Le testimonianze dei filippini che vivono in Sicilia
Catania – “Non c’entra l’intelligenza, non c’entra la testa, è qualcosa che ti chiama, qualcosa che parte da qui”. A queste parole padre Richard Zabala fa il gesto di strapparsi il cuore e lanciarlo lontano. È in Italia dal 1987, dopo molti anni trascorsi a Palermo è poi approdato sulla costa jonica, dove oggi è parroco nel borgo marinaro di Torre Archirafi (Ct). Parla del richiamo della terra, del desiderio che ogni tanto prende tutti quelli che sono stati costretti a lasciare il proprio Paese, di come sia dilaniante e ineluttabile quella nostalgia dei luoghi più intimi, di casa. In Sicilia i filippini come p. Richard sono moltissimi, arrivati soprattutto negli anni Ottanta, ma è praticamente impossibile conoscerne il numero esatto. Nella costa orientale, tra Messina e Catania, ci sono alcuni nuclei particolarmente numerosi che lavorano soprattutto nell’assistenza agli anziani, vivono in comunità e si frequentano maggiormente tra loro, anche se i loro figli vanno al liceo, sono iscritti all’università e fanno sport, come tutti gli altri ragazzi.
“Ero infermiera a Manila, ma qui i nostri titoli non valgono”, racconta Ruth Espiritu, 41 anni. Arrivata nel 1991 passando dalla Svizzera, è rimasta clandestina per cinque anni, poi la sanatoria del 1996 ha regolarizzato anche la sua posizione. Ha conosciuto qui suo marito, filippino, ed è subito rimasta incinta. “Un ginecologo – ricorda -, figlio dell’anziano che mio marito assisteva, ha seguito gratis la mia gravidanza”. Il primo figlio, Kevin, a otto mesi viene affidato alla nonna, nelle Filippine, e si ricongiungerà ai genitori solo sei anni dopo. Ruth chiede aiuto alla figlia minore, la quindicenne Leja, per qualche parola che non riesce a ricordare. Ma nessuno, qui intorno a me, parla in filippino: anche quando non capiscono le mie domande si aiutano in italiano, per non farmi sentire esclusa. E loro, si sono mai sentiti esclusi? “Una volta, a Palermo – racconta p. Richard – ero seduto in fondo e sentivo dei ragazzi che si chiedevano in dialetto chi fossi, e cosa volevo. Io ho detto in dialetto ‘Carusi, vi capisco’ e loro hanno smesso”.
“Quando entriamo in un bar, la gente si guarda come per chiedere che intenzioni abbiamo”, dice un’altra ragazza, e gli altri annuiscono e sorridono. Il razzismo è pratico, spiegano. “Qualche settimana fa – ricorda ancora Ruth – ero in un negozio con mio figlio Kevin, che ora ha diciotto anni e si sta diplomando al liceo scientifico. Ho chiesto di vedere dei pantaloni: la signorina ci ha guardati e poi se n’è andata senza dire una parola. Mio figlio mi ha detto ‘mamma, andiamocene'”.
Al di là di tutto, “l’integrazione è ottima – spiega p. Richard – anche se non tutti riescono a identificarsi nella realtà religiosa nella quale vivono. Fino al 2008 nel duomo di Giarre (CT) la messa veniva celebrata nella nostra lingua. Prima la comunità era più compatta, ormai siamo integrati, ognuno ha il suo quartiere, va nella sua chiesa, dal suo parroco”. Escludono di trasferirsi altrove, è troppo forte la paura di cominciare di nuovo, e per colpa della crisi lavorano anche loro “per pagare le bollette”, mentre prima mandavano quasi tutto lo stipendio a casa, dove un manager è pagato 500 euro. A mancare di più è la famiglia, “e poi la vita qui è molto faticosa: lavoro, lavoro, lavoro. Però ci vogliono bene e ci stimano, perché siamo seri, di fiducia. Puliamo una casa come se fosse la nostra, accudiamo un’anziana come se fosse nostra nonna”. Ciò che colpisce di più ascoltandoli parlare è la concezione dichiaratamente provvisoria della loro permanenza: anche se vivono qui da vent’anni e rimarranno per altrettanti, prima o poi vogliono tornare a casa tutti. O quasi.
Orlando Sebastian è stato uno dei primi ad arrivare, nel 1983. Aveva diciotto anni ed era clandestino: “Avevo paura – ammette – però il pensiero di aiutare la famiglia, i miei genitori, mi ha dato coraggio. Appena mi hanno messo in regola, per prima cosa sono tornato a casa per due mesi per abbracciare i miei genitori e i miei amici”. Oggi ha 46 anni, vive con tutti i suoi fratelli, sorelle e nipoti: sono circa trenta in famiglia. Non tornerà stabilmente nel suo Paese perché ormai si trova bene in Italia. “Ho vissuto 27 anni qua, più a lungo che nelle Filippine”. Ma non è stato sempre facile. “A volte mi sono sentito straniero, ma con il lavoro ho trovato anche una nuova famiglia, e in genere ho incontrato persone buone”. Non si è mai pentito di essere venuto qui: “Ero triste, ma l’esperienza mi ha fatto diventare forte, e sono contento di avere aiutato amici e parenti”. Se non ha avuto grandi difficoltà, “forse – spiega – è perché abbiamo la stessa religione: io sono cristiano al 100%, e la fede mi ha aiutato moltissimo, noi non siamo nessuno senza Dio”. La migliore scoperta è stata la gente: “Siete buoni e amichevoli, mi sono sentito uno di voi. Mi mancano moltissimo i miei amici d’infanzia, invidio molto i miei amici perché loro sono felici lì, ma penso sempre che quello è il mio passato”. Per Orlando, e per tutti loro, il passato è davvero una terra straniera. (L. Leonardi – SIR Italia)


