Roma – I Missionari Scalabriniani riuniti da domani, a Turcifal, in Portogallo, affidano i propri lavori capitolari al santo che il beato fondatore, Giovanni Battista Scalabrini, scelse per protettore della nascente congregazione il 15 marzo 1892: «È giunto il momento di porre definitivamente la Congregazione nostra sotto il patrocinio di un santo il cui nome valga a distinguerla e ne sia il sigillo. Dopo aver pregato il Signore ed evocati le luci dello Spirito Santo mi si affacciò alla mente più radiosa e più soave che mai la figura del grande San Carlo». Queste le parole che evocherà domenica prossima l’attuale Superiore Generale, p. Sergio Olivo Geremia, nella solenne celebrazione di apertura del Capitolo, di fronte alla variegata e multiculturale assise di missionari. Il santo patrono, ricorda il Superiore Generale, invita «al superamento della frammentarietà, verso la comunione nelle diversità di etnie e culture, che già fu la preghiera di Gesù nell’ultima cena». San Carlo, continua p. Geremia, «propone l’itinerario: rinnovarsi per rinnovare», al fine di essere «quell’unica Chiesa che, nonostante la povertà dei suoi mezzi e i limiti delle persone che la compongono, è aperta a tutti, evitando il rischio di essere una Chiesa ricca che si interessa della gente povera». Questi aspetti fanno di San Carlo un personaggio attualissimo nel presente momento storico della Chiesa e della Congregazione Scalabriniana, che offre, afferma p. Geremia, «un’ideale formula di santità e di apostolato per noi missionari dei migranti, inserendoci in una prospettiva ecumenica e interreligiosa, indispensabile per chi vive in paesi di pluralità e di molteplice appartenenza».


