Roma – Si sono svolti questa mattina, nella Basilica di Santa Maria in Trastevere a Roma, i funerali di mons. Bruno Nicolini, per anni impegnato nella pastorale per i Rom e Sinti in Italia.
Nell’omelia il vescovo ausiliare di Roma mons. Matteo Zuppi, ha sottolineato che il sacerdote nella sua vita “si è fatto nomade. Ha camminato molto, in tanti modi. Si è messo in viaggio con attenzione intelligente e libera, appassionata e profonda; con una carità esigente, mai pigra e soddisfatta di sé, sempre, sempre alla ricerca, inquieta perché innamorata. Ha amato quanto Gesù e la Chiesa stessa il popolo dei rom e dei sinti”.
“In questo giorno lo accogliamo in questa casa di amore, dedicata all’Assunta, dove ha celebrato, quando i suoi passi si erano fatti lenti e incerti, negli ultimi anni, il giorno del Signore”, ha aggiunto mons. Zuppi ripercorrendo la vita del sacerdote che ha trascorso gli ultimi anni in una casa della Comunità di Sant’Egidio: “lo accompagniamo con molto affetto nell’ultimo tratto del suo cammino. Peraltro morto nel giorno della memoria di san Rocco, santo pellegrino, che superava anche la frontiera più difficile, quella che allontana dalla sofferenza e dalla malattia. Bruno ha cercato di superare la frontiera del pregiudizio”.
Di mons. Nicolini il presule ha ricordato il dialogo con le istituzioni sempre improntato “alla ricerca di soluzioni giuste e soprattutto durature e rispettose della dignità della persona”, anche se “non possiamo non constatare come incredibilmente, ed è un’amarezza e anche una promessa a don Bruno, la condizione dei rom è ancora tanto lontana da condizioni minime di rispetto” a causa di scarsa determinazione e lungimiranza, “come se occuparsi di rom sia una concessione mal sopportata e non un diritto da garantire”.
Don Bruno Nicolini era un uomo “innamorato del Vangelo, del suo servizio presbiterale, e forse proprio per questo era innamorato degli zingari”, ha ricordato, poi, mons. Zuppi alla Radio vaticana: “da Bolzano era venuto a Roma e lavorando in segreteria di Stato aveva trovato la sua vera passione, quella di stare per strada di essere vicino a quelli che più di tutti erano considerati con distanza e con pregiudizio. Era con gli zingari come il Buon Samaritano. Don Bruno cercava di essere sempre vicino a loro e di rendere vicina la Chiesa, la maternità della Chiesa a questi uomini a queste donne che purtroppo vivono in condizioni spesso di grande rifiuto e di estrema difficoltà”.
Per mons. Zuppi il sacerdote lascia “la passione per la Chiesa, per il Vangelo e per gli ultimi. E gli zingari purtroppo sono spesso gli ultimi perché in molti casi nei confronti degli zingari il pregiudizio è forte. Noi, ci insegna don Bruno, dobbiamo amare i poveri per quello che sono, il Signore ci chiede di amare i poveri e di riconoscere i fratelli più piccoli, senza chiedergli né certificati penali né certificati fiscali né certificati di bontà o di cattiveria, bisogna volergli bene e basta. In don Bruno dobbiamo riconoscere un testimone che ci ha insegnato e ci ha aiutato ad amare e a conoscere e anche a valorizzare la grande tradizione, la grande cultura dei Rom. L’Opera nomadi ha saputo anche in questo dare un grande valore alla cultura Rom e insegnarci a capire l’identità del popolo Rom”. (R.Iaria)


