Roma – La Campagna “L’Italia sono anch’io” ha raggiunto l’obiettivo delle 50.000 firme necessarie per presentare le due proposte di legge d’iniziativa popolare per la riforma della normativa sulla cittadinanza ai minori stranieri e il diritto di voto alle amministrative.
La consegna delle firme – che avverrà il 6 marzo alla Camera dei Deputati – rappresenta solo la prima tappa di un lungo percorso.
Pubblichiamo una riflessione di mons. Giancarlo Perego.
Si sta concludendo la raccolta di firme della campagna ‘L’Italia sono anch’io’, che ha visto convergere laici e cattolici attorno alla riforma della legge della cittadinanza in Italia. In questi mesi, il tema della cittadinanza ha continuato a far discutere, con ripetuti e autorevoli interventi. In particolare, si discute sulla proposta di riformare la legge italiana sulla cittadinanza (legge 91/1992) modificando i tempi attuali per la sua concessione (da 10 a 5 anni di permanenza nel nostro Paese), ma soprattutto estendendo la cittadinanza ai minori stranieri nati in Italia da genitori che sono regolarmente residenti. Nel frattempo, però, consola il dato statistico della percezione degli italiani, sia sulla proposta dell’estensione della cittadinanza che del diritto di voto amministrativo agli stranieri residenti in Italia, che viene dall’ Indagine dell’Osservatorio politico Cise (Centro italiano studi elettorali) dell’Università di Firenze. Il 71% degli italiani si dichiara “molto” o “abbastanza d’accordo” con l’affermazione secondo cui “i figli di immigrati, se nascono in Italia, dovrebbero ottenere automaticamente la cittadinanza italiana”. Un risultato, spiegano i ricercatori, abbastanza stabile rispetto alla precedente analisi (primavera 2011) e che disegna, secondo i ricercatori del Cise, il quadro di “un Paese inaspettato”, preferiremmo anche dire di “un Paese responsabile”, in merito ad alcune questioni politiche. Ma non solo il consenso alla cittadinanza ai figli di immigrati è alto, è ancora più alto il consenso al voto amministrativo agli immigrati: lo era già nell’aprile 2011 (76%); sale ulteriormente all’81% a dicembre.
Le proposte di modifica della legge sulla cittadinanza, nei tempi e in alcuni contenuti, anzitutto non è estranea alle modalità con cui, nel contesto europeo, viene regolata la cittadinanza; riconosce – come già nella legge italiana d’inizio secolo sulla cittadinanza – tempi minori (da 10 a 5 anni) per la richiesta; soprattutto, è attenta da subito a costruire una città, a partire da un grande patrimonio, che è quello di una nuova vita umana, che gli stranieri lavoratori e le loro famiglie portano al nostro Paese. Il riconoscimento della cittadinanza, e la nostra storia in emigrazione lo insegna, porta a non considerare gli stranieri solo come lavoratori, ma invita a valorizzare il ricongiungimento familiare, aiuta la città a valorizzare da subito una persona che nasce da genitori stranieri in Italia, che sarà presto studente, universitario poi, professionista, e che da subito non è considerato ‘diverso’ nella costruzione della città, ma diversamente importante. In questo caso, la cittadinanza è un dono, un’opportunità per crescere e tutelare i figli di persone che da anni lavorano in Italia, assume la dimensione europea e transnazionale, e non viene percepita semplicemente e anacronisticamente come una medaglia al merito da aggiungere sul petto di un illustre sportivo o artista straniero che si è distinto nell’esercizio della sua professione in Italia. Cambia l’Italia e necessariamente cambiano gli italiani.


