8xmille basta apporre la firma nella casella «Chiesa cattolica », facendo attenzione a non invadere le altre caselle per non annullare la scelta. Infine è necessario firmare anche nello spazio «Firma» posto in basso nella scheda. La scheda va consegnata entro il 30 novembre in una busta chiusa, che deve recare cognome, nome, codice fiscale del contribuente e la dicitura «Scelta per la destinazione dell’otto, del cinque e del due per mille dell’Irpef» a qualsiasi ufficio postale (il servizio è gratuito), a un intermediario abilitato alla trasmissione telematica (Caf o commercialista). Gli intermediari devono rilasciare una ricevuta e possono chiedere un corrispettivo per il servizio. Inoltre, la scheda può essere presentata, sempre entro il 30 novembre, direttamente dal contribuente avvalendosi del servizio telematico dell’Agenzia delle entrate. (Matteo Liut)