Un incontro a Parigi
Parigi – Circa cinquanta rappresentanti delle comunità cattoliche francofone di tutto il mondo si sono riuniti nei giorni scorsi a Parigi per le Giornate pastorali mondiali volute dall’Aumônerie générale des français à l’étranger (Agfe), il servizio pastorale offerto dalla Chiesa francese per i cattolici francofoni che vivono all’estero. Le giornate si svolgono ogni anno in un Paese europeo e ogni tre anni a livello mondiale a Parigi, e hanno lo scopo di “permettere ai cattolici dispersi sui cinque continenti d’incontrarsi e condividere le loro esperienze di emigrati”. Sarebbero circa due milioni i francesi che attualmente vivono all’estero. Adrien Bail ha raccolto per il settimanale cattolico francese “La croix” alcune esperienze, testimonianze del “ruolo sociale di una comunità cattolica francofona nel sostenere l’inserimento degli emigrati”.
Un cattolico francese in Danimarca non mancherebbe per niente al mondo alla messa domenicale delle undici nella chiesa del Santo Sacramento di Copenaghen. È l’unica eucarestia in francese, in questo paese luterano dove vivono appena 30 mila cattolici. “Il fatto di essere emigrati – confessa Guillaume-Marie Protais, padre missionario di Parigi – genera un riflesso identitario e culturale: alcune persone che si sono un po’ allontanate dalla pratica in Francia ritrovano l’importanza di una vita di fede e di un’appartenenza comunitaria”. Secondo molti parroci che operano nella Agfe, questi emigrati “consacrano più tempo alla comunità e la messa diventa per loro un appuntamento sociale irrinunciabile”. Le “aumônerie” garantiscono ai cattolici che si trovano all’estero per brevi o lunghi periodi una “continuità con la loro storia religiosa”, permettendo di continuare a praticare il cattolicesimo “secondo la pedagogia francese”.
Ma nelle 240 comunità cristiane nel mondo, i francesi si ritrovano insieme ad altri francofoni provenienti da Canada, Belgio, come da Africa o Asia. “L’obiettivo della pastorale è di permettere ai francofoni di vivere ‘felici’ nel loro Paese d’accoglienza – ricorda padre Pierre Jeannequin, che ha lavorato nelle ‘aumônerie’ di Copenaghen, Monaco e Berlino -. Non si tratta di esportare un ‘nostro’ cristianesimo, ma di vivere il Vangelo lì dove ci si trova, tenendo conto di ciò che noi siamo, in mezzo agli altri”. Per il sacerdote “essere inseriti in una comunità è fondamentale, perché vivere all’estero è sempre destabilizzante: la vita spirituale, portando stabilità ed equilibrio, permette di aprirsi alla ricchezza del Paese d’accoglienza”. Padre Jeannequin ha così intessuto in questi anni dei forti legami con i preti luterani tedeschi, suggellati dai numerosi matrimoni misti che ogni anno vengono celebrati nelle chiese cattoliche come nei templi evangelici. Nella parrocchia francofona di San Sebastian, a Los Angeles, padre Germàn Sanchez, colombiano emigrato in Francia, è il parroco di 350 famiglie che provengono dal Vietnam, dal Canada, dal Libano, ma tutti parlano la stessa lingua. La parrocchia ospita anche comunità di spagnoli e americani, così che, in occasione di grandi festività liturgiche, padre Sanchez celebra una messa in tre lingue. Malgrado il rapido turnover d’immigrati che attraversano la parrocchia, le diverse comunità si ritrovano insieme, ancorate nella vita della Chiesa locale sotto la figura di san Sebastiano.
La situazione è un po’ diversa nel Maghreb, dove le comunità francofone sono assorbite nella vita della Chiesa locale. “Qui non ci sono le ‘aumônerie’ perché siamo in un paese francofono. Eppure le due diocesi della Chiesa del Marocco sono costituite esclusivamente da stranieri”, spiega il padre missionario Daniel Nourissat, inviato dalla diocesi di Digione come fidei donum a Casablanca nel 2005. Tra persone che hanno lontane origine europee, donne cattoliche che hanno sposato un musulmano, o studenti dell’Africa subsahariana, qui i francesi non sono che una minoranza. Per questo padre Nourissant, che è anche segretario della Conferenza episcopale del Maghreb, ama ripetere ai francesi che arrivano: “Qui più che altrove potete comprendere quanto cattolico significhi universale. La Chiesa del Marocco ha bisogno di voi, perché essa non è fatta che di gente di passaggio”.
Le Giornate pastorali svoltesi a Parigi hanno dunque una forte valenza comunitaria. “Le Chiese locali si arricchiscono della spiritualità che proviene dalle tradizioni cattoliche in Francia, ma anche dai paesi francofoni del mondo – sottolineano gli organizzatori -. Così come molte famiglie francesi vivono un periodo all’estero beneficiando dell’esperienza e della vitalità delle diocesi che li accolgono. È per loro una possibilità di rinnovare la loro fede, di viverla in un’altra maniera, e di ritornare in Francia (o altrove) preparati a essere soprattutto testimoni del Vangelo”. (SIR Europa)


