Milano – «Abbiamo aspettato almeno due ore l’arrivo dei soccorsi, aggrappati al gommone, cercando di aiutare chi non riusciva a rimanere a galla». Sono schioccati. Fanno fatica a raccontare quei morti. In tutto 64, tra cui molti bambini. L’hanno già ribattezzato il naufragio della Befana. Certo è che, a soli pochi giorni dal suo avvio, il nuovo anno ha già visto la sua prima grande tragedia del mare. Sono i morti del gommone affondato sabato scorso al largo delle coste libiche. La nave Diciotti della Guardia Costiera italiana ha recuperato otto salme e messo in salvo 86 persone, giunte nel porto di Catania. «Tra i sopravvissuti ci sono anche un bambino di tre anni che ha perso la madre e una famiglia di undici persone in cui si sono salvati solamente in tre» racconta il coordinatore dell’attività di supporto psicologico in Sicilia di Medici senza frontiere, Teo Di Piazza. Nel Mediterraneo si muore ancora. Malgrado i muri e gli accordi per fermare i flussi migratori.
«La situazione nel Mediterraneo e in Libia continua ad essere particolarmente grave – sottolinea il Centro Astalli, commentando il primo naufragio del 2018 – Non si può ravvisare certamente un miglioramento nel calo degli arrivi in Italia rispetto al 2016 o nella diminuzione dei decessi in mare, che comunque superano le 3000 vittime». Dal primo gennaio sono stati recuperati in mare e accompagnati in Italia 417 migranti, nel 2017 almeno 3.116 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo. Il servizio dei Gesuiti per i rifugiati in Italia torna a chiedere a istituzioni nazionali e sovranazionali l’attivazione immediata di vie legali che consentano a chi scappa da guerre e persecuzioni di giungere in Europa per chiedere protezione; di non far accordi con paesi terzi in cui non vengono rispettati i diritti umani e in cui non sia pienamente assicurato il rispetto del diritto d’asilo e di potenziare lo sforzo di ricerca e soccorso delle imbarcazioni in difficoltà nel Mediterraneo.
Su Twitter Carlotta Sami, portavoce dell’ACNUR, scrive da Catania: «Accogliamo i sopravvissuti sotto choc del primo naufragio del 2018. I corpi recuperati sono 8, tutte donne. Fra loro la mamma di un bimbo di 2 anni, ora orfano. Queste vite vanno salvate a terra e in mare, senza esitazioni: ogni giorno la loro vita è a rischio». Per ACNUR Italia «le attività di salvataggio in mare sono e rimarranno essenziali anche nel 2018». Intanto non si fermano le partenze. Dall’altre parte del Mediterraneo, la Guardia costiera libica informa di aver tratto in salvo almeno 272 persone che si trovavano a bordo di due gommoni in navigazione verso l’Europa e in difficoltà. Fra loro 53 donne e 56 bambini. E ci sarebbero anche due vittime: due donne, di cui una incinta. I gommoni si trovavano al largo di Gasr Garabulli, a est di Tripoli. Nella stessa zona in cui è avvenuto il naufragio tre giorni fa. Secondo il portavoce della Marina libica, Ayyoub Qasem, il salvataggio si è svolto in due fasi diverse. Il primo gommone, il cui motore si era staccato e finito in mare, è stato soccorso a 30 miglia a nord di Gasr Garabulli. È su questa imbarcazione che si trovavano le due vittime, uccise dalla calca. Quanto al secondo gommone, il cui motore era andato in panne, è stato soccorso a circa 12 miglia a nord di Gasr Garabulli. Tutti i migranti sono di varie nazionalità africane e sono stati trasportati domenica sera alla base marittima di Tripoli, dove è stata prestata loro assistenza medica, per poi essere consegnati al centro di accoglienza dell’apparato per la lotta alla migrazione clandestina. Presenti sul posto anche diverse organizzazioni internazionali, una presenza che però Ayyoub definisce «per lo più formale e mediatica». Secondo il portavoce, l’aiuto offerto da queste organizzazioni ai migranti «non è al livello dei finanziamenti che ricevono e della pubblicità che diffondono sui media e sui social network». «Ci auguriamo che la Mezzaluna libica sia l’alternativa a queste organizzazioni e che sia l’unica a poter lavorare in queste situazioni, affinché nessuno ci sfrutti e porti a casa il frutto del nostro lavoro», conclude Ayyoub. È da un po’che il governo di Tripoli ha alzato la posta, minacciando fra l’altro di non effettuare soccorsi in mare. L’azione di supporto e assistenza in Libia da parte dell’Italia nel 2018 sarà rafforzata, si legge nella delibera che contiene gli impegni internazionali trasmessa dal Governo al Parlamento lo scorso 28 dicembre. Il costo del 2018 è programmato in poco meno di 35 milioni di euro. (D. Fassini – Avvenire)


