Nico Williams: la madre, i deserti e la liturgia

21 Luglio 2026 – C’è il deserto sociale: la solitudine di chi non conta, l’anziano che non riceve una telefonata, il ragazzo che scrive su qualche schermo perché nessuno, nella stanza accanto, lo ascolta più. C’è il deserto ambientale: la terra che si ritira, stagione dopo stagione, i fiumi che diventano sentieri di pietre. C’è il deserto della violenza e della guerra, che spopola nazioni e riempie cimiteri senza lapidi. C’è il deserto della politica: promesse aride, ripetute, che non fanno germogliare nulla.

C’è, a contenerli tutti, il deserto dell’individualismo, che papa Francesco chiamava per nome, senza sconti: la globalizzazione dell’indifferenza, il rischio di trasformare il dolore altrui in paesaggio abituale delle nostre città e delle nostre coste, e che Leone XIV coglie nella sua involuzione: una triste globalizzazione dell’impotenza.

Sono deserti diversi. Ma si somigliano in una cosa: tolgono voce. Chi li attraversa diventa, troppo spesso, un fascicolo. Una statistica. Uno sbarco. Un titolo che dura un giorno e poi scompare, sostituito da un’altra notizia, come sabbia che ricopre sabbia.

Deserti e non

Il deserto, in fondo, non è mai stato soltanto un luogo. È una condizione. È il posto dove le relazioni si diradano fino a scomparire, dove ogni passo costa più del precedente, dove il paesaggio si ripete identico a sé stesso e sembra non promettere nulla, all’orizzonte, se non altro deserto. Lo sapevano bene i Padri del deserto, che nel IV secolo scelsero la sabbia egiziana proprio perché lì, spogliati di tutto, si vede più chiaramente ciò che conta davvero. Il deserto, per loro, era prova e purificazione. Per chi lo attraversa oggi per sopravvivere, resta prova.

Poi c’è il deserto vero. Quello di sabbia e qualche volta di acqua salata. Sabbia e acqua che ti soffocano di giorno e ti congelano di notte. Trent’anni fa María Comfort Arthuer attraversa il più vasto abisso di sabbia e silenzio al mondo – il Sahara – incinta, a piedi nudi, insieme al marito Félix. Dal Ghana, attraverso il Burkina Faso, il Mali, l’Algeria. Quindi il salto di un’altra barriera, a Melilla. Poi l’arresto. Infine – ma è un nuovo inizio – il riconoscimento come rifugiati. Bilbao: terra di baschi, fino ad allora, anche nel calcio.

Il figlio di María Arthuer

Trent’anni dopo, il 19 luglio 2026, al MetLife Stadium, la Spagna vince il Campionato del mondo di calcio più politico e “migrante” degli ultimi anni, diviso – separato – fra Stati Uniti, Messico e Canada. Il figlio di María Arthuer, Nico Williams, è autore dell’assist che decide la finale. Ma anche questo assomiglia di più ad un inizio.

Pochi minuti dopo la vittoria, Nico attraversa il campo – un deserto verde, innocuo, da cui si esce in venti secondi o in 120 minuti – e mette la medaglia al collo di sua madre. «Ho dato la mia medaglia a mia madre perché la merita più di chiunque altro», spiega il giovane, 22 anni compiuti da pochi giorni. «Correvo veloce in campo, ma lei ha corso molto più di me nella vita».

Un gesto liturgico

Non è un gesto sportivo. È liturgico, un’opera pubblica che restituisce senso al deserto: non passato da nascondere, ma passaggio da onorare. Il gesto capovolge la narrazione che normalmente accompagna chi arriva: non “il migrante” come minaccia, non “il migrante” come vittima muta, ma la persona che ha contribuito, con il proprio migrare, alla gioia di un intero Paese. Anche questo è liturgia. (Simone Varisco)

Nico Williams
Nico Williams (credi: Bryan Berlin / WikiPortraits)

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