Roma – Nel periodo 2000-2009 il Pil dell’Italia è cresciuto solo dell’1,4%, contro il 10% dei paesi dell’euro. Notevole è stata la flessione durante la grande crisi del 2008-2009, con la perdita di 800mila posti di lavoro e di 6,5 punti del Pil, mentre la ripresa è più debole rispetto alle aspettative (+1,2% nel 2010 e, secondo la stima dell’Istat, +0,7% nel 2011). Più di un quarto dei giovani lavoratori è disoccupato e sono 2 milioni quelli scoraggiati che né studiano né cercano lavoro.
I lavoratori immigrati (2.089.000 secondo l’Istat e circa 200mila in più includendo i non residenti) costituiscono un decimo della forza lavoro, sono determinanti in diversi comparti produttivi e rinforzano il mercato occupazionale per via di un tasso di attività più elevato, della disponibilità a ricoprire anche mansioni meno qualificate e della bassa competizione (almeno sul piano generale) con gli italiani, se non nel sommerso. Nell’ultimo decennio, l’aumento dell’occupazione di 2 milioni di unità è stato quasi esclusivamente dovuto all’inserimento dei nuovi arrivati. Attualmente, però, gli immigrati stanno pagando duramente gli effetti della crisi e sono arrivati a incidere per un quinto sui disoccupati. Il protrarsi dello stato di disoccupazione per i non comunitari pregiudica il rinnovo del permesso di soggiorno, costringendoli al rimpatrio o a trattenersi irregolarmente; comunque, la difficile fase attuale non blocca il dinamismo imprenditoriale, essendo il numero delle imprese gestite da immigrati aumentato nel 2010 di 20mila unità, arrivando nel complesso a 228.540. Le famiglie con almeno un membro straniero sono oltre 2 milioni, quasi un decimo del totale. Efficaci protagoniste nel mercato occupazionale sono anche le donne, che hanno inciso per la metà sui nuovi assunti del 2010 ma si vedono discriminate nella possibilità di comporre gli impegni familiari con il lavoro. Oltre tutto, diverse ordinanze dei sindaci, per l’accesso a prestazioni o servizi di welfare (come l’assegno per i figli), e diverse regioni, per concedere i benefici per la casa, richiedono un consistente periodo di residenza previa. Anche sull’accesso degli immigrati al Servizio Sanitario Nazionale persistono ancora carenze da superare.
La precarietà del lavoro si riflette pesantemente sul piano abitativo, dove l’Istat ha accertato che si trova in condizione di disagio il 34% degli immigrati (contro il 14% degli italiani). Notevole è anche il divario tra i proprietari di abitazione: lo sono il 21,3% tra gli immigrati e il 71,6% tra gli italiani. Sono aumentati gli sfratti per morosità nel pagamento degli affitti e i pignoramenti degli immobili per chi non ha pagato con regolarità i ratei del mutuo. È in diminuzione e pressoché dimezzata l’incidenza degli immigrati sulle compravendite, passata dal 16,7% nel 2007 all’8,7% nel 2010 (53mila transazioni su un totale di 618.819). Purtroppo, in Italia continua a essere ridotta la quota delle case in affitto (4,4 milioni), mentre diventano più rari gli alloggi dell’Edilizia Residenziale Pubblica; è positivo che il Piano interministeriale per l’integrazione nella sicurezza (giugno 2010) abbia stanziato fondi agli immigrati per l’autocostruzione e l’autorecupero di edifici pubblici (8,7 milioni di euro).
Il saldo tra i versamenti degli immigrati all’erario e le spese pubbliche sostenute a loro favore è ampiamente positivo (1,5 miliardi di euro secondo una stima del Dossier) e questa somma, secondo altri calcoli sarebbe ancora più elevata.


