Fatima – In occasione della 99ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (13 gennaio), si è svolto a Fatima il XIII Incontro degli agenti socio-pastorali delle migrazioni organizzato dalla Caritas in collaborazione con l’Opera cattolica portoghese. I tre giorni di discussione hanno portato i partecipanti a constatare che “molti portoghesi si lanciano in una migrazione non programmata”. La prolungata mancanza del lavoro e l’incapacità di far fronte agli obblighi finanziari assunti, hanno portato al “ritorno di un’emigrazione alla cieca, o senza informazioni sicure sul Paese di destinazione”. Auspicando da parte della Conferenza Episcopale Portoghese (CEP) la redazione di un documento di riferimento sul pensiero della Chiesa in merito alla mobilità umana, i partecipanti affermano che “appare più opportuno vivere con poche risorse nel proprio Paese che rischiare di dover affrontare situazioni ancora peggiori in terra straniera”. Per altro verso, in un’intervista pubblicata dall’edizione digitale del settimanale “Ecclesia”, la presidente della direzione del Consiglio portoghese per i rifugiati (Cpr) ha lanciato l’allarme sulla mancanza di soluzioni riguardanti questa parte della popolazione: “Posso testimoniare che i rifugiati in Portogallo non sono soddisfatti, ed esiste una situazione di malcontento generalizzato che non è più possibile ignorare”. Queste persone non pretendono di essere appoggiate indefinitamente, ma “rivendicano condizioni nelle quali possano esercitare le loro competenze di lavoro, per contribuire allo sviluppo del Paese che li ha accolti” ha sostenuto Teresa Tito Morais, rivelando che “nel 2011 si è purtroppo cominciato a delineare un fossato” tra le strutture che assistevano i rifugiati, come la Previdenza sociale e la Santa Casa della Misericordia di Lisbona e “il Cpr, lasciato solo a confrontarsi sia con le problematiche di coloro che già risiedevano nel Paese, sia con le necessità dei nuovi arrivati”. (SIR-Europa)


