Giovanni Paolo I e l’emigrazione italiana in un libro di Marco Roncalli

Milano – Giovanni Paolo I durante il suo breve pontificato affida un messaggio benedicendo per gli emigrati veneti in Svizzera ai quali il fratello da tempo aveva promesso la sua presenza a Einsiedeln. Lo rivela lo storico e giornalista Marco Roncalli nel suo volume “Giovanni Paolo I” edito da San Paolo di oltre 700 pagine, in uscita domani. Il pontefice lo fa durante un incontro con i suoi familiari in Vaticano ed in particolare con la sorella Antonia e il fratello Edoardo. “A quattrocchi in Vaticano, il giorno prima dell’insediamento […] abbiamo parlato di tutto, fitto fitto, dei suoi sentimenti, di quello che provava, della nostra famiglia […]. Non era affatto preoccupato”, racconterà Edoardo rievocando l’incontro.

 Il legame di Luciani con i migranti è molto forte: il padre Giovanni, infatti, è stato emigrato per tanti anni: quando nasceva il futuro papa, lui era lontano dall’Italia. Giovanni aveva allora già quarant’anni di età e quasi trenta di emigrazione, avendo cominciato a girare per l’Europa undicenne. Come tanti bellunesi, partiti da soli o in gruppo in seguito a una situazione insostenibile: prima come manovale aveva raggiunto Innsbruck; poi era stato muratore a Pforzheim e Bellingen; quindi operaio negli altiforni della Ruhr, a Solingen, Essen, Bochum; infine ancora muratore fra Belgio e Francia. Il nome Albino dato al bambino è in ricordo di un compagno di lavoro perito in un incidente all’estero. Anche la mamma era stata emigrata in Svizzera, a San Gallo, dove aveva fatto la ricamatrice. Da vescovo si reca in Svizzera, oltre Basilea, al santuario di Mariastein, dove incontra molte famiglie di emigrati veneti e amministra la cresima. Ma anche in Germania invitato dai responsabili della pastorale per gli emigranti della diocesi di Vittorio Veneto e a Magonza, partecipa alla “Giornata del lavoratore italiano all’estero” infondendo coraggio ai connazionali e citando i suoi genitori che avevano fatto la loro stessa esperienza. Ospite del cardinale Hermann Volk che aveva ricevuto la porpora con lui, il patriarca celebra la Pentecoste nella cattedrale romanica che festeggia i suoi mille anni.
E nel 1975 è in Brasile per il primo centenario dell’emigrazione italiana nel Rio Grande do Suled Arriva a San Paolo, dove compie una breve sosta accompagnato dal card. Paulo Evaristo Arns. Ricorderà il porporato: «Mi telefonò dall’aeroporto […] e io andai a prenderlo. Si fermò a San Paolo prima di andare a Santa Maria. Conosceva bene la storia della nostra città. Luciani si era occupato con molto interesse e amore del processo di beatificazione di padre José de Anchieta, il gesuita fondatore della Chiesa di San Paolo. Durante quella permanenza lo accompagnai anche a visitare i suoi preti missionari a San Paolo”. Poi inizia il suo tour attraverso il vasto Stato brasiliano, accompagnato dall’arcivescovo di Fortaleza Aloísio Lorscheider: incontrando emigrati veneti di più di una generazione, parlando con loro non tanto il portoghese quanto il dialetto delle radici, tenendo persino prediche e discorsi in veneto, riuscendo a commuovere questi suoi lontani corregionali fra i quali anche suoi parenti. A Santa Maria, celebre meta di pellegrini dove è vescovo Ivo Lorscheiter, cugino di Aloísio (e come lui noto per l’impegno pastorale a favore dei poveri nello spirito del Vaticano II), viene accolto da duecentomila persone, e da un enorme striscione con la scritta: “Quando torna in Italia, dica ai veneti che noi restiamo fedeli alla devozione della Madonna”. Non a caso Luciani ha recato alla cattedrale di Santa Maria una copia della Madonna della Salute, “ideale ponte di religiosa amicizia tra il Veneto e il Brasile; e non a caso, predicando qui, salda ricordi della sua infanzia alla fiducia in Dio e al ruolo di Maria mediatrice. Il viaggio continua. E poi ancora a Caxias do Sul dove visita il seminario locale invitato da don Benedetto Zorzi. Nella città, fondata da immigrati veneti alla fine dell’Ottocento, è colpito da un maestoso monumento bronzeo dedicato all’emigrante, posizionato alla fine di una lunga avenida, a mezza collina, raffigurante una famigliola: l’uomo con il fagotto sulle spalle, la moglie con un bambino in braccio e la corona del rosario che spunta dal grembiule. Insomma è un trionfo di religiosità popolare e di pietà mariana – racconta Roncalli nel volume – che continua ad accompagnarlo. Se il motivo della sua presenza in America Latina – appunto, le celebrazioni del centenario dell’emigrazione veneta – rendono questo viaggio pastorale, ma non di carattere strettamente missionario, non per questo Luciani rinuncia a visitare i sacerdoti italiani fidei donum, in diversi casi inviati in Brasile da lui stesso già ai tempi di Vittorio Veneto. (R. Iaria)