Roma – Pregiudizi duri a morire. Dare la possibilità anche ai bambini stranieri irregolari di curarsi da un pediatra. Le malattie che colpiscono gli immigrati e i rischi altissimi di infortuni sul lavoro. L’azione di sensibilizzazione della Chiesa.
L’agenzia SIR, in occasione della Giornata Mondiale del Malato, che si celebra il prossimo 11 febbraio, ha intervistato Salvatore Geraci, responsabile dell’area sanitaria della Caritas di Roma.
È ancora vivo il pregiudizio secondo cui gli immigrati portano malattie?
“Il pregiudizio non è assolutamente superato. Cito un esempio emblematico, di cui sono venuto a conoscenza da poco: una lettera della questura di Bari che invita una richiedente asilo a presentarsi la prossima settimana alla Commissione territoriale per il colloquio. La frase finale è: la straniera “dovrà presentarsi nel giorno previsto per l’audizione presso la citata Commissione, munita di idonea documentazione medica attestante il buono stato di salute, con particolare riferimento all’assenza di segni e sintomi riconducibili a malattie infettive. Il certificato deve possibilmente riferirsi al giorno precedente alla data di convocazione”. È la prima volta che ricevo una segnalazione del genere, bisogna capire se è una prassi diffusa oppure no. In ogni caso è un fatto estremamente grave. Non le viene chiesto un certificato per attestare eventuali torture subite e così aver accesso all’asilo, ma un certificato per evitare il rischio di infettare altri. È ancora necessaria un’azione culturale di sensibilizzazione molto forte”.
Come realizzate questa azione di sensibilizzazione?
“C’è una mobilitazione di tutte le Caritas locali anche sul tema della salute, per togliere pregiudizi e paure. Una novità nel mondo ecclesiale è stato il recente convegno congiunto Migrantes e ufficio pastorale della sanità della CEI su salute e migrazioni. Nel documento finale si auspica un rapporto stretto tra pastorale della salute, Migrantes e Caritas, per un’azione forte anche in termini di sensibilizzazione e informazione, di advocacy politica, per assicurare l’equità, l’accesso e il contrasto alle disuguaglianze. E’ positivo che questo tema sia uscito dalla nicchia Caritas, che pure è importante ed operativa. E’ importante che la Chiesa intera assuma a pieno questa responsabilità. E’ un passaggio culturale necessario. Di fatto significa che la pastorale della salute, tramite i cappellani ospedalieri, ha una possibilità enorme di veicolare informazioni in ambienti non sempre sensibili. Migrantes invece lavora con le comunità e le Caritas nei servizi di prossimità”.
In Italia vivono un milione di minori stranieri, di cui 700.000 nati e cresciuti qui. Cosa serve per loro, in termini sanitari?
“Chiediamo di garantire il pediatra ad ogni bambino straniero, indipendentemente dallo status giuridico, ossia se irregolare o meno. In questo senso non servirebbe nemmeno una legge, perché c’è la Convenzione di New York, ratificata dall’Italia, che assicura ad ogni bambino il massimo livello di protezione possibile, in questo caso un pediatra che lo conosce e lo segue. Molto dipende dalle Regioni. Ad esempio in Puglia, per legge, anche i bambini irregolari hanno il pediatra di libera scelta. A questa norma c’era stato anni fa un ricorso della presidenza del consiglio, che è stato però rigettato da una sentenza della Corte costituzionale. E’ incostituzionale non garantire a tutti i bambini stranieri il miglior livello di assistenza sanitaria”.
Si sta diffondendo la medicina transculturale. Su cosa si fonda?
“Nella medicina transculturale non bisogna dare nulla per scontato. La sua forza è data dalla narrazione, dall’ascolto, dal mettersi in relazione vera con la persona e non considerare scontato ciò che per l’altro può non esserlo. Ad esempio molti legano il farmaco al sintomo e non capiscono quando bisogna prendere farmaci a vita; ma questo succede anche tra gli italiani anziani.
Però ora gli immigrati si ammalano anche delle malattie tipiche degli italiani.
“Certo. Tecnicamente si chiama ‘transizione epidemiologica’, ed è legato all’anzianità dell’immigrazione, alle condizioni di lavoro difficili, all’acquisizione di cattive abitudini di vita, all’aumento dell’età degli immigrati, come le cinquantenni badanti dall’est europeo. Da un rapporto dell’Università Cattolica che sarà pubblicato a breve emerge che le cause di ricovero per gli uomini stranieri riguardano la traumatologia, quindi legate agli infortuni sul lavoro, dove c’è un rischio relativo otto volte maggiore rispetto agli italiani. Tra le donne il 50% dei ricoveri sono legati alle gravidanze e al parto”.
In questi giorni di freddo prevedete maggiore afflusso nei vostri ambulatori?
“Ora sono tutti al riparo negli ostelli, dove sono più esposti a malattie. Per noi l’afflusso maggiore sarà nei prossimi giorni, quando saranno già ammalati. Registriamo anche casi gravi come polmoniti e situazioni complesse, aggravate dalle cosiddette ‘patologie della povertà’”. (SIR)


