Svimez 2011: il Sud stenta a rialzarsi, solo dall’agricoltura una boccata d’ossigeno

Roma – Un dato allarmante: dal 2000 al 2009 583mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno. La grave recessione che ci ha colpito nel biennio 2008-2009 si è, ovviamente, abbattuta pesantemente sull’intera economia italiana, mostrando i suoi effetti più pesanti nelle regioni del Mezzogiorno. La fuoriuscita da questa crisi è lenta e difficile e interessa soprattutto le aree del Nord del Paese mentre il Sud, purtroppo nel 2010 è ancora immobile. Nord e Sud sono stati uniti nella crisi, ma tendono a divergere nella ripresa.

 
Nel delicato settore del lavoro il Mezzogiorno calcola il tasso di occupazione giovanile (tra i 15 e i 34 anni) nel 2010 ad appena il 31,7% (nel 2009 era del 33,3%): in parole povere, al Sud lavora meno di un giovane su tre. Nel Sud, però, cresce la domanda di lavoro in agricoltura (+2%), con un forte rialzo in Calabria e Abruzzo (superiore al 10%). Gli occupati in agricoltura sono cresciuti invece di 16.500 unità, di cui 8.400 al Centro-Nord e 8.100 al Sud (con una forbice compresa tra +5.800 in Calabria e – 4.900 in Sardegna).
A riguardo Santino Tornesi, Direttore regionale Migrantes-Sicilia, evidenzia, però, un mutamento che sfugge ai dati: un cambiamento interno al mondo stesso dell’immigrazione che vede il lavoro dei migranti tunisini, riconosciuto ormai da anni nel messinese per la professionalità e la capacità di progettualità, soppiantato da manodopera a basso costo, soprattutto dalla Romania, fattore scatenante di fermenti di intolleranza e, in genere, di ulteriore instabilità. Accanto a questo, ci conferma il direttore della Migrantes siciliana, la difficoltà dei giovani italiani a trovare un’occupazione in ambito locale mantiene purtroppo stabile il trend di abbandono dell’isola.
Le previsioni dello SVIMEZ, infatti, dicono che nei prossimi venti anni il Mezzogiorno perderà quasi un giovane su quattro, nel Centro-Nord oltre un giovane su cinque sarà straniero.
Gli attuali 7 milioni di under 30 delle regioni meridionali, già prima del 2050, si ridurranno sotto i 5 milioni, mentre nel Centro-Nord tale fascia d’età continuerà leggermente ad aumentare, mantenendosi sopra gli 11 milioni. È come se la «debolezza» sul mercato del lavoro, legata in tutto il Paese alla «condizione giovanile», al Meridione si spingesse, ormai, ben oltre l’età in cui ragionevolmente si può parlare di «gioventù»: così dalla “fuga dei cervelli” si può parlare di «spreco di cervelli», intendendo una sottoutilizzazione enorme del capitale umano formato che, però, non ha una valvola di sfogo neanche nelle migrazioni.